1Il re di Babilonia Nabucodonosor aveva schierato tutto il suo esercito per assediare la città. Era il decimo mese del nono anno del regno di Sedecia re di Giuda. 2Dopo un anno e mezzo, nell'anno undicesimo del regno di Sedecia, nel giorno nove del quarto mese, i Babilonesi aprirono una breccia nelle mura della città. 3Vi entrarono tutti gli ufficiali del re di Babilonia e stabilirono il comando vicino alla porta Centrale: erano Nergal-Sarezer, Samgar Nebo, Sarsechim capo dei funzionari, Nergal-Sarezer capo degli indovini e altri ufficiali del re di Babilonia. 4Appena il re Sedecia e i suoi ufficiali se ne accorsero, cercarono di fuggire dalla città durante la notte. Attraversarono il giardino del re e, passata la porta fra le due mura, si diressero verso la valle del Giordano. 5Ma i soldati babilonesi li inseguirono, e raggiunsero Sedecia nella pianura vicino a Gerico. Lo fecero prigioniero e poi lo condussero da Nabucodonosor re di Babilonia che allora si trovava nella regione di Camat, a Ribla. Qui, Nabucodonosor pronunziò la sentenza contro Sedecia 6e la fece eseguire sul posto: ordinò di uccidere i figli di Sedecia sotto gli occhi del padre e fece uccidere anche tutte le persone importanti di Giuda. 7Poi fece cavare gli occhi al re Sedecia e ordinò di legarlo con una doppia catena per condurlo a Babilonia. 8Intanto a Gerusalemme i Babilonesi avevano incendiato il palazzo reale e le case della gente, e avevano demolito le mura della città. 9Poi il comandante generale Nabuzaradan fece deportare a Babilonia la popolazione rimasta in città e tutti quelli che si erano arresi. 10Invece lasciò nel territorio di Giuda la gente più povera, quelli che non possedevano nulla, ed assegnò loro, in quell'occasione, vigne e campi.
I Babilonesi liberano Geremia
11Il re di Babilonia, Nabucodonosor, aveva dato al comandante generale Nabuzaradan le disposizioni seguenti nei confronti di Geremia: 12'Va' a cercarlo e abbi cura di lui. Bada che nessuno gli faccia del male, anzi concedigli tutto quel che vuole'. 13Così Nabuzaradan si mise d'accordo con Nabusazban capo dei funzionari, con Nergal-Sarezer capo degli indovini e con gli altri ufficiali del re di Babilonia: 14diede l'ordine di andare a liberare Geremia dall'atrio della prigione. Lo affidarono a Godolia, figlio di Achikam e nipote di Safan, perché lo accompagnasse a casa sano e salvo. Così Geremia tornò a vivere tra la sua gente.
Promessa di salvezza per Ebed-Melech
15Al tempo in cui Geremia si trovava ancora rinchiuso nell'atrio della prigione, il Signore l'aveva incaricato 16di riferire a Ebed-Melech, l'Etiope, queste parole: 'Ascolta il messaggio del Signore dell'universo, Dio d'Israele: Avevo annunziato la distruzione e non il benessere per questa città. Tra poco porterò a compimento le mie minacce e tu stesso potrai vederle attuate. 17Infatti io, il Signore, ti proteggerò e non ti lascerò cadere nelle mani degli uomini che ti fanno tanta paura. 18Sta' tranquillo, ti salverò da una morte violenta. Avrai salva la vita perché hai avuto fiducia in me. Te lo prometto io, il Signore'.
IL DISEGNO DIVINO NELLA NOSTRA PREDESTINAZIONE ADOTTIVA IN GESÙ CRISTO
Riprendiamo ora l'esposizione particolareggiata, seguendo il testo dell'apostolo. Questa esposizione porterà inevitabilmente con sé qualche ripetizione, ma io confido che la vostra carità le sopporterà in ragione dell'elevazione e dell'importanza di queste questioni così vitali. Noi non possiamo penetrare bene la grandezza di questi dogmi e la loro fecondità per le anime nostre che prolungandone un po' la contemplazione.
In ogni scienza, come sapete, ci sono dei principi primi, dei punti fondamentali, che bisogna conoscere subito, perché su di essi riposano tutti gli sviluppi ulteriori e le ultime conclusioni. Questi primi elementi vogliono essere tanto più approfonditi e reclamano tanto più attenzione in quanto le loro conseguenze sono più importanti e più estese. Il nostro spirito, veramente, è così fatto che si disgusta facilmente dell’analisi e della meditazione delle nozioni fondamentali.
Ogni iniziazione ad una scienza, come le matematiche, ad un'arte, come la musica, ad una dottrina, come quella della vita interiore, esige un'attenzione, alla quale il nostro spirito si sottrae volentieri. Nella sua impazienza naturale "esso vorrebbe correre subito agli svolgimenti per ammirarne l'ordine, alle applicazioni per coglierne e gustarne i frutti.
Ma è da temere che, se non approfondisce i principi con cura, non manchi poi di solidità negli sviluppi che potrà trarne in seguito, per quanto questi sembrino brillanti.
Le conclusioni saranno spesso instabili e le applicazioni avventate.
Perciò io non esito a ritornare con voi su queste verità fondamentali, a rischio di fare delle ripetizioni. Non sentite voi stessi, d'altronde, che solamente restando nel cuore del dogma, potremo attingervi vita, gioia e fecondità per le anime nostre.
Secondo il pensiero di S. Paolo, di cui, cominciando, vi ho citato le parole, questo disegno può riassumersi in tre grandi linee: - Dio vuol comunicarci la sua santità. «Dio ci ha scelti per essere santi ed irreprensibili»; - questa santità consiste in una vita di figli adottivi, vita di cui la grazia è il principio ed il carattere soprannaturale: «Dio ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi»; - infine, e soprattutto, questo mistero ineffabile non si effettua che «per opera di Gesù Cristo».
