martedì 28 gennaio 2020

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



4a MEDITAZIONE

Per capire il significato della nostra vocazione come creature di Dio, accanto a quei racconti, quei  messaggi di creazione che abbiamo letto nei capitoli 1 e 2 della Genesi, ci debbono essere anche altre  dimensioni che la rivelazione biblica ci presenta.
Una di queste, fondamentale e forse non semplicissima per certi aspetti, è quella che va sotto il nome  di elezione.
Elezione vuol dire scelta, scelta di uno in mezzo agli altri, scelta di uno come unico, con un aspetto  inevitabile di preferenza. Proprio per questo, dicevo, un tema non semplicissimo perché le preferenze  ci sembrano avere il sapore della ingiustizia; però il tema della elezione nella Bibbia cʼè e ha un suo  significato notevole. Allora, volevo provare a leggere qualche cosa e ad entrare dentro a questo universo  che il tema della elezione ci presenta.

Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch`era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile e non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Lʻetà della vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì in Carran.

Il Signore disse ad Abram:

«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria
 e dalla casa di tuo padre,
 verso il paese che io ti indicherò.
 Farò di te un grande popolo
 e ti benedirò,
 renderò grande il tuo nome
 e diventerai una benedizione.
 Benedirò coloro che ti benediranno
 e coloro che ti malediranno maledirò
 e in te si diranno benedette
 tutte le famiglie della terra».

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 (Gen 11,27-32; 12,1-4)

Questo è il brano della vocazione di Abramo, della elezione di Abramo. Abramo viene scelto, chia- mato come unico, per una promessa e per un compito.
Primo problema: chi è Abramo? Sono partito dalla discendenza di Terach proprio perché sia chiaro:  Abramo non è un semidio, non è un eroe. Attribuire lʼorigine della propria stirpe a semidei o a eroi era  abbastanza normale nella antichità: Roma, Enea, Venere; andiamo verso qualche cosa di semidivino  e lo stesso per tante altre storie di origine. Per Abramo no: Abramo è semplicemente un uomo della  discendenza di Terach, uno in mezzo agli altri, uno come tutti gli altri inserito nella trama dei rapporti  normali tra le persone. Anzi, se qualche cosa il nostro testo sembra sottolineare, è una condizione di povertà, perché la moglie di Abram, Sarai, era sterile, non aveva figli e Abram comincia ad essere  anziano; quindi si può dire è una persona che dal punto di vista mondano non ha futuro.
Il non avere discendenza vuol dire, nellʼantichità, il non avere speranza, il non avere futuro.
Eppure il Signore chiama proprio lui: “Il Signore disse ad Abram”.
La domanda è inevitabile, perché Abram? Perché ha scelto lui, perché non Lot o perché non  qualcuno di qualche altra famiglia, di qualche altra stirpe? E questa è, evidentemente, una di quelle  domande a cui non cʼè risposta. Non ci sono motivi intrinseci, di merito. Può anche darsi che il signor  Abramo fosse una persona particolarmente intelligente, o particolarmente santa, che avesse qualche  dote speciale, ma il Libro della Genesi non lo dice e quindi non spiega la scelta. Vuol dire che per il  Libro della Genesi la scelta deve apparire così: inspiegata.
Ci saranno nella tradizione ebraica successiva dei tentativi di spiegazione. Ci saranno racconti che  diranno, per esempio, che Abramo, in Mesopotamia, era lʼunico monoteista: mentre intorno a lui cʼera  fiorente il politeismo, Abramo aveva conosciuto il Signore, lui solo. E questi sono tentativi significativi,  ma che vanno al di là della Bibbia. Per la Bibbia non cʼè spiegazione, o, se volete, la spiegazione è  nella libertà di Dio. Dio ama, ama liberamente, non è una forza di natura, non è un destino anonimo  – questo lo abbiamo ricordato allʼinizio – ama liberamente e gli è venuto in mente di amare quel tizio  lì che si chiamava Abram. Questo pone il problema sul quale poi torneremo.
Si rivolge ad Abram e lo chiama con alcune parole che sono significative. La prima: “Vattene”. “Vattene  dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.
Può darsi che dietro a questa espressione e alla esperienza originaria di Abramo ci stia qualche cosa di  culturalmente comprensibile: Abramo è una specie di seminomade, quindi i cambiamenti di ambiente  sono abbastanza normali. Può darsi che la spiegazione culturale della migrazione di Abramo ci sia,  cioè che Abramo sia semplicemente un migrante come tanti altri nella storia e che quindi avesse i suoi  motivi per muoversi e fosse giustificatissimo questo movimento di Abramo. Però non cʼè dubbio che  raccontandolo così, il libro della Genesi vuole insistere sul distacco. Vattene. Vattene dalla tua terra. E  non si ferma lì: dalla tua patria. E non si ferma lì: dalla casa di tuo padre. Quindi va sempre più verso  il concreto, lʼimmediato, fino alla famiglia.
Cʼè un distacco che viene chiesto ad Abramo. Vuol dire il passato; cioè quel passato che ha dato la  vita, la forma, la lingua, che ha dato il patrimonio ad Abramo, interessante e importante quanto potesse  essere, che adesso viene abbandonato.
Ricordavamo stamattina lʼimportanza del distacco nella crescita della persona umana: la vita comporta  questi, ed è solo attraverso i distacchi che possono verificarsi davvero delle esperienze di crescita. E  per Abramo la questione sta esattamente così. “Vattene!”.
La cosa interessante è che gli viene detto: “Vattene dalla tua terra, verso una terra che io ti indicherò.”  Quindi, da una terra a unʼaltra terra. Con quale differenza? Perché abbandonare una terra per averne  unʼaltra? È più ricca? È più interessante? È più gradevole per Abramo? Non è detto: la Mesopotamia,  almeno nellʼantichità, era fertile (poi il terreno si è salinizzato ed è diventato sterile, ma nellʼantichità  era fertile), quindi non cʼera un vantaggio economico in questo, e in ogni modo il vantaggio economico  se cʼè stato, non è la motivazione che viene presa dal testo. Il testo dice solo: “Vattene dalla tua terra,  verso la terra che io ti indicherò”.
La terra di Abramo deve essere lasciata e gli viene promessa la terra di Dio. Il cambiamento è tutto lì.  Deve abbandonare la vita che Abramo sperimenta come possesso per ricevere una vita che gli apparirà  come un dono, come il compimento di una promessa.
Sʼintende che a uno viene da dire: “E che cosa ci guadagno? Cosa cʼè di meglio nella terra che mi  viene dal Signore, rispetto alla terra che io possiedo?”. Evidentemente, di meglio cʼè una cosa sola: il  Signore. Nella terra che io possiedo ci sono io e il mio patrimonio, la mia terra, con quello che questo  comporta; nella terra che mi dà il Signore ci sono io, la terra e il Signore. Perché me la da Lui, quindi  quella terra porta lʼimpronta del Signore, porta la fisionomia del dono di Dio.
Il cambiamento è lì: da una vita percepita come possesso, a una vita ricevuta come dono. È il primo  aspetto, con la differenza fondamentale che il dono porta sempre con sé il donatore. Se cʼè un dono cʼè anche un donatore; se cʼè un possesso cʼè solo un proprietario, nientʼaltro.
Non solo: a questa promessa fondamentale di una terra, ne vengono aggiunte altre. “Farò di te un  popolo grande e ti benedirò”: promessa di una discendenza, promessa della fecondità della vita di  Abramo. Era uno dei suoi problemi come ricordavo prima: Sarai è sterile e Abramo sembra senza  futuro. Gli viene promessa una discendenza e una discendenza numerosa, un grande popolo.
E insieme con questo, ancora: “Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione”. “Renderò  grande il tuo nome” vuol dire che Abramo diventerà una persona importante, la sua vita avrà valore,  spessore, densità, forza.

La cosa interessante è che qui viene ripresa, esattamente, lʼespressione che nel capitolo 11, ver- setto 4, era stata ricordata nella costruzione della torre di Babele. Quando gli uomini vanno nella  pianura di Sennaar e lì incominciano ad edificare una torre, la famosa torre di Babele, dicono (Gen  11,4): “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome,  per non essere dispersi su tutta la terra”. Facciamoci un nome: cioè il desiderio, che per lʼuomo è  naturalmente istintivo, di una vita che diventi solida, che si manifesti significativa. Il nome vuol dire  questo. La differenza è che nella torre di Babele gli uomini vogliono procurarsi un nome, ad Abramo  il nome viene promesso da Dio.
Per quello che riguarda il nome non cʼè una grande differenza, ma per lʼesperienza personale cʼè,  eccome, perché vale il discorso di prima: un conto è la vita intesa come conquista, io conquisto le mie  realizzazioni, i miei obiettivi, e un conto è la vita ricevuta come un dono del Signore, ricevo da Lui  un nome grande.

