giovedì 12 dicembre 2019

Geremia



Geremia parla davanti al tempio

1-3Il Signore ordinò a Geremia di andare al tempio per parlare al popolo di Giuda. Geremia si fermò alla porta d'ingresso, e a tutti quelli che entravano per partecipare alle cerimonie religiose diceva:
'Ascoltate quel che vi dice il Signore dell'universo, Dio d'Israele! Cambiate la vostra condotta e il vostro modo di agire, e io vi lascerò abitare in questo luogo. 4Non fidatevi di quelli che continuano a dire: 'Siamo al sicuro! Abbiamo il tempio del Signore, il tempio del Signore...'. Essi vi ingannano. 5'Piuttosto, migliorate davvero la vostra condotta e il vostro modo di agire. Ognuno agisca con giustizia verso il suo prossimo. 6Basta con lo sfruttamento dei forestieri, degli orfani e delle vedove! Basta con lo spargimento di sangue innocente in questa terra! Basta con il seguire divinità straniere! Vi portano solamente disgrazie! 7Se mi ascoltate, vi lascerò ancora abitare in questa terra che da tanto tempo ho dato ai vostri antenati e per sempre. 8'Non avete niente da guadagnare se continuate a fidarvi di chi vi inganna. 9Voi rubate, uccidete, commettete adulterio, giurate il falso, offrite sacrifici a Baal e seguite divinità straniere che prima non conoscevate. 10E ora venite qui, vi fermate davanti a me, in questo tempio consacrato a me, e dite: 'Siamo al sicuro'. Poi tornate a compiere le stesse azioni vergognose. 11Avete forse preso questo mio tempio per un covo di briganti? Io, il Signore, so bene quel che avete fatto. 12Come primo luogo per farmi costruire un santuario, io avevo scelto Silo. Ora andate a vedere che cosa ne ho fatto, a causa dei peccati del mio popolo Israele. 13Voi avete commesso ogni sorta di male. Quando io vi ho parlato con insistenza, voi non mi avete risposto. 14Quel che ho fatto a Silo, lo farò anche a questo tempio consacrato a me, a questo luogo che vi dà tanta sicurezza perché lo avevo assegnato ai vostri antenati e a voi. 15Vi scaccerò lontano da me, come ho fatto con i vostri connazionali, i discendenti di Efraim'. Questo ha detto il Signore.

Sanctum Rosarium de Beata Virgine Maria



ALTRE PREGHIERE IN LATINO:


Magnificat

Magnificat anima mea Dominum
et exsultavit spiritus meus in Deo,
salutari meo.
Quia respexit humilitatem ancillæ suæ:
ecce enim ex hoc beatam me
dicent omnes generationes.
Quia fecit mihi magna qui potens est,
et sanctum nomen eius,
et misericordia eius, a progenie in progenie
timentibus eum.
Fecit potentiam in brachio suo;
dispersit superbos mente cordis sui.
Deposuit potentes de sede,
et exaltavit humiles.
Esurientes implevit bonis,
Et divites dimisit inanes.
Suscepit Isræl, puerum suum,
Recordatus misericordiæ suæ.
Sicut locutus est ad patres nostros,
Abraham et semini eius in sæcula.

Angelus Domini

V. Angelus Dómini nuntiávit Mariæ,
R. et concépit de Spiritu Sancto.
Ave María …
V. Ecce ancilla Dómini,
R. fiat mihi secúndum verbum tuum.
Ave María…

V. Et Verbum caro factum est
R. et habitávit in nobis.
Ave María …
V. Ora pro nobis, Sancta Dei Génitrix,
R. ut digni efficiámur promissiónibus Christi.
  
Oremus
Grátiam tuam quæsumus Dómine,
méntibus nóstris infúnde:
ut qui, Angelo nuntiánte
Christi Filii tui incarnatióne cognóvimus,
per passiónem Eius et Crucem
ad resurrectiónis glóriam perducámur.
Per eúndem Christum Dóminum nostrum.
Amen.

Regina Cæli
 
Regina cæli, lætare, alleluia!
Quia quem meruisti portare, alleluia,
resurrexit sicut dixit, alleluia!
Ora pro nobis Deum, alleluia! 
Gaude et lætare, Virgo Maria, alleluia,
quia surrexit Dominus vere, alleluia!
 
Oremus: Deus, qui per resurrectionem Filii tui, Domini nostri Iesu 
Christi, mundum lætificare dignatus es: præsta, quæsumus; ut, per eius 
Genetricem Virginem Mariam, perpetuæ capiamus gaudia vitæ. Per 
eundem Christum Dominum nostrum. Amen.
 
Gloria Patri ….

