sabato 1 febbraio 2020

La battaglia continua



ERRORI DOTTRINALI DEL VATICANO II


SANTA MESSA
Errori sulla sua natura

Vediamo, ora, la totale disgregazione del nuovo rito che lo stesso Paolo VI destinò a sostituire il tradizionale “Rito di sempre”, ora interdetto (ma mai abrogato!).
Vediamo, quindi, quella rottura con la Tradizione alla luce della Fede cattolica, la quale insegna che Gesù, dopo la doppia consacrazione, è presente sull’altare, come sul Calvario, in stato di vittima immolata e offerta, realizzando una vera transustanziazione del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue. I Protestanti, invece, non credono a questa transustanziazione, perché per essi, la “cena” non è che un memoriale di ciò che Gesù fece la sera del giovedì santo; perciò, per i Protestanti non sarebbe altro che una presenza spirituale di Gesù, poiché, «dovunque, due o tre persone sono riunite nel mio nome, Io sono il mezzo a loro» (Mt. XVIII, 20). Per questo, i Protestanti hanno orrore della Messa cattolica, e con Lutero essi la ritengono più abominevole a Dio di “tutti i peccati commessi in tutti i luoghi di prostituzione del mondo”.
Ebbene, la nuova versione del sacrificio nel rito di Paolo VI, i Protestanti l’hanno subito recepito come espressa nel Nuovo Messale delle domeniche, nell’edizione del 1975, a pagina 383 si legge: “Nel corso della messa si tratta semplicemente di fare menzione dell’unico sacrificio già compiuto”.
Come si vede questa dichiarazione dei Protestanti manifesta assai chiaramente la differenza fondamentale che esiste tra i due riti: quello di Paolo VI permette di negare la fede cattolica nel Santo Sacrificio della Messa, e il rito cattolico, codificato da San Pio V, che obbliga, invece, a professarla (I capo, p. 27-29). Quindi, il rito cattolico, nato dalla riforma del Vaticano II, non significa più la grazia dell’ordinazione sacerdotale; ciò è stato rigettato, e un nuovo rito è stato adottato per far sparire tutto il potere di consacrare e di offrire il Sacrificio del Nuovo Testamento.
Per questo, nel presentare il “Breve esame critico della nuova messa”, a Paolo VI, i cardinali Ottaviani e Bacci dicevano: «questo aveva eretto una barriera invalicabile contro ogni eresia che avrebbe potuto recar danno all’integrità del Mistero». 
Ora, questa barriera invalicabile contro ogni eresia, ossia quell’insieme di preghiere, di offertori, di segni che nella Messa cattolica sottolineavano il carattere sacrificale e propiziatorio della Messa, la riforma di Paolo VI l’ha fatta sparire, perché non significa più la transustanziazione, ma sono vane e senza effetto le parole: «Questo è il mio Corpo… questo è il mio Sangue».

sac. Luigi Villa

SOMMO PADRE



O sommo Padre, noi viviamo tra grandi angustie. Ora dunque ti supplichiamo, ti supplichiamo in nome
Del tuo Verbo,
per mezzo del quale ci facesti colmi dei beni che ci mancavano.
Piaccia ora a te, Padre, come ti  si addice,
volgere lo sguardo verso di noi perché, grazie al tuo aiuto,
non veiamo meno
e il tuo nome non venga in noi cancellato.
E per il tuo stesso nome degnati di venire in nostro aiuto.

Santa Ildegarda di Bingen

Gli oscuri piani del maligno si attuano!



Il tempo si oscura, la vostra esistenza diventa più difficile, ancora più sofferenza si diffonderà ora sulla vostra terra, perché gli oscuri piani del maligno si attuano, cioè egli si dirige direttamente verso il dominio del mondo.

Per questo dovete pregare, bambini Miei, per controbattere a questi piani malvagi e pregare che Dio Padre distenda presto la Sua mano salvatrice per preservare e liberare voi tutti, da queste ingiustizie, dalla tribolazione e dall’immoralità in tutte le sue sfaccettature senza scrupoli.

Pregate, Figli Miei che i seguaci di Mio Figlio aumentino ancora di più e che sempre più anime smarrite possano trovarLo!

Così sia.

Io vi amo. La vostra Mamma Celeste.

VITA DI CRISTO



La Visitazione  

Maria era stata avvertita che avrebbe concepito per virtù dello Spirito Santo. La sua attempata cugina Elisabetta aveva già concepito, nei suoi vecchi anni, un figlio, ed era adesso al sesto mese; e Maria, che ora portava entro di sé il Divino Segreto, si pose in viaggio, e parecchi giorni impiegò da Nazaret alla città di Ebron, che, secondo la tradizione, racchiudeva le ceneri dei fondatoci del popolo di Dio: Abramo, Isacco e Giacobbe. Elisabetta, venuta misteriosamente a sapere che Maria recava entro di sé il Messia, le domandò:  
«E in grazia di che mi è concesso che la madre del mio Signore venga a me?» (Luca 1: 43)  
Fu questo il saluto della madre dell'araldo alla madre del Re di cui l'araldo era destinato a preparare il sentiero; e Giovanni il Battista, ancora ricinto entro il seno della madre, alla testimonianza della madre sobbalzò di giubilo per quell'altra madre che nella casa di lei portava il Cristo.  
La risposta di Maria a questo saluto vien chiamata Magnificati ed è un cantico di gioia che celebra ciò che Dio aveva fatto per lei. Rivolse ella uno sguardo alla storia, ad Adamo, e vide quanto Dio aveva operato, di generazione in generazione, per preparare quel momento, e scorse pure un futuro indefinito in cui «Beata» l'avrebbero chiamata tutte le genti e tutte le generazioni. Sarebbe dunque venuto il Messia d'Israele, e Dio si sarebbe manifestato sulla terra e nella carne. E profetò perfino, Maria, le qualità del Figlio che da lei sarebbe nato, ricolmo di giustizia e di misericordia. Il suo poema termina con un inno alla rivoluzione ch'Egli inaugurerà abbassando i potenti ed esaltando gli umili. 

Venerabile Mons. FULTON J. SHEEN

DELLE CAUSE DEI MALI PRESENTI E DEL TIMORE DE' MALI FUTURI E SUOI RIMEDI AVVISO AL POPOLO CRISTIANO


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DEL CONTE CANONICO ALFONSO MUZZARELLI

DELL'ULTIMA PERSECUZIONE DELLA CHIESA E DELLA FINE DEL MONDO



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P. B. N. B.


