martedì 26 novembre 2019

VOGLIA DI PARADISO



Cristo è la luce

Alla vita si collega la luce.
Cristo è la luce vera: la luce che allontana le tenebre, che vince l'errore, che smaschera l'ipocrisia, che scaccia il peccato.
La luce rischiara e illumina il mondo, ma ogni luce terrena può scacciare l'oscurità solo temporaneamente e parzialmente.
E anche quando è piena e splendente, come nel sole, non può concedere alla persona umana quel fulgore di cui ha bisogno per comprendere se stessa, e per percorrere le vie dello spirito e del cuore.
Per soddisfare queste aspirazioni occorre un sole diverso da quello visibile, c'è bisogno di una luce che faccia conoscere le verità che sono al di fuori e al di sopra della realtà terrena, che è troppo parziale e relativa.
Solo Cristo può dare questa luce!
Solo Lui, che viene dal profondo della vita trinitaria può trasmettere la Verità di Dio, e con autorità divina. Il credente unito a Cristo nella sua vita terrena è già un illuminato da Lui, ma nella vita beata comprenderà pienamente tutta la Verità, immergendosi nella luce essenziale che è Dio, visto a faccia a faccia! In Paradiso si adempirà ciò che Paolo scriveva ai Corinzi: «Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina, che rifulge sul volto di Cristo». 

Don Novello Pederzini

LE GRANDEZZE DI MARIA



ECCE ANCILLA DOMINI. - FIAT MIHI SECUNDUM VERBUM TUUM.

In argomenti così sublimi vi è più da riflettere che da dire, e v'è più da ammirare che da riflettere. Tuttavia se alla nostra infanzia nelle cose divine è lecito parlarne benché balbettando, possiamo dire che ciò che esponiamo [56] è qualche cosa delle grandezze e dei favori che si verificano nella Vergine quando proferisce quelle ultime parole del sacro colloquio con l'Angelo; donde il caso che dobbiamo fare di quelle divine parole considerate in generale.

Che se le consideriamo in particolare, se scrutiamo minutamente quell'umile, santa e feconda risposta della Vergine santissima, vedremo che contiene due parti e due movimenti nella grazia ben differenti.

La prima dice: Ecce ancilla Domini; la seconda: Fiat mihi secundum verbum tuum (Luc., I, 38). Con la prima l'umile Vergine scende nel mondo del suo essere, nella sua servitù, nel suo nulla: Ecce ancilla Domini - perché nella semplice condizione dell'essere umano, la luce della Vergine non vede altro che il nulla e la servitù.

Con la seconda la Vergine innalza i suoi desideri: ed il movimento dell'anima sua verso il suo Dio, e ciò che è ammirabile, per esserne la Madre, aspirazione che non vi fu mai, né mai vi sarà fuorché in Lei.

Questi due movimenti sembrano contrari: l'uno infatti abbassa, l'altro eleva, ed eleva ad un'altezza oltremodo sublime; l'uno separa e l'altro unisce e unisce a Dio medesimo in una affinità oltremodo stretta ed insigne; ma convengono allo stato di questo mistero.

Questi, due movimenti sono mirabilmente congiunti in un mistero che abbassa sin nel nulla dell'essere umano Colui che è la gloria e la potenza del Padre, e congiunge Dio con la creatura in unità di una persona così grande.

Come dunque Dio si abbassa nel nulla per incarnarsi, così quella creatura che deve concepirlo si abbassa sin nel nulla dell'essere creato onde ricevere ed adorare il suo Signore. È come Dio si unisce e si incorpora con la nostra umanità, così la Vergine, dopo questo umile movimento del suo spirito, viene elevata dallo spirito di Dio all'aspirazione ed al desiderio di essere Madre di Colui che vuole [57] abbassarsi ed incarnarsi in Lei. Desiderio tutto nuovo che incomincia con quelle parole, perché non è mai entrato nella mente e nel cuore della Vergine; desiderio sublime, impresso nel fondo dell'anima di Maria dalla mano medesima dell'Onnipotente che vuole operare questo mistero i desiderio santo, puro e divino, perché tende, a dare in Lei una vita nuova al Santo dei santi i desiderio con cui Maria nel suo cuore, nel suo corpo e nell'anima sua, tutta si abbandona nelle mani del suo Dio per concepirne il Figlio dandogli una parte della sua sostanza. Per la viva impressione di questo desiderio, per l'infusione di questa luce, Maria proferisce questa parola di così grande efficacia:

Fiat mihi secundum verbum tuum!