Dio ci vuole santi. È la sua volontà eterna; perciò ci ha eletti. (1) «La volontà di Dio è la vostra santificazione», dice ancora S. Paolo (2).
Dio desidera, con volontà infinita, che siamo santi. Lo vuole perché è santo egli stesso (3); perché ha posto in questa santificazione la gloria che aspetta da noi (4) e la gioia di cui desidera saziarci (5).
Ma che cosa vuol dire «essere santo»? Noi siamo creature, la nostra santità non esiste che per mezzo di una partecipazione a quella di Dio; per comprenderla, noi dobbiamo dunque risalire fino a Dio. Egli solo è santo per essenza, o, piuttosto, è la stessa santità.
La santità è la perfezione divina, che forma l'oggetto dell'eterna contemplazione degli angeli. Aprite il libro delle Scritture. Voi constaterete che, due volte soltanto, il cielo si è aperto davanti a due grandi profeti, l'uno dell'Antica Alleanza, l'altro della Nuova, Isaia e Giovanni. E che cosa hanno veduto? Che cosa hanno inteso? Tutti e due hanno veduto Dio ella sua gloria, tutti e due hanno veduto gli spiriti celesti circondare il suo trono, tutti e due li hanno sentiti cantare senza posa, non la bellezza di Dio, né la sua grandezza, ma la sua santità: Sanctus, Sanctus Sanctus, Dominus Deus exercituum, plena est omnis terra gloria eius (6).
Sono parole di autentici vaneggiamenti conciliari!.. Pio XII, sempre nella sua “Mediator Dei”, lo ebbe a dire:
«... Si deve osservare che sono fuori della verità e del cammino della retta ragione coloro i quali, tratti da false opinioni, attribuiscono a tutte queste circostanze tale valore da non dubitare di asserire che, omettendole, l’azione sacra non può raggiungere lo scopo prefissosi.
Non pochi fedeli, difatti, sono incapaci di usare il “Messale Romano”, anche se è scritto in lingua volgare, né tutti sono idonei a comprendere rettamente, come conviene, i riti e le cerimonie liturgiche!
L’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono egualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti, o da azioni sacre, compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime, non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli!
Chi dunque potrà dire, spinto da tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile, come, ad esempio, meditando piamente i misteri di Cristo, o compiendo esercizi di pietà, e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dei sacri riti, ad essi, tuttavia, corrispondono per la loro natura!».
Quale grande sapienza “pastorale”, psicologica, penetrante le più intime fibre dell’animo umano in queste parole di Pio XII!
Purtroppo, invece, un altro frutto del Modernismo in atto è anche la “mutilazione della Messa”, il cui creatore fu il framassone mons. Annibale Bugnini che riuscì a strappare il consenso a Paolo VI.
E così, adesso, abbiamo una Messa bugniniana-massonica col “Dio dell’Universo”, col “panis vitae”, col “potus spiritualis”... Nella “traduzione tedesca”, sempre nel testo latino, la parola “hostia” (= vittima, sacrificio cruento) è tradotta sempre come “dono” (Gabe), mentre la traduzione italiana, qualche volta, conserva la parola “sacrificio”.
Ancora: mentre nella traduzione italiana del nuovo mini Offertorio (detto anche “preparazione dei doni”!) conserva la preghiera “Orate, frates”, in cui, oltre al concetto di “sacrificio”, c’è anche una traccia di differenza tra sacerdote e popolo (“il mio e vostro sacrificio”!), nella traduzione tedesca, invece, si fa dire al sacerdote: “Preghiamo che Dio onnipotente accetti i “doni” della Chiesa come lode e per la salute del mondo intero”!.. e poi, più sotto, si legge: “ovvero un altro invito idoneo alla preghiera”; il che significa:
piena libertà per invenzioni fantastiche!
Ma anche lo stesso “Messale nuovo” è un grande scandalo! Bisognerebbe leggere, qui, il “Breve esame critico delNovus Ordo Missae” dei cardinali Bacci e Ottaviani,in collaborazione con grandi “esperti”, pubblicato nel 1969, che contiene un grave giudizio da parte dell’allora Prefetto del Sant’Uffizio!..
Cominciamo dalla definizione di Messa (paragrafo 7:“De structura missae”, nella “Istitutio generalis”, o preambolo del Messale:
«La “Coena dominica”, o Messa, è la sacra assemblea del popolo di Dio che si raduna sotto la presidenza del prete percelebrare la cerimonia del Signore. Perquesta assemblea locale della Sancta Ecclesiavale in modo eminente la promessa di Cristo: “dovunque due o tre persone sonoriunite nel mio nome, Io sono in mezzo aloro»!..
Ed ecco il commento del card. Ottaviani:
«la definizione di “Messa” è dunque limitata a quella di “cena”, il che è poi continuamente ripetuto. Tale cena è inoltre caratterizzata dall’assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal compiersi il “memoriale delSignore”, ricordando quello che egli fece il giovedì santo. Tutto ciò non implicané la“presenza reale”,né la“realtà del sacrificio”,né la sacramentalità del sacerdoteconsacrante,né il valore intrinseco del sacrificio eucaristico, indipendentemente dalla presenza dell’assemblea; non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali della Messa che ne costituiscono, pertanto, la vera definizione.Qui, -conclude il cardinale - l’omissione volontaria equivale al loro superamento, quindi,almeno in pratica, alla loro negazione!».
Ce n’è abbastanza perdire che quella definizione di“Messa” era “eretica”! E il Papa Paolo VI, leggendo quello scritto dei due cardinali, ne ebbe paura efece cambiarequel “paragrafo 7”,correggendolo;4ma lo si fece in parte,però, perché il “testo della Messa” è rimasto ancora tale equale! Non fu cambiata una parola!
