sabato 19 giugno 2021

Dalla Gerarchia Cardinalizia di Carlo Bartolomeo Piazza e dalle Rivelazioni Private della mistica Maria Valtorta

 


Santi Martiri del I – II e III Secolo


I Martiri e le loro conquiste. Il sacerdote  Cleto e compagni. 


Sera del 24 – 11 - 1946. 90 

Vedo un luogo che per costruzione e per personaggi molto  mi ricorda il Tullianum nella visione91 della morte del piccolo  Castulo. Mi ricorda anche altri luoghi romani come le celle dei  circhi dove ho visto ammassati i cristiani prossimi ad essere gettati ai leoni. Ma non è né l’uno né l’altro luogo. Le muraglie 

sono con le solite robuste pietre squadrate sovrapposte. La luce  è poca e triste come filtrasse da feritoie e si mescolasse al lume  incerto di una fiammella ad olio insufficiente a rischiarare l’ambiente. Il luogo è sempre, di certo, una carcere, e carcere di cristiani, ma, a differenza degli altri luoghi che ho visto, questo  ambiente fosco e triste non è tutto chiuso da porte e muraglie.  Ha in un angolo un ampio corridoio che si diparte dallo  stanzone e va chissà dove. Anche il corridoio, un poco curvo  come facesse parte di una larga elissi, è con le solite pietre  quadrangolari e malamente rischiarato da una fiammella. Il  luogo è vuoto. Però al suolo, un suolo che pare di granito,  sparso di grossi sassi a far da sedili, sono degli indumenti. 

Un rumore sordo, come di mare in tempesta che si senta  lontano dalla riva, viene da non so dove. Delle volte è più  fievole, talora è forte. Ha quasi del boato. Forse per effetto delle  pareti a curva che lo devono raccogliere e amplificare come per  eco. È un rumore strano. Delle volte mi sembra fatto da onde di mare o da una grande cascata d’acque, delle volte mi pare di sentirlo fatto di voci umane e penso sia folla che urla, altre fa dei suoni inumani durante i quali l’altro rumore si sospende per esplodere poi più forte... Ora uno scalpiccio di passi, di molti  passi, viene dal corridoio ellittico che si illumina vivamente  come se altri lumi vi venissero portati, e col rumore dei passi un  rammarichio fievole di creature sofferenti... 

Poi ecco la tremenda scena. Preceduto da due uomini  colossali, anzianotti, barbuti, seminudi, muniti di torce accese,  viene avanti un gruppo di creature sanguinanti, parte sorrette,  parte sorreggenti, parte addirittura portate. Ho detto: creature.  Ma ho detto male. Quei corpi straziati, mutilati, aperti, quei  volti dalle guance segnate da atroci ferite che hanno dilaniato le bocche sino all’orecchio, o spaccato una guancia sino a mostrare i denti infissi nella mandibola, o cavato un occhio che spenzola fuor dall’orbita priva della palpebra ormai inesistente, o che è mancante affatto come per una barbara ablazione,  quelle teste scoperchiate del cuoio capelluto come se un  ordigno crudele le avesse scotennate, non hanno più aspetto di  creature. Sono una visione macabra come un incubo, sono  come un sogno di pazzia... Sono la testimonianza che nell’uomo si cela la belva e che essa è pronta ad apparire e a sfogare i suoi  istinti approfittando di ogni pretesto che giustifichi la belluinità.  Qui il pretesto è la religione e la ragion di stato. I cristiani sono  nemici di Roma e del divo Cesare, sono gli offensori degli dèi,  perciò i cristiani siano torturati. E lo sono. Che spettacolo!  Uomini, donne, vecchi, fanciullini, giovinette sono là alla  rinfusa in attesa di morire per le ferite o per un nuovo supplizio.  Eppure, tolto il lamento inconscio di coloro che la gravità  delle ferite fa insensati, non si sente una voce di rammarico.  Quelli che li hanno condotti si ritirano lasciandoli alla loro  sorte, e allora si vede che i meno feriti cercano di soccorrere i più gravi e chi appena può va a curvarsi sui morenti, chi non  può farlo stando ritto si trascina sulle ginocchia o striscia al suolo cercando l’essere a lui più caro o quello che sa più debole di carne e forse di spirito. E chi può ancora usar le mani cerca  dare soccorso alle forme denudate ricoprendole con le vesti che  erano al suolo, oppure raccogliendo le membra dei languenti in  positure che non offendano la modestia e stendendo su esse  qualche lembo di veste. E alcune donne raccolgono nel grembo i bambini morenti, e forse non sono i loro, che piangono di  dolore e paura. Altre si trascinano presso giovinette coperte  soltanto delle chiome disciolte e cercano rivestire le forme  verginali con le candide vesti trovate al suolo. E le vesti si intridono di sangue, e odor di sangue satura l’aria dell’ambiente mescolandosi al fumo pesante del lume ad olio. E dialoghi  pietosi e santi si intrecciano sommessi. 

