sabato 19 dicembre 2020

Chi impara a credere impara ad inginocchiarsi

 


tratto da Joseph RatzingerIntroduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, parte IV - Forma liturgica, cap. II – Il corpo e la liturgia, n. 3 - Atteggiamenti, pp. 181-190.


Atteggiamenti
Inginocchiarsi (Prostratio)

Vi sono ambienti, che esercitano notevole influenza, che cercano di convincerci che non bisogna inginocchiarsi. Dicono che questo gesto non si adatta alla nostra cultura (ma a quale, allora?); non è conveniente per l’uomo maturo, che va incontro a Dio stando diritto, o, quanto meno, non si addice all’uomo redento, che mediante Cristo è divenuto una persona libera e che, proprio per questo, non ha più bisogno di inginocchiarsi.

Se guardiamo alla storia possiamo osservare che Greci e Romani rifiutavano il gesto di inginocchiarsi. Di fronte agli dei faziosi e divisi che venivano presentati dal mito, questo atteggiamento era senz’altro giustificato: era troppo chiaro che questi dei non erano Dio, anche se si dipendeva dalla loro lunatica potenza e per quanto possibile ci si doveva comunque procacciare il loro favore. Si diceva che inginocchiarsi era cosa indegna di un uomo libero, non in linea con la cultura della Grecia; era una posizione che si confaceva piuttosto ai barbari. Plutarco e Teofrasto definiscono l’atto di inginocchiarsi come un’espressione di superstizione; Aristotele ne parla come di un atteggiamento barbarico (Retorica, 1361 a 36). Agostino gli dà per un certo verso ragione: i falsi dei non sarebbero infatti altro che maschere di demoni, che sottomettono l’uomo all’adorazione del denaro e del proprio egoismo, che in questo modo li avrebbero resi «servili» e superstiziosi. L’umiltà di Cristo e il suo amore che è giunto sino alla croce, ci hanno liberato – continua Agostino – da queste potenze ed è davanti a questa umiltà che noi ci inginocchiamo.

In effetti, l’atto di inginocchiarsi proprio dei cristiani non si pone come una forma di inculturazione in costumi [181] preesistenti, ma, al contrario, è espressione della cultura cristiana che trasforma la cultura esistente a partire da una nuova e più profonda conoscenza ed esperienza di Dio.

L’atto di inginocchiarsi non proviene da una cultura qualunque, ma dalla Bibbia e dalla sua esperienza di Dio. L’importanza centrale che l’inginocchiarsi ha nella Bibbia la si può desumere dal fatto che solo nel Nuovo Testamento la parola proskynein compare 59 volte, di cui 24 nell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, che viene presentato alla Chiesa come modello e criterio per la sua liturgia.

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Osservando più attentamente possiamo distinguere tre atteggiamenti strettamente imparentati tra di loro. 
Il primo di essi è la prostratio: il distendersi fino a terra davanti alla predominante potenza di Dio; soprattutto nel Nuovo Testamento c’è, poi, il cadere ai piedi e, infine, il mettersi in ginocchio. I tre atteggiamenti non sono sempre facili da distinguere, anche sul piano linguistico. Essi possono legarsi tra di loro, sovrapporsi l’uno all’altro.

Per ragioni di brevità vorrei citare, a proposito della prostratio, due testi, uno tratto dall’Antico Testamento, l’altro dal Nuovo.

Quello tratto dall’Antico Testamento è la teofania a Giosuè prima della conquista di Gerico, che dallo scrittore biblico è posta in stretto parallelo con la teofania a Mosè presso il roveto ardente. Giosuè vede «il capo dell’esercito del Signore» e, dopo aver riconosciuto la sua identità, si getta a terra davanti a lui. In quel momento ode le parole che, in precedenza, erano già state rivolte a Mosè: «Togli i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo» (Gs 5,14s). Nella figura misteriosa del «capo dell’esercito del Signore» il Dio nascosto parla a Giosuè e davanti a Lui questi si getta a terra. È bella l’in[182]terpretazione di questo testo data da Origene: «C’è un altro capo delle potenze del Signore oltre al nostro Signore Gesù Cristo?». Giosuè adora dunque Colui che doveva venire, il Cristo veniente.

Per quanto riguarda, invece il Nuovo Testamento, a cominciare dai Padri è divenuta particolarmente importante la preghiera di Gesù al monte degli Ulivi. Secondo Matteo (26,39) e Marco (14,35) Gesù si prostra a terra, anzi, cade a terra (Mt); Luca, invece, che in tutta la sua opera - Vangelo e Atti degli Apostoli - è in maniera particolare il teologo del pregare in ginocchio, ci racconta che Gesù pregava in ginocchio.

Questa preghiera, come preghiera introduttiva alla Passione, è esemplare, sia per quanto riguarda il gesto che per i suoi contenuti. I gesti: Gesù fa sua la caduta dell’uomo, si lascia cadere nella sua caducità, prega il Padre dal più profondo abisso della solitudine e del bisogno umani. Ripone la sua volontà nella volontà del Padre: Non la mia volontà sia fatta, ma la Tua. Ripone la volontà umana nella volontà divina. Fa sua ogni negazione della volontà dell’uomo e la soffre con il suo dolore; proprio l’uniformare la volontà umana alla volontà divina è il cuore stesso della redenzione.

Difatti la caduta dell’uomo si poggia sulla contraddizione delle volontà, sulla contrapposizione della volontà umana alla volontà divina, che il tentatore dell’uomo fa ingannevolmente passare come condizione della sua libertà. Solo la volontà autonoma, che non si sottomette ad alcuna altra volontà, sarebbe, secondo lui, libertà. Non la mia volontà, ma la tua – è questa la parola della verità, poiché la volontà di Dio non è il contrario della nostra libertà, ma il suo fondamento e la sua condizione di possibilità. Solo rimanendo nella volontà di Dio la nostra volontà diventa vera volontà ed è realmente libera. La sofferenza e la lotta del monte degli Ulivi è la lotta per questa verità liberante, per l’unità di ciò che [183] è diviso, per una unione che è la comunione di Dio.

