martedì 26 novembre 2019

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



3a MEDITAZIONE

Abbiamo tentato ieri di cogliere il messaggio biblico sulla realtà del mondo e dellʼuomo come creatura di Dio, riflettendo su quel capitolo 1 del libro della Genesi e dintorni. Cʼè però un elemento che dobbiamo ancora ricordare. Il libro della Genesi dice:

«Facciamo lʼuomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». (Gen 1, 26)

Poi dice:

Dio creò lʼuomo a sua immagine;
 a immagine di Dio lo creò;
 maschio e femmina li creò. (Gen 1,27)

Il ché evidentemente vuol dire che la differenziazione dei sessi fa parte della determinazione dellʼessere umano in conformità con la creazione.
Dice Kasper, teologo e cardinale: “Lʼuomo in quanto tale non esiste affatto. Lʼuomo esiste solamente come maschio e femmina. Egli trova la sua pienezza umana di senso soltanto nellʼessere lʼuno con lʼaltro e lʼuno per lʼaltro dei due. Questo mistero che corre tra lʼuomo e la donna è così profondo che il loro reciproco legame è immagine e somiglianza dellʼalleanza di Dio con lʼuomo e figura dellʼamore di Dio, della sua fedeltà e della sua forza creatrice. Con ciò è assegnata al matrimonio una dignità difficilmente superabile, una dignità che esclude a priori ogni antagonismo tra i sessi”.

È su questo che volevo tentare di riflettere un poʼ, rileggendo il secondo racconto della creazione che si trova nel capitolo 2 della Genesi. Dicono gli esperti che la creazione è narrata due volte allʼinizio nel capitolo 1 e nel capitolo 2; il secondo capitolo dovrebbe essere il più antico dal punto di vista cronologico, anche se in realtà la cronologia dei testi biblici è una realtà notevolmente misteriosa. 
Leggo il brano e poi tentiamo di cogliere almeno alcune cose fondamentali del messaggio.

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra lʼacqua dei canali per irrigare tutto il suolo –; allora il Signore Dio plasmò lʼuomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e lʼuomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò lʼuomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui lʼalbero della vita in mezzo al giardino e lʼalbero della conoscenza del bene e del male. […]
Il Signore Dio prese lʼuomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Il Signore Dio diede questo comando allʼuomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dellʼalbero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».
Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse allʼuomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo lʼuomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così lʼuomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma lʼuomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sullʼuomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta allʼuomo, una donna e la condusse allʼuomo. Allora lʼuomo disse:

«Questa volta essa
   è carne dalla mia carne
   e osso dalle mie ossa.
   La si chiamerà donna
   perché dallʼuomo è stata tolta».
  Per questo lʼuomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, lʼuomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. (Gen 2,4b-9;15-25)

Questo è il racconto. Dunque lʼuomo viene plasmato da Dio con la polvere del suolo e, una volta plasmato, viene riempito di vita attraverso un alito che il Signore soffia nelle sue narici. Il racconto è molto semplice, lʼimmagine è quella del vasaio che con la creta fa velocissimamente un bellissimo vaso, e il completamento sta in quel soffio che viene messo nelle narici dellʼuomo, lʼalito della vita.
Lʼalito della vita vuol dire che lʼuomo è polvere ma non è solo polvere: cʼè un elemento irriducibile alla terra, un elemento che viene da Dio, questo alito di vita che il Signore gli ha donato.
Poi il Signore fa questo meraviglioso giardino, in Eden, che è il simbolo della prodigalità di Dio: è generosissimo, offre allʼuomo tutti gli alberi del giardino perché lʼuomo se ne possa nutrire. Alberi che producono frutti che sono belli, buoni, attraenti, dice il libro della Genesi. Insieme con questo, allʼuomo viene dato quel compito di cui abbiamo già parlato ieri di coltivare e custodire il giardino.
Ultimo elemento di questa costituzione della condizione umana è il comandamento di Dio: “«Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dellʼalbero della conoscenza del bene e del male (che sta in mezzo al giardino) non ne devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, moriresti»”. 
Messo così, evidentemente, il comandamento si presenta come un gesto di amore di Dio, come unʼavvertenza perché lʼuomo non abbia a morire, perché quella vita che gli è stata data non venga sciupata e rovinata dal comportamento dellʼuomo. E naturalmente il comando di Dio vuole indicare un limite: lʼuomo deve rendersi conto che la sua condizione è straordinariamente grande – “immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,27); “poco meno degli Eloim”, ci diceva il Salmo 8 – ma non è infinita. Cʼè un limite che lʼuomo deve imparare ad accettare, non può illudersi di poter sapere tutto, di potere tutto. 
Il comandamento lo custodisce nella sua identità, in una consapevolezza corretta di quello che lui è e di quello che lui può essere.
Il ché evidentemente vuol dire che quella immagine e somiglianza di Dio è nello stesso tempo un compito che lʼuomo deve realizzare e che deve realizzare secondo un cammino corretto di esistenza.

