giovedì 5 dicembre 2019

LA SANTISSIMA EUCARESTIA



IL DIO DI BONTÀ
Quanto è buono Iddio per Israele! 
Salmo LXXII, 1.

Quanto è buono Iddio per Israele! Era questo il grido del popolo ebreo e di Davide, nel ricordare i benefizi di cui Iddio li aveva incessantemente ricolmati. Quale sarà il grido dei cristiani? Non abbiamo noi molto più che gl'Israeliti ragione di esclamare: Quanto Iddio è buono per Israele?
Gli Ebrei avevano ricevuto da Dio molto meno di noi che abbiamo ricevuti i beni del Cielo, la redenzione compiuta, la legge di grazia, l'Eucaristia; il dono che Dio ci ha fatto è Gesù Cristo stesso, è l'Eucaristia. Ma i caratteri della bontà di Dio per noi nel dono dell'Eucaristia vieppiù lo raccomandano alla nostra riconoscenza: dare è già qualche cosa, senza dubbio; dar bene è tutto.

I. - Gesù Cristo si da a noi nell'Eucaristia senza alcun apparato di dignità. Nel mondo quegli che da, fa sempre sentire più o meno chi egli è e il prezzo di quello che da, il che del resto deve farsi per mantenere il rispetto e l'onore delle relazioni sociali. Ma Gesù, al fin di essere più amabile e meglio alla nostra portata, non vuole neppure questo, sebbene il suo Corpo nel Sacramento sia glorioso come in cielo; Egli che regna circondato dai cori degli spiriti angelici, nasconde la sua gloria, non ci lascia vedere il suo Corpo, l'Anima, la Divinità ma soltanto il velo della sua bontà.

Gesù discende, si umilia, si annichilisce, affinché non abbiamo alcun timore di lui. Già nella sua vita mortale era sì dolce, sì umile nel suo contegno che tutti osavano appressarglisi, fanciulli, donne, poveri, lebbrosi, tutti venivano senza tema di sorta.

Ora che il suo Corpo è glorioso e non potrebbe mostrarsi senza abbagliarci, Gesù si copre di un velo, e così nessuno teme di andare in chiesa. A tutti è aperta e ivi sappiamo che andiamo a trovare un buon Padre che ci attende per farci del bene e conversare familiarmente con noi. Quam bonus Israel Deus: come Iddio è buono per Israele!

II. - Gesù si da a noi senza riserva: aspetta che andiamo a riceverlo, con una pazienza, una longanimità ammirabile; si da a tutti, non respinge alcuno.
Attende il povero, aspetta il peccatore. II povero, la mattina prima di andare al lavoro, viene a ricevere una dolce benedizione per tutta la giornata. La manna cadeva nel campo degli Israeliti prima del levare del sole perché il cibo celeste non si facesse aspettare.
Così Nostro Signore è sempre sul suo altare e previene anche il più sollecito de' suoi visitatori. Beato chi riceve la prima benedizione del Salvatore! I peccatori, poi, Gesù in Sacramento li attende settimane, mesi, anni interi; per quaranta, per sessant'anni tiene le braccia stese verso colui che finalmente si arrenderà ai suoi insistenti inviti.
Venite ad me omnes: venite tutti a me. Ah, se potessimo vedere la gioia di Nostro Signore quando andiamo a lui! Si direbbe che l'interesse, che il guadagno sia tutto suo.

Si dovrebbe dunque fare attendere sì lungamente questo caro Salvatore? Vi sono pur troppo di quelli che non verranno mai, ovvero soltanto portati su di una bara; ma allora sarà troppo tardi: non troveranno che un giudice sdegnato.

III. - Gesù da senza far strepito; i suoi doni non si vedono neppure; nasconde le sue mani perché si pensi soltanto al suo Cuore, al suo amore. Nel farci così i suoi doni c'insegna a dare in segreto e a nasconderci quando tacciamo del bene, affinché i ringraziamenti salgano unicamente a Dio, autore di tutti i doni.

La bontà di Gesù giunge sino alla riconoscenza verso di noi: sì, Egli si appaga di tutto quello che gli diamo e se né rallegra. Si direbbe che né ha bisogno; anzi ce lo domanda e ci supplica: Figlio mio, te né scongiuro, dammi il tuo cuore!

IV. - Più ancora, il suo amore va sino all'ultimo limite, alla debolezza.
Ah, non scandalizziamoci: qui è il trionfo della bontà di Gesù nell'Eucaristia! Vedete una madre, la cui tenerezza non ha altri limiti che la morte; vedete il padre che corre incontro al figlio prodigo e piange di giubilo nel rivedere questo ingrato, questo scialacquatore del suo patrimonio. Il mondo forse chiama siffatte cose debolezza, mentre sono l'eroismo dell'amore. Che diremo dunque della bontà del Dio dell'Eucaristia? Ah, Signore, bisogna pur confessare lo scandalo della vostra bontà! Perdonateci.

Gesù nel Santissimo Sacramento si circonda di debolezza; si lascia disprezzare, disonorare, insultare, profanare alla sua presenza, sotto i suoi occhi, appiè dei suoi altari. E l'angelo non percuote questi nuovi Giuda? No. E l'Eterno Padre lascia insultare il suo Figliuolo diletto?
Qui è peggio che sul Calvario; perché là almeno il sole si velò per orrore, gli elementi piansero il loro Creatore: qui nulla.

Questo Calvario dell'Eucaristia sorge dappertutto dal Cenacolo si propagò fino a coprire tutta la terra e durerà sino all'ultimo istante della esistenza del mondo. O mio Dio, perché questo eccesso di amore? E' il combattimento della bontà contro l'ingratitudine. E' Gesù che vuole avere tanto più d'amore di quanto odio possa avere l'uomo; Gesù che vuole amare l'uomo, suo malgrado, fargli del bene ad ogni costo. Si è rassegnato a tutto piuttosto che vendicarsi: vuole stancare l'uomo con la sua bontà.