Con quella “furba” riparazione, gli “errori” di quel paragrafo sembrerebbero riparati. Invece, no! La “Messa”rimane “cena”, come prima; il “sacrificio” è solo un “memoriale”, come prima;la “presenza di Cristo” nelle duespecie è qualitativamente uguale alla sua presenza nell’assemblea, nel prete e nella sacra Scrittura. I laici (e molto clero!) non hanno notato la sottile distinzione del “sacrificiodell’altare”, detto, adesso, “duraturo”; ma la “mens”deicompilatori è quella, spiegata da Rahner nel suo commento al“Sacrosanctum Concilium”,art. 47:
«L’art. 47 contiene - era già nel Concilium! -una descrizione teologica dell’Eucarestia.Due elementi sono specialmente degni diattenzione: si parla di lasciar“durare” ilsacrificio di Cristo, mentre le espressioni“repraesentatio”(Concilio di Trento)e “renovatio”(testi papali più recenti)sonostate evitate di proposito. La celebrazione eucaristica è caratterizzata con una parola, presa dalla recente discussione protestante, e cioè: “memoriale della morte e della risurrezione di Gesù”».
PREGHIERE DI LUISA PICCARRETA CHE SI TROVANO NEI SUOI SCRITTI
“In tutti i momenti, in tutte le ore voglio sempre amarti con tutto il cuore.
In tutti i respiri della mia vita, respirando Ti amerò; in tutti i palpiti del mio cuore, amore, amore (io) griderò; in tutti i movimenti del mio corpo, solo l’Amore abbraccerò.
Solo d’amore voglio parlare, solo l’amore voglio guardare, solo l’amore voglio ascoltare, sempre all’amore voglio pensare.
Solo d’amore voglio bruciare, solo d’amore (mi) voglio consumare, solo l’amore voglio gustare, solo l’amore voglio contentare.
Di solo amore voglio vivere e nell’amore voglio morire; in tutti gli istanti, in tutte le ore, tutti all’amore voglio chiamare.
Sola e sempre con Gesù ed in Gesù sempre vivrò, nel suo Cuore m’inabisserò ed insieme con Gesù, col suo Cuore, Amore, Amore, Ti amerò”. (Vol. 10°, 28.11.1910).
Il giornale, Il Tempo (15 aprile e 9 giugno 1975) parlava già di 50.000 messe nere celebrate ogni anno a Parigi, circa 136 ogni giorno e qualcosa di simile in altre città.
E’ il principale atto di culto della Chiesa di Satana, fondata il 30 aprile 1960 dallo zingaro Anton
Szandor La Vey. Nel 1972 contava già più di 10.000 iscritti.
E’ il rito centrale della Chiesa di Satana, un complesso assurdo, patologico, diabolico “una sintesi di idiozie, di malvagità e aberrazioni mentali”.
Sulla falsa riga della Messa anteriore alla riforma di Paolo VI, in lingua latina, francese o inglese. E’ celebrata sopra un corpo femminile nudo col crocifisso a rovescio e un
calice pieno di liquore.
Prima era celebrata da un prete apostata, ora con Ostie consacrate e pagate. Viene evocato, invocato Satana, cantato il Gloria e il Sanctus in onore del dio dell’Inferno. Alla
fine il celebrante butta l’Ostia sul pavimento, la calpesta con tutto l’odio e parodie oscene.
A un certo punto, pare, si nota la presenza di Satana per accettare l’omaggio di adorazione dei suoi devoti. L’esperienza convertì una giovane che si fece suora.
Nella sua opera The Satan Seller (1972), Mike Warnke, ex-supremo Pontefice della setta, racconta il suo proselitismo con la droga, sesso e danaro soprattutto tra universitari per conquistarli
al satanismo.
“Tanto più presto e grande darò la pace dopo l’ora della prova, quanto più numerosi, tra le torme dei folli, saranno i giusti travolti nel comune castigo,
non per la loro punizione, ma per la vostra redenzione. Il Bene, per fiorire, ha sempre bisogno delle lacrime dei Santi e degli olocausti dei redentori. Beati questi Cristi che voi ignorate, questi purificatori dell’aria
inquinata dalle vostre colpe” (Quad. ‘43, p. 564).
“O voi, precursori di Cristo, antitesi dei precursori dell’Anticristo che preparano, nel suo nome, il tempo della desolazione, preparatemi le vie col vostro olocausto. I
procursori dell’Anticristo hanno vesti di dignità umana. I precursori del Figlio di Dio hanno lo stesso trono del loro Re; la croce, il dolore che redime e salva, specialmente ora in cui bisogna vincere il male.
Per salvarsi, il mondo ha bisogno di eroiche vittime di carità per preparare col loro esempio, sacrificio, il ritorno del Signore” (Quad. ‘43, p. 24).
1. Per i Santi, dunque, l'inferno è una terribile realtà e non una favoletta per bambini! In pratica è il tragico fallimento di creature, che, create per la felicità e la vita eterna, si ritrovano - e per di più eternamente - nell'infelicità più totale. Uno sciagurato fallimento, e per di più irreparabile, nessuno più può annullare o modificare. Come si fa a vivere lontano da Dio, nel fuoco e in mille altri tormenti?... E come si fa a vivere, sapendo che questa tremenda situazione sarà sempre così, senza mai mai mai mutare?... Mistero sconcertante! Alle barzellette e ironie sciocche, i Santi oppongono descrizioni che fanno fremere di terrore e di spavento. Ed essi, senza dubbio, sono infinitamente più credibili di tutti gli sciocchi che popolano il mondo. Credibili per la loro santità che è dirittura di anima e di mente, che mai si presterebbe ad ingannare qualcuno. E credibili per il favore che godono presso Dio, che si serve volentieri di loro per operare meraviglie e inviare agli uomini i suoi messaggi di salvezza e di misericordia. Se si riflettesse un pochino soltanto, molto probabilmente tanti sfuggirebbero a questo supremo e definitivo fallimento della vita.
