mercoledì 1 gennaio 2020

Santi Martiri del I – II e III Secolo



La Prima Chiesa di Roma e notizie di S. Marziale. 


Diaconia Quarta di Santa Maria in Via Lata al Corso.

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Nell'anno 700, della nostra salute fù fabbricata la Chiesa, nella quale fù posta la Santissima Immagine con occasione di un segnalato miracolo accorso sotto Sergio I Papa. Era in quel tempo in Roma un'huomo ricco con la moglie Teodora sorella di Alberico Senatore, ambidue di gran nobiltà , con un figlio unico, in tal modo paralitico, che non haveva verun'uso de’membri, senza verun'ajuto de’ Medici, e con dolore, e rammarico continuo de’ Genitori. 
Ciò inteso da Maurizio Sacerdote, e di gran bontà, che haveva in custodia la Santa Immagine, andò a trovar i parenti afflitti, e significo loro, che la salute del figliolo dipendeva tutta da Dio; con gran confidenza nell'intercessione della gloriosissima Vergine, la cui Immagine era nell'Oratorio de’ SS. Paolo e Luca nella Via Lata, che sarebbe liberato il figliuolo. Risposero il Padre,e la Madre: Se per intercessione della Gran Madre di Cristo Signor Nostro sarà liberato il figliuolo, promettiamo di fabbricarle sopra il medesimo Oratorio una Chiesa, e riccamente dotarla e provvederla, Fecesi il buon Sacerdote portar nella Culla il Fanciullo all'Oratorio e postolo sù l'imbrunir del giorno avanti la Santa Immagine, ivi lasciollo per tutta la notte. Tornato la mattina il Sacerdote, trovò , che moveva con ogni libertà le mani, ed i piedi: ringraziò la Vergine della grazia, e preso il Putto per la mano, seco a piedi il condusse a’ suoi Genitori; li quali attoniti del miracolo, resero copiose Grazie a Dio, e communicato il tutto a Sergio Papa gli chiesero licenza di fabbricar la Chiesa, la quale ottenuta, la fabbricarono, la provvidero di molte sagre suppellettili, dotandola co’l dono di molti Casali e possessioni, per conservare il culto della Santa Immagine. Fù consagrata dal Santo Pontefice la medesima Chiesa, riponendo nello stesso Altar Maggiore il corpo di San Agapito Martire e molt'altre reliquie; costituendola Diaconia Cardinalizia. 
Nell'anno poi 1408, raffredatasi la divozione de’ Fedeli verso questa venerabilissima Immagine, apparve la Santissima Vergine ad un Cappellano, commandandoli, che usasse ogni diligenza, acciò quella fosse onorata, peròche ella haverebbe còtinuato a fare le solite grazie a’ suoi devoti. Procurò il Sacerdote con la raccolta di molte limosine di risvegliare il culto, e la divozione al luogo, dove si conservava la detta venerabilissima Immagine; onde s'accrebbe il conforto de’ Fedeli, che ne riportarono molte grazie.  
Seguita il racconto con diversi miracoli, e grazie ricevute per intercessione della Beatissima Vergine, registrate nel medesimo manoscritto autentico. 
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A cura di Mario Ignoffo

Dio ha reso testimonianza alla sua Chiesa attraverso molteplici testi delle Scritture.



Perché date ancora retta alle menzogne degli uomini, e non  prestate attenzione alle testimonianze divine?. Perché vi fidate  ancora di uomini sconfitti, e non credete alla verità, che non è mai  stata vinta? La verità di Dio - e noi lo abbiamo dimostrato anche nel  corso della conferenza - ha reso testimonianza alla sua Chiesa  attraverso molteplici testi delle sante Scritture, tratti dagli scritti  profetici ed evangelici: essi hanno designato il luogo, da cui la  Chiesa di Cristo avrebbe iniziato il cammino, e gli estremi confini 
della terra ai quali sarebbe giunta. Il Signore annunziò che la sua  Chiesa avrebbe dovuto estendersi fra tutte le nazioni della terra,  cominciando da Gerusalemme 2. Si legge il testo sacro, che descrive  il suo inizio in Gerusalemme, ove lo Spirito Santo fu inviato dal cielo  sui fedeli 3, riuniti per la prima volta. Si leggono i testi sacri che  raccontano come essa si estese da Gerusalemme alle regioni vicine  e lontane. Si citano i nomi dei luoghi, si precisano i nomi delle città,  in cui la Chiesa di Cristo è stata fondata grazie alla fatica degli  Apostoli: luoghi e città che hanno avuto il merito di ricevere anche  le lettere inviate dagli Apostoli. Lettere che leggono essi stessi  durante le vostre assemblee, e tuttavia non sono in comunione con  le Chiese di quei luoghi e città, che furono degni di ricevere quelle  stesse lettere. Costoro rimproverano ad esse non so quali misfatti  degli Africani, il cui contagio le avrebbe fatte perire, e questo  nonostante nel corso della nostra conferenza, che recentemente  abbiamo tenuto a Cartagine, abbiano affermato: una causa non  deve pregiudicare un'altra causa, né una persona un'altra persona.