Ecco la bontà di Gesù, senza gloria, senza strepito, circondata di debolezza, ma tutta risplendente di amore per quelli che vogliono vedere. Quam bonus Israel Deus! O Gesù, Dio dell'Eucaristia, come sei buono! 

di San Pietro Giuliano Eymard

“Il sacerdote non si appartiene”



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Ricordò, Giuda, quell’altra Pasqua nella quale il Signore aveva promesso l’Eucaristia? Parimenti significativa per Giuda, anche se questi lo ignorava, fu l’accentuazione sull’umiltà proprio nel momento solenne in cui Cristo istituiva l’Eucaristia. Nostro Signore ribadì il concetto che, in un certo senso, i suoi Apostoli erano dei re. Egli non negò la loro capacità istintiva d’essere aristocratici, ma disse che la loro sarebbe stata l’aristocrazia dell’umiltà, la nobiltà dei primi divenuti gli ultimi. Affinché comprendessero la lezione, rammentò la posizione ch’Egli occupava in mezzo a loro come Maestro e Signore, conservandosi ciò malgrado privo della minima traccia di superiorità. Molte volte ripeté di essere venuto non per essere servito, ma per servire. Portare il fardello altrui, e soprattutto i loro peccati, era il motivo per cui si era fatto il «servitore sofferente» profetizzato da Isaia (52, 13; 53, 11). E non accontentandosi delle parole, Egli le rafforzò con un esempio: … si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. (Gv 13, 4-5). La descrizione di Giovanni è di una minuziosità sorprendente. Elenca ben sette azioni diverse: il levarsi, il deporre le vesti, il prendere un panno, il cingersene, il versare l’acqua, il lavare i piedi, l’asciugarli con il panno. Possiamo immaginare che un re di questa terra, prima di far ritorno da una regione lontana, renda un umile servizio a uno dei suoi sudditi, ma non diremmo che lo fa perché sta per tornare alla sua capitale. Eppure, Nostro Signore ci è descritto intento a lavare i piedi dei discepoli perché sta per fare ritorno al Padre. Egli ha insegnato l’umiltà con il precetto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14, 11); con la parabola, mediante l’episodio del pubblicano e del fariseo; con l’esempio, prendendo un bimbo tra le braccia; e ora l’insegna con la condiscendenza. La scena fu come una ripetizione della sua Incarnazione. Levandosi dal banchetto celeste nell’intima unione della natura con il Padre, depose le vesti della sua gloria; cinse la sua divinità con il panno della natura umana, preso da Maria; versò il lavacro della rigenerazione che è il Sangue sparso sulla Croce per redimere gli uomini; e cominciò a lavare le anime dei discepoli e dei seguaci con i meriti della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua Ascensione. In proposito, san Paolo si espresse in modo mirabile: il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 6-8). Placatesi le proteste di Pietro, gli altri discepoli se ne stanno immobili, perduti in muto stupore. Quando l’umiltà proviene dall’Uomo-Dio, come qui accade, ovviamente sarà mediante l’umiltà che gli uomini torneranno a Dio. Ognuno di essi avrebbe ritirato i piedi dal catino se non fosse stato per l’amore che gli pervadeva il cuore. Nostro Signore, però, non voleva abbandonare Giuda, e una volta ancora cercò di suscitare in lui la consapevolezza di ciò che stava tramando. «… e voi siete mondi, ma non tutti» (Gv 13, 10). Una cosa era l’essere scelto come Apostolo, un’altra essere eletto alla salvezza mediante l’osservanza degli obblighi relativi. E affinché gli Apostoli si rendessero conto che nelle loro file l’eresia, o lo scisma o il tradimento non erano inattesi, Gesù citò il salmo 40 per dimostrare che i profeti già l’avevano annunciato: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono (Gv 13, 18-19). Le parole si riferivano alle sofferenze di Davide per mano di Akhitofel, slealtà in cui viene prefigurato ciò che il regale Figlio di Davide avrebbe sofferto. Anche in un altro esempio la ferita era inflitta con l’estremità inferiore del corpo. In Genesi (3, 14) Dio disse al serpente che la donna l’avrebbe schiacciato mentre se ne stava in agguato ai suoi piedi. Pareva che ora il demonio si dovesse prendere una momentanea rivincita nell’usare il tallone per infliggere una ferita al seme della donna, il Signore. In altra occasione Nostro Signore disse: … e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa (Mt 10, 36). Soltanto chi abbia sofferto un simile tradimento da parte di qualcuno della sua casa può avere una pallida idea della tristezza che quella notte pervase l’anima del Salvatore. Qualunque esempio, consiglio, amicizia è senza frutto per chi intende fare il male. Una delle più cocenti espressioni di dolore che siano mai uscite dalle labbra di Gesù fu pronunciata per esprimere il suo amore per Giuda e per lamentare la decisione presa dall’apostolo rinnegato di peccare con tutta libertà. … Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Come reazione vi furono dodici domande. Dieci degli Apostoli chiesero: «Sono forse io, Signore?». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?» (Mt 26, 22) Tuttavia, uno chiese: «Signore, chi è?» (Gv 13, 25). Questi fu lo stesso Giovanni. Il dodicesimo non aveva scelta: doveva continuare la simulazione: Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?» (Mt 26, 25). Vediamo dunque che undici Lo chiamarono «Signore», Giuda invece lo chiamò «Rabbi». Ed è questa una perfetta prova dell’affermazione di Paolo che «nessuno può dire “Gesù è Signore!” se non per ispirazione dello Spirito Santo» (1Cor 12, 3). Siccome lo spirito di cui Giuda era pervaso era satanico, egli Lo chiamò «Maestro»; gli altri Lo chiamarono «Signore», professandone pienamente la divinità. Durante la prima parte di quella cena pasquale, tanto il Signore quanto Giuda avevano attinto al medesimo piatto. Il fatto stesso che Nostro Signore scegliesse il pane come simbolo del tradimento può avere richiamato alla mente di Giuda il pane promesso a Cafarnao. Umanamente parlando, può sembrare che Nostro Signore avrebbe dovuto, con voce tonante, denunciare Giuda; al contrario, in un ultimo tentativo per salvarlo, Egli usò il pane dell’amicizia. Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!» (Mt 26, 23-24). Alla presenza della divinità, chi può essere sicuro della propria innocenza? Era ragionevole che ciascuno dei discepoli chiedesse se non fosse stato lui. L’uomo è un mistero persino per se stesso. Egli sa di avere nel cuore dei serpenti assopiti che in qualunque momento possono svolgere le spire e scattare, pungendo e iniettando il loro veleno in chi sta loro accanto, fosse anche Dio. Nessuno di loro poteva avere la certezza di non essere il traditore, anche se nessuno era conscio di un’eventuale intenzione di tradirLo. Solo Giuda sapeva come stavano le cose. Persino quando Nostro Signore rivelò di conoscere il tradimento, Giuda non recedette dalla decisione di compiere il male. Sebbene il suo crimine fosse stato scoperto e il male messo a nudo, non sentì la vergogna che avrebbe dovuto farlo desistere. Alcuni si ritraggono inorriditi quando vengono messi di punto in bianco davanti ai loro peccati, ma per quanto Giuda vedesse la propria perfidia descritta in tutta la sua bruttura, all’atto pratico egli dichiarò, nel linguaggio di Nietzsche: «Male, sii tu il mio bene». Il Signore gli diede un avvertimento. In risposta alla domanda degli Apostoli: «Sono forse io, Signore?», Egli dichiarò: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone (Gv 13, 26). Che Giuda abbia commesso liberamente il peccato è dimostrato dal susseguente rimorso. Altrettanto libero era il Cristo di fare del tradimento la condizione della sua Croce. Gli uomini malvagi sembrano opporsi all’economia divina, sembrano essere fili sbagliati nell’arazzo della vita; eppure, tutti quanti hanno il loro posto nel piano divino. Se il vento di tempesta ulula irrompendo in basso dai cieli neri, da qualche parte vi è una vela che lo fermerà e lo piegherà al servizio e all’utilità dell’uomo. Quando il Signore disse: «È colui al quale porgerò il boccone che sto per intingere», Egli stava compiendo un gesto di amicizia. Sembra che porgere un boccone sia stato un gesto tradizionale tanto presso i Greci quanto presso i Semiti. Socrate disse ch’era sempre un segno di favore offrire un boccone al commensale. Nostro Signore spalancò a Giuda la porta del pentimento offrendogliene l’opportunità con il boccone, come più tardi avrebbe fatto nuovamente nell’Orto degli Ulivi. Ma benché il Signore tenesse spalancata la porta, Giuda non volle entrare. Anzi, fu piuttosto Satana a entrare in lui. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto» (Gv 13, 27). Satana non possiede che le vittime volontarie. I segni di misericordia e d’amicizia offerti dalla Vittima avrebbero dovuto muovere Giuda al pentimento. Quel pane dovette bruciargli le labbra, come più tardi i trenta denari gli avrebbero bruciato le mani. Soltanto qualche minuto prima, le mani del Figlio di Dio gli avevano lavato i piedi; ora, quelle stesse mani divine gli toccano le labbra con un boccone; e nel volgere di poche ore, le labbra di Giuda avrebbero baciato quelle di Nostro Signore nell’atto finale del tradimento. Il Mediatore divino, ben sapendo qual sorte Gli sarebbe toccata, ordinò a Giuda di aprire maggiormente il sipario sulla tragedia del Golgota. Quel che Giuda aveva da fare, lo facesse in fretta. L’Agnello di Dio era pronto al sacrificio. La Misericordia divina non smascherò il delatore. Nostro Signore, infatti, tenne celata agli altri l’identità di chi lo tradiva. La norma vigente nel mondo, che ama spargere ai quattro venti gli scandali, anche quelli non veri, è qui applicata alla rovescia per nascondere la verità. Nel vedere che Giuda si alzava, gli altri supposero che uscisse per una missione di carità. Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri (Gv 13, 28-29). Ma Giuda era uscito per vendere, non per comprare. Sarebbe andato non in soccorso ai poveri, ma ai ricchi che custodivano il tesoro del tempio. Pur conoscendo le malvagie intenzioni di Giuda, Nostro Signore continuò a comportarsi con gentilezza. Avrebbe sopportato l’ignominia da solo. In molti casi Gesù agì come se gli effetti delle azioni altrui gli fossero ignoti. Sapeva che avrebbe risuscitato Lazzaro anche mentre piangeva. Sapeva chi credeva in Lui e chi lo avrebbe tradito, ma ciò non indurì il suo Sacratissimo Cuore. Giuda respinse il suo ultimo appello e così la disperazione gli rimase nel cuore. Appena preso il boccone, Giuda uscì. «Era notte» (Gv 13, 30), condizione appropriata per un’azione così tenebrosa. Forse era un sollievo trovarsi lontano dalla Luce del mondo. A volte la natura si accorda con le nostre gioie e i nostri dolori; a volte discorda. Il cielo è plumbeo se in noi vi è malinconia. La natura si stava adeguando all’azione malvagia di Giuda. Quando uscì, non trovò il sorriso del sole di Dio, ma la stigea oscurità della notte e la tenebra sarebbe scesa anche in pieno giorno all’atto della crocifissione del Cristo. Giuda è intelligibile unicamente in relazione al Corpo e al Sangue di Cristo. Il fatto che volesse arraffare denaro fu l’effetto, non la causa che portò alla rovina il suo sacerdozio.
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Tratto da “Il sacerdote non si appartiene” del Venerabile Fulton J. Sheen