Un Fiat ha dato principio al mondo: questo Fiat dà principio all'Autore del mondo. 29

Una parola ha fatto questo universo i questa parola di Maria forma nell'universo un altro universo e costituisce in mezzo a questo mondo un nuovo mondo, un mondo di meraviglie, un cielo su la terra, una terra in cielo, una natura creata in un essere increato.

La Vergine, nel proferire quelle parole, è l'Oriente dove nascono queste meraviglie; Dio l'ha innalzata fra tutte le creature al disopra di tutte, ora la innalza al disopra di Lei medesima, e la stabilisce in uno stato insigne, in una condizione stupenda.

Chi è con Lei non è già l'Angelo, ma il Dio dell’Angelo, e l'Angelo medesimo ce ne avverte dapprincipio quando dice: Il Signore è con Voi. Il Signore è con Lei nell'attesa che sia in Lei, come subito diremo. Ma ora Dio è in Lei per agire in Lei, per innalzarla al disopra di tutto quanto è creato, associarla a sé medesimo e prepararla all'Opera più insigne fra tutte; sola, infatti, fra tutte le creature Maria è eletta e destinata a servire a Dio nella [58] più grande operazione dell'Onnipotente fuori di sé medesimo, cioè nell'Incarnazione del Verbo; Ella deve prestare a Dio il suo servizio in un ministero così elevato e degno come quello di Madre, e si avvicina il momento in cui la Vergine avrà parte a questa grande e singolare operazione! Oh grandezza! Oh meraviglia!

CARD. PIETRO DE BÉRULLE

Le grandezze di Gesù



Invocazione a Gesù Cristo

È la necessità delle circostanze, o Gesù, mio Signore, Figlio unico di Dio, Figlio unico di Maria, che mi obbliga e questa pubblicazione. Mi spinge inoltre il consiglio di persone, le quali onorando le vostre grandezze e i vostri misteri, vogliono appartenervi per sempre con un omaggio particolare; persone delle quali debbo dirvi come S. Agostino: Hi sunt servi tui Fratres mei quos Filios tuos esse voluisti Dominos meos, quibus jussisti ut serviam si volo tecum de te vivere. Sono vostri servi, e in questa qualità miei fratelli. Voi avete voluto che fossero i vostri Figli, e in questa qualità sono i miei Maestri, e mi avete comandato di servirli se voglio vivere di Voi con Voi.
Perdonatemi dunque, Sovrano Signore degli uomini e degli Angeli, se dietro il loro ordine e per tale occasione rompo il silenzio ed ardisco parlare di Voi, di Voi che siete la Sapienza adorabile, la Parola ineffabile, lo Splendore ammirabile dell’Eterno Padre, e il suo Verbo divino per il quale Egli parla a se stesso ed alle sue creature. Degnatevi pertanto di accettare questo dono, benché vi sia offerto da una mano sì indegna e da uno spirito così debole nel pubblicare le vostre grandezze e le vostre lodi.
Permettetemi pure, o Signore, di rivolgervi le parole del Dottore più umile e più dotto, più santo e più prudente, più modesto e più pio, che abbiate dato alla terra ed alla vostra Chiesa. Con le parole elevate, sante e divine ch’egli scriveva al termine di una delle sue opere1, vi dirò al principio di questa mia:
«Dio Signore, mio Dio, mia unica Speranza, esauditemi, affinché, per la stanchezza delle noie di questa vita, io non rifiuti di cercarvi. Voglio cercare la vostra faccia, e cercarla sempre con vivo ardore. Voi che mi avete dato la grazia di trovarvi e la speranza di trovarvi sempre più, datemi pure le forze necessarie per cercarvi sempre. Voi vedete la mia costanza e insieme la mia fragilità, conservatemi la prima e sorreggete l’altra; vedete la mia scienza e la mia ignoranza: dove mi avete aperto la porta, accoglietemi perché possa entrare; dove me la tenete chiusa, degnatevi di aprirla alla mia umile supplica. Ch’io vi tenga sempre presente alla mia memoria, vi conosca e vi ami: accrescete in me questi doni, affinché mi rendiate perfetto. Noi ci perdiamo in molte parole, ma non raggiungiamo lo scopo cui miriamo; Voi stesso, o Signore, siete il colmo e il compimento perfetto dei nostri discorsi. Quando arriveremo a Voi, allora avrà fine la molteplicità delle nostre sterili parole, e Voi solo resterete tutto in tutti, e senza fine diremo tutti una cosa sola, lodandovi nella unità; e in Voi saremo pure tutti raccolti nella unità, in perfetta unanimità.
O Signore mio Dio, ciò che dirò di Voi, se viene da Voi, approvatelo e l’approvino pure i vostri fedeli; e se in questi miei discorsi qualche cosa si trovi che venga da me e non da Voi, scusatelo Voi stesso e lo scusino i vostri fedeli.

