lunedì 19 aprile 2021

SULLA PREGHIERA

 


LA CONTEMPLAZIONE 


La Contemplazione in genere 

 

          Prima guardiamo la natura generale della contemplazione, poi diamone una definizione, e infine diciamo qualche parola sulla sua perfezione. 

          a) Natura generale della contemplazione 

          Come preghiera la contemplazione richiede il raccoglimento; come preghiera mentale costituisce un tipo di conoscenza e amore e dunque anche un tipo di unione a Dio: tutti questi elementi si trovano nella contemplazione in modo particolare ed intenso. Ascoltiamo le parole del Dottore della Chiesa sant’Alberto al riguardo: egli si riferisce qui al passo sulla camera chiusa che abbiamo menzionato sopra in rapporto alla preghiera in genere. 

         ‘Dio è Spirito, e coloro che Lo adorano devono adorarLo “in ispirito e verità” (Gv. 4.23), devono cioè adorarLo con una conoscenza ed un amore, una intelligenza ed una volontà spogli di ogni illusione terrena. Infatti il Vangelo dice: “Quando adorate, entrate nella vostra casa” (Mt. 6.6), ossia nell’intimo del vostro cuore, e “dopo aver chiusa la porta” dei vostri sensi, con cuore puro, con coscienza senza rimproveri, con Fede senza finzione: Pregate il Padre in ispirito e verità, nel segreto della vostra anima’.  

          ‘L’uomo saprà realizzare questo ideale quando sarà disinteressato e spogliato di tutto, quando sarà intieramente raccolto in sé stesso, quando avrà messo da parte e dimenticato l’universo intiero per mantenersi nel silenzio in presenza di Gesù Cristo, mentre la sua anima purificata eleverà con sicurezza e confidenza i suoi desideri a Dio, e con tutto lo slancio del suo cuore e del suo amore si dilaterà, si inabisserà, si infiammerà, si immedesimerà in Lui, sin nel più intimo del suo essere, con una sincerità ed una pienezza senza limiti.’ 

          Padre Augustin Guillerand dice: ‘«Chiudi la porta ed entri». Per spiegare [la contemplazione] occorrono solo queste due frasi, che in realtà sono la stessa cosa. Rappresentano un movimento, poiché tutto ciò che ci unisce a Dio è movimento. Le parole si relazionano a due termini o fini. Se parliamo del terminus a quo (cioè ‘da’), dicono (e fanno ciò che dicono): Chiudi. Se pensiamo al terminus ad quem (cioè ‘a’), dicono: Entri. Bisogna chiudere la porta su tutto ciò che non è, ed entrare in Colui Che è. Ecco il segreto della preghiera’. 

          b)  Definizione della contemplazione 

La definizione classica della contemplazione è ‘la vista semplice ed affettuosa di Dio (o delle cose divine)’. San Tommaso la definisce invece come ‘la semplice intuizione della Verità’: simplex intuitus Veritatis. La Verità in questione è Iddio Stesso come oggetto della Fede: Iddio come Verità sovrannaturale, Che il soggetto conosce tramite la contemplazione.  

Con la seconda definizione san Tommaso recide la conoscenza dall’amore, e intende la contemplazione solo come conoscenza, come un’attività puramente intellettuale? Ciò sarebbe contrario alla concezione della preghiera mentale che, come abbiamo proposto sopra, è un insieme di conoscenza e di amore. Bisogna rispondere che san Tommaso non recide i due elementi, bensì li collega spiegando che la conoscenza, che è la contemplazione vera e propria, è collegata all’amore in quanto ne è sia la causa che l’effetto (Summa II II q.180, a.1).  

Come abbiamo detto, per sua stessa natura la contemplazione si realizza per opera della Grazia. Per questo si chiama anche ‘gratuita’ o ‘sovrannaturale’. E difatti è Dio Stesso che sceglie il momento, il modo, e la durata della contemplazione; è Lui anche che mette l’anima nello stato passivo, o mistico, possedendo le sue facoltà per agire in esse e mediante esse, come il vento nella vela, con l’accondiscendenza libera del soggetto. 

c)  Perfezione della contemplazione 

C’è una scala di perfezione nella preghiera, il cui primo gradino è la preghiera vocale, il secondo la meditazione discorsiva, il terzo la meditazione affettiva, il quarto la contemplazione attiva, il quinto la contemplazione passiva.  

