sabato 21 dicembre 2019

IL MISTERO DEL PURGATORIO



II
QUALI ANIME SOFFRONO DI PIÙ NEL PURGATORIO E QUALI DI MENO?

Vorrei dire quali anime sono più felici nel Purga¬torio, in quali anime l'involucro si dissolve più rapi¬damente: ci può essere un disgraziato, un gran peccatore, pieno di debolezze. Solo il buon Dio sa come egli è stato educato e forse predisposto. Egli conosce i misteri della natura, e anche le tare del¬l'eredità. È un povero peccatore e il Redentore ne ha compassione. Perché riconosce i propri errori ed i propri peccati e, senza scusarsi, senza discu¬tere, accetta ogni rimprovero. E certo egli si vuole correggere: tutto quello che gli si dice del buon Dio risuona e cade su un terreno umile. Egli pensa: se io potessi diventare migliore... 'Quando un povero peccatore così è incatenato sul letto di morte, quando si presenta alle porte dell'eternità, allora il suo pentirsi e riconoscersi è così grande, che egli invoca il perdono del suo Dio misericordioso, in un atto di amore, come non mai durante la vita. Come è buono allora il Salvatore, come è buono! Allora si distacca l'involucro; resta l'anima sola, implorante e pentita, che riconosce tutto ed ha solo una sete ardente di misericordioso amore. 
Allora non ci so¬no più ostacoli e non è necessario grande sforzo per godere di un'intima e profonda amicizia col buon Dio.
Così può morire un povero peccatore. II Salvato¬re scende con lui nel Purgatorio, dove l'anima, struggendosi di amore e di riconoscenza, attende felice di essere tutta pura, fino a che il Salvatore non la prenda con sé.
Ogni cosa si svolge più facilmente e più rapida¬mente perché l'anima era sincera ed umile e fidu-ciosa: l'amore misericordioso si rallegra tanto per il suo figliolo pentito, scusa le sue colpe e le sue debolezze, paga i suoi debiti. Sulla terra non si ha idea di quanto rapidamente una tale anima possa entrare nel cielo. Pensiamo al ladrone sulla croce: anche per lui si è dissolto l'involucro. Gesù cono¬sceva molte  attenuanti  per lui:  la sua educazione, le sue disposizioni,  tante altre cose movevano il Salvatore a compassione, tanto più che il povero ladrone non aveva mai saputo che egli non poteva rimediarsi. Quando egli vide il Redentore sulla cro¬ce, egli comprese il «perché» e pienamente si ri¬conciliò con l'amore misericordioso.
Oh come è buono e giusto Iddio con le povere anime!
È davvero buono, buono, buono Iddio e si è co¬stretti ad amarlo, quando si pensa ai suoi benefici. 
Deo gratias. Giungono più rapidamente in cielo le anime che più rapidamente riconoscono le proprie colpe, quelle che non sono ostinatamente avviluppate nella propria presunzione. Dio non ci giudica se¬condo le nostre colpe, ma secondo la nostra buo¬na volontà. Un'anima che è sempre pronta a com¬prendere ed a compiere la sua volontà si trova be¬ne; e così un'anima che non si offende tanto facil¬mente quando le si fa notare un suo errore, che cerca con piacere e gioia e riconoscenza di libe¬rarsi dal suo errore.
II buon Dio può lavorare bene con queste anime: non hanno in sé tanta resistenza e tanta menzogna, e il buon Dio le aiuta perché si liberino dalle loro colpe.
L’umile religione difetta così spesso, è così rara la religiosità religiosa. Che giova sapere tutto quel¬lo che si può sapere in cielo ed in terra, e non sa¬pere la cosa principale: che noi non siamo niente e non possiamo niente, che Dio deve fare tutto quello che noi facciamo? Che giova tutta la sa¬pienza se non abbiamo la sapienza dei piccoli? Non conosciamo l'amore misericordioso, perché chi non è povero non conosce nulla della miseri¬cordia.
Ogni costruzione che si pretende autosufficiente crolla quando non poggia sul terreno della povertà. 
La povertà è il fondamento di tutte le grazie, di tut¬ta la nostra vita eterna. Quando manca questa scienza, ogni altra scienza e santità è un nulla, e crolla in rovina al primo soffio di vento. Dove è po¬vertà, là è il regno dell'amore misericordioso. Do¬ve è debolezza, là è la forza di Dio. E dove è pen¬timento là è la fedeltà di Dio.
Oh, come mi trattengo volentieri accanto alle po¬vere anime, per assorbire nella mia povera anima assetata i profondi eterni ammaestramenti! Io va¬do laggiù per bere a quella fonte dell'amore misericordioso, a cui le povere anime placano la loro sete... sono anch'io una povera anima, così pove¬ra, così povera, ma ho trovato la fonte a cui vanno gli assetati.
Oh, il Purgatorio è un luogo bello. Qui il Signore è così buono, così buono, così buono!
Ho detto che le povere anime devono spogliarsi di sé. Allora comprendono meglio il Redentore. La cosa riesce più facile alle anime che già in vita so¬no state povere.
Si trovano bene soprattutto le anime che hanno fame e sete della parola di Dio. Quando un'anima, ad esempio, accoglie la predica ed ogni ammoni¬mento con devozione, come diretta parola di Dio, e la porta con sé nella vita (e di ogni cosa si serve per diventare migliore) e non la smarrisce mai, questa anima è sul retto cammino. L’anima a cui la più semplice parola di Dio è preziosa, l'anima che non ascolta alcuna parola di Dio senza aprirsi ad essa. In ogni parola di Dio il Redentore bussa al nostro cuore. In ogni parola Egli è presente e vuo¬le entrare. Oh, come sono belle le anime che ac¬colgono con devozione la parola di Dio! Allora il piccolo seme cade su un terreno fertile... Oh, co¬me è bella un'anima che ama il Santo Vangelo e lo accoglie con profondo rispetto, che è sensibile  ai  più  semplici  pensieri di  Dio, e  coltiva  con  cura  tut¬to  quello  che  ha  ricevuto! 
Quest'anima, anche se ha molte colpe, diventerà pura.
Quando queste anime giungono nel Purgatorio, il buon Dio non deve molto lavorare: una sola parola ed esse sono risanate.
Ci sono nel Purgatorio anime che sulla terra sembravano devote: laggiù esse sono più malva¬gie dei «malvagi».
Specie quelle che hanno attaccato con malizia le parole e le opere di Dio, che hanno criticato e spes¬so anche condannato ciò che usciva santo e puro dal Cuore di Gesù.
Anime che apparivano pie, mentre le colpe si ac¬cumulavano in loro. Anime che devono riconoscere la propria ingiustizia. Anime gravate di malignità non scontate, non viste, nemmeno riconosciute, perché si lasciavano abbagliare dai propri sacrifici e preghiere e opere buone. Dio vuole mostrare lo¬ro che non importano gli atti di pietà, ma la rettitu¬dine, e la verità ed il timor di Dio.