Sant'Agostino

SAN PIO V IL PONTEFICE DELLE GRANDI BATTAGLIE



I PRIMI ANNI 

Nell'attesa che la fama della santità e della gloria di questo suo figlio vendicasse pacificamente la memoria dei propri antenati, tutta la famiglia durante l'esilio fu ridotta alla miseria. Mentre un ramo di questa cercò ospitalità a Roma, l'altro andò a rifugiarsi in un piccolo borgo piemontese della diocesi di Tortona, chiamato Bosco, poco lontano da Alessandria. 
   Qui il 17 gennaio 1504 nacque Michele Ghislieri. Suo padre Paolo Ghislieri e sua madre Domenica Augeria erano contadini, profondamente cristiani. Se il bambino non poté trovare presso il focolare domestico le comodità dell'agiatezza, vi trovò delle cure affettuose, e, caso non troppo frequente, dei buoni esempi, che lo educarono alla virtù. 
   In un ambiente cosi propizio, il piccolo Michele poté nutrire un vivo sentimento di profonda religione, e poiché la Provvidenza prepara innanzi tempo le pietre dell' edificio che vuole innalzare nell'avvenire, sotto l'ispirazione della grazia il futuro “Papa del Rosario” ebbe fin dall'infanzia un amore filiale alla Madre di Dio. 
   Michele cresceva grave, timido e puro, e faceva nella scuola mirabili progressi, segno della sua bella intelligenza e della sua seria applicazione. 
   Non fa quindi meraviglia, che egli abbia di buon'ora sentito in sé il desiderio di consacrarsi al Signore. Senza prevedere le future, sublimi cariche, che avrebbe occupate, ebbe egli forse qualche segreta rivelazione, che la Chiesa attendeva da lui non solo l'ossequio ordinario dei fedeli, ma il servizio d'una vita santa? Coll'età si sviluppò pure in lui il germe della vocazione sacerdotale, e a 12 anni il desiderio divenne forte, irresistibile. 
   Nessuna esterna influenza poteva favorirne lo sviluppo, nessun convento all'intorno gli offriva la dolce attrattiva dei suoi chiostri silenziosi; e i suoi genitori, troppo poveri per avviarlo allo studio, ignorando le sue aspirazioni, gli affidarono un branco di pecore, da condurre al pascolo nelle vicine campagne. 
   Ma Dio, che destinava questo giovanetto a una missione pastorale ben più grande, non permise che pascolasse a lungo il piccolo gregge. Minute circostanze concorrono talvolta al compimento dei divini disegni. “Non saprei scoprirne la ragione - scrisse Pascal, - ma cose da nulla scuotono la terra, i re, gli eserciti, il mondo intero”. L'incontro fortuito con due domenicani sulla strada per la quale Michele conduceva le sue pecore, fu la felice occasione che tolse il giovanetto all'oscurità d'umile pastorello, per innalzarlo alla gloria del pontificato e all' onore degli altari. 
   I due frati e il piccolo pastore attaccarono subito una familiare conversazione. I domenicani, avendo arguito dalle risposte che il giovanetto aveva ingegno, molto giudizio, pietà e candore d'animo, gli fecero la proposta di studiare il latino, e gli promisero di accettarlo nell'Ordine, qualora egli non avesse deluso le loro speranze. Michele, lieto che gli venisse aperta la via vagheggiata nella sua mente, corse a casa, e ottenne dai genitori il permesso di entrare nel convento dei domenicani di Voghera. 
   La nostra maniera di vedere inclina facilmente a condannare le decisioni così repentine; ma mentre la nostra presuntuosa saggezza, per meglio riflettere, vi mette degli indugi, gli avvenimenti si frappongono sovente, e vanno oltre le nostre previsioni. I genitori del giovanetto più savi di noi nella loro pronta condiscendenza, s'abbandonarono al divino volere, e il loro santo abbandono fu magnificamente ricompensato. 
   Nel convento di Voghera, Michele si mostrò tanto fervente e studioso, che dopo due anni di prova, il superiore, d'accordo con tutti i suoi religiosi, lo vesti dell'abito domenicano. 
   Nell'atto della vestizione accadde un piccolo incidente. Alle prime interrogazioni da farsi, avendo il priore domandato al giovanetto qual nome avesse, Michele, secondo il costume di allora, aggiungendo al proprio nome quello del paese natale, rispose: Michele di Bosco. Il priore, che amava alquanto i titoli sonori, pensò forse con Natanaele, che da Nazaret non poteva uscir nulla di grande? E dicendogli che il modesto borgo di Bosco non poteva aggiungere nessun prestigio al suo nome, volle chiamarlo dalla città vicina con un titolo più sonoro. “Poiché dite che siete dei dintorni d'Alessandria, d'ora in poi vi chiamerete fr. Michele d'Alessandria. Le orgogliosette intenzioni del priore si compirono assai meglio di quanto egli avesse pensato; poiché il Ghislieri, innalzato alla porpora cardinalizia, conservò il nome, che andava sulla bocca di tutti, e fu chiamato il cardinale Alessandrino. 
   Fr. Michele dimorò in seguito nel convento di Vigevano, ove nel 1519 emise i voti solenni. Ma i superiori, conoscendo le sue singolari disposizioni per lo studio della teologia, non tardarono a inviarlo a Bologna, per seguire i corsi dell'università. Appena ottenuti felicemente i gradi richiesti, gli venne affidato l'insegnamento; ed egli seppe esporre le sue lezioni con tanta dottrina e chiarezza e acquistarsi tanta autorità che non solo i religiosi della sua provincia ma molte persone già istruite sedevano volentieri attorno la sua cattedra, per ascoltare la parola di quel giovane di vent'anni. 
   Passarono cosi sedici anni, senza che mai diminuisse l'entusiasmo degli uditori e la stima che godeva il professore, poiché il Ghislieri possedeva in grado eminente le qualità dell'insegnante: scienza vasta resa sempre nuova, abilità nel metodo, ardore che suscita l'ammirazione degli allievi e gran cura per il loro progresso. E siccome scopo dell'educatore non è solo quello d'istruire, ma anche di educare alla virtù, fr. Michele sapeva condurre senza sforzo il suo uditorio verso le alte cime ove Dio si rivela alle anime. Le lunghe meditazioni sul Crocifisso davano alle sue lezioni la nota soprannaturale; poiché, secondo l'espressione d'un suo contemporaneo, egli sapeva “unire le spine della scolastica a quelle del Calvario”. 
   A ventiquattro anni, nonostante il timore della sua coscienza delicata, fu ordinato sacerdote a Genova. Il superiore della Provincia, per un'attenzione squisita verso i genitori del novello levita, gli permise di recarsi a Bosco, per celebrarvi la prima Messa. Ma uno spettacolo ben triste amareggiò la sua gioia. Francesco I di Francia, in lotta con Carlo V, mentre si dirigeva verso Pavia, aveva gettato la costernazione nei paesi lombardi, vittime delle contese dei due monarchi. Michele Ghislieri non poté aver la consolazione di offrire il santo sacrificio nella sua chiesa parrocchiale, devastata dai soldati, ma fu costretto a recarsi a Sezzé, accompagnato dai familiari e da qualche amico. 
   In seguito i conventi di Vigevano e di Alba 3 , per la stima che avevano delle sue virtù, lo elessero successivamente loro priore. Fr. Michele aveva tanto rispetto per la propria regola che, nonostante le sue fatiche, non si dispensò mai dalle più piccole pratiche religiose. Soleva riposarsi dalle controversie scolastiche coll'assistenza agli uffici corali, e nelle sue abituali mortificazioni cercava un rimedio contro la vanagloria per i successi del suo insegnamento. 
   Ma, se per primo procurava di dare a tutti buona edificazione, voleva pure nei suoi sudditi fedeltà all' osservanza. Chiamato più volte dai Capitoli Provinciali a dirimere delle questioni, seppe mostrarsi strenuo difensore della disciplina e forte avversario degli abusi. 
   La fama della sua santità si sparse presto fuori del convento, e molti si misero sotto la sua direzione; questo apostolato gli procurò nuove occasioni di patire. I trenta chilometri che lo separavano da Milano, non poterono dispensarlo dall'esercitare colà il suo ministero; e come se fosse insensibile a qualsiasi temperatura, faceva il viaggio a piedi, e non rompeva il silenzio che per recitare il breviario e il rosario insieme al suo compagno di viaggio. 
   Tale fu Michele Ghislieri nella sua giovinezza; preludio di quello che doveva essere Pio V. I lineamenti della sua vita morale andavano delineandosi e accentuandosi sempre più. Le sue magnifiche qualità lo rivelavano veramente capace di grandi cose, e degno di prendere nella Chiesa il posto che gli competeva. La sua intelligenza, pronta e pieghevole, cresceva, fortificando si con un lavoro intenso e continuo, che ne moltiplicava la forza. 
   Sotto un'apparenza alquanto ruvida, avvivata dalla fiamma del suo sguardo, fr. Michele nascondeva una volontà ferma e risoluta, che assicurava 1'esecuzione dei suoi ordini. Ma più che le sue qualità naturali, risplendevano in lui la mortificazione e la pietà, destinate a moderare il rigore del comando. E poteva a buon diritto essere severo, perché era irreprensibile. 