Ma dopo di questo cʼè quella narrazione straordinaria (almeno, secondo me è straordinaria) della creazione della donna. È un racconto che nei suoi elementi è popolare e semplice, ma se uno va in profondità si rende conto che è un racconto notevolmente complesso, che tenta di rispondere ad alcune domande fondamentali.
Ricordate, lʼabbiamo già detto altre volte: perché lʼuomo è maschio e femmina? da dove il desiderio che conduce allʼincontro dellʼuomo e della donna? perché lʼuomo abbandona la propria famiglia da cui ha ricevuto la vita, lʼeducazione, il nutrimento e tutto? E la spiegazione sta in quelle prime parole: “Il Signore Dio disse «Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”.
Vuol dire che la relazione dellʼuomo e della donna è qualche cosa di originario nel disegno di Dio. 

Lʼuomo non è stato pensato come autosufficiente, non è stato pensato come autonomo, nasce da altri e ogni singola persona, ogni individuo non può realizzare la totalità dellʼessere umano: ne realizza solo una polarità. In qualche modo cʼè una dimensione simbolica in ogni persona umana.
La parola simbolo, come sapete, è un poʼ strana, ma viene dallʼimmagine di qualche cosa che è stato spezzato, per cui il pezzo che rimane allude ad un completamento, ad una pienezza che non ha e che può avere solo attraverso lʼaltro pezzo complementare, che è stato portato via. Unʼunità spezzata in due, in cui ciascuno di questi elementi è un simbolo, debbono essere messi insieme. Il termine “simbolo” (lo dice anche il greco) vuol dire “mettere insieme”, perché appaia lʼidentità completa.

La persona umana è in qualche modo simbolo dellʼumanità in quanto tale, perché ne esprime non la pienezza di significato e di valore ma semplicemente una polarità, un aspetto, maschile o femminile. 
E proprio per questo, dice il libro della Genesi, “«Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”.
Qui ci fermiamo un attimo a riflettere su questo “aiuto”. In ebraico il termine “Eser”, che è un termine che non si trova molto di frequente nella Bibbia; in tutto ventuno volte. La cosa più interessante è che, nella maggioranza dei casi (diciannove volte su ventuno) il riferimento è Dio, lʼaiuto è Dio. 
Pensate allʼespressione “Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto cielo e terra”, oppure “Il Signore è nostro aiuto e nostro scudo”. Nella quasi totalità dei casi il riferimento è a Dio, Dio come aiuto dellʼuomo.
Non aiuto strumentale, ci mancherebbe altro, ma aiuto personale, perché lʼuomo sia liberato da alcuni pericoli che messi insieme si possono rappresentare come il grande pericolo della morte. Di fronte al pericolo della morte Dio solo è capace di essere aiuto, Dio solo può diventare quellʼappoggio su cui lʼuomo costruisce la sua sicurezza e la sua speranza.
Potete prendere il Salmo 146:

Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore per tutta la mia vita,
finché vivo canterò inni al mio Dio.

Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra;
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.

Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe,
chi spera nel Signore suo Dio,
creatore del cielo e della terra,
del mare e di quanto contiene.
Egli è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene lʼorfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi. (Sal 146,1-9) 

Se tenete presente questo capite che cosa vuol dire lʼaiuto nella concezione biblica, nellʼuso biblico di questo termine.