Card. Pietro de Bérulle

TESORI DI RACCONTI



Il povero Giacomo.  

Alla porta di una chiesa di Parigi veniva da molti anni a sedere un vecchio conosciuto sotto il nome di Giacomo, che, mesto e melanconico in volto, chiedeva la limosina ai fedeli che entravano. Un giovane e ricco prete, che celebrava ogni mattina la Messa in quella chiesa, non mancava mai di dargli un po' di sussidio, ed un giorno nell'entrare, non vedendo il suo Giacomo, domandò dove abitasse. Saputolo, si recò ad un meschino casolare non lungi da quella chiesa, batté alla porta, ed una fioca voce rispose: “Avanti»! Il mendico era disteso sopra un pessimo letto col volto pallido, coll’occhio semispento .... Oh! come è buono gli disse il vecchio al vederlo, io non merito visite. - Perché no? Non sapete che è un'opera di misericordia il visitare gli infermi? E poi non ci conosciamo da un pezzo?  

- Ci conosciamo! Ah no, voi non mi conoscete bene, altrimenti ... - E perché? - 
Se mi conosceste, non mi guardereste nemmeno perché sono maledetto da Dio! - Per carità non mi dite simili spropositi: voi maledetto da Dio! Ma perché? 
- Sì, perché ho fatto troppo male! - Confessatevi, e Dio vi perdonerà.  

- Questo è impossibile. - Impossibile? non vi pentite delle vostre colpe? - Ah se mi pento! e piango da ben trent'anni, ma pure non posso avere pace ... 
Sentite: io ero al servizio di una ricca famiglia, quando scoppiò la sì famosa rivoluzione qua in Francia. I miei padroni erano eccellenti, il Conte, la Contessa, il figlio, le due figlie tutti buoni ... ed io li ho traditi ... Si erano nascosti per salvarsi dal furore dei rivoluzionari: io sapeva il luogo e li denunciai per avere le loro sostanze. Miserabile! quegli infelici furono tutti condannati a morte. Io li vidi mettere tutti sul carro, vidi cadere troncate le loro teste .... il solo Contino, perché ancor ragazzetto, fu risparmiato, ma chi sa più che sarà avvenuto di lui!  

– Come si chiamava quel figlio? interrogò il sacerdote, e l’infermo, mettendo un profondo sospiro, rispose:  

- Aveva nome Paolino. Poveretto! mi pare ancor di vederlo con quei capelli biondi piangere e strillare quando fu diviso dai genitori e dalle sorelle ....  

- Mentre il vecchio parlava, il sacerdote inginocchiato accanto al letto si sentiva assalito da forte tremito e lagrimava. Quando si alzò, era pallido come la morte, la sua vece tremava, le mani stringevano convulse la destra del vecchio.  

- Avete ancora, gli domandò, qualche memoria dei vostri padroni?  

- Se ne ho? Quel Crocifisso che pende dal muro era quello del Conte, questa crocetta d'oro che porto al collo era della Contessa.  

- Il sacerdote ognora più commosso e tremante si accosta al malato e gli dice: 
- La misericordia di Dio è senza confini, abbiate fiducia e confessatevi.  

- Il vecchio si confessò, ed il sacerdote, impartitagli l'assoluzione, nell'atto di partire, disse: - Vi ha perdonato il Signore, vi perdono anche io. Sappiate che quelli che faceste uccidere erano mio padre, mia madre, le mie sorelle. Io sono Paolino.  

- Giacomo a quelle parole divenne livido, contraffatto ... cercò di balbettare qualche motto, ma l'accento morì sul labbro. Il sacerdote si avvicinò di nuovo .... Giacomo era spirato!  

Ecco il modo nel quale si osserva il precetto di perdonare a chi ha fatto del male! Ecco una bella risposta ai nemici del Sacerdozio Cattolico!  

DON ANTONIO ZACCARIA 

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



3a MEDITAZIONE

Abbiamo tentato ieri di cogliere il messaggio biblico sulla realtà del mondo e dellʼuomo come creatura di Dio, riflettendo su quel capitolo 1 del libro della Genesi e dintorni. Cʼè però un elemento che dobbiamo ancora ricordare. Il libro della Genesi dice:

«Facciamo lʼuomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». (Gen 1, 26)

Poi dice:

Dio creò lʼuomo a sua immagine;
 a immagine di Dio lo creò;
 maschio e femmina li creò. (Gen 1,27)

