sabato 28 dicembre 2019

Regina della Famiglia



Apparizioni a Ghiaie 


 LE APPARIZIONI 


13 maggio 1981: 
Fatima, Ghiaie, il Papa e la famiglia 
 
Ho accennato ad un legame tra le apparizioni di Fatima e quelle di Ghiaie. Quanto è avvenuto il 13 maggio 1981, rende ancora più visibile il filo che collega le due apparizioni, nella persona del Papa Giovanni Paolo II e nella sua attività a favore della famiglia. 
Il 13 maggio 1981, prima di essere colpito dal proiettile di Agca, il Papa aveva pranzato con Jerome Lejeune e con la sua moglie. Lejeune, noto genetista francese, scopritore della sindrome di Down, era anche un convinto assertore dell'inviolabilità della vita umana, un avversario tenace dell'ideologia aborti-sta. 
Giovanni Paolo II, che lo conosceva da tempo, l'aveva convinto ad accettare la presidenza della Pontificia Accademia per la vita. 
Nessuno, tranne i diretti collaboratori, sapeva ancora che la Santa Sede si apprestava a varare un organismo pensato in maniera specifica per occuparsi della vita umana e di tutte le questioni connesse. Il Papa avrebbe dovuto annunciarlo nell'udienza pomeridiana di quel 13 maggio, quella che non si tenne a causa dell'attentato. Nel pomeriggio di quell'incontro mancato c'erano altre due novità molto importanti che Giovanni Paolo II non riuscì ad annunciare: la fondazione del Pontificio Consiglio per la Famiglia e la realizzazione dell'Istituto internazionale di studi su matrimonio e famiglia presso l'Università Lateranense, quello che oggi porta il nome di Giovanni Paolo II. Al Pontificio Consiglio per la Famiglia spettava la promozione della nuova pastorale della famiglia e dell'apostolato specifico in campo familiare in applicazione degli insegnamenti e degli orientamenti del Magistero ecclesiastico, in modo che le famiglie siano aiutate a compiere la missione educativa ed evangelizzatrice a cui sono chiamate. L'Istituto internazionale di studi su matrimonio e famiglia doveva offrire a tutta la Chiesa quel contributo di riflessione teologica e pastorale, senza la quale la missione della Chiesa viene a mancare di un importante aiuto. Le tre realtà sopra indicate iniziarono ugualmente la loro opera, nonostante il ritardo nell'annuncio imposto dall'attentato. 
Qualche mese dopo, nel novembre del 1981, il Papa volle pubblicare anche l'Esortazione apostolica Familiaris Consortio, una guida magistrale sui compiti della famiglia. 
Nel 1984, in occasione della prima Giornata mondiale delle famiglie, organizzata a Roma, il Pontefice fece arrivare da Latina la statua della Vergine che già portava incastonata nella corona il proiettile estratto dal suo addome. Di fronte a quell'immagine, così carica di significati, Giovanni Paolo II pronunciò solennemente la formula di affidamento del mondo a Maria. In unione con i vescovi di tutto il mondo, in una piazza gremita di famiglie, il Papa tornò a sottolineare il ruolo avuto dalla Madonna al momento dell'attentato. "Una mano ha sparato, un'altra ha deviato il colpo", ripeterà più volte, con il preciso intento di sottolineare la protezione concessagli dalla Vergine. 
Maria ha voluto che gli obiettivi pastorali del Papa sulla famiglia non andassero dispersi. Deviando la pallottola di Agca dal suo percorso di morte, la Vergine ha voluto annunciare la vittoria della famiglia e della vita. 
Nel 1994 ricorreva il 50° anniversario delle apparizioni di Ghiaie ed era anche l'anno internazionale della Famiglia, indetto dall'O.N.U. e dal Papa Giovanni Paolo II. Era solo un caso? Per i credenti non esiste il caso. Il santo Padre volle che fosse inserita, in quell'anno, nelle litanie lauretane la nuova invocazione: Regina della Famiglia. 
Il Papa volle che questa invocazione già in uso tra i fedeli della Madonna di Ghiaie, fosse posta dopo quella di "Regina del Santo Rosario", per ricordare, penso, che la preghiera quotidiana del Rosario nella famiglia ha una particolare efficacia per ottenere l'unità e la santità della stessa. Inoltre, l'invocazione fu posta prima di "Regina della Pace" per sottolineare che la pace del mondo deriva dalla pace delle famiglie. 
Fu monsignor Macchi, ex segretario di Paolo VI ed arcivescovo delegato pontificio per il santuario di Loreto a chiedere a Giovanni Paolo II che venisse aggiunta alle litanie lauretane l'invocazione "Regina della Famiglia". Egli così motivava la sua domanda: "Contro i continui attacchi all'istituzione familiare è necessario che almeno i cristiani si sentano sostenuti e accompagnati nella loro quotidiana battaglia e nell'impegno per condurre la loro famiglia nella linea indicata dalla fede. Aggiungere alle litanie lauretane l'invocazione "Regina della Famiglia" può essere un segno, un momento intenso in cui ritrovare la certezza ideale e la forza concreta per costruire ogni giorno la propria vita familiare". 
Monsignor Macchi diede l'annuncio che la domanda venne accolta dal Papa il 31 dicembre 1995, durante la solenne concelebrazione eucaristica, da lui presieduta, alla quale io pure partecipai, fatta nella basilica di Loreto, come atto di ringraziamento nell'ultimo giorno dell'anno. Quella sera mi trovavo là, perché andai insieme ad altri in pellegrinaggio alla santa Casa, dove visse la più santa delle famiglie. Finita la celebrazione i pellegrini mi dissero: "Questo è un regalo che la Madonna ha voluto farle". 
Come non vedere nelle apparizioni di Fatima e di Ghiaie un intreccio di coincidenze non casuali, d'interventi del Cielo e per quanto riguarda il messaggio di Ghiaie un annuncio profetico alla Chiesa e al mondo per la famiglia e la vita. 
La Madre di Dio rispose alle preghiere che salivano dalla terra; venne a dire al mondo che la guerra in atto sarebbe presto finita se gli uomini si fossero convertiti e ad avvisare, in anticipo, che una guerra ancora più tragica sarebbe stata scatenata da potenti forze del male contro la famiglia. Apparve per tredici giorni divisi in due cicli: il primo dal 13 al 21 maggio, il secondo dal 28 al 31 maggio. 