Del Card. GIORGIO GRENTE 

PREGHIERE CHE RECANO LA GUARIGIONE



Guarigione Attraverso la Virtù o il Tocco (Marco 5:29-30) 

La virtù di Gesù può essere in te se preghi e digiuni. Luca 6:19 dice: E tutta la folla cercava di  toccarlo, perché da lui usciva un potere che guariva tutti. ” L'adorazione è un modo per  raggiungere e toccare il cuore di Dio. I veri adoratori sanno come arrivare alla presenza di Dio.  Quando raggiungi la pura adorazione, sarete come le moltitudini nel giorno di Gesù, poiché "e  tutti quelli che lo toccarono furono guariti." (Mt 14,36). Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i  veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. (Gv 4:23, ). E' questa la tua ora? 

«Un santo è un uomo come gli altri. Ma si è svuotato di sé e ha invitato lo Spirito a prendere il suo posto. Ed è lo Spirito che è santo».



Dal diario spirituale di Gabrielle Bossis, parla Gesù:

Parla Gesù:

20 dicembre 1948 – «Un santo è un uomo come gli altri. Ma si è svuotato di sé e ha invitato lo Spirito a prendere il suo posto. Ed è lo Spirito che è santo».

22 gennaio 1948 – «Io sono il Dio di tutti i momenti della tua vita perché sono l’anima della tua anima».

Dopo la Comunione. «Cerca di evitare le più piccole colpe.
Questo è il tuo lavoro, perché sei chiamata alla santità, e la santità è l’assenza di ogni macchia volontaria. Lavoro d’amore, d’amore, capisci?».

«Sii crocifissa con me. Essere crocifissi è venire lacerati contro la propria natura, contro i propri desideri, contro l’amore di sé. Nella povertà, nell’oscurità, nell’obbedienza al Padre. Ricordati che la crocifissione è il preludio della Risurrezione, cioè di tutte le gioie».

18 aprile 1937 – In un teatro. «Perché mi parli come se Io fossi molto lontano? Io sono vicinissimo… nel tuo cuore».

10 agosto 1937 – Lione. «Per esser santa, bisogna innanzi tutto voler esser santa. Voi nascete solo per la santità».

LE SETTE ARMI SPIRITUALI



Santa Caterina da Bologna


La via della vera obbedienza 

Con tutto il mio affetto di carità vi prego, dilettissime mie sorelle, e in particolare prego voi, novizie qui presenti e future che verrete, di porre la massima sollecitudine nella vera obbedienza, perché questo è il sacrificio che Dio attende da chi sinceramente lo serve; per la vera obbedienza, lasciate qualunque altra cosa e anteponetela a ogni orazione, contemplazione o qualsivoglia dolcezza mentale, e beate se sarete perseveranti nel ben fare, senza cercare, o anche solo desiderare, di essere consolate. Come dice San Bernardo, servire Dio significa fare il bene e patire il male: questa è la via sicura e questa deve essere la regola delle vere serve di Cristo, cioè di non ricevere mai conforto, se non in tempo di grande necessità. Chi vuole andare a Dio per la via facile, tra dolcezze e soddisfazioni, s'inganna: per l'amore che Gli portate, non vogliate altra consolazione se non di finire la vostra vita in stato di vera obbedienza; praticatela, e possederete in questo mondo anche la santa orazione e tutte le altre virtù e acquisterete il regno del Cielo; ricordatevi del beato Paolo semplice, che acquistò la grazia di fare miracoli dopo poco tempo nel quale servì Dio in pura obbedienza.  

Non dico di praticare la obbedienza per fare miracoli; a questo proposito, infatti, Cristo disse: - Imparate da me non di fare miracoli, ma di essere umili e mansueti di cuore. - e il vero servo e la vera serva di Cristo non cercano, né desiderano altro che di finire la loro vita perseverando, virtuosamente, nello stato in cui Dio li ha chiamati; questo sì è miracolo grande e meraviglioso, anche se misconosciuto dalle persone di mondo, che non hanno mai sperimentato, come i veri servi e le vere serve di Dio, il combattimento contro i veri nemici, ossia contro l'ingannevole mondo, che si mostra sempre fiorito alle creature mortali, contro la propria carne, che si ribella allo spirito per sua natura, contro le innumerevoli schiere dell'inferno, che con molta malizia, nascostamente come iniqui traditori, continuamente cercano di ingannare e uccidere le anime disposte al servizio divino; tali combattenti fanno già un grande miracolo e, senza paragone, sostengono una ben più grande prova che non i soldati del mondo. Certamente nessun soldato è tanto imprudente: anche se avesse la sapienza di Salomone e la forza di Sansone, da scendere in campo di battaglia a occhi chiusi, anzi, vuole vedere bene i propri nemici; allora si comprende facilmente, a confusione degli amanti del mondo che ci chiamano sacchi di pane, il grande miracolo quotidianamente operato dai servi e dalle serve di Cristo a perseverare nel bene, perché continuamente combattono contro nemici invisibili, cioè contro i diavoli astuti e fortissimi, che mai non cessano di tentarli a tornare indietro dalla via di Dio.  