Comprendiamo così che in questo passo si trova anche l’invocazione d’amore del Figlio Padre: Abbà (Mc 14,36). Paolo vede in questo grido la preghiera che lo Spirito Santo pone sulle nostre labbra (Rm 8,15; Gal 4,6) e àncora così la nostra preghiera spirituale alla preghiera del Signore sul monte degli Ulivi.

Nella liturgia della Chiesa la prostratio appare oggi in due occasioni: il venerdì santo e nelle consacrazioni.

Il venerdì santo, giorno della crocifissione, essa è espressione adeguata del nostro sconvolgimento per il fatto di essere, con i nostri peccati, corresponsabili della morte in croce di Cristo. Ci gettiamo a terra e prendiamo parte alla sua angoscia, alla sua discesa nell’abisso del bisogno. Ci gettiamo a terra e riconosciamo così dove siamo e chi siamo: caduti, che solo Lui può sollevare. Ci gettiamo a terra come Gesù davanti al mistero della presenza potente di Dio, sapendo che la croce è il vero roveto ardente, il luogo della fiamma dell’amore di Dio, che brucia, ma non distrugge.

In occasione delle consacrazioni questo gesto esprime la consapevolezza della nostra assoluta incapacità di accogliere con le sole nostre forze il compito sacerdotale di Gesù Cristo, di parlare con il suo Io. Mentre i candidati all’ordinazione giacciono a terra, l’intera comunità radunata canta le litanie dei santi. Resta per me indimenticabile questo gesto compiuto in occasione della mia ordinazione sacerdotale ed episcopale. Quando venni consacrato vescovo la percezione bruciante della mia insufficienza, dell’inadeguatezza davanti alla grandezza del compito fu forse ancora più grande che in occasione della mia ordinazione sacerdotale. Fu per me meravigliosamente consolante sentire la Chiesa orante invocare tutti i santi, sentire che la preghiera della Chiesa mi avvol[184]geva e mi abbracciava fisicamente. Nella propria incapacità, che doveva esprimersi corporeamente in questo stare prostrati, questa preghiera, questa presenza di tutti i santi, dei vivi e dei morti, era una forza meravigliosa, e solo essa poteva sollevarmi, solo lo stare in essa poteva rendere possibile la strada che mi stava davanti.

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In secondo luogo bisogna ricordare il gesto del cadere ai piedi, che nei Vangeli è indicato quattro volte (Mc 1,40; 10,17; Mt 17,14; 27,29) con il termine gonypetein. Partiamo da Mc 1,40. Un lebbroso va da Gesù e gli chiede aiuto; si getta ai suoi piedi e gli dice: «Se tu vuoi, puoi guarirmi». Qui è difficile valutare la portata di questo gesto. Non si tratta sicuramente di un vero atto di adorazione, ma di una preghiera espressa con fervore, anche con il corpo, in cui le parole manifestano una fiducia nella potenza di Gesù che va al di là della dimensione puramente umana. È diverso il caso dell’espressione classica dell’adorazione in ginocchio – proskynein.

Scelgo ancora una volta due esempi per chiarire la questione che si pone al traduttore. Anzitutto la storia di Gesù che, dopo la moltiplicazione dei pani, sosta sulla montagna, in colloquio con il Padre, mentre i discepoli lottano invano sul mare con il vento e le onde. Gesù va verso di loro sulle acque; Pietro gli si affretta incontro, ma impaurito, sprofonda nelle acque e viene salvato dal Signore. Gesù, allora, sale sulla barca e il vento si placa. Il testo, poi, prosegue: ma i discepoli sulla barca «gli si prostrarono davanti» e dissero: «veramente tu sei il Figlio di Dio!» (Mt 14,33). Precedenti traduzioni scrivevano: i discepoli adorarono Gesù sulla barca e dissero... Ambedue le traduzioni sono giuste, ambedue mettono in rilievo un aspetto di ciò che accade: quelle recenti l’espressione corporale, quelle più antiche l’avveni[185]mento interiore. Difatti, dalla struttura del racconto si desume con estrema chiarezza che il gesto di riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio è adorazione.

Anche nel Vangelo di Giovanni incontriamo una simile problematica, nel racconto della guarigione del cieco nato. Questa storia, costruita teo-drammaticamente, si conclude in un dialogo tra Gesù e la persona sanata, che può essere considerato il prototipo del dialogo di conversione; inoltre, l’intera storia deve essere intesa come una spiegazione interiore dell’importanza esistenziale e teologica del battesimo. In questo dialogo Gesù aveva chiesto all’uomo se credeva nel figlio dell’Uomo. Alla domanda del cieco nato: «Chi è, Signore?» e alla risposta di Gesù: «Colui che ti parla», segue la professione di fede: «Io credo, Signore! Ed egli si prostrò davanti a lui» (Gv 9,35-38). Traduzioni precedenti avevano scritto: «ed egli lo adorò». Di fatto, tutta la scena mira all’atto di fede e di adorazione di Gesù, che ne segue: ora non sono aperti solo gli occhi dell’amore, ma anche quelli del cuore. L’uomo è diventato davvero vedente. Per l’interpretazione del testo è importante osservare che nel Vangelo di Giovanni la parola proskynein ricorre undici volte, di cui nove nel dialogo di Gesù con la Samaritana, presso il pozzo di Giacobbe (Gv 4,19-24). Questa conversazione è tutta dedicata al tema dell’adorazione ed è fuori discussione che qui, come del resto in tutto il Vangelo di Giovanni, la parola ha sempre il significato di «adorare». Anche questo dialogo si conclude comunque – come quello con il cieco sanato – con l'autorivelazione di Gesù: «Sono io, che ti parlo».