Tutto questo si lega con lʼaltro termine di cui abbiamo già parlato. Nei tre versetti che ho letto viene  ripetuta per cinque volte la radice della parola “benedire”, benedizione. “Diventerai una benedizione;  benedirò coloro che ti benediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Abbiamo  ricordato più volte che questa radice ebraica – “barac”, è quella da cui viene Baruc; Baruc è il bene- detto – indica fondamentalmente la potenza di vita che Dio possiede e che Dio dona. Quando si dice  “ti benedirò”, vuol dire che la vita di Abramo viene dilatata, diventa più grande, diventa più degna,  diventa più significativa.
E non solo la vita di Abramo perché gli viene detto: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della  terra”. In qualche modo la benedizione di Abramo è lʼinizio di un processo, di un movimento, di un  dinamismo che di per sé tende a essere universale. Tutte le famiglie della terra in Abramo, attraverso  Abramo.

“Abram partì, come gli aveva detto il Signore”. Abramo diventa nomade (adesso non mi interessa  la questione sociologica se lo fosse anche prima: mi interessa il significato del racconto), nomade verso  una promessa, verso un compimento.
Verso una promessa e un compimento è prezioso perché un filosofo contemporaneo dice che lʼuomo di  oggi è naturalmente un nomade, ma ci sono due tipi di nomadismo. Uno è il nomadismo del pellegrino,  lʼaltro è il nomadismo del girovago, del “girandolone”. Vagano tutti e due, ma il pellegrino ha una  meta, si muove verso quel traguardo, verso lʼincontro con il Signore. Il girovago gira, ma senza meta,  va un poʼ da una parte, un poʼ dallʼaltra, può ritornare al punto di partenza, lʼessenziale è muoversi,  come diceva Kerouac, in “On the road”: dove vai? via di qui! Lʼimportante è andare via, abbando- nare, lasciare. Dove non si sa, non importa, lʼimportante è camminare. Per lʼuomo di oggi cʼè questa  esperienza qui. Ma è diversa: un conto è il pellegrino, e un conto è il girandolone, il girovago.
Abramo diventa un pellegrino. A dire la verità, è un pellegrino un poʼ strano, perché non si sa in  realtà dove debba andare. “Verso una terra che io ti mostrerò”: quindi Abramo non la conosce ancora,  è misteriosa. Il quando, il come, il dove si realizza la promessa di Dio, Abramo non lo sa. Però certa- mente non è uno senza meta: la promessa di Dio gli indica un itinerario, un cammino.
Il risultato di tutto questo è il cambiamento di una esperienza di esistenza da esistenza solitaria (io) a sistenza di comunione: io davanti a Dio, io con il Signore.
Nel Libro della Genesi, al capitolo 17, versetto 1, cʼè unʼaffermazione che abbiamo riletto tante  volte perché ci sono molto affezionato, mi sembra che sia stupenda:

Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:

 «Io sono Dio onnipotente:
 cammina davanti a me
 e sii integro». (Gen 17,1)

Io sono el Shaddai il Dio Onnipotente, o il Dio delle montagne, cammina davanti a me, alla mia pre- senza, e sii integro. Inevitabilmente, camminare davanti al Signore non è possibile se uno non fa un  cammino di integrità, di giustizia, di verità. Cammina davanti a me, come amico di Dio, sostenuto  dalla fiducia in Dio.
E Abramo inizia il suo pellegrinaggio che non avrà mai termine, perché quelle promesse che gli  sono state fatte, sono promesse di cui Abramo vedrà solo un piccolo anticipo. Gli è stata promessa  una terra e ci camminerà sopra, ma diventerà proprietario solo della tomba per sua moglie, di quel  pezzettino di terra che riesce a comperare da Efron lʼHittita: per il resto è uno straniero, è un ospite,  in casa dʼaltri, non è sua la terra, quindi non avrà la terra che Dio gli aveva promesso. La discendenza  gli arriva ma, come vedremo, gli arriva molto tardi e gli arriva nella figura di un figlio e non ancora in  quella del grande popolo. Non appare ancora molto di quella discendenza numerosa come le stelle del  cielo e come la sabbia che è sulla riva del mare, Abramo ne vede solo un piccolo scampolo. E tutta la  sua vita deve giocarsi sulla fiducia, sulla speranza: deve essere una vita di fede.
Al capitolo 15 si legge così:

Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose  Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato di- scendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo  accreditò come giustizia. (Gen 15,1-6)

È la prima volta nella Bibbia che viene fuori il verbo credere: il primo a credere nella storia della fede  è il signor Abramo. Ed è in questa occasione, quando il Signore gli rinnova la promessa e Abramo  oppone alla promessa la sua esperienza: e la sua esperienza è che è senza figli, è vecchio; fa fatica a  sperare a questo punto. Ormai è rassegnato a lasciare i suoi beni al suo fattore. Eliezer di Damasco è il  factotum, lʼamministratore dei beni di Abramo, e Abramo lo ha adottato giuridicamente, in modo che  possa ricevere il suo patrimonio, perché ci sia il futuro in qualche modo. Ma questo per Abramo è un  disastro, è il disastro della sua vita, è la sua delusione. “Che mi darai, Signore Dio, che mi darai?”:  puoi darmi quel che vuoi ma è un figlio che io cercavo, è un figlio di cui ho bisogno, è un futuro. Che  mi darai? “Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco”.
Il Signore gli rinnova la promessa, anzi gliela allarga tanto da diventare incredibile. “Abramo credette  al Signore”.
Il verbo credere in ebraico è la forma causativa di una radice che indica la fermezza, la solidità: è la  radice da cui viene la parola amen: è così, è solido, è fermo. E una forma causativa dovrebbe indicare,  secondo gli esperti, qualche cosa del genere: il collocare su qualcosa, su qualcuno, la propria sicurez- za, la propria fermezza. Io in me stesso non sono solido, sono sottomesso agli alti e bassi della vita, ai momenti di esaltazione e a quelli di depressione, alla ricchezza e alla povertà, non posso trovare in  me stesso quella fermezza e saldezza di cui ho bisogno, la devo cercare in qualcun altro. In Dio. Dio  è una roccia eterna, Dio è una fortezza inespugnabile, Dio è uno scoglio al quale posso aggrapparmi  sicuro di non essere trascinato via dalla forza delle onde. Dio è questo, e credere significa aggrapparsi  a Dio, collocare in Dio la propria fiducia, la propria sicurezza. “E Abramo credette al Signore”. Proprio perché crede al Signore la promessa si compirà: la promessa di un figlio. Ma prima che la pro- messa di un figlio si compia cʼè quellʼepisodio che abbiamo letto qualche domenica fa dellʼapparizione  alle Querce di Mamre, quando Abramo, seduto allʼingresso della tenda nellʼora più calda del giorno,  vede tre uomini che stanno in piedi presso di lui. Questi tre uomini sono camminatori di passaggio,  e bisogna vedere se Abramo è capace di giocare bene il gioco dellʼospitalità. Il brano insiste molto  proprio su questo gioco, che Abramo vive in un modo splendido, proprio da orientale pulito, bello:

«Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un poʼ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto lʼalbero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Faʼ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne  focacce». Allʼarmento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentrʼegli stava in piedi presso di loro sotto lʼalbero, quelli mangiarono. (Gen 18,3-8)

Evidentemente avevano tutto il tempo per i riti nellʼantichità, non hanno fretta e si fanno tutti i riti  dellʼospitalità. Perché? Perché Abramo sta per ricevere un dono e deve in qualche modo dimostrare  di esserne degno, ma degno non nel senso che il dono poi me lo merito, ma nel senso che mi mostro  capace di apprezzarlo ed è capace di apprezzare il dono solo chi è capace di farne un dono, solo chi è  capace di essere generoso con gli altri sa gustare la generosità di Dio nei suoi confronti. Allora Abra- mo deve fare vedere che lui, quanto a dono, se ne intende, lo gusta, tanto che lo comunica a questi tre  misteriosi personaggi di passaggio che sono poi alla fine il Signore stesso. Quindi, accogliendo lʼospite  Abramo ha accolto il Signore e il Signore alla fine gli fa quella promessa:

«Tornerò da te fra un anno a questa data [è la prima volta che viene dato un termine preciso] e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». (Gen 18,10)

Nasce il figlio ma la storia non è finita. Non è finita perché, cresciuto questo figlio, che è il figlio della  promessa (Abramo ha qualche altro figlio, ha il figlio di Agar la schiava, ma non è il figlio della pro- messa: il figlio della promessa è il figlio di Sara, Isacco, lui solo), andiamo al capitolo 22 del Libro  della Genesi che dice:

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!».  Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».  Abramo si alzò di buon mattino, sellò lʼasino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per lʼolocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva  indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora  Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con lʼasino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dellʼolocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tuttʼe due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose:  «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dovʼè lʼagnello per  lʼolocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà lʼagnello per lʼolocausto, figlio mio!». Proseguirono tuttʼe due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì lʼaltare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sullʼaltare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per  immolare suo figlio. Ma lʼangelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Lʼangelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere lʼariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». Poi lʼangelo del Signore chiamò dal cielo  Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti  benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si  impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea. (Gen 22,1-19)

È uno dei brani più misteriosi della Bibbia e che colpiscono in fondo, nel cuore del lettore. Che  significato ha un racconto di questo genere? Ne ha tanti di significati, dal punto di vista antropologico,  dal punto di vista etnografico, etc., che adesso non mi interessano. Mi interessa dentro al messaggio  della vita di Abramo.
Dio ha fatto una promessa e la promessa riguarda Isacco. Adesso chiede il sacrificio di Isacco, figlio  della promessa, quindi Dio appare in contraddizione con sé stesso. Cʼè nel racconto lʼinsistenza sul  sacrificio grande che viene chiesto ad Abramo, sul rapporto affettivo, perché il testo dice: “«Prendi tuo  figlio, il tuo unico figlio, quello che ami, Isacco»”. Ci sono quattro espressioni per dire il bambino e  queste quattro espressioni vogliono insistere sul fatto che cʼè qualcosa di immenso in questa richiesta  che il Signore fa ad Abramo; e il Signore lo sa e lo ricorda ad Abramo.

Ma in questo cʼè qualcosa di più, perché come dicevo Isacco è il figlio della promessa, quindi  sacrificare Isacco vuol dire annullare la promessa. Quello che viene chiesto ad Abramo è continuare  ad avere fede quando Dio è in contraddizione con se stesso. Quando il Signore gli dice: “«Prendi tuo  figlio, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto»”, quel vaʼ è simile al vaʼ della vocazione. Ma  mentre il primo vaʼ, quello del capitolo 12, era un andare verso il compimento della promessa, questo  è un andare verso la distruzione della promessa, la promessa viene distrutta. E ad Abramo viene chiesto  di avere fede in Dio contro Dio, contro quella che è lʼapparenza delle richieste del Signore nei suoi  confronti. “«Vaʼ e offrilo in olocausto»”.
Perché questo? Che cosa ci sta dietro a un racconto di questo genere, che vantaggio cʼè in questa  incredibile prova a cui Abramo viene sottoposto?
Leggo nella Lettera agli Ebrei, al capitolo 11, quello che viene detto proprio a proposito del sacrificio di Isacco: 

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto 
le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una  discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo. (Eb 11,17-19)

Tradotto, questo vuol dire: Abramo ha sacrificato Isacco. È vero che materialmente lʼuccisione non è  avvenuta, ma Abramo, nel suo cuore, lʼobbedienza a Dio lʼha portata fino allʼestremo. Abramo con- sidera Isacco come dono di Dio e Abramo consegna il dono a Dio.
Quindi il sacrificio in Abramo è avvenuto. Ma come è possibile che Abramo abbia compiuto questo  sacrificio custodendo la fede? la fede è la fede nelle promesse e Dio certamente non smentisce le sue  promesse. Dice la lettera agli Ebrei “Perché Abramo credeva nella risurrezione”, cioè credeva che  Dio è capace di far risuscitare anche dai morti, perché Dio certamente non cancella le sue promesse,  non è infedele. Se ha promesso un nome ad Abramo in Isacco, Isacco vive, Isacco vivrà; in qualche  modo che Abramo non può conoscere, non può controllare, Isacco vivrà.
E vuol dire che dentro a ogni atto di fede cʼè alla fine, implicita, la fede nella risurrezione. Cioè  la fede nella potenza di Dio più grande della realtà del mondo. Perché si può dire che credere vuol  dire avere più fiducia in Dio di quanto si abbia paura del mondo, delle cose, degli avvenimenti, della  storia, degli altri, di se stessi.
Abramo si manifesta in questo modo. In modo tale che lʼIsacco che scende dal monte non è più lʼIsacco  che è salito: è un Isacco ricevuto come dono una seconda volta da Abramo. Consegnandolo a Dio,  Abramo si è manifestato degno di essere il padre della promessa. Ma degno non nel senso che se lo  poteva meritare, ma nel senso che lo riconosce in fondo, fino in fondo, come dono del Signore.
La logica della elezione è questa. È una logica stupenda, perché vuol dire che Abramo è unico davanti  a Dio e Dio lo ama con un amore indiviso. Ma vuol dire anche che Abramo deve consegnare tutto, ma  proprio tutto, a Dio e che in questa consegna di tutto e solo nella consegna di tutto, Abramo diventa  davvero il destinatario delle promesse di Dio, quello nel quale le promesse di Dio si compiono.

Ora proviamo a raccogliere tutte queste cose per capire il significato della elezione.
Lʼelezione ci pone qualche problema perché dice preferenza di qualcuno rispetto agli altri; natural- mente dietro a questo ci sta, e lʼabbiamo ricordato, lʼamore di Dio. La formula dellʼamore, una delle  formule dellʼamore, è quella che dice “tu sei per me lʼunico al mondo”, almeno così spiegava la volpe  al piccolo principe. Quando uno si innamora lʼaltro diventa unico e non cʼè dubbio che la elezione  esprime questo.
È un fatto gratuito, nel senso che non è meritato e non è meritabile. Però, se uno entra dentro al  dinamismo della elezione, entra nel dinamismo del dono e non è più proprietario di sé, della sua vita  e di quello che ha ricevuto dal Signore. Tutta la sua vita diventa dono a sua volta, testimonianza a sua  volta, comunicazione a sua volta. Insomma, la elezione di Dio è lʼinizio di un movimento che vuole  coinvolgere poco alla volta tutte le persone che liberamente accolgono il dinamismo della elezione  stessa.
Faccio degli esempi per intenderci. Leggevamo oggi il vangelo di Giovanni, al capitolo 13, ver- setto 34: “«Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato»”. Allora lʼamore di Gesù dà inizio ad un  movimento dʼamore che vuole coinvolgere i discepoli e vuole dilatarsi allʼinfinito, dallʼuno allʼaltro.  Non ci deve essere nella logica di Dio, nella logica di Gesù, un limite.
Al capitolo 13, versetto 14 cʼè quellʼaltra espressione: “«Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate  Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri  piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri»”. Che Gesù si chini a lavare i piedi dei suoi  discepoli è un gesto di servizio e di amore, di onore incredibile fatto ai discepoli. Però se lo accettano  devono lavarsi i piedi gli uni gli altri, debbono chinarsi a lavare i piedi degli altri. La logica è quella  lì, non puoi lasciarti lavare i piedi e rifiutarti di servire il tuo fratello. Questo vorrebbe dire bloccare il  dinamismo del servizio. Il dinamismo del dono vuole essere senza limiti.
Ancora. Lettera ai Romani, capitolo 15, versetto 7: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cri- sto accolse voi, per la gloria di Dio”. Cristo vi ha accolto peccatori come eravate. Eravate peccatori: bene, se Cristo vi ha accolto come peccatori, voi dovrete accogliere gli altri anche se sono peccatori.  Il dinamismo dellʼaccoglienza è ancora un dinamismo dello stesso genere.
E, finalmente, ricordate quel discorso che abbiamo commentato varie volte, alla fine del capitolo 18 del Vangelo di Matteo:

«Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette  volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse  venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti  rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto lʼaccaduto. Allora il padrone fece chiamare quellʼuomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse  restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». (Mt 18,21-35)

Detto in altri termini: ci arriva un perdono incredibile di diecimila talenti, dono gratuito; ma questo  dono gratuito deve suscitare lʼamore per gli altri e il perdono degli altri.