Tanta è la malizia dei diavoli, da spingere la religiosa fervente, quando non sia possibile rimuoverla dal proposito di operare il bene; a oltrepassare i sacrifici della normale regola, per debilitarla e farla cadere in qualche grave infermità; così, la religiosa, se lascia il giusto per il troppo, vale a dire l'arma del discernimento, deve tralasciare l'esercizio della orazione e delle altre virtù; così, non si fortifica spiritualmente e diventa tiepida e quasi insopportabile a sé stessa; così, toglie l'onore a Dio e il buon esempio alle compagne e così ben le sta, perché presuntuosamente ha oltrepassato i consigli della sua madre e maestra. E se poi il nemico non riesce a prevalere con il detto inganno, appena vede la religiosa gustare la dolcezza dell'amore divino nella orazione, subito la sottopone al desiderio di appartarsi in un luogo solitario, dicendole: - In questo modo gusterai meglio Dio e potrai stare giorno e notte alla orazione, quanto vorrai. -  

Quindi, dilettissime sorelle, siate prudenti. Considerate come il consiglio e il desiderio di appartarsi non si accordino con il vero e ottimo consiglio di Cristo, che non invita a desiderare la dolcezza mentale, a cercare consolazioni e a seguire la nostra volontà, ma a portare la innamorata croce, perché dice: - ... rinneghi sé stesso ... - che significa, in altre parole: - Chi vuole seguirmi in somma perfezione, abbandoni totalmente il proprio arbitrio e vada allo stato religioso, lasciando tutte le cose. - e questo stato veramente si può chiamare croce, per il continuo ricusare la propria volontà.  

Che il portare la croce eccelli sul perseguire la dolcezza mentale, si può ben comprendere, se si osserva la presente generazione: oggi, vi sono molti religiosi di grande levatura mentale, e anche di grandi e buoni sentimenti, ma nessuno in grazia di fare miracoli, di conoscere i segreti altrui o di annunciare cose future; invece, ve ne furono nelle generazioni passate, perché avevano percorso la via della croce in stato di vera e umile obbedienza. Uno di quelli fu il nostro padre San Francesco, che si diceva pronto alla obbedienza di chi fosse appena entrato nella religione, preferiva un frate passato per dure tentazioni, piuttosto che per la via delle dolcezze, delle consolazioni e dei soavi sentimenti mentali, e voleva il religioso fatto com'è il morto, il quale non contraddice nessuno, se è battuto non si lamenta e rimane pure dov'è posto. Abbiamo altri esempi nelle sacratissime vergini Santa Marina e Santa Teodora, oltre che in molte altre: esse meritarono la santità non per essersi adagiate in gusti e dolcezze mentali, ma per la loro perseveranza nell'obbedire non solo alle superiori, ma anche alle uguali e alle inferiori; portarono la propria croce e sostennero fatiche e sudori per il monastero, con vera pazienza; soffrirono freddo, caldo, fame e sete; sopportarono obbrobri, vergogne, mortificazioni, infamie, ingiurie e persecuzioni, combatterono aspre battaglie contro i diavoli furiosi, vinsero la propria carne e il proprio fragile sesso e patirono l'incuria e le colpe di quanti avrebbero dovuto aiutarle e confortarle in ogni preoccupazione e necessità, cioè i loro prelati e fratelli. E perché tutto questo, se non per celare il loro intento di santità? Eppure, non avevano fama maggiore e più reputazione delle altre; anzi, ponevano ogni cura nel nascondere ogni loro grazia e virtù, erano neglette, considerate ultime e più stolte e viziose che savie e virtuose; e non perché si comportassero da matte, oppure perché facessero cose meno di buone, ma per non scusarsi delle colpe e delle infamie loro attribuite, grandemente felici della misera condizione in cui erano poste.  

Veramente, questi sono gli inestimabili ornamenti e la dote delle spose del grande e magnifico imperatore Cristo Gesù, Dio nostro; poiché Egli dice: - Chi vuole salire a me, fonte di vita, deve percorrere la via più difficile. - si confortino i vostri cuori, dilettissime sorelle, nel sapere che siete chiamate alla via stretta, lungo la quale virilmente combattere contro la vostra fragilità, lasciare la vana letizia e le naturali impurità, sottoporsi agli altri per amore di Dio, affinché in tutte voi sia lo spirito di pace e la vera dimora dello Spirito Santo, secondo le sue parole: In chi riposa il mio Spirito, se non nell'umile e mansueto?  

Ci insegna a pervenire a questa umiltà il diletto compagno del nostro patriarca San Francesco, frate Egidio, il quale disse: - Chi vuole possedere la perfetta pace mentale, vera madre della umile mansuetudine, tenga ognuna per sua superiora; e amando, non desideri essere amata, e servendo, non desideri essere servita.  

Illuminata Bembo

DILATIAMO IL CUORE ALLA PIU’ GRANDE FIDUCIA



Tutto è possibile a colui che crede, a chi sta fermo e umile nel Signore, in ginocchio ai piedi della Chiesa e di Chi la rappresenta. Oh ben vengano, allora, e molte e grandi, le esperienze della Fede, e Dio tutti ci assista ad attuare in noi, virilmente, santamente, la Fede! Sorretti dalla mano del Signore, confortati dalle benedizioni del Papa e dei Vescovi, non si turberanno, no, i nostri cuori.
  
Le prove, le sofferenze, prese dalle mani di Dio, non faranno che sopraccrescere la nostra Fede: essa arderà di nuovo ardore, risplenderà di nuova luce, e sarà vita e calore spirituale a noi, sarà vita e luce di Cristo a turbe di poveri fanciulli d'ogni stirpe e colore, ed a moltitudini immani di operai e di popoli straviati da Cristo.
  
Coraggio, o miei figli, ché l'avvenire è di Cristo e di chi vive di Fede, di Fede operosa nella verità e nella carità, sino a morire, sino all'olocausto, a salvezza dei fratelli.
  
Coraggio, e avanti nello Spirito di Fede e di fedeltà, di pietà soda, ignita; dilatiamo il cuore alla più grande fiducia, al più dolce amore di Dio e del prossimo. Dalla fede sgorga la vita! Non in parole è il regno di Dio, ma in possanza di fede e di carità in Cristo.

Siamo, dunque, forti nella Fede, ed esercitiamola con le opere della carità. Perseveranti nell'orazione, saldi nella Fede, piccoli e umili ai piedi della Santa Chiesa, Madre della nostra Fede e delle nostre anime, attendiamo tranquilli, sereni, l'ora di Dio. Il Signore, che, con la Sua mano, ha asciugato tante nostre lacrime, convertirà in gaudio ogni nostra tristezza: abbiamo Fede!