La vera Chiesa del Mio Gesù diventerà piccola, ma con grandi uomini e donne di fede.




Cari figli, rimanete con Mio Figlio Gesù, perché solamente così potete ottenere vittoria. Curate la vostra vita spirituale. Dedicate parte del vostro tempo alla preghiera, all'ascolto del Vangelo e alimentatevi con il prezioso alimento dell'Eucaristia. Voi Appartenete al Signore. Non permettete che il demonio vinca. L'umanità vivrà l'angoscia di un condannato e solamente con la forza della preghiera potete sopportare le prove che verranno. Pregate molto per la Chiesa del Mio Gesù. La divisione è arrivata nel seno della Chiesa, ma quelli che rimangono fedeli al vero Magistero vedranno la Mano Potente di Dio agire. La vera Chiesa del Mio Gesù diventerà piccola, ma con grandi uomini e donne di fede. L'albero del male crescerà e i suoi frutti si diffonderanno ovunque. Voi che Mi ascoltate, amate e difendete la verità. Coraggio. Alla fine, avverrà il Trionfo Definitivo del Mio Cuore Immacolato e i giusti saranno ricompensati. Avanti nella verità. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per averMi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Io vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.


Comunione sulla mano? NO! é sacrilegio!



L'Istruzione “Memoriale Domini” del 29 maggio 1969, in cui Paolo VI autorizzava l’Episcopato Italiano a concedere il permesso di dare la “Comunione sulla mano”, ci ha profondamente sconcertati perché noi l’abbiamo visto come un nuovo colpo d’accetta sul tronco della Tradizione Apostolica, e un nuovo processo di auto-demolizione della Tradizione della Chiesa cattolica. Sì, perché dare la “Comunione sulla mano” non è solo un problema liturgico, ma è anche, e principalmente, un problema teologico, proprio perché nell’Eucarestia si concentra tutto il dogma della nostra religione cattolica.
Quindi, chi “profana” l’Eucarestia commette “sacrilegio”, colpisce il sacerdozio di Cristo, ne rifiuta, implicitamente, la sua Passione espiatrice e redentrice, demolisce e distrugge la Chiesa e il Cristianesimo stesso!
La Chiesa aveva abolito quasi subito l’usanza di dare la “Comunione sulla mano”, che poteva essere giustificata ai primi tempi della sua storia a causa delle persecuzioni cruente, ma non poteva più essere approvata dopo le numerose profanazioni che risultavano anche in quei primissimi tempi della Chiesa!
Oggi, purtroppo, nonostante la crisi gravissima che sta attraversando la Chiesa, la Gerarchia si è come piegata a concedere di nuovo quel rito che, da oltre un secolo, volevano l’umanesimo materialista e ateo, il protestantesimo liberale e massonico, la “nuova teologia” tedesca-olandese, ribelle al Magistero solenne della Chiesa di sempre!
Così, a partire dal Vaticano II, ci si comunica in piedi, senza più alcuna genuflessione di adorazione e, adesso, si è arrivati anche a concedere la “Comunione sulla mano”facendo perdere, così, anche quel poco di rispetto che era ancora rimasto per le cose sante!
Comunque, è una norma ingiusta e sacrilega, come lo dimostreremo!
E noi non possiamo rassegnarci a questo triste stato di cose e a limitarci a soffrirne!
Per questo invitiamo tutti, Gerarchia e clero, a rimettere a posto e il rispetto e l’adorazione e l’amore a Gesù-Eucarestia!
Ci auguriamo, perciò, che il Magistero - che, qui, ha sbagliato gravissimamente! - abbia il coraggio di interdirla di nuovo con chiarezza, come aveva già fatto in passato, dopo tante tristissime esperienze!

del sac. Luigi Villa

“Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono”. (Luca 11,13)



ABITA IN ME…  CONSACRAMI

Spirito di Dio, riempimi, Spirito di Dio, battezzami, Spirito di Dio, consacrami.
Vieni ad abitare dentro me.

Spirito di Dio, guariscimi, Spirito di Dio, rinnovami, Spirito di Dio, consacrami.
Vieni ad abitare dentro me.

Spirito di Dio, riempici, Spirito di Dio, battezzaci, Spirito di Dio, consacraci.
Vieni ad abitare dentro noi.

venerdì 31 gennaio 2020

L'ultimo Papa canonizzato



NEL SEMINARIO DI PADOVA 

In una brumosa mattina del Novembre 1850 il futuro Pio X entrava nel  grande Seminario di Padova: quieto asilo di studi severi e gloria del B.  Gregorio Barbarigo (26). 
Il vigore della sua intelligenza e la sua straordinaria applicazione allo studio,  congiunta ad una schietta e soda bontà, gli acquistarono presto la stima dei  Superiori e l'affetto dei Professori, mentre compagni e condiscepoli, come  presi dalla serena giovialità del suo carattere, non tardarono ad amarlo, non  senza un sentimento di legittima invidia e di ammirazione. (27) 
“Mi trovo bene con tutti e compagni e Superiori” — scriveva un mese dopo il  novello Seminarista al Cappellano di Riese, Don Pietro Jacuzzi succeduto da  poco a Don Luigi Orazio (28). 
Si trovava bene, perché la sua vocazione sacerdotale aveva trovato il suo  clima e poteva oramai svolgersi in tutto il suo rigoglio. 
Prova non dubbia lo splendido risultato dei suoi studi nel chiudersi del suo  primo anno scolastico (1850-1851) con questo invidiabile attestato: 
“Disciplinae nemini secundus — Ingenti maximi — Memoriae summae —  Spei maximae” (29). 
Attestato magnifico che si sarebbe ripetuto di anno in anno fino al giorno, in  cui il figliolo del povero cursore di Riese avrebbe rivarcato la soglia del  grande Seminario, non più come semplice Seminarista, ma come sacerdote di  Cristo. 
Il 20 Settembre 1851 dal suo Vescovo nella vetusta cattedrale di Asolo  riceveva la Tonsura (30). 