Te Deum

Te Deum laudamus:
Te Dominum confitemur.
Te æternum Patrem
omnis terra veneratur.
Tibi omnes Angeli;
tibi C?li et universæ Potestates.
Tibi Cherubim et Seraphim
incessabili voce proclamant
Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt c?li et terra
maiestatis gloriæ tuæ.
Te gloriosus
Apostolorum chorus,
Te Prophetarum
laudabilis numerus,
Te Martyrum candidatus
laudat exercitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia
Patrem immensæ maiestatis,
Venerandum tuum verum
et unicum Filium,
Sanctum quoque
Paraclitum Spiritum.
Tu Rex gloriæ, Christe.
Tu Patris sempiternus es Filius.
Tu ad liberandum
suscepturus hominem
non horruisti Virginis uterum.
Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna c?lorum.
Tu ad dexteram Dei sedes in gloriaPatris.
Judax crederis esse venturus.
Te ergo quæsumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Æterna fac cum Sanctis tuis
in gloria numerari.
Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hæreditati tuæ.
Et rege eos, et extolle illos
usque in æternum
Per singulos dies
benedicimus Te,
et laudamus nomen tuum in sæculum,
et in sæculum sæculi.
Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine,
super nos,
quemadmodum speravimus in Te.
In Te, Domine, speravi;
non confundar in æternum.

LA NASCITA DI GESU’ NELLA DIVINA VOLONTA’



24 dicembre 1926 - Vol. 20

Pene di Gesù nel Seno Materno.

… Mentre sfogavo il mio dolore, il dolce Gesù è venuto da Piccolo Bambino, e gettandosi nelle mie braccia mi ha detto: “…Vuoi sapere come stavo nel seno della Mia Mamma Sovrana e ciò che in Lei pativo? ” Ora, mentre ciò diceva, Si è mosso dentro di me in mezzo al mio petto, steso in uno stato di perfetta immobilità, i suoi piedini e manine erano tanto tesi ed immobili da far pietà, Gli mancava lo spazio per muoversi, per aprire gli occhi, per respirare liberamente, e quello che più straziava era vederLo in atto di morire continuamente. Che pena vedere morire il mio Piccolo Gesù, io mi sentivo messa insieme con Lui nello stato di immobilità. Onde dopo qualche tempo il Bambinello Gesù, stringendomi a Sé, mi ha detto:
“ Figlia mia, il mio stato nel seno Materno fu dolorosissimo, la mia piccola Umanità aveva l’uso perfetto di ragione e di sapienza infinita, quindi fin dal primo istante del mio Concepimento comprendevo tutto il mio stato doloroso, l’oscurità del carcere materno, non avevo neanche uno spiraglio di luce! Che lunga notte di nove mesi! La strettezza del luogo era tale che mi costringeva ad una perfetta immobilità sempre in silenzio, né Mi era dato di vagire, né di singhiozzare per sfogare il mio dolore; quante lacrime non versai nel sacrario del seno della Mamma Mia senza fare il minimo moto, e questo era nulla.
La Mia Umanità aveva preso l’impegno di morire tante volte, per soddisfare la Divina Giustizia, quante volte le creature avevano fatto morire la Volontà Divina in loro, facendo il grande affronto di dar vita all’umana volontà, facendo morire in loro una Volontà Divina. Oh! come Mi costarono queste morti; morire e vivere, vivere e morire fu per Me la pena più straziante e continua, molto più che la Mia Divinità, sebbene era con Me una sola cosa ed inseparabile da Me, nel ricevere da Me queste soddisfazioni si atteggiava a Giustizia, e sebbene la Mia Umanità era santa, era una lucerna innanzi al Sole immenso della Mia Divinità ed Io sentivo tutto il peso delle soddisfazioni che dovevo dare a questo Sole Divino e la pena della decaduta umanità che in Me doveva risorgere a costo di tante mie morti. Fu il respingere la Volontà Divina, dando vita alla propria, che formò la rovina dell’umanità decaduta, ed Io dovevo tenere in stato di morte continua la Mia Umanità e la volontà umana, per fare che la Volontà Divina avesse vita continua in Me per stendervi il Suo Regno.
Dacché fui concepito Io pensavo e Mi occupavo a stendere il Regno del FIAT Supremo nella Mia Umanità, a costo di non dar vita alla mia volontà umana per far risorgere l’umanità decaduta, affinché, fondato in Me questo Regno, preparassi le grazie, le cose necessarie, le pene, le soddisfazioni che ci volevano per farLo conoscere e fondarLo in mezzo alle creature.
Perciò tutto ciò che tu fai, quello che faccio in te per questo Regno, non è altro che la continuazione di ciò che Io feci dacché fui Concepito nel seno della Mamma Mia. Perciò se vuoi che svolga in te il Regno dell’Eterno FIAT, lasciami libero, né dar mai vita alla tua volontà ”.