“Soffri molto, figlia mia?” chiede un vecchio dal cranio scoperchiato della cute che pende sulla nuca come una cuffia  caduta e che non può vedere perché non ha più per occhi che  due piaghe sanguinanti, rivolgendoli ad una che sarà stata una  florida sposa ma che ora non è che un mucchio di sangue, stringente al petto aperto, con l’unico braccio che ancor lo può fare, in un disperato gesto di amore, il figliolino che sugge il  sangue materno in luogo del latte che non può più scendere  dalle mammelle lacerate. 

“No, padre mio... Il Signore mi aiuta... Se almeno venisse Severo... Il bambino... Non piange... non è forse ferito... Sento  che mi cerca il petto... Sono molto ferita? Non sento più una  mano e non posso... non posso guardare perché non ho forza  più di vedere... La vita... se ne fugge col sangue... Sono coperta, padre mio?...”. 

“Non so, figlia. Non ho occhi più...”. 

Più oltre è una donna che striscia al suolo sul ventre come fosse un serpente. Da uno squarcio alla base delle coste si vedono respirare i polmoni. “Mi senti ancora, Cristina?” dice curvandosi su una giovinetta nuda, senza ferite, ma col color  della morte sul viso. Una corona di rose è ancor sulla sua fronte  sopra i capelli morati disciolti. È semi svenuta. 

Ma si scuote alla voce e carezza materna, e raduna le forze per dire: “Mamma...”. La voce è un soffio. “Mamma! il serpente... mi ha stretta così... che non posso più...  abbracciarti...  

Ma il serpente... è nulla... La vergogna... Ero nuda... 

Mi guardavano tutti... Mamma... son vergine ancora anche  se... anche se gli uomini... mi hanno vista... così?... Piaccio ancora a Gesù?...”. 

“Sei vestita del tuo martirio, figlia mia. Io te lo dico: piaci a Lui più di prima...”. 

“Si... ma... coprimi, mamma... non vorrei più esser vista... 

Una veste per pietà...”. 

“Non ti agitare, mia gioia... Ecco. La mamma si mette qui e ti nasconde... Non posso più cercarti la veste... perché... 

muoio... Sia lode a Ge...”. E la donna si rovescia sul corpo della figlia con un grande fiotto di sangue, e dopo un gemito resta  immobile. Morta? Certo agli ultimi respiri. 

“La madre mia muore... Non è vissuto nessun prete per darle la pace?...” dice la giovinetta sforzando la voce. 

“Io vivo ancora. Se mi portate...” dice da un angolo un vecchio dal ventre aperto completamente... 

“Chi può portare Cleto da Cristina e Clementina?” dicono in diversi. 

“Forse io posso, ché ho buone le mani e forte ancora sono.  Ma dovrei essere condotto perché il leone mi ha levato gli occhi” dice un giovane bruno, alto e forte. 

“Ti aiuto io a camminare, o Decimo” risponde un giovinetto poco ferito, uno dei più illesi. 

“E io e mio fratello ti aiuteremo a portare Cleto” dicono due robusti uomini nel fior della virilità, anche essi poco feriti. 

“Dio vi compensi tutti” dice il vecchio prete sventrato mentre lo trasportano con precauzione. E deposto che è presso  la martire prega su di lei, e agonizzante come è trova ancora il modo di raccomandare l’anima ad un uomo che, scarnificato nelle gambe, muore di dissanguamento al suo fianco. E chiede a  quello cieco che lo ha portato se non sa nulla di Quirino. 

“È morto al mio fianco. La pantera gli ha aperto la gola per il primo”. 

“Le belve fanno presto all’inizio. Poi sono sazie e giuocano  soltanto” dice un giovinetto che si dissangua lentamente poco lontano. 