UN GRAVE LUTTO 

Ma il secondo anno di Seminario, incominciato e continuato sotto i più lieti  auspici, doveva essere offuscato da una sventura al sommo dolorosa per il  giovane chierico: la morte del padre. 
Il cursore di Riese sulla fine dell'Aprile 1852, avendo preso freddo, si era  dovuto mettere a letto, e, dopo qualche giorno, moriva. 
Sembra che il nostro Seminarista ne avesse avuto il presentimento. 
In uno di quei giorni si presentò, tutto in lagrime, al Rettore del Seminario,  chiedendogli il permesso di andare a casa. 
— Perché? 
— Perché mio padre è gravemente ammalato. 
Era vero e nulla lo aveva fatto prevedere! (31) 
La morte di Giovanni Battista Sarto gettava nel lutto la povera Margherita  con otto teneri figlioletti. Ma, donna di mirabile fede, seppe sopportare la  durissima prova con coraggio e rassegnazione cristiana. 
Anche per il nostro Giuseppe quella morte fu uno schianto, perché al  pensiero degli studi vedeva ora aggiungersi la grave preoccupazione per la  mamma rimasta sola, priva di ogni risorsa, con un avvenire di sofferenze, di  angustie e di stenti. 
Ma non si smarrì. Accettò dalle mani di Dio l'amara sciagura e ad uno zio  paterno che gli domandava se, come il maggiore della famiglia, volesse  succedere al padre nel modesto impiego di cursore comunale per aiutare la mamma, rispose risoluto: 
— No: vado prete! (32) 
E continuò a studiare, santificando lo studio con l'esercizio delle più belle  virtù e chiudendo l'anno scolastico con la solita nota “eminentemente  distinto” (33). 
Ma i brillanti successi nei suoi studi non lo inorgoglivano. 
Lo lasciavano sempre umile e modesto, docile alla disciplina, pronto ad ogni  cenno dei Superiori, tenace assertore tra i suoi compagni del loro prestigio e  della loro autorità (34). Era specchio e modello a tutti i Seminaristi (35). 

VACANZE TRISTI 

Terminato il secondo corso di Filosofia, in cui tra i 39 alunni era riuscito il  primo, egli doveva lamentare la perdita del conforto che gli veniva da due  integerrimi sacerdoti al suo cuore carissimi: Don Tito Fusarini e Don Pietro  Jacuzzi. 
Don Fusarini — il suo secondo padre — per la sua malferma salute aveva  dovuto rinunziare alla Parrocchia di Riese e ritirarsi a Venezia: Don Jacuzzi  — il sostegno della sua povertà — con grande dispiacere della popolazione,  era stato trasferito come Vicario Parrocchiale a Vascon: una piccola borgata  nelle vicinanze di Treviso. 
Quando Giuseppe Sarto ritornò a casa per le vacanze autunnali, sentì ancora  più la perdita che lo aveva colpito. Riese, senza Don Tito e Don Pietro, non  era più Riese. Il nuovo Parroco, per il suo carattere scontroso e per i suoi sistemi alquanto strani, non era gradito alla gente del villaggio. 
Quanto il nostro Seminarista soffrisse per questo stato di cose, ce lo dice egli  stesso in una lettera del 9 Settembre 1854 indirizzata a Don Jacuzzi. 
“E' cosa amara il ricordarsi del tempo felice nella miseria — così scriveva —  eppure, leggendo l'altro giorno la gentile e sempre grata sua lettera, provai  meco stesso un non so che di compiacenza il ricordarmi i bei giorni che in  sua compagnia ho passati. 
“Adesso tutto è svanito. La Canonica è luogo di solitudine e quelli che  l'abitano, anziché conservare qualche ora all'amicizia, godono piuttosto di  fare ogni giorno le loro gitarelle e quindi, quasi sempre vivo in casa da tutti segregato, desiderando il momento di ritornare in Seminario per passare  giorni più di questi tranquilli” (36). 
Ma prima di rientrare in Seminario, volle accondiscendere alla richiesta del  nuovo Parroco, inaugurando la sua carriera oratoria con la predica dei Morti,  la quale lasciò nell'animo dei suoi conterranei una profonda impressione (37). 

Il Beato Pio X, del Padre Girolamo DAL GAL Ofm c.

REGOLE ED ESORTAZIONI


DEI PREDICATORI


1 Nessun frate predichi contro la forma e le prescrizioni della santa Chiesa e senza il permesso del suo ministro. 2 E il ministro si guardi dal concederlo senza discernimento. 3 Tutti i frati, tuttavia, predichino con le opere. 4 E nessun ministro o predicatore consideri sua proprietà il ministero dei frati o l’ufficio della predicazione, ma in qualunque ora gli fosse ordinato, lasci, senza alcuna contestazione, il suo incarico.

5 Per cui scongiuro, nella carità che è Dio, tutti i miei frati occupati nella predicazione, nell’orazione, nel lavoro, sia chierici che laici, che cerchino di umiliarsi in tutte le cose, 6 di non gloriarsi, né godere tra sé, né esaltarsi dentro di sé delle buone parole e delle opere anzi di nessun bene che Dio dice, o fa o opera talora in loro e per mezzo di loro, secondo quello che dice il Signore: «Non rallegratevi però in questo, perché vi stanno soggetti gli spiriti».

7 E siamo fermamente convinti che non appartengono a noi se non i vizi e i peccati. 8 E dobbiamo anzi godere quando siamo esposti a diverse prove, e quando sosteniamo qualsiasi angustia o afflizione di anima o di corpo in questo mondo in vista della vita eterna. 9 Quindi tutti noi frati guardiamoci da ogni superbia e vana gloria; 10 e difendiamoci dalla sapienza di questo mondo e dalla prudenza della carne. 11 Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle, 12 e cerca non la religiosità e la santità interiore dello spirito, ma vuole e desidera avere una religiosità e una santità che appaia al di fuori agli uomini.
13 È di questi che il Signore dice: «In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa». 14 Lo spirito del Signore invece vuole che la carne sia mortificata e disprezzata, vile e abbietta, 15 e ricerca l’umiltà e la pazienza e la pura e semplice e vera pace dello spirito; 16 e sempre desidera soprattutto il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

17 E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché procedono tutti da Lui. 18 E lo stesso altissimo e sommo, solo vero Dio abbia, e gli siano resi ed Egli stesso riceva tutti gli onori e la reverenza, tutte le lodi e tutte le benedizioni, ogni rendimento di grazia e ogni gloria, poiché suo è ogni bene ed Egli solo è buono.
19 E quando vediamo o sentiamo maledire o fare del male o bestemmiare Dio, noi benediciamo e facciamo del bene e lodiamo il Signore che è benedetto nei secoli. Amen.