Però, non domandiamo a Gesù che ci liberi dalle tribolazioni e dalle croci - sarebbe la nostra più grande sciagura: domandiamogli di fare solo e sempre la Sua volontà, sì e come ci sarà manifestata dalla Santa Chiesa -, e questo oggi, domani e sempre, e sempre in perfetta letizia, in Domino.

S. Luigi Orione

Ritorno a casa



Cristiani, atei ed ebrei convertiti alla fede cattolica


I convertiti dal Protestantesimo

Kenyon Reynolds

Ricco uomo d’affari, investì cifre molto alte nell’industria petrolifera. Nacque nel 1892 ed era stato educato al protestantesimo e al rifiuto verso i cattolici. Si sposò con una donna cattolica, che gli fece apprezzare la Chiesa cattolica, giacché l’accompagnava spesso a messa per non lasciarla andare da sola. Perdendo sua moglie si convertì e fu ordinato sacerdote il 15 agosto del 1951.

Padre ángel Peña

Figli di Dio.



“Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio,  questi sono figli di Dio”. 
   (Romani 8,14)

Chi è inviato da Dio non si metterà mai al centro degli avvenimenti mondiali!



Figlia Mia. Mia cara bambina buongiorno, auguro un benedetto gioioso anno, ricco di grazie a te e ai cari, che tu porti nel profondo del tuo cuore, ma anche a tutti i Nostri figli in tutto il mondo. Il Nostro amore, infatti, è grande per tutti loro, anche se la maggior parte di loro non lo apprezza.

Figli Miei. Che cosa sareste senza l’amore divino nei vostri cuori? Creature pietrificate e fredde che sono ghiacciate e solitarie, perché chi non porta l’amore del Signore nel cuore, vivrà presto solo e senza gioia. Tutti quelli che lo circondano, infatti, lo fanno solo per interesse e non perché provano amore per lui e sebbene viviate credendo di “essere qualcuno”, nel vostro profondo siete soltanto povere creature che non vedono la luce del Signore e non conoscono il Suo amore e perirete miseramente, perché l’Eternità che vi aspetta non è l’Eternità che regala Mio Figlio.

Figli Miei. Svegliatevi! Convertitevi! Trovate la strada per il Signore! Vivete la vostra vita con Gesù e lasciate che l’amore del Signore entri in voi! In questo modo alla fine del percorso riconoscerete la luce e la gioia, entreranno in voi la speranza e l’amore divini!
Figli Miei. Una vita con Mio Figlio, il vostro Gesù che tanto vi ama, Salvatore e re del mondo, è l’unica cosa cui la vostra anima anela ardentemente, ma il diavolo vi ha ammaliato talmente tanto, che voi non riconoscete più la Verità.

Figli Miei, fermatevi e riflettete! Non inseguite i teologi e le guide della Chiesa che non sono fedeli alla Parola di Dio, che si congratulano con voi e vi approvano nel vostro egoismo. In questo modo vi accecano ancora di più, perché tutto ciò è soltanto un inganno del diavolo per allontanarvi dai valori veri della vita e catturarvi nel suo mondo egoista e illusorio in cui non c’è posto per il vero amore.

“L’amore” del diavolo non esiste, perché egli non conosce l’amore. Il suo “amore” sono parole lusinghiere, di riconoscimento, che ricolmano d’orgoglio, ma che non vi realizzano mai realmente, tuttavia creano dipendenza e fomentano il vostro orgoglio e il vostro ego.

Figli Miei. Questo non è amore! Vi allontana solo ancora più da Dio e vi spinge ancor più profondamente nelle sue trappole! Il vero amore dimora nel cuore! Porta pace, appagamento e gioia ma mai“brividi di piacere”, superbia o luci della ribalta! Chi si crogiola nell’adulazione delle masse, e si fa ammirare e lodare davanti agli occhi e alle orecchie di tutti, non può essere mandato da Dio!

Superbia, apprezzamento e ammirazione vengono dal diavolo! Queste sono le sue armi più grandi nella lotta per le anime e voi vedete con quanta facilità egli le usa per farvi “cambiare opinione”! Altre armi per catturare le anime sono il sesso, i soldi e il potere! Non aspirate mai a questi, perché cadete nella trappola del diavolo! Inoltre egli usa anche la fama e l’onore e l’adorazione ma figli, state attenti e tendete l’orecchio perchè questi sono dovuti unicamente al Signore!

Vedete quindi con quali mezzi lavora il diavolo e come trasforma il bene in male! Riconoscete i suoi trucchi e le sue astuzie e guardatevi dalle sue trappole! Solo il Signore vi regalerà la pace e vi ricolmerà con il Suo amore, il diavolo -e la sua marmaglia -invece vi cattureranno con la loro retorica, carisma, fascino e inganno.

Attenti quindi, perché il diavolo parla al vostro ego, il Signore invece vi ricolma con amore e umiltà.

Figli Miei, ravvedetevi e non lasciatevi ingannare dal diavolo. La fine dei tempi ora finisce e così tanti di voi si dirigono nella direzione sbagliata. Alcuni, i seguaci di Satana per convinzione perchè si sono consacrati a Satana. Altri, come la maggior parte di voi, perché sono ingannati, perché credono che i teologi e le guide della Chiesa che non sono fedeli alla Parola di Dio, siano mandati dal Signore e non hanno (ancora) riconosciuto che non è così.

Nessuno, figli Miei, che è mandato dal Signore, cercherà mai di mettersi al centro degli avvenimenti mondiali! Nessuno! State attenti quindi e guardatevi da tutte le finte buone azioni, di quelli che hanno soltanto un obiettivo: dominare il vostro mondo e distruggere Gesù una seconda volta!

Non appena avranno eliminato Gesù una seconda volta, metteranno in atto il loro obiettivo-almeno così credono! Quello che non sanno è che non potranno mai distruggere Gesù, non importa che cosa facciano e quante chiese profanino.

Gesù vivrà sempre in voi, i Suoi fedeli seguaci! Anche se ora modificheranno tutti i libri sacri, adattandoli alla vita moderna, Mio Figlio vivrà con voi, in voi e quando crederanno di avere usurpato il dominio del mondo, Mio Figlio tornerà e il Suo Regno brillerà gloriosamente. Così sia.

Io vi amo.

La vostra Mamma Celeste e la comunità dei Santi e degli Angeli.