(Tratta da: Brani scelti dai Volumi di Luisa Piccarreta)

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



3a MEDITAZIONE
***
Tenete presente che, per capire il testo, donna è detto in questo caso in ebraico ʼishsha e uomo è ʼish. Sono evidentemente termini che si richiamano, uno sembra il femminile dellʼaltro. In realtà gli studiosi dicono che la questione è più complicata; però dal punto di vista del suono e della percezione di uno che legge, ʼishsha è il femminile di ʼish e quindi quando si dice: la si chiamerà ʼishsha perché da ʼish è stata tolta questa, si capisce immediatamente quello che si vuole dire. Si vuole dire che lʼuomo e la donna sono fatti con lo stesso materiale, sono forme diverse ma della stessa realtà, complementari uno con lʼaltro, uno per lʼaltro, in questo rapporto che è un rapporto di vicinanza, di comunione e di dono di sé.
“Per questo lʼuomo abbandonerà suo padre e sua madre e aderirà a sua moglie e i due saranno una carne sola.”
Dove viene data la risposta a quella domanda sorprendente che dicevo allʼinizio: Da dove viene questa forza che spinge lʼuomo ad incontrare la donna e che è così forte da tagliare i legami con la famiglia di origine? Legami che evidentemente sono profondissimi, sono ampi, ma questo ci introduce dentro a un tema che credo sia fondamentale per capire lʼesistenza dellʼuomo, che è il tema del distacco.

La vita dellʼuomo si realizza attraverso un distacco progressivo. Se il feto non si distacca dalla madre, questo è motivo di morte per lʼuno e per lʼaltro. È vero che quel distacco è doloroso, è vero che il bambino che deve cominciare a respirare in modo autonomo patisce un trauma: ce lo diceva Leopardi ieri, che nasce a fatica e la prima cosa che fa è piangere. Piange per questo trauma che è un trauma inevitabile: il passaggio da una situazione di totale dipendenza a quella di una parziale autonomia; deve respirare per conto suo e questo è un distacco doloroso, come tutti i distacchi. Non esistono distacchi non dolorosi; eppure il distacco fa parte della vita dellʼuomo. Dove il distacco non è conosciuto e vissuto, la vita dellʼuomo isterilisce, muore.
Quel distacco che avviene al momento della nascita continua con il cammino della vita. Il Vangelo di Luca ricorda quellʼepisodio di Gesù a dodici anni, nel tempio di Gerusalemme, che in qualche modo è il segno del distacco dellʼadolescenza, quando i figli incominciano ad avere consapevolezza della loro differenza rispetto ai genitori. Lo fanno anche in modo esagerato, nella cultura contemporanea. 
Lʼadolescenza, per certi aspetti, è una invenzione contemporanea, nellʼantichità non cʼera. Ma il senso di questo distacco e del trauma che questo comporta cʼè ed è fortissimo nei figli, che sono costretti ad affrontare la vita con paura e, dallʼaltra parte, con aggressività, tentando addirittura di esagerare il distacco dai genitori, per cui fanno fatica a tenerli per mano in certi momenti della fase della loro crescita.
Ma questo è inevitabile fino a quel distacco che è il distacco del matrimonio: “Lʼuomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”.
Il significato è proprio quello di una maturazione dove la propria identità comporta una alterità. La fusione non è possibile: il cammino dellʼuomo non è un cammino che va verso la fusione con qualcuno, ma verso lʼamore. Mentre la fusione toglie la propria individualità, lʼamore la sviluppa come unʼidentità relazionale: sono me stesso “insieme con”, anzi, “in vista di”, “per”, per il rapporto con unʼaltra persona. Tanto che addirittura dice: “Si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola.”
Nonostante quello che sembra a prima vista, il riferimento non è allʼunione sessuale, ma è a tutto quel complesso di relazioni, di conoscenza, di affetto, sʼintende anche di unione sessuale, a tutta la gamma dellʼesperienza coniugale come una relazione che è la più forte che lʼuomo possa sperimentare con qualcun altro. È a questa dinamica di amore che tende alla globalità, alla pienezza, che fa riferimento il Libro della Genesi.

Potete pensare al significato dellʼinnamoramento come superamento della barriera che separa dallʼaltro. Quello che cʼè di affascinante nellʼinnamorarsi sembra essere proprio questo: la percezione che le barriere siano cancellate. Mentre nei confronti di tutti sono costretto ad avere delle maschere, mi sembra di non riuscire ad esprimermi e mi sembra di non riuscire a capire del tutto quello che ho davanti. Quando mi innamoro lʼimpressione è di capire benissimo, che ci sia una luce, una trasmissione, una comunicazione perfetta. Il ché, naturalmente, è illusione; poco alla volta appaiono cose nellʼaltra persona che al momento dellʼinnamoramento non sono chiare, non si percepiscono: si imparano a conoscere le doti, i difetti, i limiti dellʼaltra persona; ci si rende conto che lʼaltra persona è unʼaltra, quindi deve essere riconosciuta e accettata nella sua alterità.