2. Per tutti i Santi, passati qui in rassegna, l'inferno è l'esatto opposto del paradiso. L'inferno è il carcere di eterna ira, dove si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro si dibattono esseri discordi e disperati, vi ferve cioè l'eterna e terribile discordia dei dannati. In cielo invece si gode la gioia e si adora l'Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisiti che comunicano la vita. E qui tutto è gioia, ordine, bellezza, incanto per gli occhi e per l'anima. Qui regna l'unione dei Santi eternamente beati. Ed è questa la ricompensa data da Dio ai suoi fedeli servitori.
3. Per tutti i Santi l'inferno è qualcosa di sì orrido da superare ogni umana immaginazione. In esso vi regna - come si deduce dall'insieme delle visioni - il mostruoso, tutto ciò che fa paura e atterrisce (l'arido deserto, abissi senza fondo, mostri, serpenti, ecc.). Le pene dei dannati, quelle del danno e del senso, - inesprimibili e tali da non poter trovare, per esse, paragoni o analogie - sono presentate in tutta la loro crudezza in una certa varietà che, però non crediamo porti danno agli elementi essenziali che, come si è detto, sono in perfetta e totale sintonia con la Rivelazione. Qui interessano soprattutto i contenuti delle visioni con tutte le conclusioni e conseguenze che se ne possono trarre. Tutti parlano di fuoco e di altri orrendi castighi. Esse sono quelle elencate dalla Menendez e che si ritrovano, più o meno in tutte le altre apparizioni, e cioè: La perdita di Dio: la pena che costituisce propriamente 1'infemo, I continui rimorsi di coscienza, La consapevolezza che quella sorte non cambierà mai, Il fuoco che penetra l'anima senza annientarla, un fuoco puramente spirituale acceso dall'ira di Dio, L'oscurità continua e un fetore soffocante, La compagnia continua di Satana, La disperazione con l'odio a Dio, e con le imprecazioni, le maledizioni, le bestemmie. I dolori che vi si soffrono sono spaventosi e intollerabili. Al confronto i dolori più atroci della terra, come dice la stessa S. Teresa "non sono nemmeno da paragonarsi con quanto allora ho sofferto, specialmente al pensiero che quel tormento doveva essere senza fine e senza alcuna mitigazione. Ma anche questo era un nulla innanzi all'agonia dell'anima. Era un'oppressione, un'angoscia, una tristezza così profonda, un così vivo e disperato dolore che non so come esprimermi. Dire che si soffrano continue agonie di morte è poco..." (S. Teresa d' Avila).
Ma il supplizio maggiore è il fuoco e la disperazione interiore, che non si sa descrivere.
4. Tutti parlano pure dei supplizi riservati ad alcuni vizi. "Queste sono pene che tutti i dannati soffrono - aggiunge la Menendez ci sono tormenti particolari per le varie anime che sono i tormenti dei sensi. Ogni anima con quello che ha peccato viene tormentata in maniera tremenda e indescrivibile. Ci sono delle orribili caverne, voragini di tormenti, dove ogni supplizio si differenzia dall'altro". S. Teresa parla, in merito, di "spaventosissimi castighi". Ogni vizio ha i suoi castighi particolari. C'è chi accusa le mani che hanno rubato, o la lingua e gli occhi con i quali hanno peccato. Tra le pene del dannato ci sono ancora quelle inflitte dallo stesso satana e dai diavoli. Perché? Perché il dannato, consapevolmente o inconsapevolmente, li ha scelti in vita e li ha serviti come suoi signori e padroni. E il diavolo, il maligno per essenza, non può dare e non sa dare che umiliazioni e sofferenze. Stando così le cose viene da chiedersi: come è possibile che ci sia chi adori il diavolo e ad esso si appoggi? È pazzesco confidare nel proprio acerrimo nemico che vuole solo la dannazione eterna di tutti. Come è ugualmente incomprensibile che si possa diffidare di Dio, che ha dato mille prove del suo amore, e che per salvare l'uomo dalla schiavitù di satana e dal rischio tremendo dell'inferno, si è incarnato e ha dato il proprio sangue in riscatto.