Ciò che rende più perfetto un tipo di preghiera rispetto a un altro è il modo in cui vi partecipa Dio. La contemplazione è il tipo di preghiera più perfetto che ci sia in quanto raggiunge un’unione più stretta ed intima a Dio che tutti gli altri tipi di preghiera, ed in quanto coinvolge direttamente l’azione di Dio nell’anima. 

Ora, la perfezione della preghiera corrisponde alla perfezione morale di colui che prega in collaborazione colla Grazia. Ciò è chiaro in quanto più perfetta e pura è l’anima, più si può unire a Dio.  

Abbiamo già visto che la preghiera vocale e la meditazione discorsiva appartengono alla via purgativa: la via dei principianti; che la meditazione affettiva appartiene alla via illuminativa: la via dei progredenti; e che la contemplazione appartiene alla via unitiva: la via dei perfetti. E siccome tutti possono raggiungere la perfezione morale, così tutti possono anche raggiungere la perfezione della preghiera. Se la contemplazione appartiene alla vita mistica, non solo ‘i mistici’ possono raggiungerla dunque, ma, come dichiara san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, tutti i fedeli. Anzi, non solo possono, ma anche devono raggiungerla. Per questo scopo comunque occorre santificarci. 

San Giovanni Cassiano, nei suoi Colloqui coll’abbate Isaac sulla preghiera, scrive sul rapporto tra la santificazione e la contemplazione (I.4): ‘L’anima può con assai apparenza essere paragonata ad una piumina fina, o una piuma leggera. Se nessuna umidità le sporca né le penetra, la mobilità della loro sostanza fa sì che al minimo soffio si elevino come naturalmente verso le alture dell’aria… Se i vizi e gli affanni del mondo non vengono ad appesantirla (l’anima), o la passione colpevole a sporcarla, sollevata in qualche maniera dal privilegio innato della sua purezza, al soffio più leggero della meditazione spirituale si eleverà verso le alture, e, abbandonando le cose di quaggiù, passerà alle celesti ed invisibili’. 

Vediamo che la mortificazione, di cui abbiamo già parlato come preparazione alla preghiera mentale in genere, è ancor più importante per la contemplazione, anzi, come abbiamo già fatto notare, è addirittura essenziale. 

San Giovanni della Croce dà alcuni esempi degli ostacoli alla purezza del cuore e del distacco completo da tutto, che è necessario alla contemplazione (Salita I 1. XI, n. 3): ‘…il chiacchierare molto, qualche leggero attacco che non si ha il coraggio di rompere a persona, vestito, libro, cella, cibo preferito, a piccole familiarità, a leggiere inclinazioni ai propri gusti, a volere sapere tutto e sentire tutto, ad altre simili soddisfazioni. Fa lo stesso che un uccello sia legato ad un filo sottile o ad uno grosso; perché, sebbene sottile, vi starà legato come al grosso, finché non lo spezzerà per volare… E così è dell’anima che è attaccata a qualche cosa: per quanto sia virtuosa, non giungerà alla libertà della divina unione’.  

La lotta per raggiungere la purezza e la perfezione è soprattutto una lotta contro il proprio ‘io’. Padre Tommaso di Gesù OCD parla di ‘una continua abnegazione ed una perfetta conformità alla Volontà Divina’.  