Severino Bortolan

Geremia



Il male dilaga

2bDice il Signore:
'Il mio popolo passa da un delitto all'altro,
e non mi riconosce come suo Dio.
3Ognuno si guardi dal suo amico,
nessuno si fidi neppure di suo fratello,
perché ogni fratello cerca di imbrogliare
l'altro
e ciascuno calunnia l'amico.
4Tutti ingannano i propri amici,
nessuno dice la verità.
Si sono talmente abituati a mentire
che non possono fare a meno
di commettere il male.
5Commettono violenza su violenza,
un inganno dopo l'altro,
e rifiutano di riconoscermi
come il loro Dio'.
Così dice il Signore.

6Per questo, il Signore dell'universo dice:
'Metterò alla prova il mio popolo,
lo raffinerò come un metallo.
Non mi resta altro da fare, con loro.
7La loro lingua è come freccia mortale,
la loro bocca dice solo menzogne.
A parole, augurano il bene agli amici,
ma dentro di sé pensano solo a rovinarli.
8 E io non dovrei punirli
per il loro comportamento?
Non dovrei vendicarmi
di gente come questa?'.
Così dice il Signore.

La presenza reale




***
Dio non è soltanto la causa « fontale » dell’essere creato, ma è anche la « causa  finale ». Tutte le cose dipendono da Lui e hanno da Lui il loro essere e così anche tendono a Lui come a loro fine; per il fatto stesso che da Lui sono create, a Lui anche sono ordinate. Tutto, infatti, Egli ha creato per la sua gloria, ci dice la Sacra Scrittura.

Il Cristo è il fine ultimo dell’universo. Il cammino dell’uomo non porta al di là del Cristo. Egli è il Cuore del mondo e l’ultimo termine di tutta la storia. L’umanità intera non andrà mai oltre il Cristo. Ed Egli è presente. Il Cristo è presente come Colui che trascende ogni uomo, ogni mèta dell’uomo, tutta la storia. È questa presenza di Lui, tuttavia, che sollecita l’umanità a un cammino che non ha altro fine che Lui.
La vita dell’uomo, la vita di tutta l’umanità non ha in sé il suo fine: come l’uomo non si crea da se stesso, così in se stesso non raggiunge il suo fine. Principio e fine dell’uomo è Dio che è l’Eterno, ma l’uomo raggiunge Dio e si unisce a Lui nel Mistero del Cristo. Così il Cristo è il termine ultimo del suo cammino. Tutta l’umanità avrà conseguito il suo fine quando avrà raggiunto il Cristo e si sarà identificata con Lui.
Egli è presente; pur tuttavia il cammino della umanità sembra non poter aver mai fine tanto Egli trascende ogni uomo e l’umanità. Sotto le specie del pane e del vino Dio è presente per l’uomo: Dio in quanto è l’Amore che ama e si dona, in quanto è l’Amore che chiama e innalza.
Il cammino dell’uomo termina nella presenza del Cristo. Non esiste un cammino originale di storia per l’uomo. Se il Cristo è presente, la fine, pur non essendo mai raggiunta, è presente. L’universo la raggiungerà solo per un prodigio di amore, quando Egli stesso interverrà e ci avrà assunto in Lui. Dice San Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi che noi saremo vivi quando Egli ritornerà e ci trasporterà con Sé nelle nubi, nel Cielo (1Ts 4, 16-17). San Paolo parla di un intervento divino assoluto. Come fu un intervento assoluto la creazione, così sarà un intervento assoluto la fine. Il Cristo, che ora è presente ma nascosto, finalmente apparirà e in Lui, nella sua gloria manifesta, avrà fine la storia del mondo. Egli ci trarrà a Sé, ci farà una sola Ostia con Lui, un solo Sacrificio con Lui, un solo Amore con Lui al Padre e fra noi.
E tuttavia in Lui l’universo già ha raggiunto in qualche modo il suo fine, se Egli è presente. Non c’è cammino oltre il Cristo. Il suo Sacrificio rimane unico anche se cambiano i riti. La presenza del Cristo pone fine alla storia, è la fine stessa della storia del mondo.
« Tutto è compiuto »: Egli ha detto sulla croce. 
« Tutto è stato creato in vista di Lui », scrive San Paolo nella Lettera ai Colossesi (Col 1, 16). Ingenuo il giudizio di tanti, i quali ragionano come se il Cristo per gli uomini fosse soltanto una forza che li solleva e non anche il termine ultimo che essi debbono raggiungere! Egli è il fine del- l’universo. La creazione avrà raggiunto la sua mèta quando Egli l’avrà sollevata a Sé per un atto della sua onnipotenza di amore.
Tutta la vita del mondo consuma in Lui. Al di fuori della comunione col Cristo non c’è possibilità per l’uomo di conseguire il suo fine. Ma il Cristo è presente. In Lui l’uomo ha già raggiunto fin da ora, in qualche modo, alla sua mèta ultima: Dio.
La fine si accompagna al cammino. Noi camminiamo nel tempo, ma il nostro cammino suppone     « una presenza » che è già la fine del tempo. Del Signore non si dice che cammina con noi. Il Cristo è al di fuori del flusso del tempo, proprio perché Egli è realmente presente. Nell’atto della sua morte, Egli ha già raggiunto, non solo per sé ma per tutto l’universo, la fine. Nella presenza del Cristo l’uomo può trovare dunque già ora il suo riposo. Se, morendo, l’uomo dovesse rinunciare alle mète che saranno raggiunte nel tempo, l’uomo non potrebbe rassegnarsi alla morte. Con la sua morte termina il suo cammino; con la sua morte deve giungere alla fine. Ma se il Cristo, nella sua presenza, è già la fine del tempo, anche se l’uomo cammina con gli uomini, egli può raggiungere la fine se può inserirsi nel Cristo, se il Cristo lo assume.
Gli uomini di oggi non sono andati più avanti di San Giovanni l’Apostolo o di Sant’Agostino. Gli uomini che verranno domani non saranno più grandi della Vergine, Madre di Dio. La sua grandezza è nell’aver realizzato il Mistero del Cristo, nell’essersi unita intimamente a Colui che era presente.
L’atto liturgico sovrasta tutta l’attività umana e si pone come norma e mèta di tutto lo sforzo dell'uomo sia sociale e politico, sia ascetico e morale. Lo sforzo umano non solo ha dall’atto liturgico, anzi dal Mistero liturgico il suo orientamento sicuro, ma la sua forza e la sua stessa efficacia.
Lo sforzo umano non va aldilà di quella « presenza », non è che inserimento in quella « presenza ». Così l’uomo nella sua storia, nel suo cammino non va oltre la « presenza »: la mèta allo sforzo umano non è mai lontana e irraggiungibile; il cammino non procede in avanti, ma affonda nella « Presenza reale » perché « tutto » è già presente nel Mistero.
La fine accompagna il cammino. L’uomo realizza veramente se stesso se realizza la sua unione con Cristo; se lo raggiunge, in Lui egli ha raggiunto tutte le cose. Se entriamo oggi in comunione con una stella, la quale ci manda la luce da tre miliardi di anni ed questa stella non è più, quanto più possiamo comunicare oggi con Cristo che è presente, pur essendo la fine di tutto! Vivendo in Cristo la fine, l’uomo in Lui ha già superato tutti i tempi, già vive, nel cammino del tempo, l’immu- tabile presenza di un Dio che realmente si è dato al mondo nel Cristo.
Se ancora non siamo nel Cristo, è la sua presenza tuttavia che comanda la direzione del nostro cammino. Camminare può voler dire andar fuori di strada. La direzione al cammino la può dare soltanto la mèta. E l’uomo non conosce il cammino perché non conosce la mèta se il Cristo non è presente. Ma il Cristo è presente, Egli che è anche la realtà ultima, la fine di tutto.
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Divo Barsotti