“Troppi cristiani per troppo poche belve” commenta un vecchio che si zaffa con un cencio la ferita che gli ha aperto il  costato senza ledergli il cuore. 

“Lo fanno apposta. Per godere poi di un nuovo spettacolo.  Certo lo stanno ideando ora...” osserva un uomo che sorregge  con la destra l’avambraccio sinistro quasi staccato da una zannata di belva. 

Un brivido scuote i cristiani. 

La giovinetta Cristina geme: “I serpenti no! È troppo orrore!”. 

“È vero. Esso ha strisciato su me leccandomi il viso con la lingua viscida... Oh! Ho preferito il colpo d’artiglio che mi ha aperto il petto ma che ha ucciso il serpente, al gelo dello stesso. 

Oh!” e una donna si porta le mani vacillanti e insanguinate al volto. 

“Eppure tu sei vecchia. Il serpente era serbato alle vergini”. 

“Hanno satireggiato sui nostri misteri. Prima Eva sedotta dal  serpente, poi i primi giorni del mondo: tutti gli animali”. 

“Già. La pantomima del Paradiso terrestre... Il direttore del Circo è stato premiato per essa” dice un giovane. 

“I serpenti, dopo averne stritolate molte, si sono gettati su  noi finché aprirono alle belve e fu il combattimento”. 

“Ci hanno cosparse di quell’olio e i serpenti ci hanno sfuggite come preda di cibo... Che sarà ora di noi? Io penso alla nudità...” geme una poco più che fanciulla. 

“Aiutami, Signore! Il mio cuore vacilla...”.  

“Io confido in Lui...”. 

“Io vorrei che Severo venisse, per il bambino...”. 

“È vivo tuo figlio?” Chiede una madre molto giovane che piange su ciò che era il figlio suo e che ora non è che un  pugnello informe di carne: un piccolo tronco, solo tronco,  senza testa, senza membra. 

“È vivo e senza ferite. Me lo sono messo dietro la schiena. 

La belva ha squarciato me. E il tuo?”. 

“Il suo piccolo capo dai ricci leggeri, i suoi occhietti di cielo, le sue piccole guance, le manine di fiore, i piedini che  imparavano appena a camminare sono ora nel ventre di una  leonessa... Ah! che era femmina e certo sa cosa è essere madre e non seppe avere pietà di me!…”. 

“Voglio la mamma! La mamma voglio! È rimasta col padre là per terra... E io ho male. La mamma mi farebbe guarire la pancina!...” piange un bambino di sei, sette anni, al quale un morso o una zampata ha aperto nettamente la parete  addominale, e agonizza rapidamente. 

“Ora andrai dalla mamma. Ti ci porteranno gli angeli del  cielo tuoi fratellini, piccolo Lino. Non piangere così...” lo conforta una giovane sedendosi al suo fianco e carezzandolo  con la mano meno ferita. Ma il bambino soffre sul duro  pavimento e trema, e la giovane, aiutata da un uomo, se lo  prende sui ginocchi e lo sorregge e ninna così. 

“Vostro padre dove è?” chiede Cleto ai due fratelli che lo hanno portato insieme all’accecato. 

“È divenuto cibo del leone. Sotto i nostri occhi. Mentre già  la belva gli mordeva la nuca disse: ‘Perseverate’. Non disse di  più perché ebbe la testa staccata...”. 

“Ora parla dal Cielo. Beato Crispiniano!”. 

“Beati fratelli! Pregate per noi”.  

“Per l’ultima lotta!”. 

“Per l’ultima perseveranza”.  

“Per amor di fratelli”. 

“Non temete. Essi, perfetti già nell’amore, tanto che il Signore li volle nel primo martirio, sono ora perfettissimi  perché viventi nel Cielo, e del Signore altissimo conoscono e  riflettono la Perfezione. Le spoglie loro, che abbiamo lasciate sull’arena, sono solamente spoglie. Come le vesti che ci hanno levate. Ma essi sono in Cielo. Le spoglie sono inerti. Ma essi vivi sono. Vivi e attivi. Essi sono con noi. Non temete. Non abbiate  preoccupazione per come morirete. Gesù lo ha detto92: ‘Non preoccupatevi delle cose della terra. Il Padre vostro sa di che avete bisogno’. Sà la vostra volontà e la vostra resistenza. Tutto sa e vi sovverrà. Ancora un poco di pazienza, o fratelli. E poi è  la pace. Il Cielo si conquista con la pazienza e con la violenza. 