Spero di spiegarmi. Lʼelezione di Dio è gratuita nel senso che non si può meritare, ma non è gratuita  nel senso che la si può godere senza lasciare che la propria vita sia compromessa. Se uno riceve la  elezione deve concepire e vivere la sua vita come un dono da consegnare; deve trasmettere quellʼamore  che ha ricevuto, così come lo ha ricevuto, verso gli altri; deve prolungare il dinamismo perché se non  lo prolunga il dono stesso appassisce e muore.
È quello che abbiamo ricordato lʼanno scorso quando dicevamo che il dono è gratuito nel senso che  non è meritabile, ma è impegnativo, eccome! Perché il dono chiede un dono di ritorno. Se io faccio  un dono in qualche modo ti sollecito a rispondere perché è solo se tu mi rispondi che si stabilisce il  legame, il rapporto. Altrimenti tu ti porti a casa il valore venale del dono, ma non ti porti a casa quello  che è lʼessenziale del dono: il legame di amicizia. Se non mi rispondi con il tuo dono, non mi sei amico  in fondo. E con il Signore la questione è così.
Sei eletto perché il Signore ti ha guardato e ti ha voluto bene, gratis. Sei unico al mondo. Ma se sei  unico al mondo, appartieni totalmente al Signore e la tua risposta deve essere una risposta totale. Se  non gliela dai, hai bloccato lʼelezione, hai bloccato lʼamore.
Se invece rispondi, la tua vita diventa significativa non solo per te, ma anche per gli altri, perché  quel dinamismo di amore si allarga, fai entrare anche gli altri, anzi, lʼumanità intera. La logica è quella  lì: il Signore ha benedetto Abramo perché la benedizione attraverso Abramo arrivi a tutti gli uomini.  Ma diventa benedizione per tutti gli uomini se Abramo riesce a vivere la sua vita come dono, e riesce  a vivere la sua vita come dono se riesce a donarla al Signore e quindi a tutti.
Nella logica di Dio, Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, dice la prima lettera a Timoteo, e  diventare partner di Dio attraverso lʼelezione significa fare nostro il disegno di Dio per la salvezza degli uomini. Significa che la nostra vita in qualche modo non ci appartiene più del tutto: appartiene  al Signore per la vita del mondo, per la vita degli altri.
Naturalmente, ci mettiamo subito la riserva, in un certo senso: la nostra vita appartiene al Signore per  la vita degli altri in modo progressivo, perché questa appartenenza dipende dalla maturazione della  fede e la maturazione della fede è lenta, non avviene di colpo, per cui non siamo di colpo perfetti nel  dono della nostra vita. Però il dinamismo è quello lì: sei scelto e amato dal Signore e quindi chiamato  a vivere la tua vita come dono.
Se la vivi come dono, la tua vita la restituisci al Signore attraverso lʼamore degli altri: se fai questo  tu dilati quel dinamismo che da Dio è arrivato alla tua vita e lo dilati provocando anche gli altri a fare  lo stesso, a credere nellʼamore di Dio, a riceverlo e a diventare portatori di questo amore, perché si  allarghi allʼinfinito fino a raggiungere tutti gli uomini.
E allora avviene una cosa stranissima: che la elezione, che partiva come una esperienza di unicità  “tu sei per me unico al mondo”, finisce nel suo dinamismo con il massimo di universalità, vuole coin- volgere tutti e colloca la persona eletta al servizio di tutti. La logica della Bibbia è quella lì.

Lʼesercizio è molto semplice: è il riuscire a vedere dentro alla vostra vita quellʼamore unico che il  Signore ha avuto per ciascuno di voi, perché per ciascuno di voi il Signore ha espresso il suo amore  con dei segni unici, a partire dalla famiglia in cui siete nati e dalle esperienze che avete fatto. Questi  segni di unicità provate a rivederli nella vostra vita: quei momenti, quegli incontri, quelle esperien- ze, a volte anche quelle sofferenze, dove però il segno della vicinanza del Signore, e della vicinanza  personale, cʼè stato, perché partendo di lì la vostra vita può assumere quel significato di servizio al  disegno di Dio che dicevamo.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

Un Mondo secondo il Cuore di Dio



L’ANGELO CADUTO 

Per conoscere la causa dell’esistenza del male in questo mondo, bisogna uscire fuori di esso, se si vuol trovare una spiegazione adeguata. Nel mondo, così come lo voleva e come lo decise Dio, non sarebbe esistito il male. Lo scrittore sacro insiste sulla compiacenza di Dio nel creato: «E Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco, era molto buono». E doveva essere così, poiché tutta la creazione era stata destina- ta al Dio umanato. 

Abbiamo detto che la causa del male va cercata fuori del mondo “creato” e voluto da Dio. Prima che questo mondo “creato” da Dio diventasse “sensibile”, Dio aveva creato degli spiriti chiamati angeli. Ce ne fu uno, il più pieno di luce - Lucifero – che, conoscendo i disegni di Dio, desiderò per sé la creazione che era stata destinata al Dio umanato; a lui si unirono altri angeli. Dio li aveva creati liberi. Egli mantiene, non distrugge questa libertà angelica, benché con essa si scelga una cosa sproporzionata alla propria natura creata, come è sproporzionato che tutta la creazione fosse per una semplice creatura. In base a questa inviolabilità della libertà creata, essendo Dio fedele nelle sue opere, Egli non si disdice. Nella sua giustizia perfettissima Dio accetta quel desiderio che procede dalla sua creatura libera: l’angelo desidera per sé la creazione che è stata destinata all’Altro. Gli pone soltanto una condizione: che l’essere libero, l’uomo che abiterà nel mondo, lo accetti. 

Il simbolo biblico di un albero proibito non ha altra finalità che farci comprendere questa idea fondamentale: quell’albero è il simbolo della presenza dell’angelo che desidera per sé la creazione. L’uomo è stato avvertito: «Quando tu ne mangias- si, certamente moriresti». Ma Dio non svela all’uomo che lì si nascondono le pretese di un usurpatore che desidera impadronirsi della creazione. Dio nasconde questo all’uomo per giustizia verso l’angelo caduto, perché diversamente l’uomo non accetterebbe mai l’angelo. La prova dell’uomo consiste nell’obbedienza a Dio che è il Bene. L’anima dell’uomo era inondata da questo Bene infinito che avrebbe dovuto diffondere in tutta la creazione, nel cui seno veniva operando come un fermento, per permissione divina, lo spirito del male . 

L’uomo, obbedendo a Dio, avrebbe redento la creazione, soggetta alla vanità per la ribellione dell’ angelo, spirito del male. Ma l’uomo invece disobbedì, restando prigioniero nella stessa “vanità” della creazione intera. E, anziché redimere, ebbe la necessità di essere redento. 

Ma la giustizia perfettissima di Dio fa un nuovo passo in questa situazione nuova cagionata dalle creature libere, il demonio e l’uomo. Il peccato del demonio è irreparabile perché è sgorgato da “dentro”, nella pienezza della luce; il peccato dell’uomo invece è riparabile perché è stato l’accettazione di un suggerimento venuto da “fuori”, senza conoscenza del male. Dio, non solo per misericordia, ma anche per giustizia, annuncia all’uomo una promessa di redenzione dalla schiavitù in cui è caduto: «Io porrò – dice Dio – inimicizia tra te – riferendosi al nemico, l’angelo caduto – e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa...». 

Fino a che non si compia questa profezia, la quale dipende dalla libertà umana, il nemico del Dio umanato e del genere umano realizzerà una azione devastatrice. Il nemico ha ora diritto ad introdurre il suo spirito quando gli uomini sono generati alla vita naturale; è una conseguenza del peccato originale commesso dal primo uomo. Il lavoro degli uomini consisterà nell’espellere quello spirito con la fede nel Messia promesso e operando con una grande rettitudine. Ambedue le cose dipendono dall’orientamento che prende la libertà dell’anima umana. Lo vediamo subito nei due primi figli dell’uomo (Adamo), Caino e Abele. Ambedue sono venuti con le conseguenze del peccato originale. Tuttavia Dio gradisce i sacrifici del minore, Abele, ma non quelli di Caino. Dio, che è la perfetta giustizia, ha visto una differenza nell’offerta dei due, a causa della diversa purezza del cuore. Questo fa camminare Caino a testa bassa: «Se tu fai bene, forse non potrai tenere alta la testa? Ma se non agisci bene il peccato ti sta alla porta». Se si tiene presente che anche Caino fa la sua offerta a Dio, c’è da supporre in essa qualcosa di non retto, di cui egli era cosciente e che lo faceva cammi- nare a testa bassa. Cioè, Caino con la sua libertà si era deciso per una accettazione “personale” di una ispirazione dello spirito del male, una sollecitazione priva di purezza e di rettitudine. A misura che quella accettazione diventava più profonda, lo spirito del male andava impadronendosi delle sue facoltà, fino ad arrivare un giorno a concepire la morte di suo fratello Abele. 

Questa idea fu ispirata dallo stesso demonio. Ce lo dice testualmente San Giovanni nella sua prima lettera, nel raccomandarci la carità fraterna, stigmatizzando la condotta di Caino: « Non come Caino che, ispirato dal maligno, uccise suo fratello». 