Che l'anno nuovo porti la vera gioia nei cuori, la speranza di non soffrire, l'audacia nell'affrontare le piccole sfide di ogni giorno. BUON ANNO






martedì 31 dicembre 2019

RIMANETE NEL MIO AMORE



«EGLI HA DATO LA SUA VITA PER NOI, QUINDI ANCHE NOI DOBBIAMO DARE LA VITA PER I FRATELLI». 1 Giov. 3, 16
   
Per far del bene alle anime bisogna vederle in me, nella luce del mio Sacro Cuore. Le anime sono la mia immagine. Un giorno, in paradiso, ti mostrerò le anime e ti dirò: «Ecco i tabernacoli che mi hai preparati».
   Abbi una grande carità, perchè Dio è carità, e abbi un grande amore verso il prossimo per imitare me che sono sempre in atto di beneficare le mie creature.
   Devi essere unita a me per mezzo della grazia e al prossimo per mezzo della carità.       
   Tutto ciò che fai in favore del tuo prossimo, lo fai a me; come tu pensi del tuo prossimo, così pensi di me; come parli del tuo prossimo, così parli di me; come tu scusi il tuo prossimo, così scusi me.
   Ci sono due modi per guardare il prossimo: uno per scoprire i difetti, e questo viene dal demonio, dalla natura, dalle passioni, e uno per scoprire le virtù, e questo viene dalla carità, dalla grazia, da Dio.
   Tu desideri comunicarmi agli altri e non sai come fare, lo ti insegno. Parla sempre dell'amore, con tutti dell'amore.
   La carità è una virtù speciale e intima del Cuore di Dio, deve essere quindi il principale ornamento della sua sposa. Per praticare la carità con perfezione e con puro amore di Dio, è necessario che tu d'ora innanzi veda nel prossimo, chiunque esso sia, il tuo celeste Sposo. Servirai Lui servendo il prossimo, amerai Luì amando il prossimo, consolerai Lui tergendo le lacrime dei tuoi fratelli in Gesù Cristo.
Tratterai tutti con somma dolcezza, senza affettazione di sorta, e non esigerai nè testimonianze di riconoscenza, nè ringraziamenti, considerando che è già fin troppo, per te, l'essere fatta degna di servire il tuo Sposo.
Quando riceverai espressioni di gratitudine, servitene alla maggior gloria di Dio che ti ha dato le facoltà con le quali ti sei potuta rendere utile al prossimo.
Il bene che devi procurare di fare al prossimo, deve essere specialmente nell'ordine morale. Talora però è necessario incominciare dal materiale.
   Tutte le volte che tu dici una buona parola a qualcuno, che tu lo consoli, è come se tu lo facessi a me, come se tu mi avessi consolato là nel giardino degli Ulivi quando soffrivo tanto. Io adesso non posso più patire, sono impassibile, immortale, glorioso, ma lo voglio patire nel mio corpo mistico, la Chiesa; le anime sono i miei membri.
La Veronica, quando mi ha asciugato il volto, lo ha fatto per puro amore. Tutte le volte che tu fai un atto di carità, la mia immagine diventa sempre più bella in te, più splendente, più rassomigliante.
   Dimentica te stessa per pregare, invece, e intercedere per i peccatori: domanda la perseveranza per quei che mi sono fedeli, un maggior rinnovamento di fervore per le anime tiepide, la sottomissione e la dolcezza per gli spiriti forti e bramosi d'indipendenza.
   Le giornate in cui dài più anime a Gesù sono quelle più tribolate.
Le tue sofferenze, unite alle mie, acquistano un valore inestimabile.
   In paradiso avrai una gloria speciale per la tua generosità nel soffrire per gli altri. 
   Tu sai ciò che vuol dire soffrire. Bisogna aver sofferto per imparare. Continua a soffrire, avrai larga mercede per te e per gli altri. Quante anime tu salvi, senza saperlo: te le farò conoscere in paradiso; esse aumenteranno la tua felicità.
   Tante anime vorrebbero percorrere il mondo per convertire le anime, eppure sono inchiodate in un letto, e anche a carico di altre; ebbene, esse con un atto solo di rassegnazione alla mia volontà, fanno di più che se percorressero tutto il mondo per salvare le anime. Però esse non devono perdere le loro energie in inutili desideri di fare.
   La carità è il più gran dono che si possa fare: lo te lo faccio, dandoti tanta carità, che ne avrai per te e per gli altri. 
   Ti darai al prossimo, come lo mi do nella S. Comunione a ogni anima e a tutte le anime che mi ricevono.
Non rifiuterai, per quanto dipende da te, dall'ubbidienza e dai tuoi doveri, di rendere alcun servizio al tuo prossimo, e quando qualcuna verrà a cercarti un piacere o a chiederti qualche cosa, la riceverai come un povero che lo ti mando per ricevere da te l'elemosina del tuo tempo, delle tue cognizioni, delle tue abilità e per praticare ciò che è detto nel Vangelo: «Se alcuno ti cerca il mantello, dagli anche la tunica».
   Tu devi darti al prossimo, non solo prestarti; quando uno dà una cosa, non la riprende più; se uno invece la presta, torna a riaverla.
   La dolcezza trionfa di tutto. Chi è mite, chi è affabile, chi è calmo, si guadagna la benevolenza di tutti.
   Chi spera in me, ottiene tutto.
   Tu non puoi comprendere il bene che fa la dolcezza. E' come quando vien giù la pioggia fina fina, quieta quieta; non si vede dove va a finire, ma essa penetra nella terra e inumidisce le radici dell'albero, che poi produce frutti buoni e deliziosi. Chi passa e coglie quei frutti, non pensa alla parte che la goccia di pioggia ha avuto alla loro maturanza. Così, una parola dolce che mi dà alle anime, per vie sconosciute produce grandi frutti.
   Grande attenzione alla carità verso il prossimo: parlare del prossimo bene o per il bene; non gettare la colpa su qualcuno per scusare un altro, ma procurare di rimettere in buona opinione il caro prossimo con qualche buona parola.
   Ti tolgo le imperfezioni, quando tu pratichì la carità.
   Chi non vuol essere giudicato, non giudichi. Chi non vuol essere punito, non punisca se non per amore dì Dio; chìunque mi imiterà nella dolcezza trattando con le anime, sarà certo della loro conversione, perchè lo do alla dolcezza una forza superiore a qualunque altra forza. E' inutile cercare di condurre le anime per altre vie: tutti amano il dolce e con questo mezzo si lasciano facilmente adescare.
   Devi essere talmente premurosa del bene del tuo prossimo, da cercare sempre di farlo risaltare più che puoi.
La carità deve costare: un'anima caritatevole deve imporsi continui sacrifici per far fiorire la carità intorno a sè.
   La carità è già dolce, ma la soavità della carità lo è di più.
   Abbi la pace del cuore, la calma e la rassegnazione dello spirito, la cordialità e l'umiltà con tutti. Piuttosto che umiliare gli altri, umilia te stessa; piuttosto che contraddire gli altri, quando puoi farlo contraddici te stessa; piuttosto che danneggiare gli altri, danneggia te stessa.
   Anche quando sai che non potrai fare un servizio a una persona, dalle sempre a sperare che l'aiuterai, perchè lo farò anche un miracolo, per renderti benigna con il tuo prossimo.
Rendi servizio al prossimo in tutto quello che puoi; non temere di perdere il tempo, fatti serva di tutti. lo tengo fatto a me tutto quello che fai per gli altri.
   I servizi che si rendono a una persona inferma, si fanno con più pura carità, perchè non si può aspettare il ricambio.
   Amare Dio non vuol dire gustare Dio, sapere di accontentare Dio; vuol dire sacrificarsi per Lui, soffrire per Lui, guadagnargli delle anime.
   Il Signore paga nell'orazione quello che si fa per il prossimo; non lasciar vedere che ti costa sacrificio, ma fallo come se fosse cosa molto grata. Che peso ha un'ora di pura sofferenza per l'eternità! L'anima merita tanto, in questo stato, e dà tanta gloria a Dio.
   Piangi e prega: è questo l'unico mezzo di amare praticamente il prossimo, perchè in tal modo ottieni per lui misericordia e perdono. Le tue lacrime mi sono accette, perchè sono lacrime di puro amore.
   Quando in paradiso ti condurrò innanzi tutte le anime che hai ricondotto sul cammino della virtù e della santità, allora sì, godrai; ma ora, contentati di soffrire alla cieca, senza viste e senza misura.
   Tu pensa sempre a me e sempre alle anime: Io penso a te, a provvederti per il tempo e per l'eternità.
   Insegna ad altri ad amarmi e a riconoscere in tutto la disposizione della mia divina volontà.
   Le anime hanno bisogno di te perchè lo mi voglio servire di te per salvarle; Io ho patito per esse, ma tu devi prendere i miei meriti e portarli a loro».