Pazienza nel dolore. Violenza verso le nostre paure d’uomini.  Stroncatele. È l’insidia del Nemico infernale per strapparvi alla Vita del Cielo. 

Respingete le paure. Aprite il cuore alla confidenza assoluta. 

Dite: ‘il Padre nostro che è nei Cieli ci darà il nostro pane quotidiano di fortezza perché sà che noi vogliamo il suo Regno e moriamo per esso perdonando ai nostri nemici’. No. Ho detto una parola di peccato. Non ci sono nemici per i cristiani. Chi ci  tortura è nostro amico come chi ci ama. Ci è anzi duplice amico. Perché ci serve sulla terra a testimoniare la nostra fede, e  ci veste della veste nuziale93 per il banchetto eterno. 

Preghiamo per i nostri amici. Per questi nostri amici che non  sanno quanto li amiamo. Oh! veramente in questo momento  noi siamo simili a Cristo perché amiamo il nostro prossimo sino  a morire per esso. Noi amiamo. Oh! parola! Noi abbiamo imparato ciò che è essere dèi. Perché l’Amore è Dio, e chi ama è simile a Dio, è veramente figlio di Dio. Noi amiamo  evangelicamente non coloro dai quali attendiamo gioie e  compensi, ma coloro che ci percuotono e ci spogliano anche della vita. Noi amiamo col Cristo dicendo: ‘Padre, perdonali  perché non sanno ciò che fanno’. Noi col Cristo diciamo: ‘È giusto che si compia il sacrificio perché siamo venuti per compierlo e vogliamo che si compia’. Noi col Cristo diciamo ai  superstiti: ‘Ora voi siete addolorati. Ma il vostro dolore si muterà in gaudio quando ci saprete in Cielo. Noi vi porteremo dal Cielo la pace in cui saremo’. Noi col Cristo diciamo:  ‘Quando ce ne saremo andati manderemo il Paraclito a compiere i suoi misteriosi lavori nei cuori di quelli che non ci  hanno capito e che ci hanno perseguitato perché non ci hanno capito’. Noi col Cristo non agli uomini ma al Padre affidiamo lo  spirito perché lo sostenga col suo amore nella nuova prova. 

Amen”.  

Il vecchio Cleto, sventrato, morente, ha parlato con una  voce così forte e sicura che un sano non avrebbe tale. Ed ha  trasfuso il suo spirito eroico in tutti. Tanto che un canto dolce  si leva da quelle creature straziate... 

“Dove è mia moglie?” interroga una voce dal corridoio interrompendo il canto. 

“Severo! Sposo mio! il bambino è vivo! Te l’ho salvato! Ma a tempo giungi... perché io muoio. Prendi, prendi Marcellino nostro!”. 

L’uomo si fa avanti, si curva, abbraccia la sposa morente, raccoglie il bambino dalla mano tremante di lei e le due bocche, che si sono santamente amate, si uniscono un’ultima volta in un unico bacio deposto sulla testolina innocente. 

“Cleto... Benedici... Muoio...”. Sembra che la donna abbia  proprio trattenuto la vita sino all’arrivo dello sposo. Ora si abbatte in un rantolo fra le braccia del marito al quale sussurra: 

“Va’, va’... per il bambino... a Puden...”. La morte le tronca la  parola... 

“Pace ad Anicia” dice Cleto. 

“Pace!” rispondono tutti. 

Il marito la contempla stesa ai suoi piedi, svenata,  squarciata... Delle lacrime gli cadono dagli occhi sul viso della morta. Poi dice: “Ricordati di me, o mia sposa fedele!...”. Si  volge al vecchio suocero: “La porterò nella vigna di Tito. Caio e Sostenuto sono qui fuori con la barella”.  

“Vi fanno passare?”.  

“Si. Chi ha ancora parenti fra i vivi avrà sepoltura...”. 

“Col denaro?”. 

“Col denaro... e anche senza. Ognuno che vuole può venire a raccogliere i morti e a salutare i vivi. Sperano così che la vista  dei martiri indebolisca quelli che ancor liberi sono e li persuada  a non farsi cristiani, e sperano che le nostre parole...  Indeboliscano voi. Chi non ha parenti andrà al carnaio... Ma i nostri diaconi nella notte ricercheranno i resti...”. 

“Si prepara forse il nuovo martirio?”. 