Il Mistero dell’Iniquità



Solo Lei può aiutarvi!

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C) Un’errata interpretazione del Messaggio

Il 13 luglio 1917, la Madonna rivelò che se le Sue richieste fossero state esaudite, la Russia sarebbe stata convertita e il mondo avrebbe avuto un periodo di pace. Altrimenti, disse Maria, vi sarebbero state guerre, carestie e persecuzioni contro la Chiesa – il martirio dei buoni, la persecuzione contro il Papa e l’annientamento delle nazioni. È fondamentale che il significato delle parole della Madonna non venga circoscritto ad un periodo temporale caratterizzato dall’esistenza dell’Unione Sovietica e limitato quindi al XX Secolo. La Madonna non parlò mai di “Comunismo ateo” o di “Unione Sovietica”; eppure, durante l’esistenza di quest’ultima e specialmente nel periodo della Guerra Fredda, l’espressione “errori della Russia” venne generalmente interpretata come ad indicare semplicemente “il comunismo Sovietico”, mentre la “Russia” veniva identificata unicamente come Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Si tratta di un’interpretazione condizionata dal contesto storico in cui venne fatta, ma che continua ostinatamente a rimanere nella mente di tanta gente, anche al giorno d’oggi, persino tra coloro che cercano di comprendere ciò che voleva dire la Madonna con l’espressione “errori della Russia.”
Interpretando in questo modo il Messaggio della Madonna si è arrivati a credere, in modo dogmatizzato e tendenzioso, che gli eventi trattati nel Messaggio, specialmente quelli relativi al Segreto del 13 luglio, in realtà “appartengono ormai al passato”, per usare l’infelice espressione del cardinal Sodano. Mi chiedo se prima di pronunciare quelle parole il cardinal Sodano avesse guardato dentro una palla di cristallo, visto che una simile affermazione richiederebbe una certa conoscenza degli eventi futuri, e non mi pare che il cardinal Sodano abbia mai palesato una sua qualsiasi capacità profetica. Un’interpretazione di questi termini così semplicistica ed arbitraria, così come l’errata conclusione che essa ha ingenerato, si potrebbe giustificare solo se gli errori della Russia Marxista–Leninista fossero usciti fuori all’improvviso dal quartier generale Bolscevico a Mosca, magari provenienti direttamente dall’inferno, salvo poi cessare repentinamente con l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991. Ma non è così, perché l’Unione Sovietica non è certo nata né crollata in modo così semplice. Il movimento che ha portato alla creazione dell’URRS esisteva già in Europa e in America da moltissimi anni, e le sue radici storiche sono vecchie di secoli. Anche a distanza di vent’anni dalla costituzione della Federazione democratica Russa e dalla trasformazione dell’ex Unione Sovietica in una Comunità di Stati Indipendenti, quel movimento continua a vivere e prosperare – proprio come un’Idra dalle molte teste – malgrado la programmata decapitazione di una di esse. Quel movimento è infatti ciò che San Paolo definiva “il mistero dell’iniquità” (2 Tess 2,7) che “già opera” tra noi. 
La fase moderna di espansione di questo movimento ha origine con l’ascesa della Massoneria, che non è altro se non una religione, come ammesso apertamente in una lettera di scomunica della gran loggia madre d’Inghilterra alla Gran Loggia dell’Uruguay.19 Nella sua monumentale opera Morals and Dogma of the Ancient and Accepted Scottish Rite of Freemasonry  [“Morale e dogma del rito antico Scozzese accettato dalla Massoneria”] Albert Pike descrive in che cosa consiste questa religione. Pike e tutti i più importanti scrittori massonici descrivono la Massoneria come “gli Antichi Misteri”, cioè un amalgama sincretico di antichi misteri pagani. L’elaborazione moderna della cosmologia e della metafisica degli Antichi Misteri Massonici è contenuta nei sistemi filosofici di Spinoza ed Hegel, come risulta evidente dall’elaborazione che ne fa Pike in Morals and Dogma; l’elaborazione mistica e religiosa della setta viene invece riconosciuta dai luminari Massonici nelle parole e negli scritti di Pierre Teilhard de Chardin.20 Le “sacre scritture” della Massoneria, come afferma Pike nel suo Morals and Dogma, sono gli scritti panteistici e pseudo-ebraici della Cabala, in particolar modo il Libro di Zohar (come documentato più avanti nel libro).