Mi sono trattenuto a lungo su questo testo perché in esso compare qualcosa di importante. Nei due passi qui approfonditi 
il significato spirituale e quello corporeo della parola proskynein non sono affatto separa[186]bili.

II gesto corporale è, come tale, portatore di un senso spirituale – quello, appunto, dell’adorazione, senza del quale esso resterebbe privo di significato – mentre, a sua volta, il gesto spirituale, per sua stessa natura, in forza dell’unità fisico-spirituale della persona umana, deve esprimersi necessariamente nel gesto corporale. Ambedue gli aspetti sono integrati in una sola parola perché si richiamano intimamente l’un l’altro.

Quando l’inginocchiarsi diventa pura esteriorità, semplice atto corporeo, diventa privo di senso; ma anche quando si riduce l’adorazione alla sola dimensione spirituale senza incarnazione, l’atto dell’adorazione svanisce, perché la pura spiritualità non esprime l’essenza dell’uomo. L’adorazione è uno di quegli atti fondamentali che riguardano l’uomo tutto intero. Per questo il piegare le ginocchia alla presenza del Dio vivo è irrinunciabile.

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Con ciò siamo già arrivati 
al tipico atteggiamento dell’inginocchiarsi su uno o su ambedue i ginocchi. Nell’Antico Testamento ebraico alla parola berek (ginocchio) corrisponde il verbo barak, inginocchiarsi.

Le ginocchia erano per gli ebrei un simbolo di forza; il piegarsi delle ginocchia è quindi il piegarsi della nostra forza davanti al Dio vivente, riconoscimento che tutto ciò che noi siamo, lo abbiamo da Lui. Questo gesto appare in importanti passi dell’Antico Testamento come espressione di adorazione. In occasione della consacrazione del tempio, Salomone «si inginocchiò davanti a tutta l’assemblea di Israele» (2Cr 6,3). Dopo l'esilio, nella situazione di bisogno in cui venne a trovarsi Israele dopo il ritorno in patria, Esdra ripete lo stesso gesto all’ora del sacrificio della sera: «Poi caddi in ginocchio e stesi le mani al mio Signore e pregai il Signore, mio Dio» (Esdra 9,5). Il grande salmo della Passione («Mio Dio, mio Dio perché mi hai abban[187]donato») si conclude con la promessa: «Davanti a Lui si piegheranno tutti i potenti della terra, davanti a Lui si prostreranno quanti dormono sotto terra» (Sal 22,30). Rifletteremo sul passo affine di Is 45,23 in contesto neotestamentario. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano della preghiera in ginocchio di san Pietro (9,40), di san Paolo (20,36) e di tutta la comunità cristiana (21,5).

Particolarmente importante per la nostra questione è il racconto del martirio di santo Stefano. Il primo martire cristiano viene presentato nella sua sofferenza come perfetta imitazione di Cristo, la cui passione si ripete nel martirio del testimone fin nei particolari. Stefano, in ginocchio, fa così sua la preghiera del Cristo crocifisso: «Signore non imputare loro questo peccato» (At 7,60). Ricordiamo in proposito che Luca, a differenza di Matteo e di Marco, aveva parlato della preghiera in ginocchio del Signore sul monte degli Ulivi e osserviamo, quindi, che Luca vuole che l’inginocchiarsi del protomartire sia inteso come un entrare nella preghiera di Gesù.

L’inginocchiarsi non è solo un gesto cristiano, è un gesto cristologico. Il passo più importante sulla teologia dell’inginocchiarsi è e resta per me il grande inno cristologico di Fil 2,6-11. In questo inno prepaolino ascoltiamo e vediamo la preghiera della Chiesa apostolica e riconosciamo la sua professione di fede; ma sentiamo anche la voce dell’Apostolo, che è entrato in questa preghiera e ce l’ha tramandata; torniamo ancora una volta a percepire la profonda unità interiore di Antico e Nuovo Testamento, così come l’ampiezza cosmica della fede cristiana.
L’inno ci presenta Cristo in contrapposizione al primo Adamo: mentre questi cerca di arrivare alla divinità con le sole sue forze, Cristo non considera come un «tesoro geloso» la divinità, che pure gli è propria, ma si abbassa fino alla morte di croce. Proprio questa umiltà, che viene dall’amore, è il propriamente [188] divino e gli procura il «nome che è al di sopra di tutti i nomi», «perché tutti, in cielo e sulla terra e sotto terra, pieghino le loro ginocchia davanti al nome di Gesù...». L’inno della Chiesa apostolica riprende qui la parola profetica di Isaia 45,23: «Lo giuro su me stesso dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio...».

Nella compenetrazione di Antico e Nuovo Testamento è chiaro che Gesù, proprio in quanto è il Crocifisso, porta il «nome che è al di sopra di tutti i nomi» – il nome dell’Altissimo – ed è Egli stesso di natura divina. Per mezzo di Lui, il Crocifisso, si compie la profezia dell’Antico Testamento: tutti si pongono in ginocchio davanti a Gesù, Colui che è asceso, e si piegano così davanti all’unico vero Dio, al di sopra di tutti gli dei.

La croce è divenuta il segno universale della presenza di Dio, e tutto ciò che noi abbiamo finora udito sulla croce storica e cosmica, deve trovare qui il suo vero senso. La liturgia cristiana è proprio per questo liturgia cosmica, per il fatto che essa piega le ginocchia davanti al Signore crocifisso e innalzato. È questo il centro della vera «cultura» – la cultura della verità. Il gesto umile con cui noi cadiamo ai piedi del Signore, ci colloca sulla vera via della vita, in armonia con tutto il cosmo.