S. Francesco d’Assisi


Conoscere la Massoneria



del dott. Franco Adessa

Nel 1917, Massimiliano Kolbe fonda la “Milizia dell’Immacolata”. Naturalmente, la sua lotta non fu quella di abbattere le anime del nemico, ma quella di richiamarle e convertirle, per la loro eterna salvezza, e per questo, Padre Kolbe si rivolgeva anche ai suoi nemici. 
In un suo articolo dal titolo: “Poveretti!!!”, scriveva: “L’uomo è redento. Cristo ha fondato la sua Chiesa sulla roccia. Una parte del popolo ebreo riconobbe in lui il Messia, gli altri, soprattutto i superbi farisei, non vollero riconoscerlo; essi perseguitarono i suoi seguaci e diedero il via ad un gran numero di leggi che obbligavano gli ebrei a perseguitare i cristiani. Queste leggi, insieme a narrazioni e ad appendici, verso il 500, formarono il loro libro sacro, il “Talmud”. In questo libro, i cristiani vengono chiamati: idolatri, peggiori dei turchi, omicidi, libertini impuri, sterco, animali in forma umana, peggiori degli animali, figli del diavolo, ecc. I sacerdoti vengono chiamati indovini e teste pelate (...). La Chiesa (viene chiamata) casa di scempiaggine e di sporcizia. Le immagini sacre, le medagliette, i rosari, sono chiamati  idoli. Nel “Talmud”, le domeniche e le feste vengono denominate giorni di perdizione. In questo libro si insegna, inoltre, che ad un ebreo è permesso ingannare e derubare un cristiano, poiché tutti i beni dei cristiani - vi è scritto - “sono come il deserto: il primo che li prende, ne diviene il padrone”. Quest’opera che raccoglie dodici volumi e che ispira odio contro Cristo e i cristiani, viene considerata da questi farisei un libro sacro, più importante della Sacra Scrittura.  
In ricorrenza del Congresso Internazionale dei massoni, che si tenne a Bucarest nel 1926, Padre Kolbe scrisse, in un articolo: «Quei signori (cioè i massoni) credono di essere loro a governare: ascoltiamo, allora, ciò che scrivono i “Protocolli dei Savi di Sion”», documento che Padre Kolbe chiamava: “Il libro davvero fondamentale della Massoneria”.
Il Santo scrive: «Il protocollo n.11 afferma: “Noi creeremo e metteremo in atto le Leggi e i Governi (…) e, al momento opportuno, (...) sotto forma di rivolta nazionale.
(...).  E necessario che le popolazioni, sconcertate dall’avvenuta rivolta, poste ancora sotto l’influenza del terrore e dell’incertezza, comprendano che siamo talmente forti, talmente intoccabili, talmente pieni di potere che in nessun caso terremo conto delle loro opinioni e dei loro desideri, ma, anzi, siamo in grado di schiacciare le loro manifestazioni in ogni momento e in ogni luogo (...). Allora, per paura, chiuderanno gli occhi e rimarranno in attesa delle conseguenze. (...). A quale scopo abbiamo ideato e imposto ai massoni tutta questa politica, senza dare ad essi la possibilità di esaminarne il contenuto? Questo è servito di fondamento per la nostra organizzazione massonica segreta (...) la cui esistenza neppure sospettano queste “bestie” da noi adescate nelle logge massoniche».
Padre Kolbe, a questo punto, si rivolge ai massoni dicendo: «Avete sentito, signori massoni? Coloro che vi hanno organizzato e vi dirigono segretamente, gli ebrei, vi considerano delle bestie, attirate nelle logge massoniche per scopi che voi neppure sospettate (...). Ma sapete, signori massoni, che cosa vi attende il giorno in cui vi verrà in mente di incominciare a pensare da soli? Ecco, ascoltate: il medesimo protocollo prosegue affermando: «La morte è l’ine vitabile conclusione di ogni vita. (...). Giustizieremo i massoni in modo tale che nessuno, (...) potrà avere dei sospetti, neppure le stesse vittime: moriranno tutti nel momento in cui ce ne sarà bisogno, apparentemente per effetto di malattie comuni (...)». 
E il Santo continua: «Signori massoni, voi che, recentemente, durante il Congresso di Bucarest, vi siete rallegrati del fatto che la Massoneria si sta rafforzando ovunque, riflettete e dite sinceramente: non è meglio servire il Creatore nella pace interiore (...), piuttosto che obbedire agli ordini di chi vi odia?».
San Massimiliano si rivolge, infine, ai Capi Incogniti della Massoneria con queste parole: «E a voi, piccolo manipolo di ebrei, “Savi di Sion”, che avete provocato coscientemente già tante disgrazie e ancora di più ne state preparando, a voi mi rivolgo con la domanda: quale vantaggio ne ricavate? (...). Gran cumulo di oro, di piaceri, di svaghi, di potere: tutto questo non rende ancora felice l’uomo. E se anche questo desse la felicità, quanto potrà durare? Forse una decina di anni, forse una ventina  (...). E poi?... E voi, capi ebrei, che vi siete lasciati sedurre da Satana, il nemico dell’umanità, non sarebbe meglio se anche voi vi rivolgeste sinceramente a Dio?».
In un altro articolo del 1926, Padre Kolbe, sempre citando i “Protocolli dei Savi di Sion” scriveva: «Essi dicono di se stessi: “Chi o che cosa è in grado di far crollare una forza invisibile? La nostra forza è appunto di questa natura. La “Massoneria esterna” serve solo per nascondere i suoi scopi, ma il piano d’azione di questa forza sarà sempre sconosciuto alla gente».
Ma il Santo sottolinea con sottile ironia: «Noi siamo un esercito, il cui “Condottiero” vi conosce ad uno ad uno, ha osservato e osserva ogni vostra azione, ascolta ogni vostra parola, anzi... nemmeno uno dei vostri pensieri sfugge alla sua attenzione. Dite voi stessi: in tali condizioni, si può parlare di segreto nei piani, di clandestinità e di invisibilità?». E qui, Padre Kolbe rivela il nome del “Condottiero” del suo esercito: «E’ l’Immacolata, il rifugio dei peccatori, ma anche la debellatrice del serpente infernale. Ella vi schiaccerà il capo!».