«Gesù vuole che gli prestiamo il corpo onde Egli possa rendere per mezzo della nostra persona atti di cordialità, di carità. Vorrei farmi tutta a tutti, servire tutti, aiutare tutti. Gli Angeli ci sono presenti nelle nostre pene e li dobbiamo imitare nel consolare il prossimo».

Suor Benigna Consolato Ferrero

“Signore, insegnaci a pregare!”



Raccolta di preghiere della Serva di Dio LUISA  PICCARRETA 


Effetti della preghiera nel Divin Volere 

...Onde ho passato una mattinata pregando insieme con Gesù, nel suo Volere; ma, oh  sorpresa! Come pregavamo, una era la parola, ma il Volere Divino la diffondeva su tutte le cose  create e ne restava l’impronta; la portava nell'Empireo, e tutti i Beati non solo ne ricevevano l’impronta, ma era a loro causa di nuova beatitudine; scendeva nel basso della terra e fin nel  Purgatorio, e tutti ne ricevevano gli effetti. Ma chi può dire come si pregava con Gesù e tutti gli  effetti che produceva? 
Onde dopo aver pregato insieme, mi ha detto: “Figlia mia, hai visto che significa pregare nel  mio Volere? Come non c’è punto in cui il mio Volere non esista, Lui circola in tutto e in tutti, è  vita, attore e spettatore di tutto, così gli atti fatti nel mio Volere si rendono vita, attori e spettatori  di tutto, fin della stessa gioia, beatitudine e felicità dei Santi; portano ovunque la luce, l’aria  balsamica e celeste che scaturisce gioie e felicità. Perciò non ti partire mai dal mio Volere; Cielo e  terra ti aspettano per ricevere nuova gioia e nuovo splendore”.  (Vol. 14° 21.04.1922). 

a cura di D. Pablo Martín

PARTECIPAZIONE ALLA MORTE DI CRISTO



La partecipazione attiva alla Messa è, sì, rispondere al Sacerdote, alzarsi quando si legge il Vangelo, ma questa è una partecipazione attiva al rito, non ancora al mistero. Invece noi possiamo partecipare al mistero anche quando non siamo presenti alla Messa. La partecipazione al mistero si realizza in una morte che ci associa alla Morte del Cristo, in una morte che fa presente in noi la sua Morte come atto di amore, di offerta, di redenzione.

Nel rito orientale della Messa, viene posto sopra l'altare un pane benedetto – non consacrato – di cui si fanno nove parti; e queste parti rappresentano tutto il popolo fedele: i defunti, i santi del Cielo, tutti i cristiani, anche i peccatori. Il pane è un simbolo reale: ogni cristiano è una vittima posta sull'altare, e vi dimora come Gesù, per essere offerto, immolato a Dio per il bene di tutti. È questa la nostra Messa. Tutta la nostra vita è partecipazione al Sacrificio di Cristo.

Si può vivere in casa nostra la vita nascosta di Gesù, o quella pubblica nell'apostolato cristiano, o la sua missione di taumaturgo nell'esercizio delle professioni, ma tutti dobbiamo vivere la nostra vita come ostie. Lo dice S. Paolo nella Lettera ai Romani: « Vi esorto, in nome della misericordia di Dio, affinché vogliate offrire a guisa di culto spirituale, e quindi gradito a Dio, i vostri corpi, come vittima vivente e santa ». Lo ripete nella Lettera agli Efesini: « Siate imitatori di Dio come figli carissimi; come Gesù morì vittima di soave odore, così offrite voi stessi a Dio ». È questa la vita cristiana. Non si può eliminare questa concezione della vita cristiana che è essenziale al nostro essere in Cristo: siamo vittime.

Il Battesimo ci ha consacrati a Dio. Essere consacrati vuoi dire essere riservati, messi da parte. I contadini mettono da parte le bestie riservate al macello: così la consacrazione ci risèrva: siamo separati dall'umanità, ma lo siamo per l'umanità; siamo messi da parte per essere immolati per il bene degli uomini. Chi compirà il nostro sacrificio? Colui che operò il sacrificio di Gesù. Per lo Spirito Santo egli si offrì al Padre: lo immolò soltanto il suo amore. Anche in noi la sofferenza e la morte saranno partecipazione alla Morte di Cristo, se saranno la prova che in noi vive l'amore.