venerdì 20 dicembre 2019

I Dieci Comandamenti



Alla luce delle Rivelazioni a Maria Valtorta


Il Quinto Comandamento: “Non uccidere”. 



5.3.2 Una riflessione/confessione di Maria Valtorta sulla tentazione di suicidio.  

E ora, ultima, ma non meno importante e istruttiva, questa riflessione/confessione tratta dall’Autobiografia di Maria Valtorta72: 
 
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 […] Man mano che mi trovavo sola, isolata, col mio ricordo d'amore e col mio ricordo di rancore, sempre pungolata da mamma che man mano che rimaneva senza testimoni in mio favore aumentava il suo rigorismo illogico, io arretravo, arretravo, mi allontanavo da quel codice di bontà e d'amore che era stato la mia norma di vita per degli anni.  
Lei mi dirà: «Ma non mi ha detto che restò sempre fedele ai suoi doveri di cristiana?». Si, ancora credente, ancora osservante. L'amore verso Dio, che era stato il mio motore per tanto tempo, continuava ad agire a mia stessa insaputa e faceva sì che io non sapessi tagliare tutti i ponti che mi univano a Dio.  
Continuavo ad andare in chiesa, continuavo a fare le mie comunioni del primo venerdì del mese. Certo! E dove avrei pianto se non fossi andata in chiesa? E dove avrei sentito sul mio spasimare scendere un balsamo, come un calmante in una carie, se non mi fossi rifugiata presso il Tabernacolo e se nel mio povero cuore in tempesta non avessi accolto Iddio? Ma erano povere preghiere e povere comunioni.  
Non erano più le confidenti orazioni in cui, sì, si chiede aiuto dal Cielo ma anche contemporaneamente si dice: «Però, Signore, fa' Tu quello che ti pare più giusto di fare». Non erano più le amorose comunioni, fusioni dell'anima col suo Signore, durante le quali si bacia il suo Volto divino, le sue Mani santissime, anche se quel Volto ha appena pronunciato un verdetto di dolore per noi e se quelle Mani hanno infitto una spina, una delle sue spine, nel nostro cuore.  
Erano interrogatori, erano inquisizioni, erano, non dico dispute perché Gesù non disputa mai, ma atti di accusa miei contro di Lui. Non si fa di solito così col buon Dio? Quando, per un motivo che sapremo solo nell'altra vita, il Signore permette che il dolore ci ghermisca, cominciamo degli interminabili discorsi a base di «perché». E finché ci si limita a chiedere «perché» di un dolore, si va ancora passabilmente diritti. Il male è che dopo i «perché» vengono delle vere e proprie requisitorie nelle quali noi mettiamo sul banco degli accusati il buon Dio e ci poniamo noi, in veste di Pubblico Ministero, sul banco dell'accusa dal quale tuoniamo i nostri rimproveri e pronunciamo le nostre arringhe contro Gesù; il quale, come già davanti a Pilato, non risponde ma si limita a guardarci con infinita compassione.  
Sono scivolata così piano piano verso la disperazione.  
Come un toro nell'arena - il paragone è poco in carattere parlando di una giovane ma rende tanto bene l'idea - come un toro nell'arena, inseguito, sferzato, aizzato, irriso, ferito da mille parti, io scalpitavo, scuotendo la raggera delle «banderillas» 
che mi si configgevano nella carne, e non riuscivo altro che ad accrescere il tormento.  
Tormento che dal di fuori veniva a me, tormento che dal mio interno veniva alla superficie. Ero in un mare di torture.  
Quelle esterne, del mio caro prossimo, alla cui testa era mia madre che valeva da sola per dieci, mi portavano alla disperazione in un senso.  
Quelle interne, che rampollavano dal mio cuore, mi ci portavano per un altro senso. Le prime mi davano tentazioni di suicidio per evadere da quella rete di tormenti giornalieri. Le seconde mi davano tentazioni della carne perché erano originate da quel che le imprudenti parole di mamma avevano, quella sera, seminato, e le maligne spiegazioni della governante della casa del Colonnello avevano poi coltivato.  
La disperazione! Quanto avrei da dire in proposito! Quanto su coloro che portano i loro simili alla disperazione, e sono i più cinici degli omicidi perché, senza materialmente colpire e macchiarsi di sangue, uccidono in realtà, in maniera raffinata, sia per il metodo che ottiene lo scopo senza incappare nei rigori della giustizia umana, che per la crudeltà con cui compiono la loro opera! Uccidono, e non solo il corpo ma uccidono l'anima, spingendola al suicidio che è ribellione al comando di Dio.  