Nota: il testo è tratto da un articolo pubblicato su Chiesa viva n° 125.

PER OTTENERE UNA GRAZIA



Pieno di fiducia e di speranza animosa io vengo a Voi, o Famiglia Santissima, per impetrare la grazia che tanto sospiro. Entro nella vostra casa di Nazareth, la quale è ricca di tutti i tesori celesti che vi hanno accumulato il Figlio di Dio, la Madre di Dio, ed il Padre putativo di Cristo. Dalla pienezza di questa casa tutti possono ricevere, tutto il mondo se ne può arricchire, senza che essa tema di impoverire. Orsù dunque, grande Famiglia, poiché sei tanto ricca in ogni dono, poiché hai tanta volontà di compartire i favori, dammi quanto ti chiedo; te lo chiedo umilmente per la gloria di Dio, per tuo maggior onore, per il mio bene e quello del mio prossimo. Che non parta sconsolato dai vostri piedi! Voi che accoglieste sempre con volto ilare, con tratto amoroso quelli di Betlemme, quelli dell'Egitto, e specialmente quelli di Nazareth, accogliete anche me con la medesima benignità.
Certo che voi non negaste mai la grazia a quanti fecero a voi ricorso qui in terra; e vorrete negare a me la grazia che imploro adesso che regnate gloriosa in cielo? Neppure posso immaginarlo; ma ho un presentimento sicuro che voi mi ascolterete, anzi, che già mi abbiate ascoltato e mi abbiate già concesso la grazia desiderata. Tre Pater, Ave, Gloria
Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia.

Regina della Famiglia



IL MESSAGGIO DI GHIAIE

Il messaggio affidato dalla Vergine Maria ad Adelaide Roncalli è semplice ma non è puerile, né insignificante. Queste  obiezioni furono rivolte ad altre apparizioni già riconosciute dalla  Chiesa. La validità di un messaggio non è data dalla complessità  del testo, né dalla sua elaborazione teologica. Il messaggio di  Ghiaie non è un tutto organico, espresso con frasi concatenate.  Troviamo in esso delle ripetizioni, come quando la Vergine, nella  seconda apparizione, ripete alla bambina la raccomandazione che le aveva rivolta nella prima: "Devi essere buona, ubbidiente, sincera e pregare bene, rispettosa verso il prossimo". Qualsiasi  pedagogia è ripetitiva. Il compito insostituibile della madre è  quello di ripetere, di radicare nell'animo dei figli ciò che è  fondamentale nella vita di ciascun uomo. La Vergine si comporta  come madre nella vita spirituale di Adelaide e di ognuno di noi.  Inoltre, la bambina Adelaide nell'estasi conosce per intuizione,  non in modo discorsivo; addirittura la conoscenza le può essere  data direttamente da Dio. La differenza tra questa conoscenza e la  nostra abituale, si manifesta anche nella formulazione essenziale dei concetti, anzi, in un concetto ne possono essere contenuti  altri. Sia la conoscenza e il modo di esprimerla risentono  dell'origine da cui provengono, cioè Dio, il quale è semplicissimo  e infinito nello stesso tempo. Per questo bisogna essere molto  prudenti quando si giudicano i fatti soprannaturali, che esulano  dal nostro mondo e spesso per darne un giudizio non serve molto  la scienza umana. I più adatti a capire questi fenomeni sono quelli  che ne hanno fatto esperienza o che vivono una intensa vita  spirituale. 
A proposito di brevità, voglio ricordare che il messaggio dell'apparizione di Pontmain (Francia), avvenuta il 17 gennaio  1871, riconosciuta il 2 febbraio 1892, dal vescovo di Laval,  monsignor Wicart, e confermata dal Papa Pio XI,è fatto da una  sola frase. Si può avere un'apparizione autentica, senza che vi sia  un messaggio fatto di parole; l'apparizione in se stessa è già un  messaggio. Alfonso Ratisbonne, il giovane ebreo convertito, al quale la Vergine apparve nella chiesa di S. Andrea delle Fratte  a Roma, il 20 gennaio 1842, disse: "Ella non mi ha parlato, ma io  ho capito tutto". 
Aggiungo che il messaggio di Ghiaie non è dato solo dalle parole, ma da tutti quegli elementi che fanno parte integrante  dell'apparizione: i colombi bianchi che la precedono; gli angeli, i  santi che l'accompagnano; i colombi con la piuma scura che la  Vergine tiene tra le mani; il punto luminoso che si ingrandisce  fino a contenere in tre ovali di luce la S. Famiglia o a mostrare la  Vergine ammantata di luce; la visione allegorica degli animali  che pregano nella chiesa, dinanzi la S. Famiglia. 
L'apparizione di Ghiaie, come ogni avvenimento religioso  di una certa importanza, ha la sua spiritualità. La spiritualità di  Ghiaie non solo è conforme alla verità rivelata, ma è talmente  ampia da dare ad ogni persona, in qualsiasi condizione si trovi la  possibilità di raggiungere la salvezza eterna e di percorrere la via  della santità. Potremmo chiamare la spiritualità di Ghiaie  nazaretana, perché offre a tutte le famiglie e ai singoli che la  compongono, come modello da imitare la S. Famiglia di Nazareth. 

Severino Bortolan 

IL PURGATORIO NELLA RIVELAZIONE DEI SANTI



« NOVISSIMA TUA!... »


Il Giudizio

Tutto questo per ciò che riguarda il corpo. Domandiamoci adesso che cosa è accaduto dell'anima immortale ed incorruttibile, che poco fa l'informava. E’ questa e la questione  veramente interessante per noi in questo studio del Purgatorio.  La Fede c'insegna che l'anima nell'istante medesimo in cui si è  svincolata dal corpo è comparsa davanti al suo Giudice, e tutte  le rivelazioni dei Santi ci confermano la verità del giudizio  particolare, imediato e inappellabile. E siccome su tale  argomento ci si presentano molte importanti questioni,  cerchiamo qui di studiarle e risolverle per ordine. Ciò che sopra  ogni altra cosa attrarrà l'attenzione, e farà fissare lo sguardo  dell'anima, quel primo sguardo misuratore dell'eternità, sarà la  persona del Giudice. Dalla Sacra Scrittura apprendiamo che  questo Giudice non sarà altro che Cristo. S. Giovanni ci dice  che il Padre non giudicherà nessuno, avendo riservato al Figlio ogni giudizio: Pater non iudicat quemquam, omne iudicium dedit Filio (Jo., 5, 22-23). Negli Atti degli Apostoli leggiamo  che Cristo è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti: 

