domenica 11 ottobre 2026

Le mie colpe

 


L’ultimo di tutti


Con questa meditazione metto piede sul mio terreno, perché il peccato è la sola mia vera proprietà: è l'unica cosa nella quale Dio non c'entra. Si tratta di esplorare con determinazione questa terra desolata che è la mia esistenza piena di peccati, per conoscere con giusto giudizio il mio valore.

Correrò in cerca di attenuanti, nascondendomi dietro il fatto che non sono l'unico peccatore? No, mi metterò alla presenza di Dio e dirò col Salmista: «Contro te solo ho peccato» (Sal 50, 6), senza scusare la mia colpevolezza con quella degli altri.

Del resto qual è il mio posto fra i peccatori? Mi resterà sconosciuto fino all'ultimo giorno. La mia posizione di peccatore non viene stabilita né dal numero, né dall'apparente gravità della trasgressione.

Cercherò più avanti di capire quale atteggiamento impone l'umiltà verso gli altri; per il momento cerco unicamente di ripescare le mie colpe, per rendermi conto di quanto poco valgo e sentirmi ben piccolo di fronte a Dio e alla mia coscienza. Mediterò:

1. la realtà delle mie colpe;

2. il mio abbassamento di valore, di dignità e di ideale.

Tu, o Dio, mi aiuterai a conoscermi veramente e a giudicarmi come tu mi giudichi, senza riduzioni che vorrebbero attenuare la gravità dei miei torti, e senza esagerazioni che non servono a niente.

 

1. La realtà delle mie colpe

Tristissima realtà quella delle mie colpe! Ecco il momento di ripetere davanti a Dio una specie di confessione generale, di fare una sofferta revisione degli atti del mio libero arbitrio.

Sarà bene suddividere la vita passata in periodi successivi e fermarsi in modo particolare sugli elementi emergenti di ciascuno; fare un conto approssimativo almeno delle colpe più gravi. Si potrà fissare l'attenzione sui peccati più umilianti, purché non abbia a soffrirne l'immaginazione.

L'opprimente realtà del mio essere di peccatore sta non solamente nell'esistenza dei miei peccati, ma anche nelle motivazioni che mi hanno indotto a peccare. Perché ho tanto peccato? I veri motivi del peccato, quelli che non si confessano, provocano una vergogna più grande: alcuni sono gretti, altri turpi. In fondo è sempre per soddisfare me stesso che ho peccato.

Perfino nelle buone azioni, dov'era la retta intenzione? Talvolta non furono ispirate dal desiderio e dal bisogno di apparire migliore di quanto sono in realtà? E ancora non sono in grado di assaporare tutta l'amarezza delle mie colpe, se non ne osservo la lunga serie commessa, in mezzo e nonostante le grazie ricevute.

La storia delle mie ingratitudini è assai più obbrobriosa in quanto si intreccia alla storia delle misericordie divine: educazione cristiana, posizione economica-sociale conveniente, formazione spirituale, Messe e Comunioni, doni di pietà, orazioni fervorose, grazie di preservazione, ispirazioni dello Spirito Santo, e altro. Dove sarei finito senza questi aiuti?

Quante assoluzioni ho ricevuto... seguite, ahimè, da quante cadute! Se non avessi fatto assegnamento su di un troppo facile perdono, avrei forse peccato di meno... O Dio, sono confuso dalla bontà della tua Provvidenza così misericordiosa, paziente e perseverante nei miei riguardi, pur tra le mie continue ingratitudini! Quanto ha ragione il Salmista che dice: «Buono e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore... Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Sal 102, 8.10).

Quale dev'essere oggi il mio atteggiamento? Quello del pentimento, certo; ma soprattutto quello dell'umiltà, che ripete con totale confusione: «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50, 5). Le colpe sono state cancellate e forse anche le loro conseguenze; ma il fatto che siano state commesse non sarà cancellato in eterno.

 

2. II mio abbassamento di valore, di dignità e di ideale

L'insieme dei miei peccati a quale livello ha ridotto il valore della mia persona, la sua dignità, il suo ideale? Non sono finiti molto in basso?

1. Del mio valore, della mia forza d'animo, che cosa è rimasto? Quale stima, quale credito posso accordare a me stesso? Ho un qualche diritto ad avere fiducia in me? L'esperienza di me stesso risponde: no!