L'ARALDO DEL DIVINO AMORE



DOTTRINA E MISSIONE DI S. GELTRUDE

L'elogio delle opere di S. Geltrude ci sembra inutile ripetizione: ci limiteremo dunque a domandare rispettosamente alla nostra cara Santa, ov'Ella attinse la sua dottrina, e a scrutarne l'importanza nella storia religiosa.
Non sarà tuttavia inutile ripetere, almeno per i lettori che conoscono poco S. Geltrude, il giudizio che ne diede qualche anno fa, Don Guéranger, nella prefazione dei suoi « Esercizi spirituali ».
« L'enumerazione degli ammiratori di S. Geltrude sarebbe lunga e imponente. A capo si potrebbe scrivere il nome di S. Teresa che, secondo la narrazione del P. Ribera, suo confessore, l'aveva presa per maestra e per guida. Luigi Blois la raccomanda nel suo « Monile spirituale » con espressioni del più vivo entusiasmo: S. Francesco di Sales ne parla con ammirazione, il sapiente Cornelio A, Lapide nel suo commentario sulla Scrittura, chiama S. Geltrude perfettissima maestra di spirito. Ci sarebbe facile continuare a lungo tale enumerazione: la concluderemo invece col giudizio dell'Olier, tolto dalle sue opere inedite: ecco come si esprime quel grande Servo di Dio.
«S. Geltrude, con l'incantevole sua semplicità e profonda umiltà, ha indotto Nostro Signore a trattarla e ad arricchirla con divina generosità. La lettura delle sue opere guida l'anima a unione sempre più stretta con Gesù; tale dottrina è assai diversa da quei libri contemplativi che si sforzano di allontanare l'anima dall'unione con la santa Umanità di Nostro Signore.
Il carattere di S. Geltrude venne studiato e definito da giudici assai competenti, tanto che sarebbe difficile trovare un altro libro che abbia avuto elogi così numerosi ed eminenti. C'è però un'autorità ancor più sicura e decisiva: quella della santa Chiesa, la quale, diretta dallo Spirito Santo, ha espresso il suo giudizio, mediante l'organo della santa Liturgia. L'Ufficio solenne della Santa contiene accenti di glorificazione sublime ».
Riguardo poi allo spirito che animava S. Geltrude, l'illustre abate Olier aggiunse:
«Grandi sono i vantaggi che risultano dalla spiritualità geltrudiana, la quale mediante la libertà dello spirito, produce nelle anime, senza rigidezza di metodi, disposizioni eccellenti di cui non posseggono il segreto i moderni sistemi. Nessuno può leggere gli scritti dell'antica Scuola Benedettina, senza sentirsi penetrato da un senso di libertà e di gioia. S. Geltrude, seguace di S. Benedetto, ne rappresenta un magnifico esempio. Lo spirito della religione cattolica è uno spirito facile, dilatato, sereno, uno spirito, di libertà, come dimostrano, gli scrittori ascetici della vecchia Scuola Benedettina: i moderni invece hanno cercato di restringere, le anime, e queste, metodo, ha fatto più male che bene».
Lo spirito di S. Geltrude è dunque quello della Chiesa cattolica, attinto alle sorgenti più pure: la sacra Scrittura e la Liturgia. Per capir bene gli scritti della nostra Santa, bisogna cercarvi la semplice e sublime armonia di un'anima, le cui facoltà equilibrate vibrano al tenue soffio dello Spirito Santo: da ciò deriva la sua ammirabile libertà, perchè « ove vi è lo spirito del Signore, là vi è la libertà », (Cor. III, 17) da ciò pure deriva quell'autorità dolce « che non s'impone, ma trascina » (Esercizi di S. Geltrude, Prefaz. p. XX).
Nei primi tempi della Chiesa, essere cristiani e vivere della Sacra Scrittura e delle verità divine, era tutt'uno. L'Apostolo, ne constatava l'evidenza, quando diceva: « La parola di Cristo abiti in voi, con pienezza e con sapienza. Istruitevi, esortatevi gli uni gli altri, con salmi, con inni, con cantici spirituali, cantando a Dio nei vostri cuori con edificazione » (Coloss. III, 16); e ancora « Intrattenetevi con salmi, con inni, con cantici spirituali, cantando e salmeggiando al Signore, nei vostri cuori » (Ef. V, 19).
A quei tempi la vita sociale, come la vita privata, subiva l'influenza del ciclo liturgico, e nessuno avrebbe mai pensato d'isolare la pietà dal centro di luce e di calore della Chiesa, e di nutrirla d'altro alimento che non fosse il pane soprasostanziale della divina parola, distribuita dalla santa Chiesa. Per lunghi secoli i cristiani vegliarono con la loro Madre, consacrando alla preghiera pubblica un tempo che, nel nostro secolo dinamico, si stimerebbe perduto. Quando, col dilatarsi della Chiesa, il fervore cominciò a raffreddarsi, la perfezione cristiana si rifugiò nei Monasteri, ove assunse un'altezza che stupisce e quasi spaventa.
Ma tale stupore cresce se si studia da vicino la grande semplicità di quelle esistenze: « I santi dottori dei primi secoli, i divini patriarchi della solitudine - dice Don Guéranger - attingevano luce e calore dalla recita dei salmi nelle lunghe ore di salmodia, durante le quali la verità semplice e multiforme, passando davanti agli occhi della loro anima, li riempiva di luce e d'amore » (Anno liturgico - Prefazione).
Ora che abbiamo colto il segreto della sua vita e la chiave della sua dottrina, ritorniamo alla nostra cara Santa. Geltrude ha vissuto la vita de' suoi padri: pietà e doni sono quelli dei primi cristiani. La sua preghiera privata era nutrita dalla preghiera della Chiesa, perciò poco importa che le sue rivelazioni non seguano un ordine strettamente cronologico.