E quanto avrei da dire sui disperati! I miseri più miseri fra gli uomini!  
Che è mai la povertà, che le più orrende mutilazioni, che le più strazianti malattie, che i lutti più desolanti, se la speranza continua a confortare il cuore dell'uomo? Finché questa virtù celeste rimane come luce superna ad illuminare un cuore e a mostrargli il Volto di Dio e il suo prossimo ed eterno bene, povertà, mutilazioni, malattie, lutti, sono dolori che si possono portare.  
Ma quando la speranza muore e non si spera più, quando la disperazione, questa piovra potente, ci abbranca l'anima suggendoci tutte le energie di bene e paralizzandoci tutti i moti di bene, quando questo mostro ci attira nel gorgo profondo, nel buio spaventoso del non credere più a nulla, allora i dolori non si possono più portare: ci schiacciano e noi ci sentiamo crollare sotto il loro peso e cadiamo maledicendo la vita, e non la vita soltanto...  
Oh! io ho potuto ben capire le sofferenze di mio padre, sofferenze che lo hanno minato fino a fare di lui un povero bambino, confrontandole alle mie!...  
La disperazione uccide anche se noi non ci uccidiamo. 
Uccide solo per lo sforzo che le dobbiamo opporre perché non vinca lei, portandoci al suicidio...  
Come bisogna pregare e amare i disperati, questi infelici portati alla pazzia morale qualche volta da eventi che non possiamo stornare, spesso, troppo spesso, dall'opera voluta compiere con piena coscienza dal nostro prossimo a nostro danno!  
Se i mobili della mia stanza potessero parlare, le potrebbero dire certe mie ore di lotta tremenda contro la tentazione della disperazione che mi spingeva al suicidio.  
Potrebbero anche dirle che irata con me stessa, che non sapevo morire di dolore e non sapevo darmi la morte (perché avevo paura di non darmela bene e di far ridere di me il mondo), mi colpivo ferocemente coi pugni tramutati in mazza fino a cadere stordita al suolo.  
Come vede, non mi uso pietà nel descrivermi quale ero... 
Ma in queste narrazioni bisogna essere sinceri. Sempre. Nel dire il bene come nel dire il male, se no è inutile scriverle. Non le pare?  
Ero una violenta e una passionale. Non dimentichi da chi avevo succhiato il latte e la teoria di certi scienziati sull'influenza del latte nei futuri caratteri dei poppanti.  
In quegli anni, sotto il pungolo di forze esterne ed interne, la psiche della mia pazza nutrice saltava fuori.  
Le forze esterne gliele ho già descritte. Le interne le ho accennato quali fossero.  
Il Maestro dice: «Dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le parole oltraggiose. Queste son le cose che contaminano l'uomo».  
A me, dal fondo del cuore dove con poco rispetto per la mia innocenza era stato gettato un conoscimento, che mi si poteva risparmiare, su certe animalità della nostra natura, sorgevano tentazioni di desiderio. Chi non le ha provate non le può capire e perciò non può giudicare.  
Comodo è tuonare contro chi cade, ma bisognerebbe però che colui che tuona e giudica fosse a sua volta morso dalla tentazione. Allora capirebbe.  
Ah! Gesù, che parola la tua quando dici: «Non giudicate!». 
Coloro che la bontà eterna ha preservato da certe lotte dovrebbero limitarsi a lodare e benedire Iddio, fare unicamente questo, invece di consumare lingua e respiro nel condannare i fratelli tentati... Ho sofferto moltissimo. […]. 
>>> 

a cura del Team Neval 
 
Riflessioni di Giovanna Busolini  

SOFFIO DI VITA... VENTO DI PRIMAVERA



Lo Spirito Santo guida la storia
e rinnova la faccia della terra.
Opera nel cuore degli uomini:
ispira, purifica, fortifica 
i loro generosi propositi.
Lo Spirito del Signore 
è attivamente presente nella Chiesa:
la edifica, la rinnova, la rende santa.
Risiede in ogni battezzato, 
sua dimora e tempio:
dà vita, prende per mano, 
guida sui passi del Signore.
Lo stesso Spirito 
agisce in noi genitori e nei figli:
orienta, rafforza e ravviva il nostro amore,
illumina e sostiene propositi e progetti
per fare della nostra famiglia 
una chiesa domestica.