La vita presente è per tutti un morire: che sia per noi un morire per amore! Offriamoci per il bene dei fratelli; offriamo la nostra sofferenza, le nostre lacrime, la nostra povertà, ciò che ci umilia, tutta la nostra vita ...

O Signore, come siamo contenti di poter soffrire per dimostrare il nostro amore per Te! Ti offriamo il nostro corpo, la nostra anima, il nostro sangue, tutto, e vogliamo che il nostro dono sia salvezza per tutti.

Certo, sappiamo che il nostro dono non vale; ma è grande se lo uniamo all'offerta del Cristo. Noi siamo sull'altare proprio per questo: perché la nostra offerta non sia separata da quella del tuo Figlio! Quale immagine del Cristo più bella, più vera, del cristiano? Si può pensare che una statua, un dipinto sia un'immagine più vera di quello che è l'uomo che ha ricevuto la mattina la S. Comunione? La Comunione non ci trasforma nel Cristo? Non fa presente Gesù nella nostra vita, non fa vivere Cristo in noi? Pensiamo che la fede cristiana, l'unione intima con Gesù Salvatore, ci debba dispensare dalla sofferenza. A che serve esser cristiani, a cosa serve il pregare (dicono tanti) se dobbiamo soffrire come gli altri, se siamo sottoposti come gli altri alla morte? Non é come gli altri, ma come Gesù.

La nostra fede ci serve a soffrire di più, non certo a preservarci dal dolore, perché deve far presente in noi la Passione stessa del Cristo: non la sofferenza che è dovuta per i nostri peccati, ma la sofferenza che è dovuta a tutta quanta l'umanità, perché è questa sofferenza che Gesù ha preso sopra di sé. Nella misura in cui tu vivi nel Cristo, non vivi più soltanto il tuo dolore, ma vivi il dolore del mondo; tu non assumi soltanto il peso dei tuoi peccati, tu assumi il peso del peccato del mondo, per esserne a tua volta schiacciato.

L'uomo dovrebbe superare il dolore dopo aver vinto in sé il peccato: proprio allora, invece, incomincia per lui il vero martirio.

Nella mistica di S. Giovanni della Croce sembrerebbe che l'uomo, giunto all'unione trasformante, non dovesse più soffrire, ma S. Giovanni della Croce nelle sue opere non ci dà nemmeno la prova di quello che fu la sua esperienza interiore. Neppure S. Giovanni della Croce, una volta giunto all'unione trasformante, conobbe la gioia. Egli giunse all'unione trasformante nel carcere di Toledo; ma dopo il carcere di Toledo, Dio preparò per lui un abisso ancor più grande di sofferenza: l'abbandono da patte dei suoi fratelli, il tentativo di cacciarlo dall'Ordine, la morte. La sofferenza di S. Giovanni della Croce non terminò con l'unione trasformante: è con l'unione trasformante piuttosto che egli divenne capace di partecipare in un modo più intimo e vero alla Passione stessa di Gesù, che è Passione redentrice. La passione di S. Giovanni della Croce, gli meritò di essere il padre dell'Ordine: tutto l'Ordine vivrà nella sua passione. Come dalla Passione del Cristo è nata la Chiesa, così dalla passione dei santi si rinnova la Chiesa e nasce e vive ogni famiglia religiosa.

Così S. Teresa di Gesù Bambino. Sembra che ella sia giunta all'unione trasformante nel tempo in cui si offrì all'Amore misericordioso; se leggiamo la sua vita vedremo che è proprio da allora che la investe il massimo della sofferenza e delle tribolazioni interiori. Invece di liberarsi dalla sofferenza, proprio allora ella ottiene di divenire la più grande santa dei tempi moderni, assumendo tutto il peso del peccato umano per esserne come schiacciata, spezzata. L'Umanità di Gesù non sopportò il peso del dolore umano ed egli è morto sulla Croce: come potrebbe l'uomo, nella misura in cui fa suo il dolore del Cristo, reggere a tale peso?

La perfezione cristiana termina nella morte, non tuttavia in un'estasi di amore, come aveva scritto S. Giovanni della Croce; ma nell'agonia pura e semplice. nella desolazione dello spirito, nel sentimento dell'abbandono del Padre, perché così è morto Gesù e così deve morire chi a lui più si avvicina.

Questa la vera vita eucaristica. La Comunione non ti promette la dolcezza dell'estasi: Gesù si comunica all'uomo per imprimere in lui il suo Volto divino, affinché egli divenga la vera « icona » del Cristo, la vera immagine di Gesù. Presente realmente, ma misteriosamente nascosto nell'Eucarestia, Egli vuole rivelarsi in noi, vuoi farsi presente e visibile agli uomini nella nostra medesima vita, nel nostro medesimo corpo.

Noi non riceveremo le stigmate. Ma partecipando al suo mistero, dovremo esprimere chiaramente la nostra assimilazione a Cristo così che anche il corpo divenga veramente una immagine di Gesù. La vera immagine di Gesù è il santo: non scolpita o dipinta dalla mano dell'uomo, ma dallo Spirito Santo.

La mistica cristiana non è una mistica dell'Uno, un puro affondare dell'anima nella luce di Dio, un puro perdersi dell'uomo nella luce infinita: è un'assimilazione a Cristo. La nostra unione, la nostra unità con Dio, esige prima di tutto la nostra unità con tutta quanta l'umanità sofferente e peccatrice, nella nostra trasformazione in Cristo.

Gesù fa presente in te la sua Passione in un modo visibile e tu partecipi al mistero della sua riparazione. Quello che è nascosto nell'Eucarestia, nel santo diviene palese; quello che nell'Eucarestia è nascosto deve vivere in te.

Gesù si comunica a te, per vivere pienamente in te, per passare di nuovo dal mistero (non dalla realtà, perché la realtà è già tutta nel mistero) alla visibilità; per introdursi dal mistero nella vita del tempo. Attraverso la partecipazione al Mistero eucaristico, l'atto della Morte del Cristo entra nel tempo e nello spazio, diviene la vita di ogni uomo, la vita anche del mondo.

don Divo Barsotti

dice il Signore



Anch'io, dice il Signore, mi vergognerà di confessare davanti al Padre mio colui il quale si vergognerà di confessarmi davanti agli uomini (Mt. 10, 32).