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RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE

Ogni giorno la provvidenza di Dio sorge prima del Sole.



Nel luglio 1885, il cardinale Alimonda, suo amico, lo andò a trovare a Mathi e gli chiese: 
- Come vanno le sue finanze? 
- Oggi stesso devo pagare 30.000 lire e non le ho. 
- Come si aggiusterà? 
- Spero nella provvidenza. Mi è appena arrivata una raccomandata, vediamo cosa contiene. Aperta la busta, apparve un assegno bancario di 30.000 lire. Al cardinale vennero le lacrime agli occhi(36). 

Il 23 febbraio del 1887, il terremoto colpì la casa di Vallecrosia. Un ingegnere fece la valutazione delle riparazioni necessarie , e presentò un preventivo di 6.000 lire. Don Bosco confidò nella provvidenza. Dopo mangiato, entrò il conte Maistre, benefattore di lunga data di Don Bosco e gli disse: “Mia zia mi ha incaricato di darle 6.000 lire per le sue opere”. 
Don Bosco commosso mostrò al conte il preventivo dell’ingegnere dicendo: “Vede come Maria Ausiliatrice ha ispirato sua zia. Le trasmetta la nostra gratitudine per la sua generosa provvidenza”. 
La beata Rosa Gattorno (1831-1900) racconta il 17 giugno 1890: “Mentre pagavo i conti che erano molti, mi commuovevo, perché il denaro mi aumentava tra le mani; davo sempre e questo si moltiplicava... L’11 aprile 1892, al mattino, prima di uscire dalla Chiesa chiesi a Dio di aiutarmi con la sua provvidenza. Mi recai dove tenevo il denaro che mi serviva, sapendo che ne mancava molto per pagare una certa somma. Oh, sorpresa! Aprendo il cassettino, trovai il denaro duplicato, più di quello che mi serviva! Mi inginocchiai ai piedi dell’altare ,e lo ringraziai con tutta la forza della mia anima... Mi dovetti fare violenza perché le altre non si accorgessero di ciò che provavo”(37). 

Santa Teresina del Bambin Gesù (1873-1897) ci parla di come la provvidenza di Dio si servì di lei per poter portare l’amore ed il perdono ad un criminale di nome Prazini (MA f. 46) o come le apparve la Vergine Maria per guarirla, mentre era gravemente malata e dice: “Ciò che mi arrivò fino al fondo dell’anima fu l’incantevole sorriso della Vergine Santissima” (MA f. 30). Ugualmente, ci racconta come Dio le dimostrava il suo amore e la sua provvidenza nei piccoli dettagli come far nevicare il giorno della sua vestizione. Dice: “Avevo sempre desiderato che il giorno della mia vestizione la natura fosse come me, vestita di bianco... Quale delicatezza da parte di Gesù! Soddisfacendo i desideri della sua piccola promessa sposa, le dava la neve. Quale essere mortale per potente che sia può far cadere la neve dal cielo per compiacere la sua amata?” (MA f. 73).
è famoso il miracolo, realizzato da Santa Teresina del Bambin Gesù nel convento delle carmelitane scalze di Gallipoli nel gennaio 1910. La Priora era triste ed angustiata, perché aveva molte novizie e non poteva pagare tutti i debiti che si accumulavano per il loro mantenimento. Una sera, le apparve santa Teresina e la tranquillizzò assicurandole che l’avrebbe aiutata in questa difficile situazione. Infatti, la Madre Priora trovò, miracolosamente, nella cassa della comunità una straordinaria quantità di denaro, sufficiente a cancellare tutti i debiti accumulati e a continuare a mantenere le sue novizie. Il vescovo decise di investigare su questo fatto e, partendo dalla numerazione delle banconote da 50 lire, scoprì che questa grande quantità di denaro, con la quale santa Teresina aveva aiutato il monastero, era stata ricuperata dalla santa dalle rovine del grande terremoto di Messina. Apparteneva al lotto delle banconote che il Banco di Napoli aveva rimesso al Banco di Messina, dove era sparito sotto le macerie del terribile sisma. Questo miracolo fu preso in considerazione per la sua beatificazione, che ebbe luogo il 29 aprile 1923.

NON DIMENTICHIAMOLI



CONSACRAZIONE A SAN GIUSEPPE PER UNA BUONA MORTE

Potente Protettore e amato padre mio san Giuseppe, sposo della regina degli Angeli, Maria Santissima, madre di Dio e Signora nostra, padre verginale di Gesù, e speciale protettore e avvocato dei peccatori agonizzanti, io, miserabile peccatore, confidando nella tua amorosa pietà, con il desiderio di amarti e servirti al cospetto di Gesù, mio
dolce Redentore, di Maria Santissima, tua sposa e alla presenza di tutta la corte celeste, ti eleggo in questo giorno per mio speciale protettore, avvocato e difensore, per tutte le azioni della mia vita e l'agonia della mia morte e da oggi per sempre mi consacro come servo, schiavo, figlio e tuo devoto, e come tale mi consegno a Te in tutti i modi possibili con una perfetta donazione.
E Tu, sovrano Patriarca, usa con me misericordia nell'ora tremenda e nell’agonia della mia morte. E quando mi mancheranno le forze, e la mia lingua non potrà invocarti, quando i miei occhi non vedranno più la luce e avrò perso il senso dell’udito, e non potrò ricevere favori umani, ricordati, o Padre mio, delle suppliche che ora presento davanti alla tua compassionevole pietà e tenerissima misericordia, proteggimi in quell’ultimo giorno e in quel momento di estrema necessità, perché aiutato dal tuo patrocinio, io muoia nella grazia del Signore, libero da tutti i miei nemici e collocato tra i beati di Dio, che spero di lodare per tutta l’eternità in tua compagnia. 
Amen.


