lunedì 17 agosto 2026

VITA DI SAN CARLO BORROMEO

 


Come si affaticò, ed usò molta diligenza circa la celebrazione e conclusione del Concilio di Trento. 


Se egli era tanto diligente e fedele ne' maneggi delle cose spettanti al governo temporale, e ne' carichi che gli imponeva il Sommo Pontefice; molto più si mostrava nel governo spirituale appartenente alla salute delle anime, alla riforma de' costumi, alla disciplina ecclesiastica ed all'estirpazione delle eresie; poiché a queste cose egli era principalmente intento, come che Dio l'avesse chiamato particolarmente per tal effetto, in tempo che la Chiesa ne aveva estremo bisogno. Però ora consigliando il Sommo Pontefice, ora suggerendogli diversi rimedi e provvisioni negli occorrenti bisogni, ed ora aiutandolo nelle risoluzioni già stabilite, fece buonissimi effetti e aiutò a introdurre quella buona riforma descritta da Onofrio Panvinio nella vita di Pio IV, e facilitò anzi finì alcune altre nobilissime imprese, fra le quali una molto gloriosa e sommamente profittevole alla Santa Chiesa ed a tutto il cristianesimo fu la continuazione e conclusione del sacro Concilio di Trento, nella quale si affaticò assai e si fece particolarmente conoscere di molta prudenza, di sommo valore ed infervorato di uno zelo ardentissimo della religione cattolica. Poiché essendosi cominciato il detto Concilio alcuni anni prima sotto il pontificato di Paolo III, per provvedere all'infame eresia di Lutero, di Calvino e di altri scellerati loro seguaci, che allora pullulava ed andava serpendo per molte parti della cristianità, ed essendo stato proseguito da Giulio III, non si poté finire per molti impedimenti che nacquero e per la morte di questi Sommi Pontefici. Però Pio IV, come zelante dell'onore di Dio e della fede cattolica, fece risoluzione di continuare a dar fine a quest'opera tanto importante; essendo a ciò stimolato molto dal cardinale Carlo suo nipote, per ostare a questo pessimo morbo dell'eresia che già aveva fatto progresso grandissimo nelle parti oltramontane della Germania, Inghilterra, Ungheria, Francia ed altre provincie, ed entrata alla scoperta in Italia nelle parti del Piemonte e dei paesi de' Grigioni di qua dai monti. 

Per provvedere adunque il Sommo Pontefice a tanti scandali, - dopo ch'ebbe ben consultata l'importanza di una tanto grande impresa con prelati di molta dottrina e bontà, - convocò i cardinali a concistoro e con loro anche gli ambasciatori de' principi, a' quali ragionò a lungo sopra le miserie delle provincie infette dall'eresia, mostrando il pericolo che sovrastava ancora alle altre a quelle vicine; e che perciò era bisogno celebrare il concilio generale, disegnando egli di continuare e conchiudere il Concilio a Trento cominciato; il che fu da tutti per una bocca approvato. E Sua Santità, per consiglio di Carlo, ordinò solenni processioni, andando ella in persona a' piedi scalzi dalla chiesa di san Pietro in Vaticano fino alla Minerva, accompagnata dal sacro Collegio de' Cardinali, dai duchi di Fiorenza e d'Urbino, che ambedue, come parenti, erano venuti a baciargli i santissimi piedi. Dispensò anche il tesoro di Santa Chiesa, concedendo un Giubileo plenario ed invitando tutti i fedeli a far calde orazioni per questa gravissima causa. Dipoi mandò a Trento cinque cardinali legati a latere per presidenti del concilio in nome suo, tenendo tra essi il primo luogo Giovanni Marone (ma questo dopo la morte del cardinale Ercole Gonzaga), e Lodovico Simonetta, ambedue cardinali milanesi; e vi si congregarono duecento cinquanta vescovi con numero grande d'altri prelati e teologi e con gli ambasciatori de' principi cristiani, dandosi principio con la divina grazia alla continuazione del detto Concilio, la cui prima sessione si celebrò il giorno 18 di gennaio 1562. 