5. In piena conformità al Vangelo e al Magistero della Chiesa, in tutte le visioni si insiste sull'eternità dell'inferno e sulla disperazione che la certezza di tale terribile realtà provoca nei dannati. Nessuna mitigazione, quindi, o evasione, tanto meno una loro soppressione. Purtroppo alla unanimità espressa dai Santi sulle verità dell'inferno, non sembra che vogliano sempre adeguarsi teologi, letterati e opinionisti anche di grido. Anche se, ad onore del vero, è, forse, la stessa grandezza del mistero che spinge a "sognare" uscite e soluzioni impossibili. A riguardo scelgo solo due esempi. Il primo riguarda i dannati all'inferno. Tutti i Santi vedono innumerevoli dannati all'inferno. Vari di loro anzi affermano di averli visti cadere nell'abisso. Così, per es., S. Veronica Giuliani: "La montagna viva era un clamore di maledizioni orribili. Essa era l'inferno superiore, cioè l'inferno benigno. Infatti la montagna si spalancò e nei suoi fianchi aperti vidi una moltitudine di anime e demoni intrecciati con catene di fuoco. I demoni, estremamente furiosi, molestavano le anime le quali urlavano disperate. A questa montagna seguivano altre montagne più orride, le cui viscere erano teatro di atroci e indescrivibili supplizi. E in quell'abisso, ella vide precipitare una pioggia di anime... ". S. Giovanni Bosco vede precipitare nell'inferno giovani da lui conosciuti, ecc. Non potendosi negare l'esistenza dell'inferno - una verità così chiaramente espressa dalle Scritture e dai Santi -, si è ipotizzato che esso sia vuoto. L'inferno, perciò, di cui tante volte ha parlato soprattutto il Signore in persona, non sarebbe che uno spauracchio da non prendere troppo sul serio o uno spaventapasseri che fa paura solo agli ignari e ingenui! È chiaro che, con tutto il rispetto e la stima che abbiamo soprattutto per i teologi, preferiamo credere ai Santi che, prescindendo anche dalla concordanza con le Scritture, sono, come già detto, immensamente più credibili degli stessi grandi teologi e letterati. Altro esempio riguarda l'eternità dell'inferno e delle sue pene. Tutti i Santi citati ci parlano di eternità delle pene con l'esclusione anche di qualsiasi attenuazione. Ed ecco che, oggi, anche dopo la condanna dell'apocatastasi di Origene, viene a dirci il contrario il Maritain in un volumetto dell'età senile dal titolo Le Cose del cielo, a cura di Nora Possenti Ghiglia, ediz. Massimo, Milano. I dannati nell'inferno - dice il Maritain - lavorano a costruire edifici che crollano a causa delle loro divisioni e odi. "Essi faranno delle città nell'inferno, delle torri, dei ponti, vi condurranno battaglie... nel male stesso manifestano i doni e le energie ontologiche di cui la creatura non sarebbe sprovvista se non quando cessasse di essere" (p. 77). C'è il fuoco, ma "poiché l'anima resta rivolta contro Dio e fissata nell'odio, il fuoco non le serve a nulla e le brucia eternamente" (p. 75). Eternamente di sicuro, dal momento che le anime sante protestano contro l'eternità dell'inferno. Il nostro amore, questo amore che (Dio) ci ha dato, come potrebbe essere soddisfatto di vedere Dio odiato senza fine, e senza fine bestemmiato da esseri usciti dalle sue mani? Vedere il crimine aggiungersi al crimine? E tra i maledetti ce n'è di quelli che amiamo [...]. "No, noi non cesseremo mai, continueremo a pregare e a gridare per il Sangue del Salvatore, ah!, senza avere, lo sappiamo bene, il minimo diritto di essere esauditi, e lasciando solamente la follia dell'amore esalare da noi liberamente, gratuitamente" (p. 78). Maritain spera che Dio cambi la volontà dei dannati "fissata nel male in virtù dell'ordine della natura in maniera assoluta e immutabile", con un "miracolo". Per farla breve, ogni dannato viene "perdonato (sempre dannato ma perdonato)" e così "lascia i luoghi bassi, viene fuori dal fuoco, è trasportato nel limbo. Egli gioirà, benché rimanga ferito, di quella felicità naturale" di cui godono i bimbi morti senza battesimo, "e che è ancora un inferno rispetto alla gloria" (p. 79). "Il fuoco dell'inferno resta eterno in se stesso, continua a bruciare senza fine (...) ma coloro che vi erano stati immessi ne sono stati tratti fuori per miracolo" (p. 80). Resta per Maritain, che "questi perdonati sono dei perduti. Non sono stati salvati, non sono riscattati"; solo, "la loro anima è tratta fuori dalla pena del senso in quanto causata dal fuoco" (ibidem). Commenta il Blondet: "Spero si capisca l'enormità di quel che viene qui elucubrato. E che si veda la radice torbida di quella malattia del cattolicesimo che - in mancanza di migliori approfondimenti - s'è chiamata buonismo, e di cui Maritain è stato uno dei massimi diffusori". Il buonismo che è una forma del sentimentalismo, rivela qui che la radice di ogni sentimentalismo è la sensualità, il materialismo sensuale. Maritain infatti suppone che il destino dei dannati possa essere migliorato sottraendoli al fuoco; è il dolore fisico, la "pena del senso" quello che per lui pesa davvero. La pena del danno, è qualcosa che si può sopportare, non è vero? Tutto ciò è ovviamente insensato. Se, come dice Maritain, "la giustizia di Dio è la sua pazienza" (p.74), ossia se fosse vero che Dio "soffre che delle creature formate a sua immagine lo rifiutino... eternamente", sarebbe più coerente ipotizzare che, per porre fine alla propria sofferenza, Dio concedesse anche ai dannati la salvazione, ossia la visione di sé; perché il `fuoco' non è che un ‘simbolo’ del dolore della mancata visione: anche se un simbolo radicalmente concreto, che realmente brucia ogni fibra dell'essere umano, anima e corpo. Ma pretendere la salvazione finale dei dannati è palesemente eretico, e Maritain se ne astiene". Come si vede, proprio perché le visioni dei Santi qui presentate, non sono immaginazione o pura fantasia, offrono tutte un quadro sostanzialmente identico dell'inferno, perché riflettono verità oggettive. Ciò che le Sacre Scritture, i Santi Padri ci dicono sinteticamente o anche velatamente, viene qui squadernato e approfondito nei suoi particolari, anch'essi differenti solo in dettagli che non distruggono affatto una omogenea visuale d'insieme.
Miei amati, dietro la pace illusoria e gli apparenti sforzi di pace, si nasconde il governo unico che verrà imposto dai potenti del mondo. Con l'istituzione del governo
unico, l'umanità in generale si ritroverà alla mercé dei capricci degli alti governanti, s’imporrà una moneta unica e una sola religione.
“ L’uomo morto è un essere vivo: Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui (Luca 20, 38). L’anima vola invisibilmente presso il corpo, ed i luoghi dove amava trovarsi. Se è morta nei peccati, non può disfarsi dei loro legami ed ha un grande bisogno delle preghiere dei vivi e soprattutto della Chiesa di Cristo. Preghiamo, così, sinceramente per i morti, questo beneficio immenso è per loro più grande della beneficenza per i vivi ”.