“Sì. Per questo fanno passare i parenti e anche per questo nella notte i martiri verranno sepolti. Essi saranno occupati nello spettacolo...”. 

“Così a tarda ora? Che spettacolo mai nella notte?”. 

 “Sì. Quale spettacolo?”. 

“Il rogo. Quando sarà notte piena...”.  

“Il rogo!... Oh!...”  

“A coloro che sperano nel Signore le fiamme saranno come  la dolce rugiada dell’aurora. Ricordate i giovinetti di cui parla94  Daniele. Essi andarono cantando fra le fiamme. La fiamma è  bella! Purifica e veste di luce. Non le immonde belve. Non i  lubrici serpenti. Non gli impudichi sguardi sui corpi delle  vergini. La fiamma! Se resto di peccato è in noi, ci sia la fiamma  del rogo simile al fuoco del Purgatorio. Breve purgatorio e poi,  vestiti di luce, andiamo a Dio. A Dio: Luce, noi andremo!  Fortificate i vostri cuori. Volevano essere luce al mondo  pagano. I fuochi del rogo siano il principio della luce che noi 

daremo a questo mondo delle tenebre” dice ancora Cleto. 

Dei passi pesanti, ferrati, nel corridoio. “Decimo, sei vivo ancora?” chiedono due soldati apparendo nella stanza. 

“Si, compagni. Vivo. E per parlarvi di Dio. Venite. Perché io non posso venire a voi, perché non vedrò mai più la luce”.  “Infelice’’ dicono i due. 

“No. Felice. Io sono felice. Non vedo più le brutture del  mondo. Entrando dalle mie pupille le lusinghe della carne e dell’oro non mi potranno più tentare. Nelle tenebre della cecità  temporanea io vedo già la Luce. Dio vedo!...”. 

“Ma non sai che fra poco sarai arso? Non sai che perché ti amiamo avevamo chiesto di vederti, per farti fuggire se vivo eri ancora?”. 

“Fuggire? Così mi odiate da volermi levare il Cielo? Non eravate così nelle mille battaglie che sostenemmo fianco a fianco per l’imperatore. Allora a vicenda ci spronavamo ad essere eroi. Ed ora voi, mentre io mi batto per un imperatore eterno, immenso nella sua Potenza, mi consigliate alla viltà? Il  rogo? E non sarei morto volentieri fra le fiamme, durante gli assalti ad una città nemica, pur di servire l’imperatore e Roma: 

un uomo mio pari, ed una città che oggi è e domani non è più? 

Ed ora che do l’assalto al Nemico più vero per servire Dio e la Città eterna dove regnerò col mio Signore, volete che io tema le fiamme?”. 

I due soldati si guardano sbalorditi. 

Cleto parla di nuovo: “Il martire è l’unico eroe. Il suo eroismo è eterno. Il suo eroismo è santo. Non nuoce col suo  eroismo a nessuno. Non emula gli stoici dagli stoicismi aridi.  Non i crudeli dalle violenze inutili e nefande. Non prende  tesori. Non usurpa poteri. Dà. Dà del suo. Le sue ricchezze...  Le sue forze... La sua vita... È il generoso che si spoglia di tutto  per dare. Imitatelo. Servi supini di un crudele che vi manda a  dare morte e a trovare la morte, passate alla Vita, a servire la  Vita, a servire Dio. Forseché, caduta l’ebbrezza della battaglia, quando il segnale impone silenzio nel campo, voi avete mai  sentito la gioia che sentite essere nel vostro compagno? No.  Stanchezza, nostalgia, paura della morte, nausea di sangue e di  violenze... Qui... guardate! Qui si muore e si canta. Qui si muore  e si sorride. Perché noi non moriremo ma vivremo. Noi non conosciamo la Morte ma la Vita, il Signore Gesù”. 

Entrano ancora quei due nerboruti uomini venuti al  principio con le torce. Sono con loro altri due uomini vestiti  pomposamente. Le torce fumigano tenute alte dai due. Gli altri  che sono con loro si chinano a guardare i corpi... 

“Morto... Anche questo... Costei agonizza... Il fanciullo ghiaccia già... Il vecchio morrà fra breve... Questa?... Il serpente  le ha schiacciato le costole. Osserva, schiuma rosa è già alle labbra...” si consultano fra loro. 

“Io direi... Lasciamoli morire qui”. 