Chi alterna continuamente colpe, pentimenti, e di nuovo colpe, può dire di sapersi dirigere, di essere padrone di sé? Soccombere per cose da nulla, spesso senza alcuna resistenza, per il solo fatto che, trascorso un po' di tempo, l'abitudine torna all'assalto, significa forse avere il dominio della propria situazione?

Eppure avevo fatto il proposito, mi ero creduto convertito; ed ecco che sono caduto di nuovo! Quale consistenza possiede la mia volontà? Quante volte mi sono detto: Ma sono cose da pazzi! E la ragione, che pur vedeva tanto giustamente, non ha saputo alzare la voce e farsi intendere.

Talvolta un vile istinto ha talmente dominato l'intelligenza che l'ha condotta a fornirgli perfino delle giustificazioni fallaci.

A dire il vero, il mio maestro è stato il male, e non ho né motivo di esserne fiero, né diritto di aver fiducia in me.

2. Dal punto di vista della mia dignità personale, quale diritto ho all'onore? L'onore va di pari passo con la dignità. Ora, la dignità esige che ciascuno si mantenga sempre al proprio livello, senza eccezioni, e sia fedele alla parola data, senza venir meno.

Quante volte, e fino a che punto, ho avvilito la mia dignità di cristiano e forse la mia stessa dignità di uomo? Non ho introdotto nelle facoltà dell'anima, negli atteggiamenti del mio corpo, un germe di corruzione?

Il capriccio, la passione, l'egoismo, l'orgoglio, non hanno spesso soppiantato, come moventi, il nobile amore del bene? Come posso credermi degno di onore?

Ne è forse degno chi vien meno alla parola data? Quante volte ho dato la parola alla mia coscienza, al confessore, a Dio! Un solo caso di questi basterebbe a disonorare un uomo di mondo; e le mie defezioni sono tante che mi è impossibile contarle. Che dire poi se il mancare di parola fosse diventato abitudine, compagno di cammino dell'intera mia esistenza?

In verità ho perduto tutta la mia dignità personale. Quale onore posso pretendere?

3. Quanto al mio ideale, dove mi trovo? L'ideale era quella storia della mia vita scritta dalla bontà di Dio; era la serie graduale dei doni che dovevano essermi offerti se fossi stato fedele; era la mia persona in continuo progresso, quel mio destino che di giorno in giorno si ammantava di bellezza.

Di fronte a questo ideale, dove sono finito? Grazie sperperate, propositi messi in un canto, cedimenti da ogni parte. Ad ogni perdono, quel disegno veniva ripreso dalla Misericordia, ma su basi meno larghe, e alla fine sfigurato dal continuo venir meno. Vedo Dio che lavora senza posa a ricostruirlo; e vedo me che, purtroppo, lavoro con accanita ostinazione per guastarlo.

L'ideale realizzato sarebbe stato la bellezza, la nobiltà di tutta la mia persona. Che cosa ne ho fatto e che cosa sono diventato? Bruttezza, bassezza, contraddizione da ogni parte. Poco alla volta l'azione di Dio in me è diminuita, la sua immagine impallidita, la sua gioia spenta. Non posso cercare scampo che nella confusione, nell'accusa, nel pentimento. L'unico mio rifugio sta nella più sincera umiltà.

O Dio di bontà, tu non sapresti percuotere chi si umilia con la fronte a terra. O Dio di pietà, ti intenerisci del peccatore che confessa le sue debolezze come del mendicante che mostra i suoi poveri stracci, perché riconosci in lui, anche se deturpati, i lineamenti visibili di Gesù, tuo Figlio amatissimo. Lascerai che il suo sangue in me si corrompa? Non avrai compassione della sua gloria? Quanto pura e grande sarà se, dall'essere miserabile che sono, tu farai uscire una creatura nuova, retta, forte, generosa... ma soprattutto veramente umile.

Allontana per l'avvenire ogni colpa, mio Dio, e non lasciarmi altro che il sentimento acuto della mia miseria: mi accompagni in ogni progresso spirituale e in ogni felice realizzazione del mio zelo, affinché stimoli incessantemente la riconoscenza, il desiderio di riparazione e di amore, frutto divino della tua misericordia e gioia deliziosa del mio pentimento.

Leopold Beaudenom


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