I NOSTRI MORTI



Come vederli
Come aiutarli
Come ci aiutano

IL VOLTO DELLA MORTE ALLA LUCE DELLA FEDE CRISTIANA

La morte è una realtà che ogni vivente porta con sé dalla nascita, e tuttavia la sua presenza si fa viva solo quando comincia a toccare la nostra pelle. Neppure la partecipazione a un funerale o il passare davanti al cimitero riescono a incatenare la nostra riflessione su questa realtà che portiamo sempre con noi, e di cui facciamo continua esperienza in una pianta che muore, in una foglia che cade, in un fiore che appassisce. 
          La parola di Dio ci richiama spesso al pensiero della morte e il suo ricordo è assai opportuno. Purtroppo molti fuggono il pensiero della morte come qualche cosa di alienante per l'uomo, o, peggio ancora, come un ostacolo alla sua maturazione umana. Dio, invece, con le parole: In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai in peccato (Sir. 7,36) fa comprendere che proprio il pensiero della morte illumina nella scelta tra il bene e il male, e conduce non solo alla maturazione, ma all'autentica promozione umana. Il cristiano non deve banalizzare la morte per il fatto che è una vicenda naturale come lo è il mangiare e il dormire, ma non deve farne neppure un «tabù», quasi non abbia nulla a vedere con la vita umana e specialmente cristiana. La fede, che ci presenta le verità future, ci richiama a quanto Dio ha rivelato: E stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio (Eb. 9,27). 

L'importanza del giorno della morte 

La parola di Dio, ora ascoltata, ci assicura che la morte, con il conseguente giudizio, chiude per tutti il tempo della prova, tempo che la provvidenza di Dio ha messo a disposizione dell'uomo per preparare la sua vita eterna, oltre la morte stessa. I veri cristiani s'impegnarono e, ogni giorno, s'impegnano a trafficare bene il tempo della vita terrena ricordando le parole di Gesù: Qual vantaggio, infatti, avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? (Mt. 16,26). E le altre parole ancora più provocanti: Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna (Mt. 10,28). In realtà, solo la fede cristiana presenta la vera dimensione della vita terrena, la quale non è fine a se stessa, ma preparazione alla vita eterna oltre la morte. La Pasqua di Gesù, nel suo misterioso e antitetico binomio di morte-vita, ha strappato alla morte il suo carattere di «totalità e distruzione» che all'apparenza sembra avere. Nella vita di ogni uomo, Gesù ha inserito il «Regno di Dio» che cresce e si sviluppa (anche all'insaputa dell'uomo!), e lo prepara alla pasqua personale in cui la morte diventa «aurora di vita». Il cristiano ha già in mano, nella risurrezione di Gesù, la caparra di questa nuova ed eterna vita per cui può rinfacciare alla morte il suo preteso dominio: Dov 'è, o morte, la tua vittoria? Dov 'è, o morte, il tuo pungiglione? (1 Cor. 15,55). 

Del Padre francescano Pasquale Lorenzin

I MIEI COLLOQUI CON LE POVERE ANIME



La donna nel pollaio

28 Maggio. Vidi una donna nel pollaio che cercava su un mucchio di sterpi. Io pensai che fosse una mendicante e andai da lei. Lei mi venne incontro alcuni passi e sparí di colpo nel nulla. Il pomeriggio mi venne incontro un uomo con un fastello durante la corona delle cinque Piaghe, pareva un accaparratorre.
Alcuni passi davanti a me e di colpo sparì.
Vidi nuovamente le due donne inginocchiate in Chiesa. Poi venne una donna vera nel medesimo banco. Poiché c'era poco posto potei vedere benissimo che le due figure erano come velo e non occupavano spazio.
29 Maggio. La donna era di nuovo nel pollaio ma per poco. 

Vicino alla Liberazione

30 Maggio. Stavo aiutando le Suore in Ospedale a preparare i fiori. Appena fui sola, entrò Benedetto e mi venne molto vicino: Io dissi: "Benedetto sei presto in Cielo?" Un cenno affermativo. Io: "sei sempre qui intorno?" Di nuovo un cenno. Aveva un aspetto molto simpatico, come da vivo, con il suo grembiule blu in maniche di camicia. Mi guardò poi uscì dalla porta fino alla casa ed era sparito.
La Hauserin, grazie a Dio non viene più ed io posso di nuovo dormire.
31 Maggio. Durante la processione del Corpus Domini, quando ci inginocchiammo davanti all'altare accanto alla casa del falegname Fischer, uscì improvvisamente dalla porta di casa il falegname Michele. Aveva un aspetto molto diverso da come lo avevo visto prima, aveva gli occhi così contenti e qualche cosa di luminoso usciva da lui, sembrava come avvolto in un fazzoletto bianco e durante il Vangelo stette in piedi proprio davanti a me. Non capisco, perché gli altri non si accorgono di nulla. Egli rimase quasi fino alla fine, poi facendomi un cenno di saluto se ne andó fra la gente.
4 Giugno. La donna era di nuovo nel pollaio. Ha il volto molto triste. Di notte c'é un poco di rumore vicino a me, ma non riesco a veder niente. Sono dei passi e poi scricchiolio sul pavimento e nei mobili. Preferisco poter vedere qualche cosa.
7 Giugno. Vidi di nuovo la donna nel pollaio. Mi fissò con occhi che ardevano. Non la vidi mai così bene. Non si può parlare con Lei. Il mormorìo nella notte si allontana nei vani adiacenti e nelle pareti niente tutta la notte.