Questa ispirazione diabolica è più profonda di quanto sembri a prima vista; l’angelo caduto aveva desiderato per sé la creazione destinata al Dio umanato. Ciò dipendeva dalla libertà dell’uomo; è certo che il primo uomo, Adamo, accettò l’azione dello spirito del male col disobbedire a Dio. Ma la sua accettazione non fu totale, né pienamente cosciente. Non conosceva il male nel primo peccato. Dopo di esso restò con una libertà, che se è vero che fu indebolita, poteva rifarsi con la grazia del futuro Messia, aspettandolo con fede e con una vita retta. Abele agisce così e perciò la sua offerta è gradita a Dio. A misura che lo spirito del male si va impadronendo delle facoltà di Caino, perché egli accetta la sua azione, esso gli va ispirando un profondo odio contro suo fratello. Qual è l’esatta ragione di quell’odio? In un linguaggio corrente si direbbe che la condotta di Abele è un rimprovero per Caino. Ed è certo. Ma se andiamo più a fondo, tenendo presente il piano divino, si deve dare un’altra ragione; tenendo anche presente che l’ispirazione di Caino ad uccidere suo fratello viene dal demonio, nel demonio si deve trovare una ragione più profonda. All’uomo caduto è stato promesso un Redento- re, che arriverà quando la libertà dell’uomo lo accetterà pienamente. Abele comincia ad accettarlo con una condotta gradita a Dio. Il “nemico” “vede” in ciò il germe del Frutto; per questo lo affoga nel sangue e si vale per ciò di una libertà umana che si è inclinata alla sua azione. 

Bisogna tener presente che il demonio, direttamente, può soltanto ispirare o spingere verso il male ciascun uomo; ma per la sua opera distruttrice e corruttrice dell’umanità si serve degli uomini che hanno accettato e accettano le sue ispirazio- ni. Questi uomini sono coloro che formano ciò che si è venuto a chiamare “spirito del mondo”, collaboratori fedeli e inco - scienti del loro proprio nemico, lo spirito del male. Si nota, fin dall’inizio dell’umanità, in questo “spirito del mondo”, un desiderio prepotente di dominare, di scoprire e di impadronir- si della creazione con dimenticanza totale di Dio. È come una eco, o meglio, come una realizzazione del desiderio dell’angelo caduto di volere per sé la creazione destinata al Dio urnanato. In realtà il demonio non potrebbe realizzare quel desiderio se non per mezzo di quegli uomini che com- pongono lo spirito del mondo. Costoro hanno preparato e preparano l’incarnazione del demonio stesso, ispiratore di tutte le loro opere, opere che Dio permette nella sua giustizia perfettissima, per la libera scelta delle sue creature. I discen- denti di Caino formano il primo nucleo di quello “spirito del mondo”: essi sono gl’inventori di strumenti musicali, di strumenti da taglio, ecc., e più tardi questo stesso spirito sarà quello che costruirà la famosa Torre di Babele. 

Questo “spirito del mondo” è l’opposizione al primitivo piano del Creatore: l’uomo ha perduto quella semplicità che gli facilitava il contatto col suo Padre e Signore. Questi è giustissimo; perciò il suo modo di agire è diverso dal modo di agire del demonio. Caino in una giustizia umana meriterebbe la morte, ma Dio sa che è strumento cieco dello spirito del male e gli mette un segno affinché nessuno lo uccida, nono- stante si sia inclinato verso l’azione dello spirito del male. Dio continua a proteggerlo fino a che la sua giustizia glielo permetta. Dio dà un nuovo figlio alla prima coppia umana: Set. C’è tutta una gioia profonda nella espressione di Adamo: 
« Dio mi ha dato un altro discendente al posto di Abele ucciso da Caino». 

Siamo spesso molto leggeri nel giudicare il primo uomo. Dimentichiamo con una grande noncuranza tutti i suoi aneliti per il Messia promesso. Se egli udì la grave sentenza che avrebbe pesato su tutta la sua discendenza, ascoltò pure la promessa di un Salvatore. Egli che fu personalmente causa del peccato originale, dovette sentire un vivissimo desiderio di dare il massimo apporto affinché il Salvatore arrivasse. Siamo troppo superficiali per immaginarci il profondo dolore di Adamo, quando trovò morto Abele, il figlio fedele a Dio, dal quale doveva venire il Salvatore promesso. E per la stessa ragione non possiamo neppure immaginare la nuova gioia che gli procurò la nascita di Set. Parliamo facilmente del peccato del primo uomo, ma dimentichiamo che un pentimento inconcepibile per noi contribuì a che il Salvatore promesso arrivasse nella pienezza dei tempi. 
***
presentato da JOSÉ BARRIUSO 

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



La Scuola, la prima Confessione e la prima Comunione  
(1794-1799).  

Giudicando da diversi fatti della fanciullezza, dobbiamo dire che nel piccolo Vianney la ragione si risvegliò molto presto; ma dobbiamo anche riconoscere che, all'età di nove anni, egli non sapeva nulla, all'infuori di alcune cognizioni di religione. Sua sorella maggiore, Caterina, gli aveva insegnato l'alfabeto ed egli sapeva leggere, sillabando, un libro di preghiere; ma era ormai tempo che frequentasse la scuola, e, disgraziatamente, a Dardilly, la scuola non vi era più.  
La legge del 19 dicembre 1793 (29 frimaio, anno II) esigeva che tutti i fanciulli di sei anni almeno o di otto anni al più tardi, frequentassero le scuole pubbliche per tre anni di seguito, e prevedeva per i parenti, nel caso contrario, una multa eguale ad un quarto delle loro imposte. L'istruzione si sarebbe impartita in comune e sarebbe stata obbligatoria per tutti; così, pensavano gli autori della Convenzione, l'istruzione si svilupperebbe anche in fondo delle più umili valli. Ma questo era un sogno irrealizzabile, perché, in Francia, la Rivoluzione aveva soppresso anche la sorgente della istruzione. La legge del 29 frimaio proclamava, nel suo primo articolo, la libertà di insegnamento, ma non concedeva a nessuno di aprire una scuola se non avesse antecedentemente prestato il giuramento ed ottenuto il certificato di civismo; di più, nessun membro di una Congregazione religiosa, nessun prete, anche se avesse consegnato le sue lettere di ordinazione, avrebbe potuto essere scelto come maestro.  
Ovunque vi fu scarsità di maestri giacobini e la piccola scuola di Dardilly, tenuta fino al 1791 da un buon cristiano, da quel momento fu chiusa, né fu più riaperta.  
Ma una felice reazione fu provocata nel dominio dell'istruzione primaria, dalla caduta di Robespierre, avvenuta il 27 luglio del 1794 (9 termidoro anno II), perché la Convenzione abolì tosto il giuramento di civismo, richiesto dai maestri e riconobbe a tutti i cittadini il diritto di insegnare (17 novembre 1794, 27 brumaio anno III). Fu in forza di questa tolleranza, che al principio del 1795, «il cittadino Dumas» aprì una scuola a Dardilly. Si era nella cattiva stagione, epoca in cui i fanciulli non sono trattenuti ai campi dai lavori agricoli, ed il nuovo maestro, un buon uomo, senza dubbio, vide giungere numerosi gli allievi. Erano materia d'insegnamento, oltre la lettura, anche la scrittura, il calcolo, la storia e la geografia. Anche qui Giovanni Maria si distinse tosto per la sua condotta e per la sua applicazione. «Il maestro Dumas - ha detto Margherita - era molto contento di lui e sovente diceva agli altri: Dovreste fare come il piccolo Vianney» 1. E veramente i suoi progressi dovettero essere ben sensibili, se lo si vedrà, nelle lunghe veglie d'inverno, ripassare il suo catechismo, spiegarlo a Gothon, sua sorella minore, od anche leggere ad alta voce la vita dei Santi, fra la religiosa attenzione dei suoi famigliari e dei poveri» 2  
* * * 
Disgraziatamente, la chiesa rimaneva sempre chiusa. Dopo la morte di Robespierre si aveva avuto un momento di speranza, poiché la persecuzione sembrava essere divenuta meno  violenta; difatti il «decreto di ventoso» (3 ventoso, anno III, 21 febbraio 1795) aboliva il culto dell'Ente Supremo, inaugurato dalla Convenzione e sopprimeva la Costituzione civile del clero. Ma appena tre mesi dopo, l'undici pratile (30 maggio), un nuovo decreto annunciava che nelle chiese che si sarebbero aperte nessuno poteva occupare posti di ministero religioso, in nessun culto, prima di avere prestato atto di sommissione alle leggi della Repubblica. Il vecchio parroco di Dardilly, abate Rey, non si vide più, né alcun prete libero dal giuramento si presentò mai per le funzioni religiose nella sua chiesa, e la famiglia Vianney, che non avrebbe gradito un pastore sottomesso al decreto dell'11 pratile, continuò ad assistere alla Messa che si celebrava nelle case private.  
Sino alla fine del 1794, i preti cattolici rimasti nella regione lionese, in numero minore di trenta, assicurarono il servizio religioso, senza ordine né continuità, passando nei diversi luoghi, perché nessuna residenza fissa era loro possibile: la Francia era diventata peggio di un paese di missione. Frattanto, sentendosi sempre più il bisogno di organizzazione, il Vicario generale, Mons. Linsolas, rimasto in Diocesi, nascosto e travestito, - mentre il Vescovo Mons. di Marbeuf aveva creduto bene salvarsi in esilio, - nella primavera del 1794 divise la Diocesi in gruppi di parrocchie, assegnando a ciascun gruppo dei missionari, aiutati da catechisti laici.  
Da quella divisione Ecully risultò un centro di missione, con annesso il villaggio di Dardilly. Ci fu tramandato il nome dei confessori della Fede, che esercitarono un così eroico ministero in questa regione, e si ricordano gli abati Royer e Chaillou, sulpiziani, già Superiori del Seminario maggiore; un religioso, scacciato dal suo convento dalla persecuzione, l'abate Carlo Balley, che avremo occasione di conoscere intimamente; e l'abate Groboz, vicario della parrocchia di Sainte-Croix, che, fuggito in Italia all'inizio della rivoluzione, aveva rivalicato le Alpi per prendere il posto di tanti suoi fratelli condannati a morte.  
Questi quattro preti dimorarono in Ecully, in posti diversi, e per precauzione assunsero un mestiere, che però non esercitarono: l'abate Balley era falegname e l'abate Groboz era cuoco.
Gli utensili del loro mestiere, che essi portavano, spiegavano al pubblico il motivo della loro presenza e le ragioni del loro andare e venire. Uscivano al crepuscolo e, per vie solitarie, si recavano al luogo stabilito per la celebrazione dei divini misteri.  
Questi uomini invecchiati prima del tempo, sul viso dei quali stavano impressi i segni di tante fatiche e privazioni, sostenute per le anime, erano contemplati all'altare dal piccolo Vianney con religioso rispetto e commozione. Ai loro occhi stessi però non sfuggì questo fanciullo dallo sguardo limpido, che dava alla sua preghiera così viva espressione di raccoglimento e di fervore. Nell'anno 1797 l'abate Groboz, passando per Dardilly, fece una visita alla casa dei Vianney, benedisse i figliuoli ad uno ad uno, e, arrivato a Giovanni Maria, gli rivolse queste parole:  
- Quanti anni hai?  
- Undici ...  
- Da quando non ti confessi più?  
- Non mi sono mai confessato, - rispose il fanciullo con meraviglia.  
- Ebbene, ti confessi ora!  
Giovanni Maria rimase solo col sacerdote e cominciò la sua prima confessione. «Mi ricordo sempre di questo fatto; - raccontava più tardi il Santo - mi confessai nella mia casa vicino all'orologio!» 3. - Che peccati avrà potuto confessare? Viene spontaneo il pensiero che il perfetto candore di quest'anima di fanciullo dovette destare viva meraviglia nel Sacerdote che i disegni della divina Provvidenza avevano colà inviato, perché ricevesse le sue intime confidenze: fu certo per lui una rivelazione. A questo fanciullo era però necessaria un'istruzione religiosa più completa e la potrebbe trovare presso le Dame-Catechiste, stabilite segretamente ad Ecully. All'abate Groboz non fu difficile renderne persuasi i genitori, che pensarono tosto alla possibilità di mandare Giovanni Maria per alcuni mesi in un villaggio vicino, in casa di Margherita Beluse, sorella di sua madre, passata a nozze con Francesco Humbert.  