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Si potrebbe aggiungere ancora molto, come, per esempio, la commovente storia che ci racconta Eusebio di Cesarea nella sua storia ecclesiastica, riprendendo una tradizione che risale a Egesippo (II secolo), secondo cui Giacomo, il «fratello del Signore», primo vescovo di Gerusalemme e «capo» della Chiesa giudeo-cristiana, aveva sulle ginocchia una sorta di pelle di cammello per il fatto che stava sempre in ginocchio, adorava Dio e implorava perdono per il suo popolo (II, 23, 6). Oppure il racconto tratto dalle senten[189]ze dei Padri del deserto, secondo cui il diavolo fu costretto da Dio a mostrarsi a un certo abate Apollo, e il suo aspetto era nero, orribile a vedersi, con delle membra spaventosamente magre e, soprattutto, non aveva le ginocchia. L’incapacità a inginocchiarsi appare addirittura come l’essenza stessa del diabolico.

Ma non voglio andare troppo in là. Vorrei aggiungere solo un’osservazione: 
l’espressione con cui Luca descrive l’atto di inginocchiarsi dei cristiani (theis ta gonata) è sconosciuta al greco classico. Si tratta di una parola specificamente cristiana. Con questa osservazione il cerchio si chiude là dove avevamo cominciato le nostre riflessioni. Può forse essere vero che l’inginocchiarsi è estraneo alla cultura moderna – appunto nella misura in cui si tratta di una cultura che si è allontanata dalla fede e che non conosce più colui di fronte al quale inginocchiarsi è il gesto giusto, anzi quello interiormente necessario.

Chi impara a credere, impara a inginocchiarsi; una fede o una liturgia che non conoscano più l’atto di inginocchiarsi, sono ammalate in un punto centrale. Dove questo gesto è andato perduto, dobbiamo nuovamente apprenderlo, così da rimanere con la nostra preghiera nella comunione degli apostoli e dei martiri, nella comunione di tutto il cosmo, nell’unità con Gesù Cristo stesso.[190]

Férmati prima che il tuo piede resti scalzo e la tua gola inaridisca! Ma tu rispondi: “No, è inutile, perché io amo gli stranieri, voglio andare con loro”.

 


LIBRO DEL PROFETA GEREMIA 

Ora il Signore chiede al suo popolo di arrestare la sua corsa verso gli idoli, prima che il suo piede resti scalzo e la sua gola inaridisca per il lungo viaggio.

Il lungo viaggio è quello verso l’esilio. Da Gerusalemme a Babilonia il cammino è lungo. Ogni calzatura si consuma e ogni gola si inaridisce.

Fèrmati prima che il tuo piede resti scalzo e la tua gola inaridisca! Ma tu rispondi: “No, è inutile, perché io amo gli stranieri, voglio andare con loro”.

La risposta di Israele al suo Dio segna il sommo del peccato, oltre il quale mai si potrà giungere. Esso non vuole essere più popolo di Dio, popolo santo.

Vuole essere popolo come gli altri popoli. Vuole essere asina selvatica senza stalla, senza funi, senza legami, senza appartenenze. Vuole essere libero.

L’alleanza del Sinai non gli interessa più. Se questo non è il sommo della perversione e dell’aberrazione, ve ne potrà essere uno più grande?

È il ripudio del Signore ed è anche il ripudio di se stesso come popolo del Signore. Non c’è più salvezza. Israele ha scelto gli altri popoli, sarà di essi.

Così potrà sperimentare la differenza che vi è tra il suo Dio, gli dèi degli altri popoli, la stalla di Dio e le stalle degli dèi stranieri e degli altri popoli.

Vedrà la differenza, si pentirà, si convertirà, chiederà perdono, farà ritorno al suo Dio e Signore. È questo un percorso dolorosissimo di conversione.

Il Signore mai priva l’uomo della sua volontà. Ciò che vuole permette che lo prenda. È questo il suo grande amore: la salvezza dal baratro.

Dio sempre salva dal baratro finché l’uomo non raggiunge l’abisso che è il peccato contro lo Spirito Santo. Da questo peccato non c’è salvezza.

MOVIMENTO APOSTOLICO CATECHESI

PREGHIERA ALLO SPIRITO SANTO


Spirito Santo, fonte di ogni saggezza, illumina la mia comprensione, illumina i miei poteri e i miei sensi, per non cedere alle fallacie dello spirito del male. Avvolgimi nella tua luce, affinché io sia vestito della tua radiosità, e diventi una fiaccola di luce in mezzo alla densa oscurità che copre la terra. Versatevi su di Me, bagnandomi con i vostri carismi e le vostre grazie uniche, per contribuire, come apostolo degli ultimi tempi, alla ricostruzione della mia Chiesa. Accendi il mio cuore con le tue raffiche di fuoco e infiammalo con il tuo Amore e riempilo con la tua presenza perché, a imitazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, adori e lodi la tua grandezza come terza Persona della Santissima Trinità. Amen.

Lasciate che il Mio Santo Spirito, mio Sposo, guidi la vostra esistenza, vi insegni a pregare bene e dategli più tempo, perché il tempo, il vostro tempo, appartiene al nostro Dio, non a voi.

 


Messaggio della Beata Vergine Maria a J. V.


24 novembre 2020

Messaggio UNICO - Rosario mattutino


Secondo Mistero. Parla la Beata Vergine Maria.

Figlioli Miei, sono vostra Madre, la Sempre Vergine Maria. Vi voglio dire, miei piccoli, che è sempre un piacere servire il nostro Dio e Signore. Io, come Sua Serva, come Sua Schiava, ho vissuto in estasi, ho vissuto una vita di grande amore servendo il mio Signore. I Santi vivono anche vita di Amore, di estasi, servendo il nostro Dio e Signore.