Qui cʼè la grande crisi del cammino della crescita e della maturazione di un rapporto di amore. 
Quando mi rendo conto che tu sei unʼaltra, devo prendere posizione: o ti rifiuto, ti abbandono, perché non sei quello che volevo; e lʼaltra non è mai quello che volevo io, ma è quello che è lei. Posso avere lʼimpressione che sia la principessa che avevo sognato, però dopo mi devo rendere conto che principessa lo è, ma che non è quella che avevo sognato, perché ha la sua esperienza, ha la sua famiglia, ha le sue relazioni, ha il suo modo di agire, di pensare, di costruirsi che non è il mio, non può essere il mio, o cʼè il passaggio a un tipo di rapporto diverso, che è quello dellʼimparare a prendersi cura uno dellʼaltro e a essere contento di prendersi cura uno dellʼaltro.
È il superamento di quellʼamore narcisista che alla fine cerca sempre e solo se stesso, cerca sempre e solo la propria immagine per sentirsi bello e per affermarsi bello, per cui lʼaltro è semplicemente uno specchio, uno specchio in cui voglio vedere me, mi voglio vedere usando la percezione dellʼaltro. Ma questo è amore sterile: il mito di Narciso termina con la sua morte, con lʼannegamento. Perché quello che fa vivere lʼuomo è lʼalterità, è il rapporto con lʼaltro: questo rende la vita dellʼuomo feconda, feconda di futuro e feconda di speranza.
Si tratta ancora di superare quellʼamore che è fondamentalmente amore di consumo, dove lʼaltro diventa lʼoccasione o lo strumento per sperimentare una emozione o una gratificazione o qualche cosa che interessa a me. Cʼè evidentemente anche questo, lʼemozione cʼè, eccome! Ma quando il rapporto di amore diventa un rapporto di consumo, lʼaltro è evidentemente uno strumento.

Rapporto di consumo vuol dire: (ricordate, lo dicevamo lʼanno scorso) sembra che lʼottica con cui noi siamo portati a sperimentare la vita sia, nella gran parte dei casi, unʼottica di consumo. Come se la vita e il mondo fosse un enorme supermercato dove andiamo a comperare i prodotti che ci interessano, i prodotti che servono per rendermi bello, o contento, o mi permettono di avere quelle emozioni e quelle gioie che mi sembrano irrinunciabili nella vita. E questi consumi sono evidentemente i consumi materiali ma sono anche i consumi psicologici, sono anche i consumi relazionali, sociali, politici: anche la politica può essere considerata come una merce di consumo, come uno strumento per riuscire ad ottenere quello che voglio per me.
Ora, quando lʼamore è valutato e sperimentato così, evidentemente lʼaltro viene percepito come prezioso solo fino a quando risponde ai miei bisogni: ho bisogno di compagnia, ho bisogno di gioia, di una spalla su cui piangere. Fino a che ho questi bisogni e tu me li soddisfi  il rapporto funziona, stiamo bene insieme, siamo contenti, affrontiamo meglio la vita.
Ma quando questo viene meno, quando è noioso il rapporto, non è più quello che sognavo, non mi dà più quelle emozioni che mi aveva dato nellʼadolescenza, non mi fa più sognare quello che sognavo qualche anno fa, allora evidentemente il rapporto infiacchisce, perché quello che teneva insieme era semplicemente la quantità di gratificazioni che dal punto di vista sessuale, psicologico, umano, il rapporto mi dava.
Se invece lʼamore diventa il prendersi cura uno dellʼaltro con la scelta di costruire insieme un progetto di vita, – per cui non ho più un progetto di vita individuale – e ne abbiamo costruito uno di coppia. Può accadere evidentemente che questo progetto di coppia vada in crisi, che non riusciamo a realizzarlo, che ci scontriamo con un ostacolo che impedisce di proceder., Ma se abbiamo il progetto non molliamo mica la presa. Quando uno ha un progetto e ha delle difficoltà, cerca di analizzare le difficoltà e di superarle in qualche modo, o di orientare il progetto in una direzione che diventi realisticamente possibile nella situazione concreta che ha davanti, ma non molla mica il progetto, non ricomincia daccapo, come se niente fosse.
Il cambiamento, lʼottica, è questa qui: “lʼuomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”. Cʼè un unico progetto di vita che realizziamo in due, stando attento uno allʼaltro, prendendosi cura uno dellʼaltro, attraverso un cammino di amore che va verso la maturità.
Perfettamente maturo sarà difficile, ma un rapporto dʼamore narcisista, in cui ciascuno cerca solo se stesso nellʼaltro, è immaturo; un rapporto dʼamore consumista in cui uno cerca nellʼaltro solo la soddisfazione di bisogni o desideri suoi, è ancora immaturo. Quellʼamore che invece gioisce per la vita e per il bene dellʼaltro, questo va verso il senso di responsabilità: ci sentiamo responsabili uno per lʼaltro e tutti e due insieme per la famiglia che abbiamo costruito. Per la famiglia che abbiamo costruito vuol dire per i figli e per tutto quello che sta dentro alla costruzione della nostra vita insieme. Il senso della sessualità nellʼottica biblica è quello.
***
S.E. Mons. LUCIANO MONARI