Nel nostro contesto, il pericolo che minaccia lʼuomo è la solitudine. Essere soli può comportare morte, significa poter essere attaccato o colpito, significa vivere nella tristezza. Tanto che quando il Signore vuole fare di Geremia un annunciatore di giudizio e di morte, perché deve annunciare la fine di Gerusalemme, gli chiede il celibato. Geremia non deve sposarsi e non deve sposarsi per questo, perché deve annunciare con la sua solitudine la condizione di Gerusalemme: è una condizione di debolezza e di morte. E quando ancora Ezechiele deve annunciare la distruzione avvenuta di Gerusalemme questa distruzione va insieme con la sua esperienza di vedovanza: rimane vedovo e con la sua vedovanza, con la sofferenza e la mutezza (è reso muto, per un poʼ di tempo non può parlare), con questa esperienza di solitudine e di morte annuncia la fine della città santa.
Insomma, essere solo significa essere rigettato come un relitto, lontano dal fiume della vita. Questo è il contrario della comunione e della condivisione, è il contrario della fecondità e della benedizione, come ricordavamo ieri. Si può dire che la vita non è ciò che è, se non nel momento in cui la si può condividere e la si può trasmettere.
Se tenete presente questo capite il discorso: “Non è bene che lʼuomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile»”. Questa espressione “che gli sia simile” è in ebraico lʼunione di tre parole (lʼebraico usa questo modo di fare) che sono: “a somiglianza di”, “davanti a” e il suffisso. Quindi, in ebraico è letteralmente “come di fronte a lui”, davanti a lui. Si potrebbe dire: “alla sua altezza”, come un partner.
Il termine aiuto nel nostro linguaggio molte volte ci avvicina al significato di strumento: aiuti sono gli strumenti che usiamo per raggiungere qualche scopo, ma non è questo il senso del termine dellʼespressione ebraica. È, dicevo, un aiuto non strumentale ma personale ed è un aiuto non che sta sotto e che io uso, ma che mi sta di fronte e che è alla medesima altezza, appunto, di fronte.

E di fatto questo è il motivo per cui il racconto continua con la creazione degli animali che lʼuomo impara a distinguere, ai quali dà il nome. Dare il nome vuol dire che li integra dentro alla sua esperienza di vita, che sa trovare la collocazione giusta e lʼatteggiamento giusto di fronte ad ogni specie animale, a quelli che sono animali selvatici, a quelli che sono addomesticabili, a quelli che possono essere usati per il lavoro, e tutte queste cose. 
“Ma lʼuomo non trovò un aiuto che gli fosse simile”, perché questi sono aiuto strumentale. Hanno il loro valore, si intende: servono eccome! Servivano una volta per il lavoro, servono per la compagnia o tutto quello che volete, ma non solo quel “aiuto come di fronte a lui”, di cui lʼuomo ha bisogno per superare la solitudine. Gli animali non sciolgono la solitudine dellʼuomo. Le cose non sciolgono questo bisogno di comunione che lʼuomo si porta dentro.
Allora “Il Signore Dio fece scendere un torpore sopra lʼuomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto”. Può sembrare una specie di anestesia per una operazione chirurgica, ma il significato più vero è che lʼazione di Dio è unʼazione misteriosa. Lʼuomo vede il risultato dellʼazione di Dio nelle creature, negli avvenimenti, ma non può vedere il come Dio ha fatto: questo rimane misterioso, rimane incomprensibile per lʼuomo e lʼuomo deve rispettare il mistero delle cose, senza pretendere di mettere tutto in luce. Cʼè qualche cosa di oscuro dentro alla realtà e anche dentro alla persona umana.
“Gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta allʼuomo, una donna e la condusse allʼuomo. Allora lʼuomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. Questa volta la si chiamerà donna, perché dallʼuomo è stata tolta»”.
Questo primo poema della Bibbia vuole tentare di esprimere lo stupore e la gioia e la riconoscenza per quella presenza che libera finalmente dalla solitudine, che libera dalla paura che accompagna la solitudine; che libera dalla sterilità e dalla morte che accompagnano la solitudine.

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S.E. Mons. LUCIANO MONARI

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