L’assoluta incompatibilità tra la religione dell’Antico e Nuovo Testamento e quella degli “Antichi Misteri” neo-pagani della Massoneria, è fortemente radicata nell’opposizione e nell’inimicizia che vedono contrapposti da una parte “la Donna e la Sua stirpe” (Gen 3,15) e dall’altra il Serpente con la sua progenie. Non si tratta di un’iperbole o di un’allegoria, perché è lo stesso Pike, nel suo studio ufficiale sulla Massoneria, a confermare che quest’ultima è un culto del dio sole, tracciando un parallelo tra le divinità dell’antico Egitto e quelle di Babilonia e Canaan. Il “dio” della Massoneria, come riconosce Pike e come si desume dai rituali Massonici, è una divinità ibrida dal nome di “Jabulon”, che combina in sé il nome Ebraico di Yahweh con quello di Baal, fornendo così le basi di un dualismo panteistico che caratterizzava le antiche religioni, quella gnosis che si è letteralmente infiltrata nel Giudaismo e nel Cristianesimo e che a sua volta è sopravvissuta in alcune sette come quelle dei Manichei e degli Albigesi, tra le maggiori, per riemergere poi in tempi moderni nella Massoneria. In essa, la maschera dell’antico culto di Baal (cioè Belzebù, il “Principe della Terra”) viene finalmente infranta, e viene rivelato ai massoni dei livelli più alti il volto demoniaco del “principe di questo mondo” (Gv 12,31) per quello che è in realtà: un vero culto di Lucifero – come esclama ad un certo punto Pike: “Non dubitate di Lucifero, il portatore di luce!”21
***
Padre Paul Kramer

PREGHIERE CHE SCONFIGGONO I DEMONI



Preghiere sulle Alture 
              
Signore, Tu hai creato le alture per la tua gloria. 
              Fa che il nemico non controlli le alture. 
              Lego il principe della potenza dell'aria (Ef. 2.2). 
              Lego le potenze delle tenebre che controllano le onde radio e rilasciano brutture, violenza, e 
stregoneria attraverso i media nel nome di Gesù. 
              Prendo autorità sui principati dei media nel nome di Gesù (Dan. 8:20). 
              Lego la malvagità spirituale nelle alture (Ef 6:12). 
              Signore, distruggi gli idoli collocati sui luoghi alti (Lev. 26:30). 
              Demolisco le alture del nemico (Num. 33:52). 
              Io sono un re, e abbatto gli alti luoghi nel nome di Gesù (2 Re 18:04). 
              Rimuovo Neustan (precedente atto di Dio che divenne idolo) dalle alture (2 Re 18:04). 
              Rimuovo gli spiriti religiosi dai luoghi alti (2 Re 23:08). 
              Fa che il luogo del Tophet sia rimosso (Ger. 07:31). 
              Fa che il Tuo sacro fuoco bruci le alture. 
              Fa che gli alti luoghi della stregoneria siano distrutti nel nome di Gesù (2 Cron. 28:4). 
              Distruggi tutta la falsa adorazione nei luoghi alti (2 Cron. 28:25). 
              Fa che le alture siano eliminate tramite la tua unzione (2 Cron. 34:3). 
              Rimuovi ogni falso ministero nei luoghi alti (1 Re 12:31). 
              Rimuovi tutti gli dei stranieri dai luoghi alti (2 Cron. 14:03). 
              Rimuovi ogni altare satanico eretto sulle alture (2 Cron. 14:03). 
              Fa che tutti i posti alti stabiliti da qualsiasi sovrano empio siano rimossi nel nome di Gesù (2 
Re 23:19). 
 Che tutti gli alti luoghi di Baal siano eliminati (Ger. 19:5). 
              Profetizzo agli antichi luoghi alti e spodesto il nemico (Ez 36:1-3). 
              Fa che gli uomini giusti con la Tua saggezza siedano in alti luoghi statali della mia città e 
nazione (Prov. 09:03). 
              Camminerò sulle alture (Abacuc 3:19). 
              Fa che ogni alto luogo di malvagità che non è stato tolto venga rimosso (1 Re 15,14). 
              Fammi cavalcare sulle alture della terra, e fammi mangiare il prodotto dei campi, e fammi 
succhiare miele dalla rupe e olio dalla roccia durissima (Deut. 32:13). 
              Fa che tutte le alture costruite dai miei antenati siano rimosse (2 Re 18:04). 
              Non fare che i posti alti che i nostri padri spirituali distrussero siano ricostruiti (2 Cron. 33:3). 
              Fa che gli alti luoghi siano desolati (Ez 6:6).  
              Calpesto le alture dei malvagi (Deut. 33:29). 
              Spezzo il potere di qualsiasi sacrificio fatto in luoghi alti (1 Re 03:02). 
              Io cammino nello spirito di Giosia che ebbe a trattare con gli alti luoghi (2 Cron. 34:3). 
              Signore, apri fiumi nei luoghi alti (Is. 41:18). 