GIACULATORIA A SAN GIUSEPPE

San Giuseppe, padre putativo di Gesù Cristo e vero Sposo di Maria Vergine, prega per noi e per gli agonizzanti di questo giorno (e di questa notte). Amen.

San Giuseppe di te mi fido!
San Giuseppe in te confido!
San Giuseppe a te mi affido!
Proteggimi, salvami!
Soccorri, libera, le Anime del Purgatorio!

Critica, brontolii e dubbi non vengono da Dio!



Maria Madre di Dio

Figlia Mia. Come già disse Bonaventura, molta sofferenza imperversa sulla vostra terra d’oggi . Chi ha aperto il suo cuore e si guarda intorno con attenzione lo vedrà e lo proverà. Anche se non colpisce voi stessi la percepirete nel vostro ambiente e nei vostri fratelli.

Dovete restare uniti e avere fiducia.

Pregate, perché  la vostra preghiera provoca tanto bene!

Convertitevi! Venite a Noi! A Gesù e al Padre e la vostra vita diventerà molto più ricca. Non  aspettatevi  però ricchezze terrene, ma aspettatevi fiduciosi   ciò di cui avete bisogno perché vi sarà dato.

Il Padre è onnipotente e con la Sua onnipotenza Egli provvede ad ognuno dei Suoi figli, ma solo chi vive con LUI , mette se stesso e la sua vita nelle Sue mani onnipotenti percepirà questa Sua amorevole cura.

Credete, abbiate  fiducia e smettetela di criticare! Vi diamo così tanti aiuti in mano, ma voi continuate a mettere in discussione, brontolate e cercate di interpretare ma questo non vi spetta! Accettate la Nostra Parola e pregate lo Spirito Santo per la chiarezza della comprensione! Fatelo con tutto ciò che subito non riuscite a comprendere e lasciatevi illuminare dal Cielo!

Critica, brontolii e dubbi non vengono da Dio. Questi “sentimenti” sono alimentati dall’avversario che vi vuole distogliere dal seguire la Nostra Parola e la Nostra chiamata! Per questo pregate  per ricevere chiarezza, purezza e amore in modo che lo Spirito Santo vi illumini e ricolmi con la Verità  e comprendete con il vostro cuore!

Cosi sia

mercoledì 4 dicembre 2019

"COSA ACCADRÀ DOPO LA MORTE DI BENEDETTO XVI?". CATECHESI DI DON MINUTELLA


La Corredentrice



La Mamma Celeste possiede tutto ciò che fece Gesù per la Redenzione:  

“Figlia mia, tu devi sapere che nella Redenzione fu rinchiuso il regno della mia Volontà Divina, in cui non ci fu atto che Io feci che non rinchiudesse l’una e l’altro, con questa sola differenza, che ciò che apparteneva alla Redenzione lo esternai, lo feci conoscere e ne feci dono, perché doveva servire come preparativo al regno della mia Divina Volontà. Invece quello che apparteneva al regno del mio «Fiat» lo ritenni in Me stesso, come sospeso nella stessa mia Volontà Divina.  
Ora, tu devi sapere che quando la nostra Divinità decide di mettere un atto fuori di Se stessa, di fare un’opera, un bene, prima scegliamo la creatura in cui deporre l’opera nostra, perché non vogliamo che ciò che Noi facciamo resti nel vuoto e senza effetto e che nessuna creatura deva essere depositaria dei nostri beni. Perciò chiamiamo almeno una, ché se le altre creature ingrate non vorranno ricevere i nostri beni, almeno in questa vengano depositate le opere nostre, e quando siamo sicuri di ciò, allora operiamo. Quindi nella Redenzione la depositaria di tutti gli atti miei fu la mia inseparabile Mamma. Si può dire che come dovevo respirare, piangere, pregare, patire, e tutto il resto che Io feci, chiamavo prima Lei a ricevere i miei respiri, le mie lacrime, il mio patire, eccetera, per deporli in Lei, e poi respiravo, piangevo e pregavo. Mi riuscirebbe insopportabile e di dolore che supererebbe ogni altro dolore se non avessi la Mamma mia, nella quale potevo deporre gli atti miei.  
Ora, stando rinchiusi in tutti gli atti della Redenzione quelli del regno della mia Volontà Divina, fin d’allora chiamavo te e, come deponevo nella Sovrana del Cielo tutto ciò che riguardava il regno della Redenzione, così deponevo in te ciò che riguarda il regno del «Fiat» Supremo…” (Vol. 23°, 27-1-1928) 

Pablo  Martín  Sanguiao


LA VITA DI SAN BENEDETTO



Il cibo preso trasgredendo la Regola

Fu in questo tempo che il Signore si degnò di insignire il suo servo col dono della profezia: prediceva avvenimenti futuri ed annunciava ai presenti cose e persone anche lontane.

Era una consuetudine del suo monastero che quando i fratelli uscivano di casa per qualche commissione non dovevano prendere assolutamente nulla, né cibo né bevande: usanza regolare che veniva osservata col massimo rigore.