Diede particolar cura Sua Santità di questa grave impresa al nipote Carlo cardinale, volendo che egli vi vigilasse sopra e che tutta la somma del negozio passasse per le sue mani, però i Legati del concilio a lui davano ragguaglio di quanto occorreva, così dei dubbi che si proponevano, come de' pareri diversi circa essi e delle loro decisioni e determinazioni, e di tutte le difficoltà e differenze che vi nascevano, come appare dalle lettere di s. Carlo. Ed egli consultando ogni cosa in una congregazione di diciotto letterati e con esso Sommo Pontefice, dava poi le risposte di commissione di Sua Santità ai Legati, ordinando loro quanto fare dovevano. Ed era tanto grande la vigilanza sua in questa causa, che lasciava ogni altra cosa per attendere alle sue spedizioni; e comandò a' suoi camerieri, che venendo corrieri dal Concilio, fossero subitamente introdotti, benché egli si trovasse in letto da qualsivoglia ora della notte. 

Mostrò in quest'occasione qual fosse la sua costanza e fortezza d'animo; poiché avendo il demonio, nemico perpetuo del bene di Santa Chiesa e della salute delle anime, suscitati diverse volte nella continuazione di questo Concilio dispareri grandi tra i congregati, e vari impedimenti dalla parte de' principi cristiani che pareva impossibile di potervi trovar rimedio, egli non mai si perdé d'animo, né gli mancò la speranza di conseguire il fine di una così utile impresa, benché dai Legati stessi del Concilio gli venisse scritto e significato alle volte, che le difficoltà erano tali che parevano senza rimedio. Anzi egli animava lo Zio, di ciò molto travagliato, lo confortava e lo persuadeva ad andare innanzi, tenendosi come sicuro l'aiuto divino in una causa tanto grave ed importante per la fede cattolica; sicché si andò continuando il Concilio sino alla fine dell'anno 1563, nel qual tempo l'infernale nemico suscitò nuovi rumori ed impedimenti per mezzo di certe persone, che sotto colorate ragioni pensavano fosse bene che per allora si dissolvesse e si differisse in altro tempo. Ed in questo parere vennero eziandio alcuni principi, i quali si mossero a farne molta istanza. I Legati diedero, secondo il solito, minuto ragguaglio a san Carlo di quanto passava, affinché con la sua autorità ed opera egli si opponesse a questo nuovo impedimento (1). 

Nell'istesso tempo cadde in grave infermità il Sommo Pontefice; e benché qualcun altro l'avrebbe forse tenuta celata per particolari interessi, il nostro cardinale, che per nulla aveva ogni umano pensiero, tutto pieno di zelo divino e di un santo desiderio del bene universale della repubblica cristiana, ne diede subitamente avviso a Trento ai Legati del concilio; ordinando loro che senza indugio veruno facessero terminare e conchiudere il Concilio, per ovviare ad ogni sopravventuro pericolo, - così per parte dei narrati accidenti, come per la morte dello Zio se fosse successa, - affinché non restasse impedito il frutto infinito che egli prevedeva dover arrecare il sacrosanto Concilio a benefizio di tutto il cristianesimo. Donde si scorge quanto pura fosse la sua intenzione e meraviglioso lo zelo della riforma di tutta la Chiesa, e quanto gran bene la religione cristiana abbia da lui ricevuto; ed infatti i legati, avuto quest'ordine, attesero con ogni prestezza a ridurre a fine il Concilio, abbreviando il termine prescritto per la nuova sessione, la quale celebrarono in due giorni continuati che furono il terzo e quarto di dicembre. E sebbene restassero alcune cose da stabilirsi, non ne fecero conto, lasciandole all'autorità del Sommo Pontefice, come si legge nell'istesso Concilio. Onde con l'aiuto divino si diè fine a quella gloriosa impresa tante volte incominciata ed interrotta; dalla quale n'è seguita poscia gran riforma nella Chiesa, con estirpazione di molte eresie e l'innovazione della disciplina cristiana ed altri beni assai.

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(1) I vescovi di Lanciano e di Modena, ammirando la costanza di Carlo nel vincere tutti gli ostacoli dissero che molti sarebbero stati insufficienti per tutte quelle fatiche, alle quali bastò il solo Borromeo (Oltrocchi). 


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