Un Mondo secondo il Cuore di Dio



Non è cosa facile immaginarsi la vita degli uomini in una forma diversa da come ci si presenta ordinariamente. Tuttavia, l’uomo che superasse con uno sguardo profondo le mille vicende dell’attuale stato del mondo, potrebbe farsi questa domanda: come si sarebbe sviluppata la storia dell’umanità senza il peccato? Questa domanda ha un valore pratico, benché a prima vista non sembri. Lo sforzo di Gesù, nella sua predicazione, è proprio centrato in questo: restituire l’uomo a quello stato nel quale Dio lo “ha creato” e che ha stabilito per lui: «Siate santi, come santo è il vostro Padre celeste» 

Se il peccato non fosse penetrato nella storia dell’uomo, questa si sarebbe sviluppata con la spontaneità con cui si svolge il gioco dei bambini sotto lo sguardo affettuoso del padre; in breve, saremmo bambini felici. Adesso conosciamo il bene e il male, ma non siamo felici. Tuttavia, l’uomo aspira costantemente alla felicità, ma, siccome non la cerca dove l’ha perduta, si è creduto capace d’inventarla. Per un istante pare che la raggiunga, ma quella felicità è fugace, e un’altra “invenzione” viene a riempire il vuoto che aveva lasciato la precedente; e così di seguito. 

Da ciò si potrebbe concludere: le invenzioni, che sono considerate come un progresso, sono conseguenza evidente del peccato. Senza di esso, le “invenzioni”, che sono l’orgoglio dell’uomo “caduto”, non esisterebbero. Questo non vuol dire che non le conoscerebbe; probabilmente le conoscerebbe meglio di quanto non le conosca ora, ma non darebbe loro l’importanza attuale, perché la conoscenza e la gioia del possesso di Dio riempirebbe la sua anima in un modo inconcepibile per noi. Diamo forse importanza alla luce di una lampada quando abbiamo il sole raggiante di mezzogiorno? 
E, tuttavia, quella stessa lampada l’accendiamo a mezzanotte, e se non avessimo visto il sole, crederemmo che quella lampada è insostituibile. Questo ci porta ad una conclusione sommamente semplice: il peccato ha immerso l’uomo nelle tenebre; e questi, in luogo di chiedere a Dio la vera luce, ha creduto di poterla inventare. Le invenzioni tecniche sono le lampade che l’uomo ha acceso in questa oscurità. Esse hanno riaffermato l’uomo in questo mondo, lontano da Dio, così che se ne considera padrone. L’uomo, anche credente, pensa che le invenzioni sono uno sviluppo dell’intelligenza che Dio gli ha dato. Bisogna dirgli che il vero sviluppo dell’intelligenza umana deve avere un’altra direzione: la conoscenza di Dio. 
Per questo Egli gliel’ha data, se non esclusivamente, certo principalmente. Il peccato ha cambiato l’orientamento delle conoscenze dell’uomo: anziché in senso verticale, l’ha realizzato in senso orizzontale. E l’uomo si è talmente approfondito in quelle conoscenze, che è arrivato alla pazzia di credere non necessaria l’esistenza e l’assistenza di Dio. 

Il tornare a quell’infanzia spirituale desiderata da Dio è per l’uomo un’opera più difficile che non la realizzazione di un volo spaziale. Tuttavia, le parole di Gesù sono lì come un invito dolce e forte insieme: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli», come pure queste altre: «In verità ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può entrare nel regno di Dio» 

Se cerchiamo di approfondire questo ritorno all’infanzia, troveremo diversi elementi fondamentali per costruire l’autentica felicità umana. 