Figlia mia, io sono il tuo Dio, il tuo Salvatore, scrivi.Sono venuto con il mio amore per darvi un altro messaggio che viene dal mio Cuore Paterno al vostro.Sono venuto per parlarvi perché conosciate la verità e perché diate tutto ai miei figli che non conoscono la verità che viene dal cielo sulla terra.Molti si spaventeranno perché non hanno mai sentito quello che sono venuto a dire attraverso di voi, figlia mia, che ho scelto.Tutto vi sarà detto perché un Padre ama parlare ai Suoi figli e voi siete graditi ai Miei occhi, così qui Io Sono per darvelo.Perché tutto vi è dato?Perché molti non riconoscono il mio grande amore per coloro che ho scelto dal grembo della loro madre.
Sì, figlia mia, quello che sono venuto a dire a tutti è che molto presto verrò a prendere tutti coloro che mi servono e metterli in un luogo sicuro, perché ciò che verrà ai miei figli sarà una tristezza immensa, che farà impazzire molti.Non temere, figlia mia, non sei sola, perché ti ho sempre dato i miei segni perché tu potessi vedere che non sei abbandonata, perché un Padre vuole dare tutto a chi Lui sceglie, tu non sarai mai abbandonato.Sì, cara figlia, il mio gregge è disperso, ho bisogno di riunirli e portarli in un luogo sicuro dove il male non verrà a contaminare coloro che credono in me e mi rispettano con amore.
Quindi verrò tranquillamente, in modo che non se ne accorgano, perché il diavolo vuole distruggerti, ma non permetterò che questo accada.Coloro che vogliono accompagnarvi devono prepararsi, perché molto presto tornerò come un fulmine, in modo che essi non pasticcino con quelli che voglio salvare dalla presa di Satana.Ora state attenti, non voglio che i vostri cuori siano turbati, ma preparatevi, perché il vostro rifugio è pronto ad accogliervi e chi vuole andare deve prepararsi perché tutto è pronto.Figli Miei, per coloro che non lo sanno, ci sarà una grande tribolazione nella Mia Chiesa che non potete immaginare, il Nuovo Ordine Mondiale è pronto ad attaccare tutti i Miei figli.
Non avete tempo Miei figli perché la bestia nera è pronta ad agire, pronta a portarvi via tutto ciò che avete e a lasciarvi senza nulla, nemmeno nulla da mangiare, perché quello che vogliono fare è darvi il marchio della bestia. Allora dovrete prendere voi stessi il marchio se non fate quello che vi sto dicendo, perché tutto è pronto per loro per darvi quello che vuole (Satana), allora sarete portati a essere macellati, portati al boia come un animale. Figli miei, vi amo e voglio portarvi fuori da questo mondo in un posto sicuro, ma dovete aprire gli occhi in modo che il nemico non vi prenda di sorpresa perché sta già agendo e poi dovrete fare tutto quello che vi dice di fare.
Devi stare attento e fare tutto quello che ti è stato detto di fare (in questi messaggi). Tutti sono chiamati, ma ognuno di voi è libero di scegliere. Io mi sono dato sulla croce, ma non tutti quelli che dicono: Signore, Signore. entreranno nel Regno dei Cieli perché se il diavolo ti coglie può mettere le cose nella tua testa in modo che tu non abbia la possibilità di pentirti, perché solo allora (per pentimento) posso darti tutto perché tu possa entrare nel luogo permesso. Dovete purificarvi dai vostri peccati e purificarvi, perché io vi amo, ma sono un Padre che vuole amare tutti con il suo Cuore. È tempo di chiedere perdono dei tuoi peccati. Ti ho chiamato, perché tu sappia che Io Sono che Io Sono. Tutti sono chiamati, ma pochi sono scelti.
Il grande dono di Gesù agli uomini d'oggi tramite Vera Grita
23-I-1968
Gesù. Scrivi, figlia mia, quei fiume di parole che sgorga dal mio Cuore! Ecco, il mio Cuore è aperto per voi, per riversare in voi, mie creature dilette, i miei pensieri, i miei desideri. Accoglieteli con umiltà
profonda, con giubilo, con gratitudine. Parlo a tutti i Tabernacoli Viventi che sono nei mondo, a quei Tabernacoli che saranno nel tempo fino all'eternità. Voi siete i miei Templi d'Amore perché voi custodite
l'Amore. Voi mi portate, voi mi donate. No, non i tuoi pensieri per ora, ma i miei, poiché non parlo per ora per te, ma per tutti. Sì, i miei Tabernacoli sono il mio rifugio fra gli uomini, la mia delizia;
ed essi sanno già come custodirmi. Ora Io dico a voi che mi portate: amatemi, amatemi, amatemi perché io ho scelto in voi la mia dimora già da questa terra. Non temete le croci, le aridità, le prove,
poiché queste sono efficaci per la vostra santificazione. Un giorno rinascerete in Me, poiché la vostra anima sarà investita dalla mia Luce, e voi arriverete ad amare col mio Cuore, perché di voi
Io prenderò tutto. Ogni Sacerdote, Tabernacolo Vivente, prepari con pazienza e umiltà altri Sacerdoti a portare Me. Io ispirerò loro, poiché Io scelgo le anime. Essi siano ubbidienti alle mie ispirazioni.
Sto rivolgendomi a d. B. e d. B., ad altri Sacerdoti che portano già Me. P. G. conosce già la sua missione. Voglio che la mia Lega di anime, si estenda anchè fra le anime "consacrate", poiché
è tempo che cresca... P. G. si muove ispirato da Me, e i suoi insuccessi sono per ora la mia gloria. Ma Io gli indicherò la via da seguire, poiché Io e lui siamo insieme.