Constitutus est a Deo iudex vivorum et mortuorum (Act., 10,  42). Ermete nel suo libro De Pastore, S. Gregorio Magno nei  suoi scritti, come pure S. Giovanni Damasceno, S. Giovanni  Climaco, e in tempi a noi più vicini S. Geltrude, S. Lutgarda, S.  Francesca Romana, S. Teresa e tutte le anime sante, alle quali  Iddio ha fatto la grazia di contemplare i misteri dell'altra vita, ci  confermano con le loro rivelazioni questa verità di fede. I  teologi fanno questione se l'umanità di Cristo si manifesti  visibilmente ad ogni anima, e su questo punto sono molto  discordi. Il Card. Bona, nel suo trattato De discretione  spirituum, si esprime così “Alla fine del mondo comparirà  Gesù Cristo nel suo corpo e nella sua gloria, quando verrà a  giudicare i vivi e i morti; non è certo però se egli apparirà a  ciascun uomo in forma visibile, come taluni scrissero: Non è  neppure accertato in qual maniera nostro Signore compirà  questo giudizio particolare di ciascun uomo; questo solo si sa  che avverrà in un momento, in un batter d'occhio. Ed è perciò  che un'apparizione, dirò così, intellettuale di questo Giudice sovrano basterà a compiere tale giudizio” (Op. cit., cap. 20).

Da ciò risulta che il sapiente Cardinale esita di pronunziarsi,  quantunque evidentemente propenda per la sentenza negativa.  Non mancano tuttavia teologi di merito i quali ritengono che il  divin Maestro si sveli a ciascuno nella verità della sua carne  trasfigurata e gloriosa, ed avvalorano la loro opinione con  ragioni molto plausibili. Tuttavia qualunque sia il modo col  quale il divin Salvatore si rivela all'anima, è certo che nel  momento stesso in cui gli occhi del corpo, si chiudono alla luce  di quaggiù, lo sguardo dell'anima s'illumina ed intuisce e  contempla l'adorabile figura di Cristo, suo Giudice. Tutto  questo ci porta a domandare dove si faccia il giudizio. La  risposta è facile: il giudizio si farà in quel luogo medesimo in  cui l'anima si separa dal corpo. Che bisogno infatti avrebbe questa di andare lungi di là, a cercare il tribunale che la dovrà giudicare? La terra è del Signore, dice la Scrittura; ed egli  riempie il mondo con la sua presenza. Ciò che a noi impedisce  di vederlo, limitati come siamo, sono le mura di questa  prigione di carne, che ci circonda, ma nell'ora della morte il  velo che ci nascondeva le invisibili realtà si squarcia, e l'anima  si trova allora immediatamente sotto lo sguardo del Giudice.  Quale istante e quale sgomento sarà mai quello! Avrà luogo  allora quel tremendo giudizio, il cui solo pensiero faceva  tremare gli anacoreti nelle spelonche dei deserti. Allora l'anima  con un solo sguardo abbraccerà tutti e singoli i suoi atti, con  tutte le circostanze che li accompagnarono, dovendo rendere  stretto conto di tutto, persino di una parola inutile, sia pure  obliata. Chi potrebbe credere a tanta rigorosa esattezza, se la  stessa eterna Verità non ce lo avesse avvertito? Omne verbum  otiosum quod locati fuerint homines, reddent de eo rationem in  aie iudicii (Matth., 12, 36). E in qual modo potrà l'anima abbracciar con un solo sguardo il complesso degli atti di tutta  quanta la vita? Essa li vedrà nella intelligenza infinita di Dio, al  raggio di quel sole di verità, che tutti glieli rischiarerà e che  non gliene lascierà sfuggire alcuno. Al lume di quella luce  divina leggerà quel libro, dove tutto è notato, e che le sarà  posto sotto lo sguardo.


Liber scriptus proferetur in quo totum continetur unde mundus  iudicetur.