L’attuale angustia dell’uomo ha cessato di essere un’anormalità per diventare qualcosa di normale. Questa condizione è stata causata dall’assenza di Dio. Mai come oggi Dio ha cessato di essere il centro della vita dell’uomo; e questo in un modo cosciente. Altri centri hanno assorbito l’interesse e l’attenzione degli uomini. Ma quelli non sono i centri naturali, voluti da Dio; da ciò i risultati opposti alla vera felicità umana; una specie di distorsione tormenta l’uomo nel più profondo del suo essere . 

Il ritorno all’infanzia predicato da Gesù è la soluzione profonda, che arriva alle radici del male che risiede nell’essere umano, restituendogli la vita “normale”. Per questo è necessario comprendere in che consiste quella nuova nascita, la quale deve essere tradotta in realtà con tutta la generosità della volontà, rinvigorita questa dalla grazia. 
Nessuna zona dell’anima umana può disinteressarsi di questo lavoro rigeneratore. Nel momento che un’altra idea, o un altro lavoro, siano equiparati a questo, quella rinascita non avviene. 
E l’uomo rimarrà in quella condizione di angustia morale- spirituale. 

Quella rinascita è una specie di parto realizzato dall’unione profonda della grazia e della volontà umana. Questa, in sé stessa, non trova altro che un caos di istinti e di passioni che combattono nell’oscurità. Se l’uomo si chiude in sé stesso, credendosi capace di ordinare quel caos, si indurirà progressivamente fino a farsi un Dio. Per un osservatore superficiale quest’uomo può essere arrivato ad un dominio apparente delle forze cieche che si agitano in lui. Ma l’osservatore che ciascuno porta dentro di sé non può non sentire l’inquietudine in cui vive l’altra parte del suo “io”, che si è creduta autosufficiente per rigenerarsi. 
***
JOSÉ BARRIUSO 

"Signore, insegnaci a pregare!"



Raccolta di preghiere della Serva di Dio LUISA  PICCARRETA 

 La preghiera nella Divina Volontà 

...Avendo fatto la Comunione, stavo dicendo a Gesù: «Ti amo», e Lui mi ha detto: “Figlia 
mia, vuoi amarmi davvero? Dì: Gesù, ti amo con la tua Volontà; e siccome la mia Volontà 
riempie Cielo e terra, il tuo amore mi circonderà ovunque e il tuo «Ti amo» si ripercuoterà lassù 
nei Cieli e fin nel profondo degli abissi. Così, se vuoi dire «Ti adoro, ti benedico, ti lodo, ti 
ringrazio», lo dirai unita con la mia Volontà e riempirai Cieli e terra di adorazioni, di benedizioni, 
di lodi, di ringraziamenti nella mia Volontà. Queste sono cose semplici, facili ed immense”. (Vol. 
11°, 02.10.1913). 

a cura di D. Pablo Martín

I Segni dei tempi sono evidenti!



La pace del Signore, che dura per sempre, vi sarà regalata nel Nuovo Regno di Mio Figlio e così la vostra vita si trasformerà nel modo più meraviglioso possibile. Sarà uno dei cambiamenti più belli della vostra vita attuale, perché dove dimora la pace non esistono le guerre, conflitti, l’avidità e l’invidia. Il peccato la non esisterà, ma voi dovete essere preparati per questo meraviglioso tempo!

Approfondite il vostro rapporto con Noi! Visitate i vostri luoghi sacri, partecipate alle messe, andate a confessarvi e pregate!

Chi ha occhi per vedere osservi, chi ha orecchie ascolti, perché i segni dei tempi sono chiari e solo chi si allontana da Noi, li interpreterà per quello che non sono, li “banalizzerà” e li renderà “insignificanti”. Figli Miei chi invece guarda e ascolta veramente con attenzione, capisce in quale periodo vi trovate e che gli avvenimenti della fine dei tempi vengono a voi a grande velocità.

Guardate e ascoltate, perché chi vuole restare cieco e sordo avrà un brutto risveglio.

La vostra Mamma Celeste che vi ama.

Mamma di tutti figli di Dio.

Sant’Agostino



Le lagrime si vedono, ma non si odono; le lagrime scorrono, non risuonano. Eppure hanno la loro voce, come aveva la sua voce il sangue di Abele... Poiché anche le lagrime sono il sangue del cuore. (Serm. 77/B, 6)

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



Un piccolo pastore sotto il Terrore (1793-1794).  