Il ché evidentemente vuol dire che la differenziazione dei sessi fa parte della determinazione dellʼessere umano in conformità con la creazione.
Dice Kasper, teologo e cardinale: “Lʼuomo in quanto tale non esiste affatto. Lʼuomo esiste solamente come maschio e femmina. Egli trova la sua pienezza umana di senso soltanto nellʼessere lʼuno con lʼaltro e lʼuno per lʼaltro dei due. Questo mistero che corre tra lʼuomo e la donna è così profondo che il loro reciproco legame è immagine e somiglianza dellʼalleanza di Dio con lʼuomo e figura dellʼamore di Dio, della sua fedeltà e della sua forza creatrice. Con ciò è assegnata al matrimonio una dignità difficilmente superabile, una dignità che esclude a priori ogni antagonismo tra i sessi”.

È su questo che volevo tentare di riflettere un poʼ, rileggendo il secondo racconto della creazione che si trova nel capitolo 2 della Genesi. Dicono gli esperti che la creazione è narrata due volte allʼinizio nel capitolo 1 e nel capitolo 2; il secondo capitolo dovrebbe essere il più antico dal punto di vista cronologico, anche se in realtà la cronologia dei testi biblici è una realtà notevolmente misteriosa. 
Leggo il brano e poi tentiamo di cogliere almeno alcune cose fondamentali del messaggio.

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra lʼacqua dei canali per irrigare tutto il suolo –; allora il Signore Dio plasmò lʼuomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e lʼuomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò lʼuomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui lʼalbero della vita in mezzo al giardino e lʼalbero della conoscenza del bene e del male. […]
Il Signore Dio prese lʼuomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Il Signore Dio diede questo comando allʼuomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dellʼalbero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».
Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse allʼuomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo lʼuomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così lʼuomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma lʼuomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sullʼuomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta allʼuomo, una donna e la condusse allʼuomo. Allora lʼuomo disse:

«Questa volta essa
   è carne dalla mia carne
   e osso dalle mie ossa.
   La si chiamerà donna
   perché dallʼuomo è stata tolta».
  Per questo lʼuomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, lʼuomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. (Gen 2,4b-9;15-25)

Questo è il racconto. Dunque lʼuomo viene plasmato da Dio con la polvere del suolo e, una volta plasmato, viene riempito di vita attraverso un alito che il Signore soffia nelle sue narici. Il racconto è molto semplice, lʼimmagine è quella del vasaio che con la creta fa velocissimamente un bellissimo vaso, e il completamento sta in quel soffio che viene messo nelle narici dellʼuomo, lʼalito della vita.
Lʼalito della vita vuol dire che lʼuomo è polvere ma non è solo polvere: cʼè un elemento irriducibile alla terra, un elemento che viene da Dio, questo alito di vita che il Signore gli ha donato.
Poi il Signore fa questo meraviglioso giardino, in Eden, che è il simbolo della prodigalità di Dio: è generosissimo, offre allʼuomo tutti gli alberi del giardino perché lʼuomo se ne possa nutrire. Alberi che producono frutti che sono belli, buoni, attraenti, dice il libro della Genesi. Insieme con questo, allʼuomo viene dato quel compito di cui abbiamo già parlato ieri di coltivare e custodire il giardino.
Ultimo elemento di questa costituzione della condizione umana è il comandamento di Dio: “«Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dellʼalbero della conoscenza del bene e del male (che sta in mezzo al giardino) non ne devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, moriresti»”. 
Messo così, evidentemente, il comandamento si presenta come un gesto di amore di Dio, come unʼavvertenza perché lʼuomo non abbia a morire, perché quella vita che gli è stata data non venga sciupata e rovinata dal comportamento dellʼuomo. E naturalmente il comando di Dio vuole indicare un limite: lʼuomo deve rendersi conto che la sua condizione è straordinariamente grande – “immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,27); “poco meno degli Eloim”, ci diceva il Salmo 8 – ma non è infinita. Cʼè un limite che lʼuomo deve imparare ad accettare, non può illudersi di poter sapere tutto, di potere tutto. 
Il comandamento lo custodisce nella sua identità, in una consapevolezza corretta di quello che lui è e di quello che lui può essere.
Il ché evidentemente vuol dire che quella immagine e somiglianza di Dio è nello stesso tempo un compito che lʼuomo deve realizzare e che deve realizzare secondo un cammino corretto di esistenza.