“No. Il giuoco è già fissato. Il Circo si riempie nuovamente...”.  
“Gli altri delle carceri basterebbero”. 
“Troppo pochi! Procolo non ha saputo regolare le masse.  Troppi ai leoni. Troppo pochi per i roghi...”.  
“Così è... Che fare?”. 
“Attendi”. Uno si porta in mezzo alla stanza e dice: “Chi di  voi è meno ferito sorga in piedi”. 
Si alzano una ventina di persone. 
“Potete camminare? Reggervi in piedi?”.  
“Lo possiamo”. 
“Tu sei cieco” dicono a Decimo. 
“Posso essere guidato. Non mi private del rogo, poiché  penso che a questo pensate” dice Decimo. 
“A questo. E vuoi il rogo?”. 
“Lo chiedo in grazia. Sono un soldato fedele. Guardate le  cicatrici delle mie membra. Per premio del mio lungo fedele servizio all’imperatore, datemi il rogo”. 
“Se tanto ami l’imperatore, perché lo tradisci?”. 
“Non tradisco né l’imperatore né l’impero, perché non faccio atti contro la loro salute. Ma servo il Dio vero che è l’Uomo Dio e l’Unico degno di essere servito sino alla morte”. 
“O Cassiano, con simili cuori i tormenti sono vani. Io te lo  dico. Non facciamo che coprirci di crudeltà senza scopo...” dice un intendente del Circo al compagno. 
“È forse vero. Ma il divo Cesare...”. 
“E lascia andare! Voi che camminate, uscite di qui!  Attendeteci presso le uscite. Vi daremo delle vesti nuove”. 
I martiri salutano quelli che restano. Un giovinetto si  inginocchia per essere benedetto dalla madre. Una fanciulla col  suo sangue appone una crocetta come fosse un crisma sulla  fronte della madre che la lascia per salire al rogo. Decimo abbraccia i due commilitoni. Un vecchio bacia la figlia morente  e si avvia sicuro. Tutti prima di uscire si fanno benedire dal  prete Cleto... I passi dei morituri si allontanano nel corridoio. 
“Voi rimanete ancora qui?” chiedono gli intendenti ai due soldati.  
“Si. Rimaniamo”. 
“Per qual motivo? È... pericoloso. Costoro corrompono i fedeli cittadini”. 
I due soldati scrollano le spalle. 
Gli intendenti se ne vanno mentre entrano dei fossori con  delle barelle per portare via i morti. Vi è un poco di confusione  perché con i fossori sono anche i parenti dei morti e dei  morenti e vi sono lacrime o addii fra questi e i malvivi. I due  soldati ne approfittano per dire a un fanciullo: “Fingiti morto.  Ti porteremo in salvo”. 
“Tradireste voi l’imperatore mettendovi in salvo mentre egli  ha fiducia in voi per la sua gloria?”. 
“No certo, fanciullo”. 
“E neppure io tradisco il mio Dio che è morto per me sulla Croce”. 
I due soldati, letteralmente sbalorditi, si chiedono: “Ma chi  dà loro tanta forza?”. E poi, col gomito appoggiato alla muraglia, a sostenere il capo, restano meditabondi osservando.  Tornano gli intendenti con schiavi e con barelle. Dicono: 
“Siete ancora pochi per il rogo. I meno feriti si siedano  almeno”. 
I meno feriti!... Chi più chi meno sono tutti agonizzanti. E non possono sedersi più. Ma le voci pregano: “io! io! Purché mi  portiate…”. 
Vengono scelti altri 11... 
“Voi beati! Prega per me, Maria! A Dio, Placido! Ricordati di  me, o madre! Figlio mio, chiama l’anima mia presto! Sposo mio, ti sia dolce il morire!...”. I saluti si incrociano... 
Le barelle vengono portate via. 
“Sorreggiamo i martiri col nostro pregare. Offriamo il  duplice dolore delle membra e del cuore che si vede escluso dal martirio per essi. Padre nostro...”. 
Cleto, che è paurosamente livido ed è morente, raccoglie le forze per dire il Pater. 
Entra uno trafelato. Vede i due soldati. Arretra. Rattiene il  grido che aveva già sulle labbra. 
“Puoi parlare, uomo. Non ti tradiremo. Noi, soldati di  Roma, chiediamo di essere soldati di Cristo”. 
“Il sangue dei martiri feconda le zolle!” esclama Cleto. E  rivolto al sopraggiunto chiede: “Hai i misteri?”. 