Vi riscontrerà ciascuna delle sue azioni, con tutte le circostanze  da cui furono accompagnate, e ne modificarono più o meno la  moralità. Il Giudice chiederà stretto conto di tutto: Redde:  rationem villicationis tuae, iam enim non poteris vilicare (Luc.,  16-2). Il tempo del merito e del demerito è passato, la prova è  finita, irrevocabilmente finita. - Redde rationem - Rendete  conto di tutti i vostri peccati: io ero là presente quando voi li commettevate; io tutto vidi, poichè nulla mi si poteva celare i  peccati contro Dio, i peccati contro il prossimo, i peccati contro  voi stessi, i peccati contro i doveri del vostro stato, contro i  vostri obblighi particolari... Oh! qual cumulo immenso di  peccati, dal primo che commettemmo quando incominciò a  rischiararsi il lume della ragione, fino all'ultimo che  commetteremo forse anche sul nostro letto di morte, nel  momento di comparire alla presenza del divin Giudice! S.  Agostino, nelle sue immortali Confessioni, si accusa di colpe  che dice di aver commesso in tenerissima età. Tantillus puer et  tantus peccator! E perchè non dovrà esclamarsi col Profeta, che  il numero delle nostre iniquità sorpassa di molto quello dei  capelli del nostro capo? iniquitates meae multiplicatae sunt  super capillos capitis mei (Ps., 37, 4) - Redde rationem.  Rendete conto del bene che avreste dovuto fare e che non avete  fatto. - Un sacerdote trovavasi sul letto di morte, e il suo  confessore cercava invano di eccitarlo alla confidenza in Dio, parlandogli del bene che aveva fatto durante la vita, e delle  anime che si era studiato di salvare. – Ahimè! - gridava il  morente, con voce accorata - perché non mi parlate del bene  che io avrei dovuto fare, che potevo fare, e che non ho fatto? -  Sì, al tribunale di Dio, contrariamente a quel che avviene qui in  terra, al reo si chiede conto anche di quel che non ha fatto di  bene, e che pure avrebbe dovuto fare. Iddio porrà da un lato  tutte le grazie concesse all'anima: il battesimo, l'istruzione  cristiana, le confessioni, le comunioni, i buoni pensieri, gli  ammonimenti, tanta facilità di compiere il bene; e porrà  dall'altro lato le nostre opere, e guai allora a colui le cui opere  non corrisponderanno alle grazie ricevute, poichè molto sarà domandato a chi molto fu dato. Ci sarà chiesto conto perfino  del bene che abbiamo fatto, ma che non abbiamo fatto così  bene come avremmo dovuto. - Vediamo un po' queste pretese  virtù, delle quali andavate tanto superbo durante la vita. Oh!  quanta lega è mescolata a quest'oro! - I farisei facevano opere buone, ma siccome agivano unicamente per piacere agli uomini  e per acquistarsi fama di virtuosi, il Signore disse di loro:  Receperunt mercedem suam... (Matth., 6, 2): hanno ricevuto la  loro mercede. Quanti atti virtuosi nel loro oggetto, saranno  parimenti degni di disprezzo innanzi a Dio, perché compiuti in  circostanze cattive, con tiepidezza o per mera abitudine, o  perchè fatti di contrattempo, o alla sfuggita, o accompagnati da  pensieri di vana compiacenza. Eppure ancora non è detto tutto.  Che sono infatti quelle voci che salgono dall'abisso? Son le  voci di coloro che furono un giorno scandalizzati; sono le grida  del sangue. - Giustizia e vendetta - gridano i dannati dal fondo  dell'inferno - giustizia e vendetta contro quel padre e quella  madre, la cui negligenza ci ha lasciato crescere nel vizio e ci ha  fatto piombare quaggiù; giustizia e vendetta contro quell'amico, che ci ha messo a parte dei suoi colpevoli piaceri e che perciò  deve partecipare ai nostri supplizi; giustizia e, vendetta contro  quel miserabile, i cui empi discorsi ci impedirono di convertirci  e di salvarci; ah! per sua colpa siamo dannati alle pene di  questo carcere perpetuo: e dovrà egli forse salire al cielo,  mentre noi bruciamo quaggiù nelle fiamme eterne? - Ahimè!  che risponderà allora quella povera anima a tali formidabili  accuse? E non ne avrà ella abbastanza del pesante fardello delle  sue colpe, perchè debba caricarsi di quelle degli altri? Ecco delineato il giudizio di Dio, tal quale avverrà per ciascuno di  noi; ed è questo che fece provare ai Santi angoscie estreme e  praticar loro le più rigide penitenze; le storie delle loro vite  ridondano di rivelazioni sul rigore dei giudizi di Dio.

Si legge nelle vite dei santi Padri che un religioso, per nome  Stefano, venne trasportato in ispirito al tribunale di Dio. Era  egli ridotto in agonia sul suo letto di morte, quando eccolo  turbarsi improvvisamente e rispondere ad un interlocutore  invisibile. I suoi fratelli di religione, che circondavano il letto,  ascoltavano con terrore queste sue risposte: - Vedi, è vero, tale azione, ma mi imposi poi tanti anni di digiuno. - Io non nego  quel tal fatto, ma l'ho pianto per tanti anni. Ancor questo è  vero, ma in espiazione ho servito il mio prossimo, per tre anni  continui. - Indi, dopo, un momento di silenzio, esclamò: Ah! su  questo non ho nulla a rispondere; voi giustamente mi accusate,  e non ho altro per mia difesa che raccomandarmi, alla  misericordia infinita di Dio. - S. Giovanni Climaco, che  riferisce questo fatto, di cui fu testimone oculare ci fa sapere  che questo religioso aveva vissuto quarant'anni nel suo  monastero, aveva il dono delle lingue e molti altri privilegi,  avanzava di gran lunga gli altri monaci per la esemplarità della  sua vita e pei rigori delle sue penitenze; e conclude con queste  parole: Me infelice! che cosa mai diverrò, e qual cosa potrò  sperare io sì meschino, se il figlio del deserto e della penitenza  trovasi privo di difesa dinanzi a poche colpe leggere? Egli che  ha passato una lunga serie di anni fra le austerità e la  solitudine, egli arricchito da Dio di privilegi e di doni  straordinari, abbandona questa vita lasciandoci nella incertezza  della sua eterna salute! Ma forse, dirà qualcuno per confortarsi,  non si sarà trattato in questo caso che di una visione  intellettuale, e i terrori di quel buon monaco sul giudizío di Dio  si potrebbero ritenere come effetto della sua immaginazione  riscaldata dalla febbre. Ad ovviare a questa difficoltà riferirò la  storia della venerabile Angela Tolomei, religiosa domenicana e  sorella del beato Giovanni Battista Tolomei. Era ella cresciuta  di giorno in giorno in virtù, e per la sua fedeltà nel corrispondere alla grazia divina era giunta ad un alto grado di  perfezione, quando si ammalò gravemente. Il suo fratello, ricco  egli pure di meriti innanzi a Dio, non poté con tutte le sue  fervorose preghiere ottenerne la guarigione; ricevette ella  perciò, con commovente pietà, gli ultimi Sacramenti, e poco  prima di spirare ebbe una visione, nella quale osservò il posto  che le era riservato in Purgatorio, in punizione di alcuni difetti  che non erasi abbastanza studiata di correggere durante la vita; in pari tempo le furono manifestati i diversi tormenti che le  anime soffrono laggiù; quindi spirò raccomandandosi alle preghiere del suo santo fratello. Mentre il cadavere veniva trasportato alla sepoltura, il beato Giovanni Battista,  appressandosi al feretro, ordinò alla sorella di alzarsi, ed ella,  quasi risvegliandosi da un sonno profondo, ritornò con  strepitoso miracolo in vita. Nel tempo che proseguì a vivere  sulla terra, quell'anima santa raccontava sul giudizio di Dio tali cose da far fremere di terrore, ma ciò che più di tutto confermò  la verità delle sue parole fu la vita che menò, poìchè  spaventevoli erano le sue penitenze, avendo perfino inventato  nuovi segreti, oltre alle comuni penitenze, per martoriare il suo  corpo. Leggiamo che durante l'inverno era solita tuffarsi fino al  collo in uno stagno gelato, ove rimaneva per lungo tempo  recitando il salterio; talvolta bruciava di proposito le sue  povere carni, finché il suo corpo diveniva oggetto di orrore e di  pietà. E poichè di ciò veniva talvolta ripresa e biasimata, avida  com'era di umiliazioni e di contrarietà, non se la prendeva  affatto, ed a coloro che la rimproveravano, rispondeva: - Oh! se conosceste il rigore dei giudizi di Dio, non parlereste così! E  che è mai quel che io faccio in confronto dei tormenti riservati  nell'altra vita alle infedeltà che qui in terra osiamo commettere  verso il nostro Creatore? Che è mai, che è mai ciò che io  faccio, mentre dovrei fare cento volte di più? - Dopo alcuni  anni di così orribili penitenze, la serva di Dio fu chiamata dal  celeste Sposo all'altra vita, vivo lasciando tra le sue consorelle  il ricordo di sè, delle sue parole e delle sue penitenze.

