martedì 23 giugno 2026

Quanto importi non fare la propria volontà ma quella di Dio, e quante utilità apporti la mortificazione.

 


LA VOLONTÀ DI DIO O STRADA REALE E BREVE PER ACQUISTAR LA PERFEZIONE


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Un altro frutto della mortificazione è la facilità nell'esercizio di tutte le virtù, perché, quando alcuno è esercitato nel vincer sé stesso e in domare la propria volontà in cose molto ardue, in quelle che sono meno difficili non inciampa per nulla, e con grande facilita corre per la strada più piana. 

Non fa mai molto frutto la terra che non è zappata, né la vite che non è potata. Nella stessa maniera, perché noi fruttifichiamo in opere buone, dobbiamo troncare i nostri desideri e sradicare i nostri affetti. 

   Quanta sarà la pace dell'anima, acquietato il tumulto dei nostri desideri, e fatta la pace fra l'appetito e la volontà e raffrenate le passioni! Questa è cosa tanto manifesta, che anche i filosofi la conobbero, principalmente gli stoici, i quali, sebbene persuasi che l’anima non era immortale, ad ogni modo solamente per la beatitudine di questa vita e per vivere in pace e con gusto con sé stessi e con gli altri, si privarono dei piaceri, della roba, degli onori, vivendo con grande austerità, povertà e abbiezione. E sebbene è vero che senza la fede e la grazia speciale di Gesù Cristo non arrivarono ad acquistare quello che pretendevano, che è la quiete delle passioni e la beatitudine dell' anima, con tutto ciò seppero e insegnarono che questa era la buona strada. E Marco Tullio dice: «Quando distogliamo il cuore dal pensiero del corpo e delle cose di casa e dei negozi, e ci raccogliamo dentro di noi, che altra cosa facciamo se non imparare a morire? 

   Esercitiamoci in questo, stacchiamoci dall'affetto dei nostri propri corpi, e avvezziamoci a morire in questa maniera: e facendo questo, mentre viviamo in terra, avremo una vita simile a quella che si fa in cielo: e così quando l'anima nostra uscirà dal carcere di questo corpo, volerà più presto.» 

Queste sono parole di Tullio e questa fu sentenza dei filosofi. 

   La mortificazione dà anche aiuto grande all' orazione, perché purifica l'anima dagli affetti che offuscano la ragione e non le lasciano vedere e conoscere le cose divine; sicché la mortificazione cura l'anima da perniciose illusioni. 

   E se stimeremmo molto un'erba o una pietra, che avesse questa virtù che posta su gli occhi de' ciechi, subito desse loro la vista; e posta sopra gli orecchi dei sordi, subito facesse loro sentire; e posta sopra la bocca dei muti, subito sciogliesse loro la lingua; e posta sopra il petto a chi avesse male, subito il risanasse; in che alto prezzo si deve tenere la mortificazione, la quale risana non la cecità del corpo, ma quella dell'anima, e rischiara la vista, non degli occhi corruttibili, ma della ragione; e oltre di ciò ci apre gli orecchi dell'anima, acciocché intendiamo la voce di Dio, quando ci parla; e ci scioglie la lingua, acciocché sappiamo parlare con Dio, e ci mette grazia nelle labbra per ottenere da Dio quello che domandiamo; perché non v'ha orazione più efficace di quella che é accompagnata dalla mortificazione, come consta da innumerabili esempi della Sacra Scrittura. Oltre di questo, chi non é mortificato, sta tanto lontano da poter ricevere la luce del Cielo, che in esso non può rilucere neppure il lume della ragione; sta tanto lontano dai sentimenti divini, che nemmeno si accosta alla ragione naturale; né solamente non vive vita spirituale, ma neppur ragionevole, perché di uomo diventa bestia. Per il che disse Riccardo di S. Vittore: «La nostra volontà non si accenderà mai perfettamente nel desiderio dei beni celesti, né il nostro intelletto si purificherà e si schiarirà per la contemplazione delle cose divine, se non siamo diligenti a reprimere con fortezza e molto frequentemente la sollecitudine dei nostri corpi, anche nelle cose lecite e necessarie». Ci toglie ancora la mortificazione questo male di cuore, col quale i nostri desideri ci tormentano e ci cavano di cervello, e ci pacifica e ci acquieta: con che dà anche aiuto all'orazione, la quale richiede pace e tranquillità d'animo. 