“Si. Ho potuto darli agli altri un momento prima che fossero portati nell’arena. Ecco!”. 
I soldati guardano stupiti la borsa di porpora che l’uomo si leva dal seno. 
“Soldati. Voi ci chiedete dove noi troviamo la forza. Ecco la forza! Questo è il Pane dei forti. Questo è Dio che entra a vivere in noi. Questo...”. 
“Presto! Presto, o padre! io muoio... Gesù... e morirò felice!  Vergine, martire e felice!” grida Cristina ansante negli spasimi della soffocazione. 
Cleto si affretta a spezzare il pane e a darlo alla giovinetta  che si raccoglie quieta chiudendo gli occhi. 
“Anche a me... e poi... chiamate i servi del Circo. Io voglio  morire sul rogo...” gorgoglia un fanciullo dalle spalle dilaniate e  dalla guancia aperta dalla tempia alla gola che sanguina. 
“Puoi inghiottire?”. 
“Posso! Posso. Non mi sono mai mosso né ho mai parlato  per non morire... prima della Eucarestia. Speravo... Ora...”. 
Il prete gli dà una mollichina del Pane consacrato. E il fanciullo cerca di inghiottire. Ma non riesce. Un soldato si china  impietosito e gli sorregge il capo mentre l’altro, trovata in un  angolo un’anfora con ancora un sorso d’acqua nel fondo, cerca  di aiutarlo ad inghiottire versandogli l’acqua stilla a stilla fra le labbra. 
Intanto Cleto spezza le Specie e le dà ai più vicini. Poi prega i soldati di trasportarlo per distribuire ai morenti l’Eucarestia. 
Poi si fa ricondurre dove era e dice: “Il nostro Signore Gesù Cristo vi ricompensi per la vostra pietà”. 
Il fanciullino che stentava a inghiottire le Specie ha un breve  affanno, si dibatte... Un soldato impietosito lo prende fra le  braccia. Ma mentre lo fa, un fiotto di sangue sgorga dalla ferita del collo e bagna la lorica lucente. “Mamma! il Cielo... Signore...  Gesù...”. Il corpicino si abbandona.  
“È morto... Sorride...”. 
“Pace al piccolo Fabio!” dice Cleto che impallidisce sempre  più. “Pace!” sospirano i morenti. 
I due soldati parlano fra loro. Poi uno dice: “Sacerdote del  Dio vero, termina la tua vita mettendoci nella tua milizia”. 
“Non mia... Di Cristo Gesù... Ma... non si può... Prima... 
bisogna essere catecumeni...”. 
“No. Sappiamo che in caso di morte viene dato il battesimo”.  
“Voi siete... sani...”.  
Il vecchio ansa... 
“Noi siamo morenti perché... Con un Dio quale è il vostro che vi fa tanto santi, a che restare a servire un uomo corrotto?  Noi vogliamo la gloria di Dio. Battezzaci: Io Fabio, come il  piccolo martire; e il mio compagno Decimo come il nostro  glorioso commilitone. E poi voleremo al rogo. A che vale la vita del mondo quando si è compresa la Vita vostra?”. 
Non c’è più acqua... nessun liquido... Cleto fa giumella della sua tremula mano, raccoglie il sangue che goccia dalla sua atroce ferita: “Inginocchiatevi... Io ti battezzo, o Fabio, nel nome del  Padre, del Figlio, dello Spirito Santo... Io ti battezzo, o Decimo,  nel nome del... Padre... del Figlio... dello Spirito... Santo... Il Signore sia con voi per la Vita... eterna...Amen!...”.  
Il vecchio sacerdote ha finito la sua missione, la sua  sofferenza, la sua vita... È morto... 
I due soldati lo guardano... Guardano per qualche tempo  quelli che muoiono lentamente, sereni... sorridenti fra le agonie, rapiti nell’estasi eucaristica.  
“Vieni, Fabio. Non attendiamo un attimo ancora. Con simili  esempi è sicura la via! Andiamo a morire per il Cristo!”.  
E rapidi corrono via per il corridoio incontro al martirio e alla gloria. 
Nel locale i gemiti si fanno sempre più lievi e più pochi... Dal Circo torna il fragore che era all’inizio. La folla torna a rumoreggiare in attesa dello spettacolo. 
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