EUGENIA VON DER LEYEN

I doni profusi dallo Spirito Santo su PADRE PIO



Testimonianza di Don Pierino Galeone 

"Padre Pio aveva il dono di sanare gli inguaribili e di convertire i peccatori, di prorogare il tempo della morte e di conoscerne esattamente il giorno, di sapere il luogo dove si trovavano le anime dei defunti, e, addirittura, di accompagnarle egli stesso in paradiso. 

Lottava con satana e cacciava i demoni, scrutava i cuori, scuoteva gli animi e illuminava le menti... 

A molti prediceva il futuro... Stava a fianco dei moribondi, e al capezzale di innumerevoli ammalati: negli ospedali, nelle case private, nei campi di concentramento e nei luoghi più impensabili. Padre Pio era un'istituzione di "pronto intervento". 

Guidava al posto di un autista addormentato... e liberava da grossi imbarazzi l'automobilista distratto e imprudente. Incidenti decisamente mortali, con l'intervento del Padre, si risolvevano in scontri arcanamente pilotati e senza conseguenze.... 

Col profumo lasciava avvertire la sua preziosa presenza anche ai missionari di ogni continente della terra, che dicevano: "Fa tutto lui. Egli ci protegge, ci conforta, ci apre le strade, ci libera dai pericoli e benedice il nostro lavoro. Senza di lui, oramai, non sapremmo vivere più." (Pierino Galeone, Padre Pio mio padre, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005, pag. 82-3) 

ATTO DI CONSACRAZIONE A GESÙ, MARIA E GIUSEPPE




Gesù, Maria e Giuseppe, amori miei dolcissimi, io, piccolo figlio vostro, mi consacro totalmente e per sempre a voi: a te, o Gesù, come mio adorato e unico Signore, a te, o Maria, come Madre mia Immacolata e piena di grazia, a te, o Giuseppe, come padre e custode della mia anima. Vi dono la mia volontà, la mia libertà e tutto me stesso. Voi vi siete donati tutti a me, io mi dono tutto a voi. Io non voglio più essere mio, voglio essere vostro e solo vostro.
Voglio che la mia vita sia tutta vostra, con il mio corpo e la mia anima. A voi consacro tutti i miei pensieri, i miei desideri, i miei affetti e vi offro il valore delle mie buone opere presenti e future.
Accettate la consacrazione che vi faccio: fate voi in me, disponete di me e di tutte le mie cose, come vi piace. Gesù, Maria e Giuseppe, datemi i vostri cuori, prendete il mio. Unitemi con voi alla Santissima Trinità. Aiutatemi ad amare sempre più la Chiesa e il Papa. lo vi amo, vi amo. Così sia.

E soprattutto tra i cristiani -, la nascita di Mio Figlio è messa sempre più in secondo piano.



Figlio Mia.  Dì ai Nostri figli, che riflettino, perché presto è la vostra festa di Natale, ma la capacità di riflessione manca ai più. Corrono in giro, stressati o scatenati, ma non si preparano per la nascita di Cristo, avvenuta oltre 2000 anni fa.

Questa festa è molto speciale per tutti i figli di Dio in tutto il mondo. Purtroppo, ci sono solo i cristiani e alcune religioni simili a celebrare questa festa per quello che è, e anche -e soprattutto tra i cristiani -,la nascita di Mio Figlio è messa sempre più in secondo piano. Invece di adorarLo di accoglierLo con gioia e lasciarsi coinvolgere da questa meravigliosa esperienza ,che vi regalo’ la vostra salvezza, quindi l’ascesa, dopo la vostra morte fisica, nel Regno dei Cieli, voi pensate piuttosto a esteriorità e dimenticare quindi il senso di questa festa e che cosa comporti per voi, come figli di Dio.

Svegliatevi, rompete con la finzione, il glamour, i doni e il mondo superficiale del diavolo, perché è la nascita di Cristo a essere festeggiata, e per questo dovrebbero essere nei vostri cuori e avere il primo posto :l’amore, la gioia e la meditazione !

Fate una gioia ai più piccoli, ma non mettete il materialismo in primo piano. Spiegate ai vostri figli perché è celebrato il Natale! Raccontate loro le storie su di Noi e seguite con loro le Sante Messe. Celebrate questa festa meravigliosa, speranzosa e redentrice con spirito di raccoglimento e dimostrate al Signore il vostro massimo rispetto!

Donatevi quindi a Gesù!

Abbiate completa fiducia nel Signore e cominciate a vivere questi giorni con amore, gioia, nel raccoglimento e gioiosa attesa. Gioiosa attesa del Signore, perché il Salvatore è nato per voi. Amen.
La vostra Mamma Celeste e i Santi Angeli.