Ma dopo di questo cʼè quella narrazione straordinaria (almeno, secondo me è straordinaria) della creazione della donna. È un racconto che nei suoi elementi è popolare e semplice, ma se uno va in profondità si rende conto che è un racconto notevolmente complesso, che tenta di rispondere ad alcune domande fondamentali.
Ricordate, lʼabbiamo già detto altre volte: perché lʼuomo è maschio e femmina? da dove il desiderio che conduce allʼincontro dellʼuomo e della donna? perché lʼuomo abbandona la propria famiglia da cui ha ricevuto la vita, lʼeducazione, il nutrimento e tutto? E la spiegazione sta in quelle prime parole: “Il Signore Dio disse «Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”.
Vuol dire che la relazione dellʼuomo e della donna è qualche cosa di originario nel disegno di Dio. 

Lʼuomo non è stato pensato come autosufficiente, non è stato pensato come autonomo, nasce da altri e ogni singola persona, ogni individuo non può realizzare la totalità dellʼessere umano: ne realizza solo una polarità. In qualche modo cʼè una dimensione simbolica in ogni persona umana.
La parola simbolo, come sapete, è un poʼ strana, ma viene dallʼimmagine di qualche cosa che è stato spezzato, per cui il pezzo che rimane allude ad un completamento, ad una pienezza che non ha e che può avere solo attraverso lʼaltro pezzo complementare, che è stato portato via. Unʼunità spezzata in due, in cui ciascuno di questi elementi è un simbolo, debbono essere messi insieme. Il termine “simbolo” (lo dice anche il greco) vuol dire “mettere insieme”, perché appaia lʼidentità completa.

La persona umana è in qualche modo simbolo dellʼumanità in quanto tale, perché ne esprime non la pienezza di significato e di valore ma semplicemente una polarità, un aspetto, maschile o femminile. 
E proprio per questo, dice il libro della Genesi, “«Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”.
Qui ci fermiamo un attimo a riflettere su questo “aiuto”. In ebraico il termine “Eser”, che è un termine che non si trova molto di frequente nella Bibbia; in tutto ventuno volte. La cosa più interessante è che, nella maggioranza dei casi (diciannove volte su ventuno) il riferimento è Dio, lʼaiuto è Dio. 
Pensate allʼespressione “Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto cielo e terra”, oppure “Il Signore è nostro aiuto e nostro scudo”. Nella quasi totalità dei casi il riferimento è a Dio, Dio come aiuto dellʼuomo.
Non aiuto strumentale, ci mancherebbe altro, ma aiuto personale, perché lʼuomo sia liberato da alcuni pericoli che messi insieme si possono rappresentare come il grande pericolo della morte. Di fronte al pericolo della morte Dio solo è capace di essere aiuto, Dio solo può diventare quellʼappoggio su cui lʼuomo costruisce la sua sicurezza e la sua speranza.
Potete prendere il Salmo 146:

Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore per tutta la mia vita,
finché vivo canterò inni al mio Dio.

Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra;
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.

Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene.
Egli è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene lʼorfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi. (Sal 146,1-9) 

Se tenete presente questo capite che cosa vuol dire lʼaiuto nella concezione biblica, nellʼuso biblico di questo termine.

Nel nostro contesto, il pericolo che minaccia lʼuomo è la solitudine. Essere soli può comportare morte, significa poter essere attaccato o colpito, significa vivere nella tristezza. Tanto che quando il Signore vuole fare di Geremia un annunciatore di giudizio e di morte, perché deve annunciare la fine di Gerusalemme, gli chiede il celibato. Geremia non deve sposarsi e non deve sposarsi per questo, perché deve annunciare con la sua solitudine la condizione di Gerusalemme: è una condizione di debolezza e di morte. E quando ancora Ezechiele deve annunciare la distruzione avvenuta di Gerusalemme questa distruzione va insieme con la sua esperienza di vedovanza: rimane vedovo e con la sua vedovanza, con la sofferenza e la mutezza (è reso muto, per un poʼ di tempo non può parlare), con questa esperienza di solitudine e di morte annuncia la fine della città santa.
Insomma, essere solo significa essere rigettato come un relitto, lontano dal fiume della vita. Questo è il contrario della comunione e della condivisione, è il contrario della fecondità e della benedizione, come ricordavamo ieri. Si può dire che la vita non è ciò che è, se non nel momento in cui la si può condividere e la si può trasmettere.
Se tenete presente questo capite il discorso: “Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. Questa espressione “che gli sia simile” è in ebraico lʼunione di tre parole (lʼebraico usa questo modo di fare) che sono: “a somiglianza di”, “davanti a” e il suffisso. Quindi, in ebraico è letteralmente “come di fronte a lui”, davanti a lui. Si potrebbe dire: “alla sua altezza”, come un partner.
Il termine aiuto nel nostro linguaggio molte volte ci avvicina al significato di strumento: aiuti sono gli strumenti che usiamo per raggiungere qualche scopo, ma non è questo il senso del termine dellʼespressione ebraica. È, dicevo, un aiuto non strumentale ma personale ed è un aiuto non che sta sotto e che io uso, ma che mi sta di fronte e che è alla medesima altezza, appunto, di fronte.