Voi vi chiederete come è data questa vita, come arriva a Noi, come possiamo ottenerla e la risposta sarebbe: Condurre una vita in Purezza, cercando la Santità e, soprattutto cercando dentro di voi la Presenza Viva del Nostro Dio e Signore nella Sua Santissima Trinità.

Ricordate queste Parole che si danno per Me: "Il Verbo si fece Carne" e potrei dire: "e dimorò in Me, Sua Madre, la Sempre Vergine Maria". Sulla Terra è venuto attraverso Me, è stata un'estasi Divina dall'Annuncio dell'Angelo, chiedendomi se volevo essere la Madre del Salvatore e, anche se da piccola avevo già una vicinanza immensa con il Nostro Dio, avere il Verbo Incarnandosi in Me, crescendo in Me, era in quei momenti una gioia indescrivibile, era il Cielo sulla Terra, l'Amore Divino crescendo in Me. Oh Immaginate quale gioia, quale gioia! e, soprattutto, il sentirmi non meritevole di tanta grande Grazia. Certamente, sono stata preparata per questo, sono stata creata per portare a termine quella Missione così grande, non è più la Donna che avrebbe avuto il Messia nel Suo Ventre, sono la Donna Creata per essere Ponte tra il Cielo e la Terra.

Davanti alle Parole dell'Angelo rimasi annientata, rimasi totalmente alla mercé del mio Signore, che cosa potevo fare se non ringraziare infinitamente tale compito, l'unico compito così grande che era quello di essere la Madre del Salvatore? E quel compito e l'unico compito, toccava a me! È una gioia immensa che vi voglio condividere, Miei piccoli, e perciò vi do il segreto dell'Amore, che consiste nell'avere quella vita intima e quanto più continua possibile per avere il Nostro Dio interiore, nell'accettare con tutta Umiltà e Obbedienza ciò che Egli voglia fare in Noi. Certamente, Sono la Pura, Sono la Santa, Sono l'Immacolata e con questa Grazia, Sono la Corredentrice. Titoli immensi che si potevano dare ad una sola persona, e Mi è toccato, vostra Madre, la Madre del Salvatore, la Madre del Nostro Dio.

Con questo voglio dirvi, miei piccoli, che tutti voi avete una missione da compiere, che quando la adempiete in totale obbedienza al nostro Dio e soprattutto con gioia, sapendo che si sta servendo il nostro Dio, il nostro Creatore, il nostro Salvatore. Miei piccoli, dovreste avere il dono della vita! Ma più beati se obbedite a ciò che il mio Sposo, lo Spirito Santo, vi indica di fare per servire prontamente i desideri del nostro Dio, per il bene degli uomini.

Avere il dono della vita, Miei piccoli, vi conferisce, certo, un grande impegno, ma non dovete prenderlo con preoccupazione ma con gioia, sapendo che, se siete totalmente sciolti alla Volontà del Nostro Dio e Signore, sarà il mio Sposo, il Santo Spirito d'Amore, colui che vi guiderà e vi aiuterà a svolgere la missione che vi è stata affidata.

Sapete, perché già vi è stato spiegato, che voi non siete soli qui sulla Terra a compiere la vostra missione, avete la guida della Santissima Trinità, avete la Mia Protezione e quella di mio marito sulla Terra, Signor San Giuseppe, avete la protezione dei Santi Angeli Custodi e di tutti gli altri Angeli, Arcangeli, che sono in Cielo; avete la protezione delle preghiere delle Anime del Purgatorio e di quelle dei vostri fratelli sulla terra, avete molta protezione, Ma voi non avete molta preoccupazione nel compiere con il nostro Dio e Signore ciò che vi viene chiesto, e ciò vi fa soffrire come ora state soffrendo, perché non c'è abbastanza preghiera da parte vostra per contrastare la malvagità di satana e quella dei suoi seguaci.

Se voi, in preghiera profonda, amorevole, obbediente, vi uniste al Cielo, facilmente finireste con le potenze maligne, perché non saranno mai più potenti dell'Amore e delle Potenze del Nostro Dio e Signore. Voi state soffrendo perché voi stessi non volete servire debitamente il nostro Dio; gli date soltanto le briciole della vostra vita, non vi date completamente a Lui, non gli date la vostra totale preoccupazione e desiderio di servirlo, semplicemente, non mettete il nostro Dio al primo posto della vostra esistenza.

Purtroppo, satana vi porta ad avere altre preoccupazioni personali a cui date troppa importanza e che non vi aiuteranno ad una crescita spirituale, e così, ancora una volta, la vostra spiritualità, le vostre preghiere, la vostra preoccupazione di servire il nostro Dio, decade in modo drammatico, allora perché vi preoccupate? O piuttosto, perché vi arrabbiate con il nostro Dio perché non vi vanno bene le cose e per i dolori che soffrite, credendo che è Lui che vi comanda tutta questa malvagità che vi circonda e non vi rendete conto che è satana che sta causando tutta questa malvagità? Non vi siete ancora resi conto che con la preghiera, con la vostra vita sacramentale, con la vostra purezza e santità di vita, ponete una fortissima barriera davanti a voi alle potenze di satana e gli impedite di attaccarvi e di condurvi alla sofferenza, come quello che state soffrendo in tutto il mondo. Siete voi a causare il vostro dolore.

Emendate la vostra vita, inginocchiatevi e chiedete perdono, come il nostro Dio e Signore vi ha chiesto, e comincerete a vedere un cambiamento drammatico nella vostra vita, intorno a voi, nella vita dei vostri fratelli, e nel declino della forza di satana intorno a voi. Voi lo potete sconfiggere.