***
I fanciulli dimenticano o si consolano presto e con, poco; e nei terribili mesi in cui la rivoluzione metteva a sangue la Francia, continuavano a cantare e saltellare come i greggi. Giovanni Maria allora viveva lunghe ore in pace, in mezzo alla natura sempre calma, dalla quale l'uomo nemico non aveva cancellato completamente ogni traccia di Dio.  
L'orizzonte di Dardilly è ampio e bello: il paese si eleva all'estremità di un altipiano un po' montuoso, che ha il suo pendio dalla parte di Lione, e di là si distendono il Montd'Or, i colli della Fourvière già abbastanza vicini. È certo però che di tutte queste alture non si interessava molto lo sguardo ed il pensiero di Giovanni Maria; preferiva le sue praterie dilette, già tanto famigliari, che rivestivano del loro verde le valli al Pré-Cusin, al Chène-Rond, o al Chante-Merle, cioè le pasture del suo gregge.  
L'8 maggio 1793 entrava nei suoi sette anni, ed essendo abbastanza grande per potere incominciare ad essere utile, gli fu affidata la guardia del gregge. Da allora, due volte al giorno, conduce al pascolo l'asino, le vacche, le pecore della sua stalla, tenendo per mano Gothon, sua sorella minore, perché i sentieri che guidano alla valle sono tortuosi e difficili. La partenza era stata preceduta da parte di entrambi dalla promessa di essere buoni, promessa che sarà anche facile mantenere, perché, venendo da casa, hanno portato un po' di lana, e, pure restando alla custodia del gregge, lavoreranno la propria calza.  
La profonda valle di Chante-Merle ha perso qualche cosa del suo incanto, delle sue ombre suggestive che disponevano al raccoglimento della solitudine; ma possiede ancora delle attrattive, colle sue aiuole circondate da fiori, quale la rosa canina, da ontani e da tremule. Vi hanno la loro dimora gli uccelli canori e di qui viene precisamente il nome stesso. Dire che Giovanni Maria abbia amato questo incanto di natura è poco: ne conservò sempre un caro ricordo, e, tra le sollecitudini e le acclamazioni della folla, lo si sentirà gettare dei sospiri, ricordando questi campi paterni, perché là era sempre stato felice, avendo avuto il tempo di pregare e di pensare all'anima sua 14.  
La madre dava certo un buon indirizzo in proposito. Appena giunti al prato, il fratello e la sorella si inginocchiavano per offrire a Dio la loro fatica di piccoli pastori, e si mettevano poi alla guardia, sempre solleciti che gli armenti non portassero danno al raccolto dei vicini 15.  
Non vi ha dubbio che Gothon avrebbe passato volentieri il suo tempo a chiacchierare con Giovanni Maria, perché egli conosceva belle storie, le raccontava i fatti dell'antico e nuovo Testamento, le insegnava le sue preghiere e le dava anche dei consigli circa la pietà. «Vedi, Gothon, quando vai alla Messa devi essere molto modesta», e colla pratica le insegnava come avrebbe dovuto comportarsi 16. - Ma il fanciullo, che un giorno era stato sorpreso in contemplazione in una stalla, non cessava di provare questa fame di Dio che è il supremo sospiro delle anime sante. «Fa tu la mia calza - diceva a Margherita _ io devo andare a pregare là, vicino al ruscello» 17. Vi era da quella parte un salice in cattivo stato e Giovanni Maria collocava la statua in un buco del vecchio albero, la circondava di muschio, di fronda e di fiori; poi si poneva in ginocchio e cominciava a sgranare il suo Rosario, sostituendo le sponde del ruscello alla chiesa deserta, ove più nessuno pregava.  
Qualche volta l'angelico giovinetto preparava per la sua statuetta un altare provvisorio e, servendosi della terra del pascolo, costruiva piccole cappelle per collocarvi santi o preti da lui modellati 18. Aveva in questo una certa abilità che l'istruzione avrebbe potuto sviluppare: si sa che costruì colle sue mani una statua della Vergine, «che era discreta»; suo padre stesso si era interessato a farla cuocere nel forno, e fu lungamente conservata nella casa 19. Quando l'altare provvisorio era terminato, Giovanni Maria e Gothon, risvegliando vaghi ricordi di processioni, di Corpus Domini ormai aboliti, ripetevano squarci di sacri canti.  
Vi erano intorno anche altri pastori che non erano sempre ben educati e Giovanni Maria non poteva impedire che venissero a cercare la sua compagnia. In certi giorni specialmente, molti passavano nei campi dei Vianney, contemplando con meraviglia l'altare provvisorio, circondato di verde, e facevano all'artista mille domande, alle quali rispondeva né imbarazzato, né infastidito. Ma questi fanciulli, che avevano pure pressappoco la sua età, che cosa potevano sapere della sua statuetta? Avevano bensì assistito anch'essi alle funzioni che si tenevano nella chiesa, ma che cosa sapevano comprendere delle funzioni domenicali o festive? Fra costoro Giovanni Maria, senza saperlo, diventa un apostolo ed un catechista. In piedi presso il rustico altare, egli ripete quello che ha udito nel silenzio inquieto delle notti. ed insegna le preghiere che aveva imparato da sua madre.  