Cari figli, grazie per aver risposto alla mia chiamata nel vostro cuore. Figlia amata dal cielo, ora devi dire perfettamente ciò che io ti dico: Cardinali e Vescovi, smettete di camminare a testa alta, mentre la Chiesa va in rovina, teologi a me cari, non avventuratevi a cambiare ciò che Gesù ha lasciato scritto, le sue parole vivranno per sempre perché Lui è la via, la verità e la vita, pastori non restate ancorati nell’obbedienza, ma combattete chi vuole aggiungere amore per Satana, non intrigatevi con la massoneria, ma siate a servizio delle anime dei fedeli. Amati miei, presto mio Figlio tornerà ancora una volta, per liberarvi dai vostri peccati. Cosa attendete ancora per convertirvi, volete ancora segni? Invece, io vi chiedo la conversione e la preghiera, prima che il fuoco scenda dal cielo. Pregate per l'Italia, per l'America e per la Sicilia. Vi amo perché voi siete i miei figli. Oggi, Grazie e Benedizioni scenderanno su di voi. Ora, vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen”.
La rivelazione delle Camere degli Cuori Uniti è una scuola di teologia. Se tu ricercassi nelle profondità delle Scritture o nelle vette dello studio teologico, non troveresti un percorso più conciso verso la salvezza culminante nell’unione con la Divina Volontà
La rivelazione delle Camere degli Cuori Uniti è una scuola di teologia
August 28, 2001 – San Tommaso d’Aquino si siede accanto a me (La veggente Maureen) nella cappella. Egli fa segno verso il tabernacolo… “Sia lodato Gesù. Figlia, sono venuto ad aiutarti a comprendere che la rivelazione delle Camere degli Cuori Uniti è una scuola di teologia. Se tu ricercassi nelle profondità delle Scritture o nelle vette dello studio teologico, non troveresti un percorso più conciso verso la salvezza culminante nell’unione con la Divina Volontà. Gesù ha dato al mondo, attraverso di te, similmente una semplice tabella di marcia spirituale. Egli ha appena cominciato a esporre le profondità di questo viaggio. Non potresti mai da te stessa comprendere la complessità di questa rivelazione, ma sono qui per dirti che l’intero viaggio si basa sul fiducioso abbandono attraverso l’amore. Se ti ricorderai di ciò, inizierai a scoprire tutto quello che si oppone a questa massima nel vostro cuore. Poi vedrai gli ostacoli che Satana mette davanti a te che ostacolano il tuo viaggio attraverso queste Sacre Camere. Puoi rendere ciò noto.”
Eppure i Romani si rallegravano di avere affidata la propria città alla protezione di questi dèi. O errore degno di tanta commiserazione! E si adirano con noi quando parliamo così dei loro dèi e non si arrabbiano con i propri scrittori. Pagano anzi per pubblicarli e per di più hanno ritenuto degni di compenso da parte dello Stato e di onori gli stessi insegnanti. Adduciamo come esempio Virgilio. I fanciulli lo leggono appunto perché il grande poeta, il più illustre e alto di tutti, assimilato dalle tenere menti non sia dimenticato con facilità, secondo il detto di Orazio: Il vaso di creta conserverà a lungo il profumo con cui è stato riempito appena modellato 12. Presso Virgilio dunque Giunone, ostile ai Troiani, è presentata mentre dice ad Eolo, re dei venti, per istigarlo contro di loro: Una gente a me nemica naviga il mar Tirreno per portare in Italia i vinti penati di Troia 13. Ma davvero sono stati tanto prudenti da affidare Roma perché non fosse vinta a codesti penati vinti? Giunone però parlava così da donna arrabbiata senza sapere quel che diceva. Ma Enea, chiamato tante volte pio, così narra: Panto di Otreo, sacerdote del tempio di Apollo, con la mano consacrata sostiene i dèi vinti e conduce il nipotino e fuori di sé di corsa si avvicina alle porte 14. Ed Enea fa capire che a lui gli dèi, giacché non dubita di chiamarli vinti, sono stati affidati e non lui agli dèi, quando gli si dice: Troia ti affida le cose sacre e i propri penati 15.
Dunque Virgilio dichiara vinti gli dèi e affidati a un uomo affinché, sebbene vinti, in qualche modo siano salvati. È pazzia dunque il pensare che è stato saggio l'affidare Roma a tali difensori e che è stato possibile saccheggiarla soltanto perché li ha perduti. Anzi l'onorare dèi vinti come validi difensori significa soltanto conservare non buoni numi ma cattivi nomi. Non è saggio dunque credere che Roma non sarebbe giunta a tanta sconfitta se prima non fossero andati perduti ma piuttosto che da tempo sarebbero andati perduti se Roma non li avesse conservati finché le è riuscito. Ciascuno può notare, purché rifletta, con quanta leggerezza si sia presupposto che essa sotto la protezione di difensori vinti non poteva essere vinta e che è andata perduta perché ha perduto gli dèi custodi. Piuttosto sola causa del perdersi ha potuto essere l'aver voluto dèi difensori che sarebbero andati perduti. Non è dunque che i poeti si divertivano a mentire quando venivano scritti in versi quei fatti sugli dèi vinti, ma la verità costringeva uomini saggi a parlar così. Tuttavia questi concetti si devono esporre diligentemente e diffusamente in altra parte. Ora per un po' sbrigherò, come posso, l'argomento già iniziato sugli uomini ingrati. Essi attribuiscono bestemmiando a Cristo i mali che meritatamente hanno subito a causa della propria perversità. Non si degnano di riflettere che sono risparmiati, anche se non credenti, in onore del Cristo. Usano inoltre contro il suo nome per frenesia di empia perversità quella stessa lingua con cui mentitamente adoperarono il medesimo nome per salvare la vita o per timore la fecero tacere nei luoghi a lui dedicati. Così pienamente sicuri in quei luoghi, sono scampati dai nemici per uscirne fuori a lanciare maledizioni contro di lui.
Questa fermezza verso i propri parenti e questo suo distacco, conosciuti in città, gli conciliarono il rispetto e la venerazione dei romani. Il suo governo del resto si ispirava a una scrupolosa equità; e se nel suo sigillo aveva fatto imprimere come divisa il versetto del Salmista 1 : Utinam dirigantur viae meae ad custodiendas iustificationes tuas, non l'aveva fatto per vanagloria; ma l'applicava vegliando all'osservanza esatta del diritto. La sua riputazione di uomo integro era talmente nota, che nessuno avrebbe osato attendere da lui non dico una piccola infrazione alla giustizia, ma neppure la pili leggera transazione con la legge.