Agite dunque, miei piccoli. Lasciate che il Mio Santo Spirito, mio Sposo, guidi la vostra esistenza, vi insegni a pregare bene e dategli più tempo, perché il tempo, il vostro tempo, appartiene al nostro Dio, non a voi. Date a Lui ciò che è di Lui, e vedrete il cambiamento dentro di voi, nella vostra vita di relazione con il nostro Dio, nella vostra vita di relazione con i vostri fratelli, e andrete trovando la Pace intorno a voi, con tutti coloro che vi circondano, nella vostra casa, nella società, nel mondo. Siate come me, vostra Madre, semplici, umili, servi e schiavi nell'Amore del nostro Dio e Signore.

Grazie, miei piccoli amici.

Il deserto della Giudea - Dove Gesù trascorse 40 giorni di penitenza

 


Gesù trascorse 40 giorni a Yeshimon, che significa "Luogo di desolazione"


Estendendosi dalle montagne della Giudea a est fino al Mar Morto a ovest, il deserto della Giudea comprende gran parte della terra calpestata nei racconti biblici .

Giovanni Battista , che predicava nel deserto della Giudea, si definisce"una voce [che] grida nel deserto",prefigurata da Isaia (Matteo3):

In quel momento apparve Giovanni Battista, che proclamava nel deserto della Giudea: "Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino". Il profeta Isaia si riferiva a lui quando disse: "Una voce grida nel deserto: Preparate la via del Signore, spianate i suoi sentieri".


Dopo essere stato battezzato da Giovanni, Gesù trascorse 40 giorni nella terra desolata del deserto della Giudea , dove vinse le tentazioni di Satana ( Marco 1):

Immediatamente lo Spirito lo condusse nel deserto, dove trascorse quaranta giorni e fu tentato da Satana. Viveva tra le bestie e gli angeli lo servivano.


Il sito web Land of the Bible descrive il terreno del deserto della Giudea come "irregolare", con profondi canyon che i fiumi hanno tagliato attraverso la roccia; alcuni fluiscono tutto l'anno per creare preziose oasi in cui le persone e gli animali possono trovare sollievo dall'ambiente faticoso , mentre altri sono rimasti a secco da tempo, lasciando diversi wadi da esplorare. Poiché le montagne e le formazioni rocciose sono per lo più costituite da arenaria, il paesaggio cambia costantemente a causa dell'erosione del vento e dell'acqua.



Da una prospettiva storica, esplorare il deserto della Giudea ci avvicina agli antenati della nostra fede cattolica. Molti insediamenti biblici si trovano all'interno e alla periferia del deserto della Giudea . Gerusalemme, ad esempio, si trova all'estremità occidentale del deserto, mentre il Mar Morto (l'elevazione più bassa del mondo a 430 metri sotto il livello del mare) è dove il deserto termina nella sua parte orientale, con il fiume Giordano.

All'interno del deserto della Giudea si trovano le città bibliche di Betlemme , Gerico ed Hebron , solo per citarne alcune. Nel deserto della Giudea si trovano anche le Grotte di Qumran , dove furono scoperti i Rotoli del Mar Morto a metà del XX secolo , così come diversi monasteri paleocristiani, alcuni dei quali sono ancora attivi.


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Ci sono una varietà di siti archeologici all'interno del deserto, comprese le fortezze di Masada e Horkenya.

Primero scristianos

Il beato Francisco Palau - Un profeta di ieri, per oggi, domani e per la fine del mondo

 


La rete globale di intercomunicazione e la folle marcia del mondo accelerano l'avvento dell'Anticristo

Il Beato Palau vide la Rivoluzione avanzare come un bolide incontrollato, impedito di fermarsi:

“L'impero del male ha preso velocità, e corre tanto più veloce quanto maggiore è il crimine che grava su di lui, ed è diventato impossibile fermarlo.

“Nella sua corsa rompe, frantuma, distrugge, si sbriciola, supera tutti gli ostacoli a cui ci opponiamo per farlo ritirare.

"Progresso! Inoltrare! Progresso! I suoi conducenti gridano "(" Faraón y el Anticristo ", El Ermitaño, Nº 77, 28-4-1870).


B. Palau non aveva illusioni. Se il mondo intriso di orgoglio e sensualità non si convertisse, la catastrofe prefigurata dal disastro ferroviario di Gerona diventerebbe una realtà sorprendente.

Quando sarebbe successo?

Non ha fissato date, ma ha anticipato alcuni segnali. Tra questi, la reazione degli uomini quando il disastro era imminente:

“Mentre la società umana si avvicina al cataclisma, proverà convulsioni, orribili trambusti, avrà un sentimento sicuro, che annuncerà la sua sfortuna.

“Dirà con voce bassa, sorda ma forte: Stiamo andando male! (...) Dietro a! Alto! Ferma il treno!

“Griderà ai conducenti di tutta la società, con voce roca e tonante: Forte !!! Mi sono perso! Sdraiati, conducenti, calpesta la frenesia! Guai a me! Mi sono perso!

“E gli autisti sosterranno con tono arrogante: No! Accidenti a te, vieni con noi all'inferno: ti formiamo a immagine dei vizi che questa punizione merita (...)

"Il fuoco vorace della tua lussuria è ciò che produce nella macchina il vapore delle tue dottrine empie, oscene, impure, blasfeme, e quel vapore, che respiri tu stesso, quel fiato sporco è il motore che dà impulso a tutto il treno dove hai su. Scendi, dannata corsa, con me nell'abisso! " ("¡Horrible Catastrophe!", El Ermitaño, Nº 40, 5-8-1869).
La rete globale di intercomunicazione: condizione per il regno dell'Anticristo

Mentre l'umanità - sosteneva B. Palau - è sommersa dal caos, sentirà i brividi e sarà in grado di resistere al passaggio finale.