MISTICA CITTA’ DI DIO



Vita della Vergine Madre di Dio



SUOR MARIA DI GESÙ DI AGREDA (1602-1665)


Corrispondenza epistolare con il Re

Non c'è dubbio che uno degli episodi più simpatici della vita di suor Maria è quello delle sue relazioni con il re Filippo IV con il quale mantenne corrispondenza epistolare per lo spazio di più di vent'anni (1643-1665). Bisogna riconoscere che le relazioni di suor Maria con il re di Spagna non sono più che un capitolo, il più importante se si vuole, nel contesto delle molteplici relazioni e della variatissima ed estesa corrispondenza epistolare che la Venerabile sostenne con molteplici persone del suo tempo. Suor Maria scrisse lettere a papi, re, generali di Ordini religiosi, vescovi, nobili ed ogni ceto di persone della Chiesa e della società. Dunque, dando per scontato che molta di questa corrispondenza sia andata perduta, non si può fare a meno di restare ammirati considerando il volume, l'estensione, la qualità e varietà della sua attività epistolare e letteraria. Ben poté parlare Sandoval di un mondo in una cella. Veniamo dunque al tema della sua corrispondenza con Filippo IV.
Nel luglio del 1643 Filippo IV si trattiene ad Agreda, di passaggio per Saragozza. Visita suor Maria, e le propone l'idea di mantenere corrispondenza con lei. Il re le scriverà a mezzo margine, affinché la risposta della monaca vada nel medesimo piego. E, secondo l'accordo, pochi giorni dopo il re le scrisse da Saragozza la sua prima lettera. Così iniziò questa celebre corrispondenza, che si doveva interrompere solo con la morte della Venerabile. L'edizione di Silvela consta di 614 lettere, delle quali 314 sono della monaca, e il resto del re.
Che cosa cercava Filippo IV quando bussò alle porte di quel monastero? Aiuto soprannaturale senza dubbio, poiché i mezzi umani e naturali gli venivano meno per il momento. Il panorama della monarchia spagnola era inquietante: Catalogna sollevata, guerre e rivalità con Francia, Fiandre, Italia, Portogallo; mancanza di mezzi e soccorsi per attendere a tanti «impegni»... Il re progettava di allontanare da sé l'onnipotente valido conte duca di Olivares, che l'opinione popolare incolpava di tutti i disastri. Però solo e senza ministro, l'abulico Filippo IV che poteva fare? La coscienza gli diceva per di più che con la sua vita sregolata recava offesa a Dio. In tale angustia ricorre, pertanto, ad un'anima santa, confidando che con le sue preghiere di intercessione presso Dio, le sue luci e i suoi consigli, lo aiuterà ad uscire da quel labirinto.
Suor Maria non deluse le speranze che il re riponeva in lei. Con fedeltà e perseveranza esemplare si pose a rispondere alle lettere reali, dispiegando per questo mezzo un vero lavoro di rieducazione cristiana del monarca; nel medesimo tempo non tralasciò di dargli consigli appropriati in questioni di ordine politico o militare che il monarca le esponeva. Così, per esempio, in un momento in cui il re si sentiva tentato di passar sopra ai privilegi di Aragona, suor Maria lo avvertì che non lo facesse per nulla al mondo. Quando il re voleva estendere all'Aragona la giurisdizione dell'Inquisizione, suor Maria gli consigliò di lasciar da parte questo progetto, essendo inopportuno in quel momento; l'essenziale d'altronde era ottenere la cooperazione aragonese, per la quale doveva allentare i punti di contrasto. Dopo la riconquista di Barcellona, la monaca gli consigliò di porvi dei ministri che si accordassero bene con gli abitanti del luogo. Silvela è giunto a dire che la monaca di Agreda, con la sua chiaroveggenza e il suo intuito, salvò l'unità della Spagna in quell'ora veramente critica e decisiva.
Nell'ordine internazionale, convinse il re a fare la pace con la Francia. Ed effettivamente ebbe la consolazione di veder realizzato questo obiettivo con la firma della Pace dei Pirenei. Suor Maria ebbe una preoccupazione costante e generale nel consigliare la pace. Non le entrava in testa che per conquistare un castello dovessero morire tanti uomini redenti da Cristo:

«Per difendere cose terrene, piazze o regni (ha poca importanza che li tengano gli uni o gli altri) si sparge tanto sangue di cristiani, muoiono migliaia di migliaia di uomini, rovinano i re le loro faccende, tengono i poveri vassalli oppressi, pieni di tributi...».