E di fatto questo è il motivo per cui il racconto continua con la creazione degli animali che lʼuomo impara a distinguere, ai quali dà il nome. Dare il nome vuol dire che li integra dentro alla sua esperienza di vita, che sa trovare la collocazione giusta e lʼatteggiamento giusto di fronte ad ogni specie animale, a quelli che sono animali selvatici, a quelli che sono addomesticabili, a quelli che possono essere usati per il lavoro, e tutte queste cose. 
“Ma lʼuomo non trovò un aiuto che gli fosse simile”, perché questi sono aiuto strumentale. Hanno il loro valore, si intende: servono eccome! Servivano una volta per il lavoro, servono per la compagnia o tutto quello che volete, ma non solo quel “aiuto come di fronte a lui”, di cui lʼuomo ha bisogno per superare la solitudine. Gli animali non sciolgono la solitudine dellʼuomo. Le cose non sciolgono questo bisogno di comunione che lʼuomo si porta dentro.
Allora “Il Signore Dio fece scendere un torpore sopra lʼuomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto”. Può sembrare una specie di anestesia per una operazione chirurgica, ma il significato più vero è che lʼazione di Dio è unʼazione misteriosa. Lʼuomo vede il risultato dellʼazione di Dio nelle creature, negli avvenimenti, ma non può vedere il come Dio ha fatto: questo rimane misterioso, rimane incomprensibile per lʼuomo e lʼuomo deve rispettare il mistero delle cose, senza pretendere di mettere tutto in luce. Cʼè qualche cosa di oscuro dentro alla realtà e anche dentro alla persona umana.
“Gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta allʼuomo, una donna e la condusse allʼuomo. Allora lʼuomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. Questa volta la si chiamerà donna, perché dallʼuomo è stata tolta»”.
Questo primo poema della Bibbia vuole tentare di esprimere lo stupore e la gioia e la riconoscenza per quella presenza che libera finalmente dalla solitudine, che libera dalla paura che accompagna la solitudine; che libera dalla sterilità e dalla morte che accompagnano la solitudine.

***

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

Preghiere con comando diretto alle legioni diaboliche



Per altre esigenze (malattie fisiche)
Nel Santo nome di Cristo Gesù, per il Suo preziosissimo Sangue per il quale noi tutti siamo redenti, con l’intercessione di Maria Santissima, di tutti i Santi Arcangeli, in particolare di San Michele Arcangelo, di tutti i Santi Angeli e di tutti i Santi, tra essi San Francesco, San Padre Pio, Sant’Antonio da Padova, Santa Gemma Galgani, Giovanni Paolo II, io comando e ordino a Belzebul, a Satana, a Lucifero, a Dan, a Abù, a Alimai, a Asmodeo e a ogni legione immonda e di stregoneria, in particolare agli spiriti di malattia mentale, psichica e fisica, di distruzione, di scoraggiamento, di autodistruzione, di tristezza, di angoscia, di ansia esagerata, di paura, di confusione mentale, di oppressione, di andare via immediatamente da me, dalla mia vita, dalla mia persona, dalla mia esistenza e di non tornare mai più. Io lo comando e ordino nel santo nome di Gesù.
(Talora le malattie fisiche sono legate alle mancanze di fede, speranza e carità.
 Per cui è consigliabile attivarsi per crescere in queste tre Virtù. Molte malattie fisiche sono dovute a ferite interiori, perciò ottima cosa è fare le preghiere di guarigione interiore e l’invocazione allo Spirito Santo, amore infinito che guarisce le ferite dell’anima)

Nel Santo nome di Cristo Gesù, per il Suo Preziosissimo Sangue versato per l’umanità intera, con la potente intercessione di Maria Vergine e di tutti i Santi Arcangeli, in particolare di San Michele Arcangelo, di tutti i Santi Angeli e di tutti i Santi,   io comando e ordino a qualunque forza malvagia che mi procura un male fisico di andare via in questo istante da me e di non tornare mia più.  Liberami signore Gesù, per l’immensità della tua misericordia, liberami da ogni risentimento che ho verso gli altri, liberami dall’ansia, dallo spirito di angoscia, di acredine e da qualunque altra forza malvagia che mi procura un dolore fisico. Liberami da ogni mancanza di perdono che ho verso me stessa. Donami la tua pace, e la tua pace in abbondanza. Ti ringrazio e ti benedico.