Quando il caos sembrerà totale, la rivoluzione avrà raggiunto l'apice. Tuttavia, allo stesso tempo, l'orrore che provocherà genererà le condizioni massime per la sua rovina.

Prevedendo questo dilemma mortale, l'intelligenza trainante della Rivoluzione avrebbe preparato una trappola: sollevare uno pseudo salvatore o uno pseudo profeta.

Questo sembrerebbe "miracolosamente", proponendosi come unica opzione per evitare il caos. In cambio di un miraggio dell'ordine, avrebbe chiesto la resa della sua volontà alla sua influenza personale.

Le reti di comunicazione si irradieranno ai desideri mondialidello pseudo salvatore. Manipolerebbe prospettive ingannevoli di pace e prosperità e suggerirebbe fortemente agli ultimi credenti di cessare la resistenza alla Rivoluzione, invitandoli ad adorare il suo idolo.

In pratica, un tale potere fermerebbe il regno della Rivoluzione, che rischierebbe di crollare.

L'imperatore Napoleone I, che diffuse le dottrine e rovesciò le monarchie, come aveva sperato la Rivoluzione francese, era una prefigurazione di tale manovra.

Secondo i beati, c'erano quasi tutte le premesse perché la Rivoluzione raggiungesse questo sinistro obiettivo: una dittatura universale e l'adorazione collettiva dei più contrari a Cristo che sarà nella storia.

Tuttavia, nel secolo benedetto, il XIX, i progressi nelle comunicazioni e nei trasporti necessari per consentire una connessione così istantanea e globale che solo un'entità - sia essa un uomo o un'organizzazione senza volto - poteva comandare il pianeta con l'ascendenza di una guida universale suprema.


“Le ferrovie e i cavi elettrici - ha spiegato p. Palau - hanno avvicinato i popoli, (...) così che oggi un solo uomo può governare e dirigere tutta la società umana più facilmente di prima che facesse un re una nazione.

“Quando le nazioni si avvicineranno le une alle altre, il sindacato svolgerà tutti i programmi tra di loro, sia in politica che in religione.

“E lo shock nel mondo delle idee e della morale sarà come quello dei treni che si scontrano da direzioni opposte e provocano un'orribile esplosione.

“Se la stampa, la litografia e altri media sono liberi e facili, si creerà una confusione di dottrine, che possiamo affermare senza timore di essere negata, che la società umana ha raggiunto la mezzanotte nel momento in cui è stata scoperta vapore ed elettricità.

“La confusione di idee nelle intelligenze ha portato alla rivoluzione in tutti i paesi. Sulla rovina delle monarchie, sorgono le repubbliche, (...)

“ogni nazione percepisce nel suo seno orribili sconvolgimenti, causati da programmi di governo che si distruggono a vicenda.

“Un re non può fidarsi della parola di un altro re e, guardandosi l'un l'altro i nemici, si armano fino ai denti, escogitando nuove macchine della morte.

“Per evitare un conflitto, vengono convocati congressi europei, che non vengono compresi né concordati, e nascono dal disaccordo e ognuno fa preparativi di guerra che rovinano la nazione per se stessi.

“E questa rovina è la miseria del paese. Il Paese è in rivolta e in questa situazione la società umana va di male in peggio. (...)

“Qui hai tutto ciò che dovrebbe precedere la creazione di un impero universale nel mondo.

"L'avvento di un imperatore al trono che riduce tutte le nazioni del globo a una, ea tutti i programmi politici e religiosi che ora ci dividono, sarà il punto finale di tutte queste rivoluzioni che agitano orribilmente i popoli e li sguazzano per il terra come serpenti feriti a morte.

“Un Dio, un re, una religione: questo è il programma che, inciso sulle bandiere imperiali, un giorno riempirà di stupore il mondo intero, e il giorno dopo ti darà pace e prosperità.

“Quel giorno è così vicino, quanto ci sentiamo vicini alla dissoluzione sociale universale in tutte le direzioni e in tutte le parti del corpo sociale” (“La cuestión del Oriente: un imperio universal”, El Ermitaño, Nº 11, 14-1- 1869).

A volte, B. Palau descrive il regime illusorio e ingannevole della Rivoluzione come un "impero".

Mira quindi a caratterizzare il suo profilo dittatoriale.

Ma altre volte la definisce come una repubblica federale universale, per sottolineare la nota di rifiuto a ogni forma di autorità e di legittima disuguaglianza.

La contraddittoria coesistenza dell'odioso assolutismo con il radicale spirito libertario è intrinseca alla Rivoluzione.

Questa contraddizione è una delle caratteristiche della tirannia capricciosa e spietata di Satana sul caos dell'eterna notte infernale.

Con una mano insegue il bene e con l'altra favorisce il male.

Esempi possono essere visti al culmine delle rivoluzioni: nell'anabattesimo di Münster, nel Terrore durante la Rivoluzione francese o negli stermini di massa del regime stalinista nell'ex URSS.

Luis Dufaur

SIGILLO DEL DIO VIVENTE


 


 

Piango nel vedere questo mondo così pieno di falsità e ogni sorta di ingiustizia. - Il mondo sarà severamente punito a causa delle dimensioni del peccato che si accumula fino al Cielo.

 


Messaggio di Nostra Signora Madre Protettrice degli Afflitti alla Vergine Sovrana



10 dicembre 2020

"Cari figli,

Ecco il Servo del Signore!