La preoccupazione per i poveri, trasmettere al re le lagnanze, vessazioni e fatiche di questi, è un'altra delle costanti che si avvertono in queste lettere. Per inciso viene a dire che lo stato ecclesiastico sente poco la necessità della pace, perché ad esso non gli importano le conseguenze della guerra, che tanto affliggono i poveri.
Come pare, più di una volta suor Maria si sentì scoraggiata e tentata di sospendere quella corrispondenza, soprattutto vedendo la poca emenda del re (fatto che a lei non restava nascosto, poiché era al corrente delle cose della Corte); però la sostenne un fuoco di amore o ardore, che lei credeva infuso, e la impegnava a lavorare per quella monarchia, la cui causa veniva identificata con quella di Dio e della sua Chiesa.
Il re, da parte sua, quasi costantemente ripete nelle sue lettere l'aiuto che riceve dalla corrispondenza di suor Maria, la gioia con cui si prende il compito di scriverle, la fortuna che ritiene per lui l'averla conosciuta, la pena che sente quando la monaca tarda a rispondere. Senza dubbio, quello che confortava e commuoveva il re era soprattutto il vedere l'intima comprensione e il sincero interesse con cui quell'anima di Dio si dava da fare per il suo bene e per la causa della sua monarchia. Si vedano alcuni passi:

«In tutte le lettere che mi scrivi, trovo nuovi motivi di gradimento, poiché riconosco con chiarezza l'amore che mi porti e i desideri tanto vivi che hai del mio maggior bene, sia spirituale che temporale. Questo mi consola molto in mezzo alle preoccupazioni in cui mi trovo, poiché è grande aiuto in esse sapere che c'è chi desidera alleggerirle e chi lo procura con tanto sicuro e certo cammino, come quello dell'orazione»
«Con molto piacere ho ricevuto la tua lettera, come mi succede per tutte quelle che mi scrivi, e in verità non nascondono l'amore che mi porti e il fatto che desideri i miei successi, poiché tutto quello che mi riferisci in esse lo dichiara sufficientemente. Io questo lo apprezzo e lo gradisco molto, e torno a raccomandare di continuare questa buona opera che mi fai, che spero debba giovarmi molto; non trascurarla e non scoraggiarti nel ritenerti tanto umile strumento, poiché Dio cerca più questi che i superbi».
«Gran desiderio ebbi la settimana scorsa di rispondere alla tua lettera, però non mi fu possibile perché si accavallarono molti impegni nel momento in cui la staffetta partiva; ne ho risentito molto, perché non c'è per me miglior momento di quello in cui parlo con te, nel mondo che mi è possibile. Apprezzo e gradisco molto, suor Maria, quanto mi dici, l'affetto e il desiderio che mostri del mio maggior bene, nel quale riconosco quanto fine e sincera è l'amicizia che mi porti, poiché qualunque riga della tua lettera lo dice espressamente e, particolarmente, i santi e veritieri insegnamenti che mi dai in essa, tutto dirigendo alla mia salvezza, che è l'unico fine cui dobbiamo aspirare».

Un tratto che denota la delicatezza d'animo di suor Maria è l'assoluto disinteresse con cui servì il re. Intendiamo dire che mai approfittò delle sue relazioni con lui per ricavare vantaggi temporali per sé, il suo convento e i suoi familiari. A quel che pare, il fratello maggiore della Venerabile, Francesco, cercò di valersi dell'influsso di sua sorella per arrivare ad essere vescovo; le chiese di ottenergli un'udienza dal re. Suor Maria, che non riuscì a farlo desistere dal suo intento, avverti in precedenza il re della visita; gli suggerì di dirgli buone parole e di licenziarlo, senza però prendere sul serio le sue pretese.

Suor Maria di Gesù
Abbadessa del Monastero dell’Immacolata di Agreda dell’Ordine dell’Immacolata Concezione

FUGGITA DA SATANA



MICHELA 

La mia lotta per scappare dall'Inferno

«Benvenuta a casa»