Accadde un giorno che alcuni monaci, usciti per commissioni, furon costretti a rimaner fuori fino ad ora molto più tarda del previsto. Conoscevano la casa ospitale di una pia donna: entrarono dunque nell'abitazione di quella e vi presero cibo. Tornarono al monastero piuttosto tardi e, com'è d'uso, andarono a chiedere la benedizione del Padre. Appena li vide domandò subito premurosamente: "Dove avete mangiato?". Risposero: "In nessun posto". Egli allora disse: "Come? Su, su, non mi dite bugie! Non siete entrati forse in casa della tale signora? E avete accettato tali e tali vivande? E avete bevuto tanti e tanti bicchieri?".

A questa precisa indicazione del venerabile Padre sull'ospitalità della donna, sulla qualità dei cibi e sul numero dei bicchieri, riconobbero sinceramente quel che avevano fatto a caddero tremanti ai suoi piedi confessando la loro mancanza. 
Egli concesse immediatamente il perdono, sicuro che quelli in sua assenza non avrebbero  mancato  mai più;  avevan  la  prova  che  egli in  spirito  era  sempre presente.

tratto dal Libro II° dei "Dialoghi" di San Gregorio Magno

La Stolta Superbia e Soave Umiltà



I  CATTOLICI

“Male insanabile non è di essere nati fra le tenebre del paganesimo, dell’idolatria, neppure fra le nebbie di una fede eretica o scismati-ca. Il vero male, essendo nati nella Chiesa, è di vivere da eretici e pagani, separati dal Corpo Mistico, perché morti per il peccato” (Libro di Azaira, p. 241), specialmente di superbia.
Tutti coloro che non conoscono Dio come i cattolici e credono fermamente all’esistenza di un Dio giusto, provvido, dando ad ognuno ciò che merita, appartengono all’Anima della Chiesa per l’amore che portano a Dio, e per la carità, la giustizia che praticano verso se stessi e il prossimo, per il desiderio che hanno di Dio e la perfetta contrizione dei loro peccati. Chiunque opera con retta coscienza, seguendo i dettami della Legge morale, dimostra di avere un’anima naturalmente cristiana, aperta al Bene e alla Verità. Gesù, morto per dare la vita eterna alle anime di buona volontà, sarà la loro giustificazione. “Saranno giustificati nel giorno in cui Dio, per mezzo di Gesù Cristo, giudicherà le azioni segrete degli uomini” (Rom. 2,16). Come il dolore, ottavo sacramento e nona beatitudine, l’amore veramente vissuto e il pentimento sincero sono battesimo di desiderio, capaci di dare la partecipazione al Corpo Mistico, alla Grazia” (LezEp. Rom., p. 181). 
“Il bene è sempre bene, la fede ha sempre valore di religione, se chi la possiede e segue è convinto di essere nel vero. All’Eterna Giustizia dell’unico Creatore di tutto e di tutti, quelle virtù e quel rispetto non sono vani” (LezEp. Rom.). 
“Dio non è privativa dei cattolici! Non si può scindere Dio dai suoi figli. Tutti voi che vivete, pensateci bene, siete figli dell’Eterno che vi ha creati, anche coloro che in apparenza sono, vivono fuori della Chiesa. Non vi crediate lecito essere duri, egoisti, verso chi non è dei vostri. L’origine è unica, quella del Padre. Siete fratelli, anche se non vivete sotto lo stesso tetto paterno. Chi chiude il cuore alla misericordia, lo chiude a Dio che sta nei vostri fratelli. Chi non è misericordioso verso i fratelli, non è misericordioso verso Dio. Dio circola come sangue vitale in tutto il Corpo, Universo. Di questo grande Corpo da Lui creato, la cattolicità è come il centro. ma come potrebbero le membra più lontane essere vivificate da Dio, se il centro, il cuore si richiudesse in se stesso col suo tesoro, escludendo le membra dal beneficio? 
“Dio si trova, anche dove diversa fede fa pensare che Egli non sia. Non è ciò che appare che è vero. Molti cattolici sono sprovvisti di Dio più di quanto lo sia un selvaggio. Molti cattolici hanno di figli di Dio solo il nome. Peggio, vilipendono o fanno vilipendere questo nome con le opere di una vita ipocrita, antitesi della mia Legge, quando non giungono all’aperta ribellione che li fa nemici di Dio. Mentre nella fede di un acattolico, errata nella sostanza, ma corroborata da una vita retta, vi è di più il segno del Padre. Queste sono solo creature che hanno bisogno di conoscere la verità. I figli falsi, invece, sono creature che devono conoscere, oltre la verità, il rispetto e l’amore verso Dio (la buona volontà). 
“Le anime che vogliono essere mie, devono avere misericordia di queste altre anime. Se è misericordia sfamare, vestire, istruire, confortare, seppellire, cosa sarà mai ottenere, a prezzo del proprio sacrificio, la vita vera ai fratelli. Portare a Dio le anime lontane che lo sentono per istinto, ma non lo conoscono, né lo servono nella verità, è la più grande delle misericordie. Non solo ai dodici ho detto: “Portate il Vangelo a tutte le creature” (Mc. 16,15). Voglio che ogni anima veramente cristiana sia anima apostolica. Molto errano quei cattolici che non si adoperano per gli acattolici. Non lavorano per l’interesse del Padre. Sono solo parassiti del Padre senza dargli aiuto filiale. Potentissimo, Dio non ha bisogno di aiuto, ma lo vuole ugualmente da voi” (Quad. ‘43, p. 212). 
Ma prima di predicare la vera fede, bisognerebbe praticarla! 
Eresie palesi hanno inquinato, addirittura obliterato molte vene che, partendo dal mio Cuore, scendevano nella Chiesa Cattolica romana. 