Piango nel vedere questo mondo così pieno di falsità e ogni sorta di ingiustizia contro il mio amato Figlio Gesù! Il mondo sarà severamente punito a causa delle dimensioni del peccato che si accumula fino al Cielo. Grido su questo luogo per chiedere agli uomini di avere compassione nei loro cuori e di provare a vivere gli insegnamenti di Mio Figlio Gesù. Voglio salvare gli uomini dal sentiero del destino e portare tutti in paradiso, da dove vengo, per parlare a tutti del potere di Dio. Le mie lacrime prevedono che la povera umanità entrerà in una grande metamorfosi. Il mio cuore è pieno delle tue richieste e la mia richiesta per te è unica: CLEMENCE!

Convertiti e prega che la misericordia di Dio sia riversata nel mondo in cui vivi. Sono rattristato dalla perdita di così tanti dei miei figli in giro per la Terra. Con le mie lacrime mostro l'orrore dei tuoi peccati. Convertire!

Che Dio ti benedica e ti conceda la sua pace!

Ti amo! Tutti rimangono nel nome della Santissima Trinità ".

SULLA PREGHIERA

 


La meditazione discorsiva e la meditazione affettiva


Vantaggi e svantaggi della meditazione affettiva 


Vantaggi 

Il vantaggio principale è un ’unione più intima e più abituale a Dio. Gli affetti nascono dall’amore per Dio, e poi lo perfezionano, poiché le virtù crescono per mezzo della ripetizione degli stessi atti. Come dice san Bonaventura: ‘La maniera migliore di conoscere Dio è di sperimentare la dolcezza del Suo amore’. Questo modo di conoscenza è molto più eccellente, nobile, e dilettevole che la ricerca per via di ragionamento. 

Aumentando la Carità, l’orazione perfeziona la conformità alla Volontà di Dio, il desiderio della gloria di Dio e della salvezza delle anime, l’amore del silenzio e del raccoglimento, il desiderio della Santa Comunione frequente. Perfeziona altrettanto lo spirito di sacrificio, perché non ci si può unire al Divin Crocifisso né a Dio Stesso se non nella misura in cui si rinunzia a sé stessi e ai propri agi, al fine di portare la propria croce senza cedimento, e di accettare tutte le prove che ci può inviare la Divina Provvidenza. 

Un altro vantaggio è la consolazione spirituale. Infatti non c’è una gioia più pura né più dolce di quella che si trova in compagnia di un amico; e siccome il Signore Gesù è il più tenero e il più generoso degli amici, si gusta nella Sua Presenza qualcosa delle gioie del cielo: esse cum Jesu dulcis paradisus. 

Infine la meditazione affettiva è più semplice e più riposante che la meditazione discorsiva, e in questo modo forma un ponte tra la meditazione discorsiva e la contemplazione acquisita. 

 

Svantaggi 

Ci sono tre svantaggi eventuali, o pericoli, nella meditazione affettiva.  

Il primo è la violenza che un’anima può fare a sé stessa nel produrre slanci di amore. Potrebbe esserci una conseguenza malsana se la sensualità si mescolasse con l’amore verso Dio. In un tale caso l’anima deve capire che l’amore vero verso Dio consiste più nella volontà che nella sensibilità, come abbiamo già detto, e che la generosità di questo amore non si trova negli slanci violenti, ma nella determinazione calma e posata di non rifiutare niente a Dio. Gli affetti devono divenire spirituali e calmi per essere messi al servizio della volontà. In questo modo si gusterà una pace che sorpassa ogni sentimento. 

Il secondo pericolo è l’orgoglio e la presunzione. La persona che cade in questi peccati durante l’orazione, non essendo avanzata molto sulla via della perfezione, deve con urgenza tornare alla pratica dell’umiltà e alla sfiducia in sé stessa. 

Il terzo pericolo è la ricerca della consolazione spirituale e la negligenza dei doveri del proprio stato di vita e della pratica delle virtù comuni. Questo accade a coloro che ritengono di essere già perfetti se fanno delle belle orazioni. Di queste persone il Signore disse: ‘Non chiunque dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la Volontà del Padre mio che è nei cieli’.       

*

Concludiamo questo capitolo con una parola sull’atto di unione. Nella meditazione l’anima si eleva alla conoscenza di Dio, nell’affetto si applica all’amore per Lui, ma come deve fare se vuole salire ancora più in alto nell’orazione, se vuole unirsi a Lui più intimamente ed immergersi in Lui completamente? Per fare questo nell’ambito dell’orazione deve riunire le sue due facoltà principali, l’intelligenza e la volontà, nell’atto più puro e distaccato dalla materia che le sia possibile. Questo si fa sia tramite la via dell’affermazione sia tramite la via della negazione.  

La via dell’affermazione consiste nell’attribuire a Dio in grado eminentissimo tutte le perfezioni che noi percepiamo nelle creature; la via della negazione, invece, consiste nel sottrarre a Dio tutte le perfezioni che vediamo nelle creature, di modo che l’anima sia condotta a sprofondare nell’oscurità della Fede e del puro amore.  

Per parte sua, l ’anima vuol staccarsi da tutte le sue imperfezioni, da tutte le creature e da tutto il creato; moltiplica le proteste della sua Carità, ripetendo a Dio che lo vuole amare di un amore sovrano, puro, disinteressato, di un amore eterno ed esclusivo. Questa pratica, che costituisce la cima della meditazione, porta l’anima fino alla porta di ingresso della via mistica: la via unitiva; purifica l’anima dall’attaccamento alle creature, le dà una grande facilità di raccoglimento e la capacità di sviluppare in sé la virtù della discrezione. Se l’anima ha messo in questo atto d’unione tutte le risorse del suo amore, potrà acquistare una purezza tale che, richiamata in quell’istante a Dio, forse non passerebbe neanche per il Purgatorio. Un esempio notevole di questa pratica è l’unione con l’Ostia Divina durante l’Offertorio e l’immolazione assieme a Lei nel corso della Santa Messa. 

Padre Konrad zu Loewenstein