* * * 
Per ragioni più gravi - forse perché Giovanni Maria potesse continuare i suoi studi alla scuola del maestro Dumas _ si differì fino all'anno seguente il progetto della sua educazione religiosa, e solo nel mese di maggio del 1798, Maria Vianney condusse ad Ecully il suo figlio prediletto. Le condizioni erano semplici: Margherita darebbe alloggio al nipote, ed i genitori provvederebbero il vitto ed i vestiti. Questa combinazione piacque a Giovanni Maria, il quale poteva recarsi sovente alla masseria Point-du-Jour (questo nome attraente stava scritto sulla casa), per trovare i suoi genitori e la famiglia intera.  
In quel frattempo, causa la distruzione del loro convento, avevano dovuto cercare asilo ad Ecully due Suore di San Carlo, Suor Combes e Suor Deville, che accettarono dai missionari il delicato incarico di preparare i fanciulli alla prima Comunione: a queste fu affidato Giovanni Maria con una quindicina di altri ragazzi.  
Il gran giorno fu preceduto da un ritiro, durante il quale il giovane Vianney sembrò completamente assorto in Dio. «A quella età - ha detto Fleury Véricel di Dardilly - noi già la consideravamo come un santo» 4. Pregava continuamente e non trovava più piacere in nessuna altra cosa. - «Guardate, dicevano i suoi compagni, dandogli un soprannome che forse era comune alla stirpe di Matteo Vianney - guardate il piccolo Gras, che gareggia col suo Angelo Custode» 5.  

 Si era al 1799, cioè all'epoca del «secondo Terrore» 6, nella stagione della raccolta del fieno. La calma, seguita alla caduta di Robespierre, era stata di breve durata, e si era ripresa la persecuzione contro i cattolici, che vedevano i loro preti morire a centinaia, deportati nella Guiana o internati nei forti di Rochefort, di Ré o di Oléron: lo stesso Pontefice Pio VI, vegliardo di 82 anni, era nelle mani dei rivoluzionari 7. Col calendario repubblicano, che rimaneva sempre in vigore, la domenica era sostituita dal decimo giorno della decade, e le belle feste religiose, tanto care al popolo, erano proscritte e sostituite con cerimonie ridicole 8.  
Per pregare si doveva quindi ancora ritirarsi nella solitudine. Dove celebrare la festa della prima Comunione? Ad Ecully la signora Pingon 9, molto conosciuta, possedeva una casa con vaste adiacenze e gli abati Caillou, Groboz e Balley decisero di celebrare ivi la festa dei bambini e festa di paradiso, radiosa e tranquilla in tempo di pace, e che doveva essere ignota alla Iolla in quei giorni di prova. Di buon mattino i sedici comunicandi di Dardilly, furono condotti a piccoli gruppi nei loro abiti ordinari in una vasta sala 10 dalle persiane ben chiuse, debolmente rischiarata da una piccola candela, che ogni fanciullo aveva seco, per evitare che la luce si vedesse all'esterno. Per maggior precauzione, davanti alle finestre si allinearono carri di fieno che vennero scaricati durante la funzione 11.  
Le madri avevano portato, ben nascosti sotto i loro lunghi mantelli, il velo per le bambine e la fascia per i fanciulli e, giunti al luogo sacro della cerimonia, disponevano i loro figli per la visita dell'Ospite divino.  
Giovanni Maria, che aveva compiuto i tredici anni, colla sua anima già ben preparata, sapeva apprezzare il grande dono che stava per ricevere. Sentiva la «fame di Dio», ancor più acuta per la lunga attesa imposta dalle circostanze, e ricevette l'Eucaristia con un cuore pieno di fede, di desiderio e di amore. «Ero presente anch'io - ha detto Margherita Vianney. - Mio fratello era così felice che non voleva più uscire dalla sala ove aveva avuto la fortuna di ricevere per la prima volta la santa Comunione» 12.  
Senza dubbio, egli già gustava allora il senso di quelle parole che un giorno usciranno infuocate dalle sue labbra sacerdotali: «Quando si riceve la Comunione si prova qualche cosa di straordinario ... una gioia, ... un balsamo, ... un benessere che passa per tutto il corpo e lo fa sussultare... Siamo costretti a ripetere come San Giovanni: È il Signore!... O mio Dio, ... che gioia per un cristiano, che, alzandosi dalla mensa eucaristica, se ne va col paradiso nel cuore! ...» 13.  
In seguito, non parlerà mai della sua prima Comunione senza che dai suoi occhi scendano lagrime di consolazione14, ed ancora cinquant'anni più tardi, mostrerà ai fanciulli d'Ars il modesto Rosario, ricordo della sua prima Comunione, esortando anch'essi a conservare il proprio 15.  