   L'onore poi, che ha il mortificato, di essere immagine di Cristo Crocifisso, e il bene grande della perfetta imitazione del Figlio di Dio, come si potranno degnamente stimare? Non indarno sopportò tante pene; perché, avendo egli conosciuti gli innumerevoli benefici che riportiamo con la mortificazione, ci volle ad essa obbligare col più efficace modo, che poté, che fu il suo esempio, e a costo del suo sangue e della sua vita sforzarci con questa gran finezza d'amore a volere il nostro bene. E quanto è evidente argomento dell'importanza della mortificazione, l'aver fatto e patito tanto il Figliuolo di Dio per persuadercela, altrettanto intollerabile ingratitudine è la nostra nel non far caso del giudizio della Sapienza eterna, né del suo sangue e travagli. Per tutti questi frutti della mortificazione non è gran cosa, che Dio ce la raccomandi tanto e ci dimostri quanto si compiace di essa: poiché desiderando egli infinitamente il nostro bene, e ritrovandosi in questa beni tanto grandi, è inesplicabile il compiacimento che riceve dal vederci a questa applicati, sebbene a noi bastava solo il gusto di Dio, ancorché non ci fosse altro interesse, per far che non la temessimo, ma ci impiegassimo tutti in essa; tanto più che senza questo fondamento di negare la nostra volontà, non possiamo arrivare a fare quella di Dio, che è un altro incomparabile beneficio. 

   Ma ancorché la mortificazione non avesse tanti beni, quanti sono questi, era sufficiente premio di essa il castigare la nostra volontà e far vendetta del nostro proprio amore, per il quale ci siamo tante volte perduti e precipitati, e abbiamo fatta al medesimo Dio tanto grande ingiustizia, come se l'avessimo ucciso: poiché, dice S. Bernardo, la propria volontà, per quanto tocca a lei, uccide Dio, o, per lo meno, vuole che Dio sia altrettanto cattivo, quanto ella é, o tanto cieco e ignorante che non castighi, né conosca i nostri. ardimenti; e anche giunge più oltre la sua sfacciataggine, che si preferisce a tanto sommo bene, essendo ella tanto cattiva; perché, nota S. Agostino, giustifica sé stessa e tiene Dio per ingiusto, né ci è male che ci succeda, che ella non sia causa del nostro danno e dolore, come ho già detto altre volte, e non mi voglio trattenere a ripeterlo per il molto che importa, che l'abbiamo a intendere. I peccati ella sola li causa, facendoci più male che tutto l'inferno insieme unito, perché, senza il suo aiuto, non ci è potere di demoni che ci possa far danno: ed essa é quella che ci fa tanto gran tradimento, che si accorda insieme coi nostri nemici, e ci dà in poter loro per schiavi vilissimi. Gli altri danni temporali e le altre disgrazie sono causate parimenti da lei, perché o é occasione di essi co' suoi errori, o non sapendoli sopportare, fa che ci cagionino non poco senso e afflizione; il che non sarebbe, se ella non volesse e si sapesse accomodare alla ragione, non ponendo il suo affetto in cose, che cagionino molestia, né camminando, per dir così, tra i carboni accesi. Non ci è male, se ella non ripugnasse, che ci potesse affliggere. Essa finalmente è quella, che fabbrica e mantiene quante sorti di mali e di tormenti si trovano così in questa vita, come nell'altra; fino al medesimo inferno esso lo sostiene. Dunque per castigare tanti danni e vendicarci tanto giustamente di tanto grande nemico, dobbiamo molto mortificarci. Si aggiunge a questo che se non diamo noi in questa vita spontaneamente e privatamente il dovuto supplizio alla nostra volontà, si dovrà dare in pubblico e sforzatamente nell'inferno o nel purgatorio; perciò é meglio che ci assicuriamo che non ci faccia tanti danni. Non sarebbe un gran privilegio se per uno non ci fosse purgatorio, né inferno, e che stesse in sua mano il togliere dal mondo l'inferno? Ora, con la mortificazione e annegazione della propria volontà, può uno far questo, per quanto tocca a lui. Onde disse S. Bernardo: «Cessi la propria volontà, e non ci sarà inferno.» 

P. EUSEBIO NIEREMBERG, S. J. 


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