Scrive Riccardo di San Vittore (in un brano che ricorda quello di s ant’Agostino citato all’inizio di questo trattato) che ‘c’è più bisogno di compunzione che d’investigazione, di sospiri che di argomenti, di gemiti che di ragionamenti. Sappiamo, in effetti, che non c’è nulla che lavi le impurità del cuore, ristori la purezza dell’anima, dissipi le nubi dello spirito e vi porti serenità, se non una profonda ed intima compunzione. «Beati», dice la Sacra Scrittura, «coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio»’. Lo stesso teologo commenta: ‘Non è una cosa facile né poco importante, per l’anima dell’uomo, prendere la forma dell’angelo, uscire dalle abitudini umane, acquistare le ali spirituali ed elevarsi alle cose sovrannaturali’. 

‘ Applichiamoci quindi alla purezza del cuore, se desideriamo vedere Dio, se abbiamo premura di elevarci alla contemplazione delle cose divine’. 

La compunzione implicata nella conoscenza della propria nullità e miseria è il preludio alla ‘saetta infuocata del divino amore che brucia e consuma ogni difetto’, nella parola di santa Camilla Battista da Varano. ‘Quale filosofia è quella di conoscere sé stesso e di conoscere Dio per quanto è capace la natura umana! …Chi sei tu e chi sono io? Nel fissare lo sguardo su questo punto, l’anima stupisce d’ammirazione ed estasi. Inoltre riceve una luce smisurata di un gusto indicibile, con la quale, anche se tutti la esaltassero, non potrebbe smuoversi dalla chiara conoscenza della propria nullità’.  

Comunque, come abbiamo già fatto notare sopra, i nostri sforzi morali non bastano da soli per raggiungere la purezza e la perfezione di cui si tratta qui, ma devono essere accompagnati dalla Grazia. Questa Grazia dobbiamo supplicarla, e supplicarla con fervore. 

La lotta contro il proprio ‘io’ è una morte a sé stessi, da intraprendere, come insegna san Bonaventura, in unione alla Passione ed alla Morte del Signore. Abbiamo già visto in vari modi la centralità del Suo divin sacrificio per la preghiera: questa ha valore per ed in unione con esso; la preghiera vocale trova in esso la Sua espressione definitiva e più sublime; la meditazione vi trova il suo oggetto più adatto e fecondo. Abbiamo già visto quanto è necessaria per pregare e per progredire nella preghiera la mortificazione di noi stessi. Vedremo in seguito quanto essa sia necessaria anche per salire tutti i mistici gradini della contemplazione verso la visione beatifica di Dio.  

Questa mortificazione, questo sacrificio di noi stessi, come anche la preghiera stessa, ha valore solo per ed in unione al sacrificio del Signore. L’unione consapevole del nostro sacrificio al Suo ci fa vivere più pienamente, più profondamente, e con maggior devozione e frutto spirituale questo nostro sacrificio. 

Come conclusione memorabile della sua opera Itinerario dello spirito verso Dio scrive il Doctor seraphicus: ‘Se chiedessi come si possano fare queste cose 3 chiederei alla Grazia, non alla scienza; al desiderio e non all’intelligenza; ai gemiti della preghiera e non allo studio dei libri; allo Sposo e non al maestro, a Dio e non all’uomo; all’oscurità e non alla chiarezza; non alla luce che brilla ma al fuoco che infiamma completamente e trasporta in Dio per le unzioni eccessive e le più ardenti affezioni: quale fuoco è Dio, “il Cui camino è in Gerusalemme”, che Cristo accende nel fervore della Sua ardentissima Passione! Questo lo può percepire solo colui che dice: “La mia anima ha eletto il volo e le mie ossa la morte”. Chi ama tale morte può vedere Dio, poiché indubitatamente è vero che: “L’uomo non Mi vedrà e vivrà”. Moriamo dunque ed entriamo nelle tenebre; imponiamo silenzio alle nostre preoccupazioni, concupiscenze, ed immaginazioni; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, avendo visto il Padre, possiamo dire con Paolo: «La mia Grazia basta»; esultiamo con Davide dicendo: «La mia carne ed il mio cuore vengono meno, Dio del mio cuore e mia parte in Eterno. Benedetto sia il Signore in Eterno, e tutto il popolo dirà: Fiat, fiat, Amen»’. 

Padre Konrad zu Loewenstein 

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