 Il giorno medesimo Giovanni Maria ritornò coi suoi genitori a Dardilly. Era ormai passata la sua fanciullezza e finito il tempo di dedicarsi allo studio. Quantunque piccolo di statura per la sua età, era robusto assai e diventava necessario per i lavori della casa e della campagna.  
Da quel giorno nella casa paterna si senti, più ancora di prima, il profumo delle sue virtù giovanili. Il suo carattere aperto, la perfetta cortesia, che lo portava a salutare tutti con somma gentilezza, servirono a guadagnargli in Dardilly, la simpatia d'ogni Cuore.  

Canonico FRANCESCO TROCHU

Cosa fare con questi diavoli



Flash - SEDOTTO MA NON ABBANDONATO 

«Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. 

Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. 

Mi dicevo: "Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!". 

Ma nel mio cuore c'era un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. 

"Ma il Signore è al mio f ianco come prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile» (Ger 20, 7.9.11). 

DOMANDA: È vero, come si vede nei film, che l’esorcista è duramente attaccato dai demoni, in qualche caso fino alla morte? 

R. - Lasciamo perdere la morte; è certo che nelle intenzioni di ogni buon diavolo c'è anche quella di far sparire fisicamente l'esorcista. Se però l'esorcista non è volontariamente imprudente, ma lavora in unione con la Chiesa, questo non può accadere. 

La sofferenza invece è indispensabile per questo ministero. Per capirci bene bisogna ricorrere al principio della fisica, che dice: «Ad ogni azione corrisponde una reazione di pari entità». Più è forte, più è radicata nel tempo la presenza di satana in una persona, più intensa è la reazione con cui satana attacca l'esorcista. Io ho avuto lo strano carisma, che donerei volentieri a qualche altro, di una grande sensibilità e recettività delle presenze negative. Già dalla telefonata o dalla suonata del campanello della porta, molto spesso avverto la qualità di dinamite malefica che mi scaricherà addosso chi viene da me per essere liberato. 

L'attacco, come regola generale, viene sferrato sui punti più deboli: chi, come me, ha un fisico e una psicologia fragili, lo riceve soprattutto nel corpo. Non è facile descrivere cosa avviene. Ci sono delle ore in cui il mio corpo, internamente, dalla testa ai piedi, sembra essere un laboratorio di forze invisibili. 

Poi viene rivolto anche su tutti i fronti: sugli affetti, sugli affari, nel lavoro, nei rapporti coi superiori, nella guida della macchina, negli oggetti che non funzionano mai, e chi ne ha più ne metta. Riesce a muovere insieme un'infinità inimmaginabile di concause, cioè di cause che concorrono insieme, fino a darti il senso della distruzione totale e di una potenza che non puoi superare. 

Il giornalista Renzo Allegri, nel libro Cronista all'inferno, riporta un'intervista col noto esorcista romano Padre Germano Ventura. 

«L'esorcista deve essere un uomo di grande fede perché solo con l'aiuto di Dio sconfigge il demonio. Durante il rito, a volte, il maligno si rivolta contro l'esorcista rinfacciandogli peccati nascosti, colpe segrete commesse anche molti anni prima, che solo l'interessato può conoscere. Dopo essere stato cacciato da qualche persona, il demonio si vendica sempre. Tutti noi che facciamo questa professione siamo allenati ai dispetti del diavolo. Dopo aver liberato un ossesso, mi aspetto di tutto: febbri, dolori, incidenti, notti insonni popolate da incubi, da rumori. Guai spaventarsi. Bisogna tener testa al maligno, altrimenti prende il sopravvento e non obbedisce più» (R. Allegri, Cronista all'inferno, A. Mondadori, Milano 1990, p. 95). 

DOMANDA: Quando ti senti così fortemente attaccato, in che modo cerchi di difenderti? 

R. - Col tempo si imparano delle tecniche di difesa che riparano solo parzialmente. La vera difesa si trova solo nella preghiera. Bisogna pregare tante ore al giorno e con tanta metodicità; dico a volte che sono come una persona in dialisi: se non si è precisi negli orari della cura, si rischia il coma. Non posso neppure per mezza giornata venir meno al tempo da dedicare alla preghiera: mi assale un qualcosa che sembra mi distrugga; se è necessario salto un pasto, ma non la preghiera; se viaggio in macchina da solo, mi debbo fermare per pregare. 

Ogni giornata, anche se vado all'estero, debbo programmarla secondo questa esigenza. Una volta, in un convegno di medici cattolici che mi ponevano domande su queste cose, dissi: «C'era una volta un dentifricio che veniva reclamizzato come il "dentifricio del dentista". Ora vi rivelo l'esorcismo che usa un esorcista per se stesso. Quando mi sento fortemente attaccato da satana, mi metto immobile in adorazione dinanzi a Gesù Eucaristia, finché non se ne va via». Nell'arco dell'anno mi prendo un lungo periodo fuori dal mio ambiente, che chiamo "ferie", anche se in realtà sono momenti di intensa preghiera e meditazione. 

Se i Vescovi potessero immaginare questa realtà, invece di tante difficoltà, nominerebbero una decina di esorcisti per diocesi: così, almeno avrebbero un gruppetto di preti di intensissima vita spirituale. 

Sacerdote Esorcista Raul Salvucci

“Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi insegnerà tutta la verità”. (Giovanni 16,13)



… VIENE A INSEGNARE LE COSE DI DIO

Vieni, vieni, Spirito d'amore,
ad insegnar le cose di Dio,
vieni, vieni, Spirito di pace,
a suggerir le cose che Lui
ha detto a noi.

Noi ti invochiamo, Spirito di Cristo,
vieni tu dentro di noi.
Cambia i nostri occhi,
fa’ che noi vediamo
la bontà di Dio per noi.

Vieni, o Spirito, dai quattro venti
e soffia su chi non ha vita.
Vieni, o Spirito, e soffia su di noi
perché anche noi riviviamo.

Insegnaci a sperare, insegnaci ad amare, insegnaci a lodare Iddio.
Insegnaci a pregare, insegnaci la via, insegnaci tu l'unità.

Geremia


Ammonimenti contro la superbia

15Popolo d'Israele, non essere arrogante,
ascolta attentamente
quel che ti dice il Signore.
16 Rendi onore al Signore tuo Dio,
prima che faccia scendere l'oscurità
e i tuoi piedi inciampino sui monti
quando viene la notte.
Tu aspetti un nuovo giorno
ma egli lo trasformerà
in oscurità profonda,
piena di pericoli mortali.
17 Se tu non ascolterai
piangerò in segreto per la tua arroganza.
Verserò lacrime amare
perché il popolo del Signore sarà deportato.
18Il Signore mi disse: 'Ordina al re e alla regina madre di scendere dal loro trono perché la corona preziosa è già caduta dalle loro teste. 19Le città del Negheb sono assediate e nessuno può liberarle. Tutta la popolazione di Giuda è condotta lontano in esilio'.
20Alza gli occhi, Gerusalemme, e guarda! I tuoi nemici vengono dal nord. Dov'è il popolo che ti era stato affidato, il gregge che era il tuo vanto? 21Tu credevi di esserti assicurata l'amicizia degli stranieri. Che cosa dirai quando ti conquisteranno e comanderanno su di te? Ti lamenterai come una donna colta dalle doglie del parto. 22Allora ti domanderai perché ti sono accadute queste disgrazie. È stato a causa delle tue grandi colpe che i nemici ti hanno spogliata e violentata. 23Può un uomo di colore cambiare la sua pelle o un leopardo cancellare le sue macchie? Così i tuoi abitanti, abituati a comportarsi male, si illudono forse di poter fare qualcosa di buono? 24Il Signore li disperderà come paglia spazzata via dal vento del deserto. 25È questo il tuo destino, Gerusalemme! Il Signore ha deciso di trattarti così perché lo hai messo da parte e ti sei affidata alla protezione di idoli falsi. 26Il Signore stesso ti strapperà i vestiti e ti esporrà nuda alla vergogna. 27Egli ha visto il tuo comportamento osceno quando ti sei prostituita sulle alture e nei campi per onorare i tuoi idoli vergognosi. Gerusalemme, per te è finita! Quando deciderai di purificarti?

lunedì 27 gennaio 2020

TRATTATO SULL’INFERNO



ESORCISMO DEL 29/9/1984 

TROPPO TARDI, TROPPO TARDI!


Esorcista - In nome della SS.ma Trinità parla e di' solo la verità.