«Un fanciullo - ammonisce - non deve disubbidire ai suoi genitori, non deve dire bestemmie o parole volgari», e conclude con gravità: «Siamo buoni, amiamo di cuore il Signore». Nelle grandi ombre di Chante-Merle sta per sbocciare una vocazione sacerdotale.  
Siccome l'uditorio poco si adattava a queste prediche, i sermoni dovevano essere necessariamente molto brevi. dava anche delle processioni, e, mentre in tutta la Francia erano state proibite le cerimonie religiose, in questa valle oscura ed ignota al mondo, vi erano dei pastori che seguivano in fila una croce fabbricata con due bastoni, e recitavano il Rosario, accompagnandolo con ingenui cantici. «Ero quasi sempre io che facevo il curato» 20 dirà poi un giorno Vianney, non senza una dolce fierezza, quando ormai altri suoi sogni si saranno avverati.  
Ma quando non erano questi pii divertimenti che radunavano i pastori, Vianney non aveva gusto a trovarsi con loro 21; non amava i loro giuochi rumorosi e turbolenti, e soprattutto non gli garbavano certe proposte che a lui si facevano. Solo alcune volte, col pio intento di fare loro piacere, accettava di giuocare con essi alle piastrelle. Andrea Provin, che fu compagno di infanzia di Giovanni Maria, e che era più giovane di lui solo di due anni, 70 anni più tardi, parlando di questi giuochi, ha potuto dire: «Era molto più destro di noi e ci vinceva facilmente. Quando perdevamo, di solito, eravamo tristi, ed egli, vedendo la nostra pena, diceva: allora non si doveva giocare. Ma infine per consolarci ci restituiva ancora il nostro denaro e ci metteva sempre un soldo di più».  
Spesso portava a Chante-Merle un grosso pezzo di pane ricevuto dalla mamma, e lo divideva con i compagni più poveri, acquistandosi, con questo gesto caritatevole, l'autorità di rimproverare liberamente anche quei compagni più grandi di lui che, in un eccesso di collera, si permettessero di percuotere i loro compagni o le bestie. «Questo non si deve fare - diceva con dolcezza - è peccato». Di solito veniva ascoltato: ma talvolta l'osservazione non garbava al ragazzo vizioso, più vecchio) che allora si permetteva di colpire Giovanni Maria alle gambe, ben sicuro che quei colpi non gli sarebbero stati resi 22.  
Fortuna volle che fra quei ragazzi ve ne fossero alcuni veramente educati e buoni come Francesco Duclos, Andrea Provin, Giovanni Dumond 23; e, quando Gothon non poteva accompagnare suo fratello, il padre permetteva a Giovanni Maria di prendere con sé uno di questi ragazzi. «Vieni - disse un giorno al piccolo Duclos - ho con me un buon desinare e lo divideremo».  
Un giorno, a Chante-Merle, Giovanni Maria si era nascosto li pregare in mezzo ai salici argentati, che fiancheggiavano il ruscello dei Planches. «Dov’è?» domandarono i pastori dei campi vicini. E Francesco Duclos, tradendo col suo piccolo dito il pio eremita, lo indicò, e condusse gli altri verso il salice: lo trovarono inginocchiato in preghiera.  
In un pomeriggio d'estate il fanciullo partiva dalla casa paterna con un carico di grano, che doveva portare fino al mulino dei Saint-Didier, e la figlia dei vicini, Maria Vincent, che era della stessa età di lui, volle accompagnarlo; non avendo trovato difficoltà da parte dei parenti, si misero dunque in cammino in una giornata afosa, e si fermarono in un luogo molto ben ombreggiato per riposare: era questa l'ora delle confidenze. Maria guardava il piccolo fanciullo, così tranquillo, così obbediente, e così dolce nei suoi occhi azzurri.  
- Giovanni Maria, - disse candidamente - se i nostri genitori fossero d'accordo, ci potremmo sposare!  
- Oh no, mai - riprese con vivacità l'altro, mal celando la sua sorpresa - non parliamo più di queste cose, Maria.  
Si alzò, prese la briglia dell'asino, e continuarono la strada verso il mulino.  
Sessant'anni più tardi Maria Vincent, seduta sulla porta della sua casa, colla conocchia in mano, raccontava, senza amarezza e con voce intenerita, questo grazioso idillio, il più bello e forse l'unico della sua vita 24.  
In Giovanni Maria si sviluppava già questa modestia, questa delicatezza innata, che gli fece disprezzare le tenerezze più care e più legittime. «Sapevo che era lecito, - dirà più tardi - tuttavia, qualche volta, ho rifiutato di abbracciare anche la mia povera madre» 25  
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Canonico FRANCESCO TROCHU