GESU' EUCARISTIA l’amico che ti aspetta sempre



IL SACERDOTE 

Il sacerdote è davvero grande! Diceva mons. Manuel González: «Grazie alla consacrazione sacerdotale il sacerdote cessa, in senso mistico, di essere un uomo per divenire Gesù. In apparenza è un uomo, ma in sostanza è Gesù: ha lingua, occhi, mani, piedi, cuore, come gli altri uomini; ma da quando è stato consacrato, tutto il suo corpo non è di uomo, bensì di Gesù. I suoi occhi servono per guardare, compatire e attrarre come Gesù, che ha voluto restare nascosto nel Tabernacolo. Le sue mani servono per benedire i figli e per indicare la via ai viandanti, per dare appoggio ai deboli, pane agli affamati, riparo agli ignudi e guarigione agli ammalati nel nome di Gesù... I suoi piedi servono per seguire le sue pecore fedeli o per cercare quelle smarrite. La sua testa per pensare a Gesù, per conoscerlo meglio, per farlo conoscere e anche per portare, come Lui, una corona di spine. Il suo cuore è per amare,  perdonare, ringraziare e innamorarsi di Gesù abbandonato nel tabernacolo. La sua lingua è per fare del pane e del vino il Corpo e il Sangue di Gesù».
Meditiamo queste parole di Hugo Wast: «Quando si pensa che né gli angeli né gli Arcangeli, né Michele, Gabriele o Raffaele, né alcuno dei principi che vinsero Lucifero, possono fare quello che fa un sacerdote... Quando si pensa che Nostro Signore Gesù Cristo nell’Ultima Cena realizzò un miracolo più grande della stessa creazione dell’universo, ossia trasformò il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue, e che questo miracolo può essere ripetuto ogni giorno dal sacerdote... Quando si pensa che un sacerdote mentre celebra Messa ha una dignità infinitamente maggiore di un re e che non è soltanto un ambasciatore di Cristo, ma Cristo stesso che sta compiendo il più grande miracolo di Dio... Allora, si può comprendere che un sacerdote è più necessario di un re, di un militare, di un banchiere, di un medico, di un maestro, perché egli può sostituirli tutti mentre nessuno può sostituire lui.
Quando si pensa a tutto ciò si può comprendere l’immensa necessità di sostenere le vocazioni sacerdotali. Si comprende l’ansia con cui, in tempi passati, ogni famiglia desiderava che dal suo grembo scaturisse una vocazione sacerdotale... Si comprende che è più necessario un seminario di una chiesa o di una scuola o di un ospedale...Allora, si giunge a capire che fare offerte per sostenere gli studi di un giovane seminarista significa appianare la strada per la quale arriverà all’altare un uomo che per mezz’ora, ogni giorno, sarà molto più di tutti i santi del cielo, poiché sarà Cristo stesso che offre il suo Corpo e il suo Sangue per la salvezza del mondo.
Perciò costituisce un grave peccato impedire o ostacolare una vocazione sacerdotale, e se un padre o una madre contrastano la vocazione del figlio, è come se gli facessero rinunciare a un titolo di nobiltà incomparabile».
Diciamo dunque con Giovanni Paolo II ai sacerdoti: «Amate il vostro sacerdozio! Siate fedeli fino alla fine!» (DM 10). «Ripetete le Parole della consacrazione ogni giorno come se fosse la prima volta. Non pronunciatele mai per abitudine. Queste parole esprimono la realizzazione più piena del nostro sacerdozio» (Lett. del Giovedì Santo 1997). 
Quanto a me posso dire che se nascessi mille volte, mille volte sceglierei di essere sacerdote. Voglio celebrare la Messa quotidiana come se fosse l’ultima, l’unica Messa della mia vita. Quante volte, dopo aver celebrato la Messa ho sentito una gioia e una pace profonda, mi sono sentito realizzato come uomo e felice di essere sacerdote. 

Grazie, Signore, perché sono Sacerdote.

Angel Peña

LA NASCITA DI GESU’ NELLA DIVINA VOLONTA’




(Tratta da: Brani scelti dai Volumi di Luisa Piccarreta)


