Una mattina –non ricordo tanto bene, credo che erano passati circa tre mesi che continuavo a stare sempre nel letto–, mentre stavo nel solito mio stato, viene il mio dolce Gesù con un aspetto tutto amabile, da giovane dell’età di circa diciotto anni. Oh, quanto era bello, con la sua chioma dorata e tutta inanellata! Pareva che mi inanellava i pensieri, gli affetti, il cuore 91. La sua fronte serena e spaziosa, in cui si rimirava come da dentro un cristallo l’interno della sua mente, scopriva la sua infinita sapienza, la sua pace imperturbabile. Oh, come sentivo rasserenare la mia mente, il mio cuore! Anzi, le mie stesse passioni, innanzi a Gesù, si atterrano e non ardiscono dare la minima molestia. Io credo, [128] non so se sbaglio, che non si può vedere questo Gesù così bello, se non si sta nella calma più profonda, tanto che il minimo alito di disturbo impedisce di ricevere una così bella vista. Ah, sì, al solo vedere la serenità della sua fronte adorabile, è tanta l’infusione di pace che si riceve nell’interno, che credo che non ci sia disastro né guerra più fiera che innanzi a Gesù non si acquieti. O mio tutto e bello Gesù, se per pochi momenti che Vi manifestate in questa vita comunicate tanta pace, in modo che si possono soffrire i più dolorosi martiri, le pene più umilianti, con la più perfetta tranquillità (mi sembra un misto di pace e di dolore), che sarà in Paradiso?
Oh, come sono belli i suoi occhi purissimi, scintillanti di luce! Non è come la luce del sole, che volendo guardarlo offende la nostra vista, no; in Gesù, mentre è luce, si può fissare benissimo lo sguardo e guardare l’interno delle sue pupille, di un colore celeste scuro. Oh, quante cose mi dicevano! È tanta la bellezza dei suoi occhi, [129] che un solo suo sguardo basta a farmi uscire fuori di me stessa e farmi correre dietro di Lui per vie e per monti, per la terra e per il cielo. Basta una sola occhiata per trasformarmi in Lui e sentire scendere in me un certo che di divino.
Chi può dire poi la bellezza del suo volto adorabile? La sua bianca carnagione è pari alla neve, tinta di un colore di rose, le più belle. Nelle sue guance purpuree si scopre la grandezza della sua Persona, con un aspetto maestosissimo, in tutto divino, che incute timore e riverenza ed insieme vi dà tanta confidenza, che, in quanto a me, non ho trovato mai persona alcuna che mi desse almeno un’ombra della confidenza che dà il mio caro Gesù, né genitori, né confessori, né sorelle. Ah, sì, quel volto santo, mentre è così maestoso, è poi così amabile, e quell’amabilità attira tanto, che l’anima non ha il minimo dubbio di essere accolta [130] da Gesù, per quanto brutta e peccatrice si vedesse. Bello pure è il suo naso, che scende in punta finissima, proporzionato al suo sacratissimo volto. Graziosa è la sua bocca, piccola, ma estremamente bella. Le sue labbra finissime, di un colore scarlatto; mentre parla contiene tanta graziosità che è impossibile poterlo dire. È dolce la voce del mio Gesù, è soave, è armoniosa. Mentre parla esce un tale profumo dalla sua bocca, che pare non se ne trovi sulla terra; è penetrante in modo tale che vi penetra tutto e si sente scendere dall’udito al cuore, ed oh, quanti effetti produce! 92 Ma chi può dire tutto? Poi è tanto piacevole che credo che non si possano trovare altri piaceri, quanti se ne possano trovare in una sola parola di Gesù. La voce del mio Gesù è potentissima, è operante, e già nello stesso atto che parla opera [131] ciò che dice. Ah, sì, è bella la sua bocca, ma dimostra più la sua bella grazia nell’atto del suo parlare, mentre si vedono quei denti così nitidi e così ben aggiustati, ed essendo il suo alito d’amore, incendia, saetta e consuma il cuore. Belle sono le sue mani, soffici, bianche, delicatissime, con quelle dita così armoniosamente 93 fatte, e le muove con una maestria tale, che è un incanto.
Oh, quanto sei bello, tutto bello, mio dolce Gesù! Ciò che ho detto è niente della vostra bellezza, anzi, mi pare che ho detto tanti spropositi; ma che vuoi da me? Perdonami; è l’ubbidienza che così vuole; da me non avrei ardito di farne una parola, conoscendo la mia insufficienza.

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