Poco prima delle 20 ero davanti al comprensorio di Trigoria nel quale c'era anche la sede di Nuovi Orizzonti. La cosa incredibile è che non ho faticato per nulla a trovare questo posto: era come se ci fossi già stata. Chissà se anche in questo caso avevo avuto qualche istruzione più dettagliata sotto ipnosi... Ho suonato al citofono e mi hanno aperto il cancello. Ho percorso il viale d'accesso, sono entrata nel giardinetto e ho bussato nuovamente al portoncino della villetta a schiera dove viveva Chiara. Dopo qualche secondo un ragazzo mi ha aperto e dietro di lui ho visto Chiara che si alzava per venirmi incontro
È stato un attimo. Mi ha abbracciata con un sorriso e mi ha detto: «Benvenuta a casa». Mi sono sentita spiazzata, il suo abbraccio mi era arrivato dritto al cuore, insieme con la sensazione del suo amore. Era l'abbraccio di una madre, quell'abbraccio che io non avevo mai avuto la gioia di sperimentare prima di quel momento. E fu proprio quel semplice abbraccio a capovolgere completamente la mia vita. Subito Chiara, con dolcezza, mi ha invitato a sedere e a mangiare. Mi ricordo che c'era un tavolo da ping-pong attorno al quale erano seduti molti giovani. Così io mi misi a un altro tavolino, insieme con due ragazze, e mi ritrovai davanti un piatto di pasta al pomodoro con il parmigiano.
Mi sentivo a disagio in quell'ambiente. Io ero abituata a tavole con le tovaglie damascate, a ristoranti di lusso, con tre bicchieri, stoviglie d'argento e il piatto cambiato a ogni pietanza... Qui invece dovevo mangiare nello stesso piatto e con una sola forchetta, al fianco di tossici pieni di tatuaggi, ragazzi di strada che per me erano tutti delinquenti, i peggiori dei peggiori, indegni del minimo di considerazione. Mi dicevo: «Ma dove sono capitata...». Però con questi ragazzi dovevo parlarci, raccontando un sacco di storie per mantenere la mia copertura di brava ragazza che voleva mettersi a fare volontariato.
Al termine della cena Chiara mi ha portato nella sua stanza e abbiamo cominciato a parlare. Io mi sono mostrata molto determinata nel raccontarle che stavo affrontando un momento di scelta all'interno della mia vita e che mi sarebbe piaciuto potermi dedicare a tempo pieno a un'opera di solidarietà, abbandonando il lavoro che stavo facendo come chef in un grande ristorante.
Lei mi ascoltava con estrema attenzione e con un sorriso accogliente. Mi disse che aveva notato come fossi riuscita durante la cena a creare in pochissimo tempo una sintonia con i ragazzi che mi stavano accanto. Si mostrò però molto prudente a riguardo del lavoro: mi disse con decisione di non lasciarlo e di iniziare piuttosto ad andare periodicamente qualche giorno in comunità per conoscere meglio la realtà di Nuovi Orizzonti. Solo dopo alcuni mesi avrei potuto eventualmente valutare l'opportunità di chiedere un'aspettativa. Non mi aspettavo proprio quel tipo di risposta e mi sorpresi nell'accorgermi che per me fu davvero un colpo tanto che mi si riempirono gli occhi di lacrime. Era davvero incredibile ma quella che doveva essere solo una bella storia architettata per uccidere Chiara era già diventata per me un'esigenza. Era bastato quel primo abbraccio e quell'incontro così intenso con Chiara e i ragazzi della comunità Nuovi Orizzonti per sentire davvero nascere nel mio cuore un unico prepotente desiderio: "Voglio lasciare tutto, e venire a vivere qui! ".
Mi diedero un letto per dormire e il giorno dopo lo trascorsi a chiacchierare con i ragazzi della comunità e a osservare con attenzione tutto quanto avveniva. L'8 gennaio tornai alla stazione Termini per rientrare al lavoro. Avevo la prenotazione per il sedile centrale in uno scompartimento da sei. E, incredibile a dirsi, chi mi trovo di fronte, sul sedile dal lato del finestrino? La stessa suora di madre Teresa che avevo incontrato nella metropolitana di Roma. Non potevo sbagliarmi: lo sguardo, il volto, la borsa e il Rosario, anche il taglio rammendato nel vestito erano i suoi. Scese alla fermata prima della mia e dal marciapiede mi guardò con il suo sorriso serafico.
Giunsi nel tardo pomeriggio nella mia città e andai direttamente al ristorante. Volevo dare una mano per la preparazione della cena, ma mi accorsi subito che facevo fatica a lavorare. Il proprietario mi chiedeva se mi sentivo bene e io rispondevo di sì: però non percepivo i sapori, l'odore della cucina mi dava fastidio. Incominciavo anche ad avere strani dolori in tutto il corpo. Pensando che fosse lo stress di quei giorni decisi di tornare a casa. Mi stesi sul letto e mi accorsi che i piedi mi sanguinavano, ma non avevo ferite e non riuscivo a comprendere da dove uscisse quel sangue. Mi sentivo il cuore andare a mille e temevo che mi stesse venendo un infarto. Mi sono trovata ad aver paura e ho pensato: "E adesso chi chiamo?".
Durante i due giorni romani la Dottoressa non mi aveva mai contattata. Evidentemente l'ultima telefonata, nella quale il 5 gennaio le avevo detto che mi era stato confermato l'appuntamento con Chiara, l'aveva sufficientemente rassicurata. Pensavo a lei e contemporaneamente mi rivedevo davanti i sorrisi di Chiara e della Missionaria della Carità che si intrecciavano nella mia mente. Non riuscivo a comprendere come mai il ricordo di queste due persone mi desse pace e invece l'idea di dover incontrare la Dottoressa mi provocasse ansia: era la prima volta in assoluto che avevo una sensazione del genere.
Decisi di telefonare a Chiara e mi rispose proprio lei, subito. Riuscì a tranquillizzarmi. Poi mi barricai in casa, perché nel frattempo quelli della setta avevano cominciato in maniera sempre più insistente a cercare di mettersi in contatto con me. Come precauzione avevo parcheggiato la macchina lontano da casa, tenevo tutte le serrande chiuse e non rispondevo né al telefono né al citofono. Loro però continuavano a suonare a ogni ora del giorno e della notte, perché certamente erano molto preoccupati per gli sviluppi della vicenda.

venerdì 27 dicembre 2019

LA VERGINE MARIA negli scritti di Luisa Piccarreta



Il dolore della nostra Madre per quello che soffrono i suoi figli 

“…Poi, verso notte, sono ritornati Gesù e la Regina Mamma, chiamandomi per nome, come se volessero che prestassi attenzione. Come era bello vedere la Mamma e Gesù parlare insieme.  
La mia Mamma Celeste diceva: “Figlio mio, che fai? È troppo quello che vuoi fare. Ho i diritti di madre e Mi dolgo che i figli debbano tanto soffrire. Vuoi aprire il cielo ai flagelli e distruggere creature e gli alimenti che serviranno a nutrirli, e di mali contagiosi vuoi inondarli: come faranno? Tu dici di voler bene a questa mia figlia: quanto ne soffrirà se ciò farai? Per non amareggiarla non lo farai”.  
E Lo tirava verso di me, ma Gesù rispondeva deciso: “Non posso; molti mali distolgo per causa sua, ma tutto no. Mamma mia, facciamo passare il turbine dei mali, affinché si arrendano”.  E poi dicevano tante altre cose tra Loro, che io non capivo tutto… (12°, 28-5-1918) 

a cura di P. Pablo Martín 

L’Eucaristia



Gesù sia la sorgente della vostra gioia, della vostra pace, della vostra felicità qui sulla terra e, un giorno, lassù nell’eternità.
*
Amate Gesù nel Sacramento dell’amore. Lui è il vostro tesoro. Vivete per Lui, per Lui lavorate, a Lui stringetevi nei momenti più oscuri. Gesù sia la sorgente della vostra gioia, della vostra pace, della vostra felicità.
*
“Prendete e mangiate…
Mangiate le mie forze, sono a vostra disposizione, vi voglio servire con esse.
Prendete e mangiate le mie capacità, il mio talento, se può esservi utile.
Prendete e mangiate il mio cuore, affinché con il suo amore esso riscaldi e illumini la vostra vita.
Prendete e mangiate il mio tempo, sia a vostra disposizione.
Prendete me, anche se ciò dovesse essere per me duro; sono vostra come Gesù-Ostia è mio.