25 dicembre 1900 - Vol. 4

La Regina Mamma dà alla luce il Bambinello Gesù.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita fuori di me stessa e mi son trovata in una spelonca ed ho visto la Regina Mamma che dava alla luce il Bambinello Gesù. Che stupendo prodigio!
Tanto la Madre quanto il Figlio erano tramutati in Luce purissima ed in quella Luce si scorgeva benissimo la Natura Umana di Gesù che serviva come di velo per coprire la Divinità che conteneva, in modo che squarciando il velo della natura umana si vedeva Dio, mentre, coperto di quel velo, appariva Uomo. Ah! Prodigio dei prodigi: Dio e Uomo, Uomo e Dio!
Arrivato il momento della Nascita, essendosi la Vergine Madre come spiritualizzata e trasformata in Luce, in un eccesso d’amore, senza il minimo impedimento, Gesù Luce è uscito da dentro la luce della Madre, restando questa intatta ed integra, mentre poi apparivano ambedue nello stato naturale.
Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime. Quando il Bambinello uscì alla luce, io avrei voluto volare per prenderLo fra le mie braccia, ma gli Angeli m’impedirono dicendomi che toccava alla Madre l’onore di prenderLo per la prima. Onde la Vergine SS., come scossa, è ritornata in Sé e dalle mani d’un Angelo ha ricevuto il Figlio nelle sue braccia e L’ha stretto tanto forte, con tanta forza di amore, che pareva che volesse inviscerarlo di nuovo. Poi, volendo dare uno sfogo al suo ardente amore, L’ha messo a succhiare alle sue mammelle. In quel momento io me ne stavo tutta annichilita aspettando che fossi chiamata per non ricevere un altro rimprovero dagli Angeli. Onde la Regina, a me rivolta, mi ha detto: “Vieni, vieni a prendere il tuo Diletto, godilo anche tu e sfoga con Lui il tuo amore”. Così dicendo, io mi sono avvicinata e la Vergine Mamma me L’ha dato in braccio. Chi può dire il mio contento, i baci, gli abbracci, le tenerezze?! Dopo essermi sfogata un poco il Bambinello mi ha detto: “Diletta mia, diletta mia, Io fui concepito unito al dolore, nacqui al dolore e morii nel dolore e coi tre chiodi che mi crocifissero, inchiodai le tre potenze: intelletto, memoria e volontà di quelle anime che bramavano d’amarMi, attirandole a Me, tutte a Me, perché la colpa le aveva rese inferme e disperse dal loro Creatore senza nessun freno”.
Mentre ciò diceva ha dato uno sguardo al mondo ed ha cominciato a piangerne le miserie. Io, vedendolo piangere ho detto: “Amabile Bambino, non funestare a chi Ti ama una notte sì lieta col tuo pianto; invece di dare sfogo al pianto, diamo sfogo al canto”. E sì dicendo ho cominciato a cantare ed Egli ha cessato dal piangere e quando ho finito il mio verso Egli ha cantato il suo, con una voce tanto forte ed armoniosa che tutte le altre voci svanivano dinanzi alla sua voce dolcissima. Dopo ciò ho pregato il Bambino Gesù per il mio Confessore, per tutti quelli che mi appartengono ed infine per tutti. E Lui pareva tutto condiscendente. In quel mentre è scomparso ed io sono ritornata in me stessa.

(26 dicembre 1900 - Vol. 4)
… Vedevo poi la Regina Madre da una parte e S. Giuseppe dall’altra in atto di adorare profondamente l’Infante Divino, assorti in estasi continua, tanto che ci voleva un prodigio del Signore per poter esternamente accudire ai loro doveri. Anch’io vi ho fatta la mia adorazione e poi mi son trovata in me stessa.

Per le anime in schiavitù



Oh caro Gesù, libera quelle anime che sono schiave di falsi dèi e di Satana. 
Aiutaci, attraverso le nostre preghiere,  
a portare loro il sollievo dal dolore della possessione. 
Apri le porte della loro prigione e mostra loro la via per il Regno di Dio, 
prima che vengano prese in ostaggio da Satana nell’abisso dell’Inferno. 
Noi Ti supplichiamo, Gesù, di ricoprire queste anime con la Potenza dello 
Spirito Santo, affinché trovino la Verità ed aiutale a trovare il coraggio di 
voltare le spalle alle insidie e alla malvagità del diavolo. 
Amen. 

giovedì 19 dicembre 2019

Giurare fedeltà al magistero di Bergoglio?



MADONNA DI FATIMA

Il 13 luglio 1917, alla Cova di Iria, la Madonna rivelò a Lucia il Terzo Segreto di Fatima, che fu da lei scritto il 3 gennaio 1944, facendolo poi avere al Vescovo di Leira che, nel 1957, lo consegnò al Vaticano.
Giovanni XXIII, dopo averlo letto e fatto leggere al card. Ottaviani, lo archiviò come altrettanto fecero tutti i suoi successori. Don Luigi Villa, da agente segreto del card. Ottaviani, quando questi pubblicò una “versione diplomatica” del Terzo Segreto, fu messo al corrente del vero contenuto di questo segreto.
Fu proprio Don Villa ad indicarmi, ad una ad una, tutte le frasi che costituiscono il Terzo Segreto e a darmi, poco prima di morire, l’autorizzazione di pubblicarle.   
Ecco la prima parte del Terzo Segreto:

«Un grande castigo cadrà sull’intero genere umano; non oggi, né domani, ma nella seconda metà del secolo XX. In nessuna parte del mondo vi è ordine e Satana regnerà sugli alti posti determinando l’andamento delle cose.
Egli effettivamente riuscirà ad introdursi fino alla sommità della Chiesa.
Anche per la Chiesa verrà il tempo delle sue più grandi prove: Cardinali si opporranno a Cardinali; Vescovi a Vescovi. Satana marcerà in mezzo alle loro file e a Roma vi saranno grandi cambiamenti. Ciò che è putrido cadrà e ciò che cadrà più non si rialzerà. 
La Chiesa sarà offuscata e il mondo sconvolto dal terrore».