Gran parte del Corpo è atrofizzata, morta, preda di cellule cancernose. Pullulano le piccole eresie individuali, sparse nei nuclei cattolici e quanto perniciose! Se è condannabile fino a un certo punto il protestante di qualsiasi denominazione o il greco ortodosso che dopo secoli di tradizione erronea insegnata e accettata di buona fede come dottrina rivelata, non è perdonabile chi vive sotto l’autorità della Chiesa di Roma, e per un prurito dei sensi, qualche grillo della sua mente o capriccio del cuore si crea la sua eresia individuale! Quanti compromessi col male vedo e condanno!” (Quad. ‘43, p. 386). “Non è da stupirsi se ormai vi precede chi è più lontano dalla cattolica Roma. Africani, Asiatici, Australiani vengono alla Croce da voi respinta e vi sorpasseranno. Quando tutto verrà illuminato dalla luce di Dio, l’ultimo giorno, apparirà agli occhi di tutti la rilassatezza e l’ingratitudine di voi, cattolici secolari, di fronte a eretici e idolatri, affascinati da Cristo e a Lui affluiti con le loro anime verginizzate dalla grazia. Quante zone d’ombra, quanti progressi delle tenebre nella società moderna per la vostra viltà! E’ la vostra vergogna, il vostro castigo! Non avreste mai dovuto permettere che la luce, a voi affidata per primi, venisse respinta, rinnegata dal mondo civile. Non mi volete più, non mi conoscete più, non mi capite più! Neppure quelli di casa mia non mi conoscono più! Stento, anch’io, a conoscerli tanto sono fatti brutti dalle malattie della carne e della mente” (Id. p. 597). 
“ Di tutto si preoccupano i novanta per cento dei cattolici, di tutto meno che della vita della fede! (Id. p. 386). Tutto il male che vi opprime ora è il frutto dell’abbandono della mia Legge. E’ frutto della mancanza di fede, di speranza e di carità, di ogni virtù, mancanza che ha una sola origine: la diserzione dalla milizia cristiana. La pianta della vita cristiana è morta in quasi tutti i cuori, in molti vegeta a stanto, in pochi fiorisce ancora. Non vi è da sperare che le cose cambino. Anzi, volgeranno sempre al peggio, perché come un bosco invaso da piante parassitarie e da insetti nocivi, si spoglia sempre più da fronde e frutti, finisce per morire, altrettanto avviene della società odierna, sempre più bruciata, corrosa da mille tendenze viziose e peccati di odio, di lussuria, di eresie, di frode, ecc... La mia Parola, vita delle anime, non può più rigenerarvi, perché troppo inquinata. La maggioranza dei cristiani ha respinto Cristo. Al suo posto ha messo il piacere, il danaro, il proprio “io”! (Id. p. 262). 
“Sono giusto e non conosco parzialità. Il mio sguardo vede tutti con una luce uguale. Il più civile tra voi è per me come il meno civile, il selvaggio che ignora tutto ciò che non sia il suo bosco. Scrutatore della verità dei vostri pensieri e della qualità dei vostri sentimenti, guardo tante volte con amore il selvaggio che si prostra, adorando la forma che per lui è Dio, e per questa forma si fa buono, mentre torco con sdegno lo sguardo dall’uomo civile che nega Dio a lui noto, con la parola blasfema, il pensiero negatore e le opere maledette” (Quad. ‘43, p. 563). “Non sono un dio di creta che non vede. Sono l’Onnipresente! Dall’alto del mio trono noto e scruto le opere degli uomini. Anche un pagano può essere virtuoso, e Dio che è giusto lo premierà per il bene compiuto. Tra un fedele in colpa grave e un pagano senza colpa, Dio guarda con meno rigore il pagano” (Poema 3°, p. 19). 
“ Siete infedeli a Dio, alla Chiesa, alla famiglia, all’amicizia! Non sapete più neppure cosa sia la fedeltà che rende sicuro l’animo nell’onorare Dio sopra ogni cosa, eroico il cuore nel difendere la bandiera, sincero l’amore verso chi ci ama e fedele l’amicizia. Contaminatori di tutto quanto voi toccate, siete invertiti. L’omosessualità, prodotto da secoli di vizio, degradazione che vi fa inferiori ai bruti, è ora diffusa come mai. Neppure la combattete; anzi, da depravati che siete, ve ne compiacete e la sfruttate per le vostre borse. 
Fate ribrezzo ai demoni” (Quad. ‘43, p. 538). “In verità vi dico che saranno molto meno severamente giudicati gli idolatri per tradizione, di voi, idolatri per malizia, e della peggiore delle idolatrie, cioè dell’auto-idolatria. Satana non ha bisogno di faticare per inghiottirvi nell’Inferno! Sono io che devo faticare per attirarvi ancora. Anche se mi avete rinnegato, mi ricordo io di essere vostro Padre e Salvatore. Fino all’ora estrema in cui sarete adunati per l’inesorabile selezione, non rinnego i miei figlioli disgraziati e tento di salvarli ancora” (Quad. ‘43, p. 229). Sicché il Signore preferisce un pagano umile e di buona fede, a un cristiano superbo, cattolico degenere, non praticante. “La Chiesa militante è una milizia fatta di militi che non militano” (Albert de Mun), non credendo più all’esistenza del nemico. Non si predica più l’esistenza e l’attività satanica dell’avversario, né la necessità della castità verginale, coniugale, vedovile dell’umiltà, della volontà, dello Spirito Santo, “il grande ignoto”. Si pratica sempre di più convivenza, omosessualità, aborti, anticoncezionali, divorzi, pedofilia. Tale cattolicesimo non è un surrogato, la negazione del Vangelo

René Vuilleumier