MADRE ORSOLA LEDÓCHOWSKA

Cristiani, musulmani, ebrei, hanno lo stesso Dio? NO!



IL CONCETTO DI DIO NEL CORANO 

La logica pura non è stata certo il forte di Maometto. Per esempio, il concetto di Dio, la sua natura, i suoi attributi, le sue relazioni con mondo creato, nel Corano si trovano solo alle prese con contraddizioni d'ogni genere. Ecco quali nozioni egli ci dà di Dio, Allah. 
Prima di tutto, inculca il monoteismo: "Dì: Egli, Iddio, è unico; Iddio, l'eterno; non generò e non è generato, ed a Lui non è eguale nessuno"'. Accusa i cristiani di idolatria perché credono e insegnano che Cristo è figlio naturale di Dio e Dio Egli stesso. 
Per Maometto, invece, Gesù Cristo è un uomo come tutti gli altri; nato non da uomo, però, ma da un prodigioso miracolo di Dio, e innalzato alla dignità di Profeta (inferiore, comunque, a Maometto!) e di "Legato" di Dio al suo popolo ebraico2• 
Di Dio dice: Egli è il creatore di tutte le cose e in tutto è perfetto e sapiente3• Egli è l'Altissimo che creò, confermò e tutto decretò e dirige secondo il suo decreto4• Egli è colui che ha mandato dal cielo l'acqua, e per essa produsse il seme di ogni cosa, ed estrasse da essa il verde, dal quale fa uscire un grano insieme agglomerato; le palme dai cui rami pendono grappoli serrati; e orti dalle uve, e le ulive e le melagrane, tra loro simili e non tra loro simili. Osservate i loro frutti quando fruttificano e la loro maturità. Certamente, in ciò sono i segni della divina potenza per gli uomini che credono5• 
Tutto questo, Dio lo ha fatto senza alcuna fatica6• Anche l'uomo è opera di Dio. Fu creato dalla polvere. Anche gli angeli sono a lui sottomessi, perché sue creature7• Ed è Dio che mantiene in vita tutte le cose; se a lui piacesse, potrebbe distruggerle tutte, ridurle al nulla e poi crearne altre e migliori. Egli abbatte e crea i popoli e le nazioni con un solo "Fiat! ". 
Dio, poi, è l'onniscente, e vede tutto ciò che avviene nell'universo. Nulla sfugge al suo occhio scrutatore, neppure il minimo pensiero che passa, volando, nella mente dell'uomo, perché Egli è colui che tiene "le chiavi del mistero, né le conosce se non lui; e lui sa quel che si nasconde nella terra e quel che si sperde nel mare, e non cade foglia che egli non lo sappia, né un grano solo è nelle tenebre della terra, né uno stelo fresco, né uno stelo secco che non sia scritto nel libro manifesto8• 
Dio, poi, è clemente, misericordioso, ma anche vendicatore spietato, per cui, per sfuggire queste vendette, gli uomini lo lodino mattina e sera, senza mai stancarsi o lasciarsi distrarre da cosa alcuna9• 
Dio è libero nel suo operare; fa ciò che vuole e nessuna creatura può alzare la voce contro i suoi voleri10• Egli, invece di tanti popoli differenti per razza e religione, avrebbe potuto farne uno e dotato di una sola religione; al contrario, egli ha poste le differenze di razza e, nella stessa razza, le differenze sociali, affinché alcuni uomini stiano sopra gli altri, ed altri stiano in servitù1\ poiché egli elargisce i suoi doni a chi vuole, o li misura.a chi vuole12• Ma essendo libero, Dio fa anche errare e dìtige chi vuole. "Certamente, Dio farà errare chi vuole e dirigerà chi vuole'm. E ancora: "Niente accade ali 'uomo di bene o di male se non per volontà di Diom4• E dice di peggio, insegnando che Dio ha ispirato nell'anima dell'uomo la malizia, l'istinto al male15• 
Quindi, per Maometto, l'uomo, di fronte al bene o al male, è un irresponsabile, perché sarebbe necessitato ad agire da un istinto intrinseco, cioè da una forza superiore e indipendente dalla sua volontà. 
Ora, ognuno può vedere la conclusione disastrosa a cui portano i dettami di Maometto; e cioè: verso un fatalismo immorale, paralizzatore e distruggitore di ogni iniziativa privata e sociale, anche buona. Infatti, perché darsi da fare per un ideale o l'acquisto di un bene, quando è già stabilito da Dio che non lo si potrà raggiungere? .. Perché vivere in virtù, fare digiuni, preghiere, penitenze, se è già decretato, ab aeterno, che io sia dannato? .. Perché cercare di diventar migliore, se Dio mi tiene inchiodato al male? .. 
Nelle sue continue contraddizioni, Maometto insegna ugualmente che l'uomo sarà premiato, o punito, a secondo delle azioni che farà, non accorgendosi della sua illogicità e immoralità della sua dottrina. Egli, per tutto il Corano, parla illogicamente di pene eterne e di gioie eterne nel suo Paradiso! 


sac. Luigi Villa