Nel nome di Cristo Gesù, per il suo preziosissimo Sangue versato anche per me, con la potente intercessione di Maria Vergine e di tutti i Santi Arcangeli, in particolare di San Michele Arcangelo, di tutti i Santi Angeli e di tutti i Santi,  tra essi San Francesco, San Padre Pio, San’Antonio da Padova, San Guida Taddeo, Santa Gemma Galgani, Giovanni Paolo II, io spezzo e rompo, sciolgo e anniento, ogni legame medianico e occulto fatto sulla mia salute, ogni maledizione mandata contro di me che mi procura malattia fisica, dolore fisico, ogni maledizione mandata sulla mia testa, sul mio cervello, sulla mia nuca, sul mio stomaco, sul mio apparato digerente, sui miei organi riproduttivi, sulla mia schiena, sulle mie gambe. Io lo sciolgo e lo anniento per la potenza del nome di Gesù. Grazie Gesù per la tua vittoria, grazie Gesù perché stai intervenendo, grazie per la tua misericordia. Tu sei l’unico Signore e salvatore del mondo. Io ti amo e ti benedico.


LA VITA DELLA MADONNA



Secondo le contemplazioni 
della pia Suora STIGMATIZZATA 
Anna Caterina Emmerick 


 L'avvenimento che diede origine alla festa della nascita di Maria Santissima 

La sera del 7 settembre, la vigilia della solennità, sebbene Suor Emmerick si sentisse assai male, appariva d'umore straordinariamente lieto, come poi confermò Lei stessa. 
La pia Suora parlò vivacemente del giubilo che inondava l'intera natura per la ricorrenza della nascita di Maria. Disse che l'indomani sarebbe stato un giorno di vera gioia per lei e per molti altri. 
Odo il cinguettio degli uccelli, vedo gli agnelli ed i capretti che saltellano, e le colombe che volano aggirandosi sul luogo dove fu la casa di Anna. Adesso non è rimasto nulla che la ricordi, è tutto abbandonato. La natura però emana una piena armonia come se fosse stata rigenerata. Nei tempi antichi questo luogo fu abitato da eremiti scesi dal monte Carmelo. Vidi alcuni pellegrini di passaggio domandare meravigliati agli eremiti quale fosse la causa della gioia che regnava nella natura. I pellegrini portavano il cappuccio calato sul volto ed erano appoggiati ai loro bordoni, essi attraversavano questo territorio con profondo spirito devozionale ed avevano ricevuto da Dio la sensibilità di percepire i movimenti interiori della natura circostante. Alla domanda dei pellegrini risposero che alla vigilia di ogni ricorrenza della Concezione di Maria la natura reagiva con movimenti di gioia e di armonia, anche per il fatto che probabilmente in quel luogo si era trovata la casa di Anna. Mi fu poi mostrata l'origine della festività della nascita della Madonna. Duecentocinquant'anni dopo la morte della Beata Vergine Maria vidi un mistico pellegrinare in Terrasanta; visitò tutti i luoghi dove era vissuto il Salvatore, i suoi discepoli e i parenti. Sentii che quell'uomo era guidato da ispirazioni divine, lo vidi soffermarsi, meditare e pregare per diversi giorni nei luoghi che portavano impressi i ricordi più evidenti delle sante persone vissute all'epoca di Gesù. Spesso il mistico cadeva in dolcissimo rapimento. 
Da molti anni, nella notte tra il sette e l'otto settembre, percepiva il levarsi nella natura ed udiva una deliziosa armonia diffondersi nell'aria. Una volta gli comparve in sogno un Angelo e gli rivelò che quella data corrispondeva all'anniversario in cui era nata la Vergine Maria. Egli ebbe tale visione mentre era in viaggio per il monte Sinai. 
L'Angelo gli rivelò pure che su quel Monte si trovava la caverna del profeta Elia, ed in essa una cappella murata eretta in onore della Madre del Messia; infine lo esortò a comunicare queste notizie agli eremiti di quel luogo. Il mistico giunse al Sinai, precisamente nel luogo dove ora sorge il convento; in quel tempo gli eremiti vivevano isolati nelle caverne. Dalla parte della valle, il Monte si ergeva a picco e quindi per raggiungere la cima bisognava farsi alzare per mezzo di rudimentali carrucole di legno e funi. L'uomo manifestò la cosa ad un gruppetto di eremiti e poi si genuflesse assorbendosi in preghiera e chiedendo a Dio che gli fosse rivelato dove si trovasse la caverna di Elia. Per mezzo della locuzione interiore gli fu risposto che avrebbe riconosciuto la caverna del profeta da un segno evidente: dal rifiuto di un Giudeo di entrarvi. Un vecchio si prestò ad accompagnarlo e insieme si posero alla ricerca della grotta. Dopo aver cercato tra le numerose caverne abitate dagli eremiti e dagli Esseni, ne trovarono a fatica una che sembrava quella di Elia con la cappelletta eretta in onore della Vergine. La spelonca era circondata da giardini di piante fruttifere ormai inselvatichite. Quando giunsero all'ingresso angusto della spelonca, il Giudeo ne fu rigettato fuori da una forza misteriosa. In tal modo il mistico e gli eremiti seppero con certezza che quella era la caverna di Elia. Scoprirono all'interno della medesima una seconda caverna murata. Vi praticarono quindi un foro e penetrarono nel luogo in cui Elia aveva pregato per il compimento della Promessa. L'ingresso era stato chiuso con grandi pietre scolpite a florami, le quali più tardi furono adoperate per erigere la chiesa. Nella spelonca furono rinvenute le sante ossa dei profeti e degli antichi abitanti delle caverne, così pure i resti delle pareti di vimini e gli arredi sacri che erano servite ai riti antichi. Tutto questo venne conservato nella chiesa che sorse più tardi. In quest'occasione vidi molte cose intorno al monte Oreb, ma ora mi ricordo solo del posto dove Mosè scorse il roveto ardente, "il luogo dell'ombra di Dio". Vidi anche un monte di sabbia rossa sopra il quale cresceva della bellissima frutta. In seguito alle rivelazioni del mistico, i devoti eremiti celebrarono la Festa della nascita della Santa Vergine l'8 settembre dell'anno 250. La solennità sarà adottata poi da tutta la Chiesa di Gesù Cristo. 