***
I messaggi della Madonna e di Gesù Cristo, sopra riportati, si riferiscono alla seconda metà del secolo XXdenunciano: 

– l’opera della Massoneria contro la Chiesa;
– la corruzione di preti e religiosi;
– la corruzione dei popoli cristiani;
– l’empietà dei Sacerdoti nel celebrare i Santi Misteri;
– la brama di ricchezze, d’autorità e l’orgoglio dei principi della Chiesa;
– il silenzio di chi dovrebbe parlare;
– la crisi orrenda, la rovina e l’annientamento della Chiesa;
– l’introduzione di Satana fino alla sommità della Chiesa;
– la nascita di una “nuova chiesa” per sostituire la Chiesa di Cristo;
– la perdita della Fede di Roma che diventerà la sede dell’Anticristo;
– l’eclissi della Chiesa di Cristo;
Satana, che dirige lo scontro tra Cardinali e Vescovi, si proclama salvatore del mondo;
Satana che lancia la sua sfida al Cielo, ma che cade con tutti i suoi negli abissi eterni dell’inferno.

del dott. Franco Adessa

VI PRESENTO L'AMORE



L'amore, questo profanato!

E' destino delle grandi parole l'essere trasportate sui più alti vertici e l'essere sprofondate  sui  più  bassi  abissi.  Tale destino  è  indizio  della  ricchezza  che contengono talune parole, che, per questo, possono significare tanto le sublimità come le miserie.
Pensate  alla  parola madre, rapportandola  alla  Vergine  Maria  e  alla  madre snaturata.  Pensate  alla  parola amico, rapportandola  all'apostolo  Giovanni  e a Giuda. Pensate alla parola cuore, rapportandola alla madre e alla matrigna.
Tale destino doveva accompagnare la parola amore, appunto perché questa parola può significare il più alto palpito del cielo e il più basso fremito della corruzione.
La povertà d'ogni linguaggio umano ha dovuto rassegnarsi a usare la stessa parola amore anche quando se lo sente bruciare in bocca, come profanazione, quando è usato a esprimere quel fremito istintivo che nell'animale rispetta il limite, mentre nell'uomo, travolgendo il limite, viene deformato nelle più ripugnanti aberrazioni.
Il Cristianesimo, nei suoi libri sacri, ha disseminato a piene mani la parola amore, guidato in ciò da quella definizione che diede l'apostolo Giovanni e che è la più alta definizione: Dio è amore.
La Chiesa, però, si trovò di fronte il mondo pagano che aveva profanato l'amore nelle più ripugnanti aberrazioni della sessualità indisciplinata e corrotta. Quasi tutti i miti della Grecia e di Roma prendono lo spunto o si abbandonano nei racconti inverecondi dei mostruosi rapporti fra divinità indegne e donne ancora più indegne. 
S. Agostino, nelle Confessioni, osserva che nelle scuole pagane le famiglie pagavano affinché i loro figli imparassero le favole di Giove adultero, di Venere impudica, di Mercurio ladro, ecc. Quasi tutta la letteratura latina e greca canta l'amore sessuale e assai  raramente  l'amore  sano  della  famiglia  e  l'affetto  soave  dell'amicizia.  La degradazione dell'amore aveva spinto gli uomini ad adorare le creature al posto del Creatore.  Ed  ecco  perché  il  cristianesimo,  per  espellere  dalle  vene  spirituali dell'umanità il veleno pagano, che consiste nell'amare le creature al posto del Creatore, ispirò i fedeli a ritirarsi nei deserti e nelle grotte, per sottrarsi al fascino delle creature, che domandavano quell'amore che essi sapevano esser dovuto al solo Dio.
Questa osservazione è del convertito inglese Chesterton, il quale, nella Vita di S. Francesco d'Assisi acutamente conclude: «dopo mille anni di tale purificazione, praticata nelle grotte, nei deserti, nei monasteri, quando l'umanità cristiana si sentì come vaccinata contro il veleno pagano, adorare le creature al posto del Creatore, sui  colli  dell'Umbria,  un uomo vestito  di  sacco  alzò  verso  il cielo le braccia, intonando il cantico delle creature: Lodato sii, mio Signore, per mio frate sole, fuoco, vento, per mia sorella acqua, terra, aria, ecc.
In tal modo il Cristianesimo, con gigantesco sforzo, raddrizzò l'asse dell'amore dalla posizione orizzontale, da creatura a creatura, a posizione verticale, da creatura al Creatore. Ecco nascere così il vero amore, purificato dalla profanazione pagana e dalla corruzione universale.
Non  contenta  di  aver  operato  tale  gigantesco  raddrizzamento,  la  Chiesa,  con sapienza tutta sua, volle anche sostituire una parola più sacra alla parola con tanta fatica purificata: carità al posto di amore.
Giovanni  Pascoli  genialmente  rappresentò  questo raddrizzamento  dell'amore, diventato carità, per opera del Cristianesimo, nel poemetto latino Roma.
Dopo aver presentato una nave che arriva alle foci del Tevere, portando i primi cristiani, il poeta si sofferma sugli antecedenti. Quando, per mezzo della letteratura greca, gli dei aristocratici di Atene entrarono in Roma e cacciarono gli dei agresti del Lazio, questi, andandosene, dicono agli dei greci:
—Noi siamo cacciati da voi; ma verrà Uno che a sua volta caccerà anche voi.
—No, sottentra a dire il Pascoli; nessuno caccerà quell'Uno che è Cristo.
— E perché, domandano gli dei.
—Perché quell'Uno innalzerà i suoi tempi all'amore e al dolore; cioè ai due sentimenti che non saranno mai sradicati dall'umanità. L'amore dolorante e il dolore amante renderanno indistruttibile la religione di Cristo nel mondo.

FULTON J. SHEEN