Demonio - E' penoso per voi che il Cielo, in questo tempo di demonismo e di  grande malvagità, per aprirvi gli occhi sul serio pericolo che correte di cadere nella dannazione eterna, debba ricorrere a noi. Il Cielo costringe sempre più spesso noi, spiriti malvagi, a parlare, perché nessuno meglio di noi può sapere quanto è spaventoso l'inferno. Questa è un'altra tremenda tortura che si aggiunge alle sofferenze che già ci affliggono, un nuovo tormento a cui ci costringe la volontà dell'Altissimo. Con rabbia e umiliazione infinita siamo obbligati a collaborare alla vostra salvezza, ma ci conforta la constatazione che voi continuate a rifiutare questi avvertimenti, continuate a sottovalutare e a ridicolizzare questi richiami. E' per un puro atto di misericordia verso di voi che il Cielo ha costretto me, Belzebub, il secondo per dignità, a parlarvi della dannazione eterna. Ma io non volevo parlare. Basta (Urla), basta, non voglio più parlare!

Esorcista - Continua, te lo ordino in nome di...

Demonio - Anche dopo questi richiami voi continuate a non credere al pericolo che correte.  Che al termine della vita non ci siano che due sbocchi: la gloria o la dannazione, il paradiso o l'inferno, un'eternità di gioia, di amore e di pace o un'eternità di tormenti, di odio e di disperazione, tutto questo per tanti di voi è l'ultimo pensiero: non cercate altro che le gioie della terra. Questa è una gravissima ingratitudine verso l'Altissimo e verso l'Alta (Si riferisce alla Madonna), che pur di salvarvi sono ricorsi ad ogni mezzo. Nella loro bontà si sono serviti perfino di noi, con nostra grande rabbia, e per mezzo nostro vi stanno dando, da qualche tempo, dei chiari avvertimenti che dovrebbero toccarvi il cuore. Ma quasi tutta l'umanità continua a vivere come se l'inferno non ci fosse. Un giorno tutti ci crederanno, ma per tanti sarà troppo tardi (Urla), troppo tardi! L'ingratitudine degli uomini attira sulla terra i castighi del Cielo.

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE
Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

L’INFERNO E IL MISTERO DEL MALE

Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa ha ammonito i fedeli, durante tutto il corso della sua storia, "della triste realtà della morte eterna". La Sacra Scrittura parla di questo castigo eterno e ci mette in guardia contro la malizia deliberata che distrugge una persona interiormente e conduce alla morte eterna. C'è un nesso essenziale tra l'inferno e il mistero del male, e in ultima analisi, tra l'inferno e la libertà dell'uomo. Il rifiuto di credere all'inferno equivale al rifiuto di prendere Dio sul serio, e anche al rifiuto di considerare seriamente l'uomo, la sua libertà e la sua responsabilità di compiere il bene. Per questa ragione, una certa conoscenza dell'inferno è necessaria per comprendere come si conviene il senso dell'uomo e il suo posto in questo mondo, secondo il piano di Dio.

Nelle prime tappe della storia della salvezza, la realtà dell'inferno non è stata concretamente intuita come lo fu invece nella rivelazione posteriore. Si concepiva lo "Shéol" come il luogo ove sia i buoni che i cattivi dimoravano dopo morte, e dove avevano una forma di esistenza oscura e insoddisfacente. Si capiva che Dio avrebbe severamente punito chi era ostinatamente cattivo, ma molti restavano perplessi, perché i malvagi parevano prosperare tanto quanto i giusti. La rivelazione che lo "Shéol" fosse un luogo di punizione riservato ai malvagi non avvenne che gradualmente. Da essa deriva una comprensione più piena della responsabilità personale di ciascuno riguardo ai suoi atti. Il castigo divino del male nulla ha a che fare con la vendetta; è piuttosto una questione di giustizia e di misericordia da parte di un Dio amante e onnipotente, che mantiene e ristabilisce un ordine universale che qualunque colpa di qualsiasi uomo scompiglia. L'uomo deve prendere se stesso sul serio, perché Dio lo prende sul serio. Col passare del tempo ci fu una crescente comprensione del genere di castigo dovuto al peccato.

All'inizio del tempo dell'Antico Testamento, il castigo era concepito sotto forma di immagini materiali, come malattie, prove, accorciamento della vita. Solo a poco a poco divenne chiaro che il castigo più grave era implicito nella natura stessa del peccato; che rifiutare Dio voleva dire separare se stesso dalla infinita bontà di cui il cuore ha una fame insaziabile (cf Sal 62, 1). Nell'Antico Testamento, con l'idea dell'inferno, era unita l'immagine del fuoco fisico, con riferimento alla "Geenna", la "Valle di Ben-Hinnom", dove, in sacrifici umani interdetti, alcuni bambini erano stati consumati dal fuoco. Più tardi, i rifiuti della città erano bruciati in detta valle, ove il fuoco era alimentato giorno e notte. Isaia allude a questa valle, senza tuttavia nominarla, come al luogo dove giaceranno i corpi di coloro che si sono ribellati contro Dio (cf Is 66,24). Nella letteratura rabbinica, la "Geenna" divenne il pozzo di fuoco dove i cattivi sono puniti dopo la morte.

Gesù Cristo ha parlato spesso dell'Inferno. Quando parlò "dell'inferno... il fuoco inestinguibile" (cf Mt 25,31), Egli lo fece spinto da un senso di compassione, per mettere in guardia gli uomini da questa tragedia irreparabile, da questa "seconda morte" (Ap 21,8), con la sua permanente separazione dalla vita eterna di Dio, per la quale l'uomo è stato creato.

Cristo parlò energicamente con immagini comuni in quel tempo, di "inferno, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" (Mc 9,47-48). Usando tali immagini Cristo non stava dandoci una descrizione letterale dell'inferno, perché il male della separazione da Dio non può mai essere adeguatamente descritto. Cristo invece voleva richiamare alla necessità della conversione ed avvertire che quelli, che deliberatamente persistono nel male, andranno alla completa rovina.

Il Nuovo Testamento frequentemente si è riferito al castigo infernale come castigo senza fine. "E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,46). Questo ha fatto parte dell'ordinario insegnamento della Chiesa fin dal principio. Alcuni teologi antichi, soprattutto Origene al terzo secolo, hanno affermato che tutti i peccatori, Satana compreso, avrebbero potuto eventualmente essere portati alla salvezza. Ma la Chiesa ha sempre respinto vigorosamente questo modo di pensare ed altri simili come incompatibili con la verità rivelata, ed ha solennemente confermato la dottrina secondo cui il castigo infernale è eterno.

METTICI IL CUORE ....e Dio farà miracoli



LA FORZA DELL’AMORE - una mamma in pena

Carla ho bisogno di tante preghiere, mio figlio è di nuovo in carcere. Io sono appena uscita dall’ospedale per un’operazione al cuore, ma il mio male è niente, purchè mio figlio si liberi dalla droga, quel verme che gli uccide l’anima.
Questa è la mia croce prego Dio che mi dia la forza di portarla, lo prego così: 
Per le tue piaghe Signore sana quelle di mio figlio.      

Una mamma che prega


Cara mamma, sono appena tornata da Messa e lì, come faccio ogni giorno, ho pregato con te e per te, fra noi c’era Gesù come quando sulla via del Calvario, incontrò le donne di Gerusalemme, che piangevano con e per lui.Le donne... ci hai fatto caso? Sono le “uniche fedeli” a tener compagnia a Gesù fin sul Calvario, senza paura. Il calvario di ieri, di oggi, di domani, di sempre.
Finchè ci sarà umanità, ci saranno, sia Betlemme che la trasfigurazione, sia l’ingresso glorioso di Gesù in Gerusalemme che il tradimento, fino al Calvario. Ma l’ultima parola è RESURREZIONE. Prego perchè questo tempo d’attesa per la riabilitazione di tuo figlio  si “accorci” e che tu possa sorridere per la sua rinascita. Ciao 

Tutti ci possono deludere, ingannare, abbandonare,
Lui no. Lui, Signore della vita,
è pronto a tenderci una mano sempre.
Nel buio più completo, nell’angoscia più totale,
Lui ci cerca e continua a ripeterci:
“Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi,
e io vi ristorerò”. (Mt. 11,28)                                     

Carla Zichetti


Per illuminare le anime delle autorità che governano il mondo



O caro Gesù, Ti prego di illuminare le anime dei governanti del mondo. 
Mostra loro la prova della Tua Misericordia. 
Aiutali ad aprire il loro cuore e a mostrare una sincera umiltà, in onore del Tuo Grande Sacrificio quando sei morto sulla Croce per i loro peccati. 
Aiutali a capire chi è il loro vero Signore, chi è il vero Creatore  
e colmali delle Grazie per vedere la Verità. 
Ti preghiamo di impedire che si realizzino i loro piani per fare del male a milioni di persone attraverso le vaccinazioni, la mancanza di nutrimento, l’adozione forzata di bambini innocenti e la divisione delle famiglie. 
Guariscili. Ricoprili con la Tua Luce e conducili nel seno del Tuo Cuore  
per salvarli dalle insidie del maligno. 
Amen.