NEI GIUDIZI SI DEVE CERCARE LA TESTIMONIANZA DELLA PROPRIA COSCIENZA



Per giungere alla perfezione bisogna esaminare spesso la propria coscienza

Infine quando si tratta di acquistare in Dio la perfezione, la purezza, la tranquillità dell'anima, un mezzo assai efficace per arrivarvi, è di ricorrere, sempre nel silenzio, all'intimo giudizio del nostro spirito, quali siano i nostri sentimenti, le nostre parole, le nostre azioni.
Dopo avere allontanato ogni altro pensiero, ci si deve raccogliere completamente in noi, per metterci di fronte alla verità e conoscerla.
Noi comprenderemo allora che non ci serve a nulla, anzi che ci è molto nocivo, essere lodati e onorati all'esterno, mentre in noi stessi siamo colpevoli e condannabili agli occhi della verità.


S. Alberto Magno

PREGHIERE CHE SCONFIGGONO I DEMONI



 Rilasciare la potenza di Dio 
              
Signore, rilascia la Tua ammirevole forza contro il nemico (Es 15:06). 
              Fa che la forza e la potenza venga liberata dalla Tua mano (1 Cron. 29:12). 
              Disperdi il nemico con la Tua potenza (Sal 59:11). 
              Governa i tuoi nemici con la tua potenza (Sal 66:7). 
              Fa che la potenza della Tua ira sia rilasciata contro le potenze delle tenebre (Sal 90:11). 
              Rilascio il potere e l'autorità del Signore contro tutti i demoni che incontro nel nome di Gesù 
(Mt 10:1). 
              Io sono liberato dal potere di Satana a Dio (Atti 26:18). 
              Dividi il mare, e distruggi gli spiriti marini attraverso la Tua potenza (Giobbe 26:12). 
              Sono forte nel Signore e nella forza della Sua potenza (Ef 6:10). 
              Fa in modo che le potenze delle tenebre si presentino al Tuo potere. 
              Mostra la tua potenza impressionante che gli uomini crederanno. 
   Libera la tua potenza nella guarigione e liberazione (Lc 5,17). 
              Libera la tua voce potente (Sal 29:4).  
              Fammi essere stupito dal tuo potere (Luca 09:43). 
              Fa che un grande potere sia rilasciato attraverso i tuoi apostoli (Atti 4:33). 
              Fa che segni, prodigi e miracoli siano rilasciati attraverso la potenza dello Spirito Santo (Rm 
15:19). 
              Fammi predicare e insegnare con dimostrazione dello Spirito e potenza (1 Cor. 2.4). 
              Fa che il Tuo potere lavori in me (Ef 3:20). 
              Rilascia i tuoi potenti angeli a mio beneficio per combattere le mie battaglie nei cieli (2 Pet. 
02:11; Apocalisse 18:01). 
              Rilascia il potere di Elia attraverso i tuoi profeti (Luca 01:17). 
              Fa che sia disposto nel giorno del tuo potere (Sal 110:3).