Ciò che è da osservare in questa storia è che non si tratta di un  peccatore che muore in disgrazia di Dio, ma di una fervente  religiosa, tutta dedita ai doveri del suo stato, e che per alcune  imperfezioni di nessuna gravità secondo il giudizio degli  uomini, subì i rigori del giudizio di Dio. Ahimè! se i giusti sono  trattati in tal guisa, che cosa accadrà di noi peccatorii? Sono dunque tremendi i giudizi divini! E pensare che ad ogni battito  del nostro cuore si rinnova la grande scena: anime ed anime si  presentano al trono di Sua Divina Maestà per essere giudicate!  Se pensassimo a ciò saremmo presi da immensa compassione, e pregheremmo con fervore per tanti infelici che stanno per comparire davanti al loro Giudice... Ma purtroppo non vi pensiamo e continuiamo a vivere come se tanti nostri fratelli  non ci chiedessero il soccorso delle nostre preghiere. Un giorno  saremo anche noi sul letto della nostra agonia e allora sarà  spesa per noi la medesima moneta che noi spendemmo per gli  altri, saremo pagati con la medesima indifferenza. Adottiamo la  santa abitudine di pregare per gli agonizzanti, affinchè un  giorno vi sia chi preghi per noi in quell'ora tremenda nella  quale tanto ne avremo bisogno.

Sac. Luigi Carnino

ALLA SCUOLA DELL'AMORE



Una fede che apre gli occhi e il cuore

È vero che ella viene, ma è anche vero che noi dobbiamo aprirle le porte, e si aprono le porte della nostra anima alla Vergine, nella misura di una nostra fede semplice, pura, viva.
Crediamo davvero che Maria Santissima è qui con noi? Crediamo davvero che Maria Santissima vuole venire, e ci chiede di aprire la porta del cuore perché possa vivere con noi questi giorni, possa aiutarci a rispondere a Dio, anzi più ancora: aiutarci ad ascoltare la sua parola? È la visita di Maria santissima a santa Elisabetta che portò a Giovanni Battista Gesù; è la visita di Maria santissima a santa Elisabetta che portò anche ad Elisabetta Gesù, perché anche Elisabetta sentì che con la Vergine veniva a lei anche il Figlio di Dio.
La prima cosa dunque che si impone entrando in questo Ritiro è che nella fede noi prendiamo coscienza di questo mistero.
Certo: dobbiamo essere buoni, dobbiamo essere santi, ma è secondario tutto questo, è molto secondario. Primario nel cristianesimo è l'atto di fede che accoglie un Dio che si comunica in Cristo ad ogni uomo. E Cristo viene a noi, mediante la maternità verginale di Maria. Primario è vivere il mistero; è nel vivere il mistero di questa presenza che noi saremo anche buoni e santi. La santità sarà una conseguenza naturale di un incontro reale con la Vergine pura, con il suo Figlio divino.
S'impone dunque per prima cosa una fede vera, umile, semplice e pura che ci apra gli occhi e faccia esclamare anche a noi quello che Elisabetta esclamò: «A che debbo che la Madre di Dio, la Madre del mio Signore venga a me?».
La Vergine viene! La visita di Maria Santissima a noi non è meno vera dell'incontro che ella ha vissuto con Melania Calvat e con Massimino sul monte della Salette o con Bernardetta alla grotta di Massabielle. Non è meno vera, anche se i nostri occhi non la vedono. E noi non la vediamo, non perché lei voglia rimanere invisibile, ma perché i nostri occhi non possono captare la sua luce. Siamo come le civette, diceva san Giovanni della Croce, che ci vedono di notte e di giorno non possono vedere; perché la luce della divina Presenza, la luce della gloria di Dio, la luce della Presenza del Cristo, la luce anche della gloria della Vergine, sono tali che i nostri occhi rimangono come accecati, non vedono più. Noi non possiamo vedere per eccesso di luce, ma ella è qui, ella viene, porta a ciascuno Gesù.
Come saranno belli questi giorni di ritiro se noi li vivremo con lei, se li vivremo con lui! Non vi sembra? Non si tratta di viverli soltanto insieme tra noi; si tratta di vivere qualche cosa di più grande, qualche cosa di immensamente più bello: la nostra comunione con la Vergine pura. Non si tratta di imparare da lei come si vive, il modello si può avere anche attraverso la lettura o la meditazione di quello che ella ha vissuto, e voi lo conoscete. Ma è più bello vivere nella presenza pura di chi si ama piuttosto che ricevere e leggere una cartolina che ci viene da lontano. Ella è qui! Dobbiamo saperlo, ella è qui!
Non c'è luogo dove ella non sia, se in ogni luogo vi è un'anima che ella ama. Finché era sulla terra, condizionata dalla sua natura umana, non poteva essere nello stesso tempo ad Ain-Karem dove era Elisabetta, e a Nazaret dove era Giuseppe, non poteva essere nello stesso tempo a Betlemme e a Gerusalemme; ma ora è là dove ama, ed ella ama ogni suo figlio. Potete voi dubitare che Maria Santissima vi ami? Voi potete dubitare di amarla, ma non che ella vi ami; e forse neppure dubitate di amarla, e allora voi pensate che se lei vi ama di più di quanto voi l'amate, voglia stare lontano da voi?
Ella è con voi! Noi dobbiamo vivere questa presenza materna della Vergine. Se ella è mediatrice di ogni grazia, è perché da lei abbiamo ricevuto Gesù, e in ogni istante è dalle sue mani verginali e dal suo Cuore di Madre, che noi dobbiamo accogliere il Cristo.

Don Divo Barsotti