Per quel che riguarda la revisione da lui ordinata del processo dei Caraffa, si deve attribuire non già alla idea di voler biasimare la condotta di Pio IV, ma alla rettitudine della sua coscienza. Membro del giurì, chiamato nel 1560 a pronunciarsi sulla loro sorte, dal dibattito aveva ricevuta la penosa impressione che si trattasse d'una causa già risolta in antecedenza. Perciò volle che eminenti giuristi riesaminassero il processo, e gli esponessero apertamente ciò che ne pensavano.
Furono scoperti degli errori giudiziari. Allora Pio V radunò il Sacro Collegio, gli sottopose la relazione dei revisori del processo, e, dopo d aver sentito il parere del cardinali, informò quasi tutti i punti della prima sentenza.
San Carlo Borromeo non manifestò per questo alcun dispiacere, e tanto meno credette di esser preso di mira. Ben lontano dal favorire il rigore di suo zio, l'aveva anzi pregato di soprassedere all'esecuzione. Se non poté impedire la morte violenta del cardo Caraffa, e se, per non dispiacere a Pio IV ereditò i benefizi e la mobilia della povera vittima, poté però ottenere che venisse scarcerato il giovane card. Alfonso, arcivescovo di Napoli.
Pio V, desideroso di riabilitare e punire nello stesso tempo, condannò alla fustigazione o alla morte quelli che avevano fraudolentemente esagerate le colpe dei Caraffa; quindi impose la restituzione dei beni confiscati a questa famiglia, e il ricollocamento dei suoi stemmi in tutti i luoghi dai quali erano stati tolti.
Di più, siccome i romani avevano vituperata la memoria di Paolo IV per le ingiuste attribuzioni dei delitti dei suoi nipoti, era giusto che si rimettesse in onore il suo nome tanto diffamato. Costrinse anzitutto i canonici di San Pietro a riporre nella loro sacristia il busto di Paolo IV, ch'essi in ossequio a Pio IV avevano rimosso, e con un'iscrizione che doveva essere come una riparazione salutò in Paolo IV “un santo vescovo della legge cristiana, un principe molto pio, il padre della patria”.
Fu coniata una medaglia coll'effigie del defunto, e nell'attesa che sul Campidoglio gli fosse di nuovo innalzata una statua, il suo feretro venne trasportato dalla cripta di S. Pietro alla chiesa della Minerva, ove un epitaffio latino attesta tuttora “l'eloquenza, la dottrina, la saviezza, la singolare innocenza e la grandezza d'animo” del pontefice, e a buon diritto lo proclama “difensore intrepido della fede cattolica”.
Ma non soltanto i morti dovevano essere vendicati, anche la virtù dei viventi esigeva una riparazione. Nel 1576 l'ambasciatore di Venezia, Tiepolo, scriveva che Roma “usciva finalmente dalla disistima in cui era caduta”, e questo lo si doveva a Pio V. I felici risultati ottenuti dimostrano che la maniera di agire del Papa cominciava a dare i suoi frutti. Era necessario un braccio vigoroso per togliere gli abusi, che consumavano il succo vitale della Chiesa, e il Papa si mise coraggiosamente all'opera sin dall'inizio del suo pontificato 2 .
Diede un primo colpo alla corruzione morale, facendo allontanare dalla città le donne di costumi leggeri. Un tale decreto fece stupire la Roma gaudente, e gli edili, credendo che il Papa avesse presa quella misura senza la debita riflessione, si azzardarono ingenuamente di far presso di lui dei passi, per farla revocare.
L'accoglienza ricevuta li convinse ben presto del loro errore. Punto nella delicatezza della sua coscienza, Pio V dichiarò netto che se pensavano di eludere i suoi ordini, avrebbe piuttosto trasferito altrove la sua corte, anziché aver l'apparenza di complicità nel libertinaggio.
Quindi, perché si comprendesse che il primo pensiero era la salvezza delle anime, al cui confronto le considerazioni finanziarie non avevano alcun valore, soppresse un buon numero di osterie e taverne che pagavano tassa d'esercizio. Volle tuttavia che una parte di queste rimanesse aperta per i forestieri; ma interdisse ai romani di frequentarle, come occasione di scostumatezza e rovina.
Non volle però che fossero proibiti i giuochi e i divertimenti innocenti, e permise le corse a cavallo, allora assai in voga, mutando solo il luogo della pista, che da piazza S. Pietro, piena dei ricordi di tanti martiri, fu trasferita, sulla via Flaminia, l'attuale Corso.
Sono venuto a chiedere che le persone preghino per i sacerdoti ogni giorno. Lo chiedo perché Satana sta attaccando così tanto il sacerdozio, e così la Chiesa dall'interno. Pregate affinché i sacerdoti siano fedeli alla gerarchia della Chiesa e fedeli a tutti i dogmi di modo che il loro gregge sia unito. Dio allora benedirà le vostre vite
7 giugno 1997 – (Il Curato D’Ars – Patrono dei Sacerdoti Diocesani. Guardo in alto per vedere il Curato D’Ars. Egli dice…) “Vedo che non sei così felice di vedermi. Noi non operiamo nella paura. So che avete paura che vi dirò cose che vi lasceranno aperti alla critica. Vengo soltanto a portare la verità. Da dove comincio? Fede nel Santo Padre, fede nella Presenza Reale nell’Eucaristia, devozione alla Madonna e al Santo Rosario – questi sono i tre punti di forza che un buon sacerdote deve avere. Non c’è nulla qui aperto alla discussione o al compromesso. Questa è la dottrina della Chiesa. Nessuno può essere cattolico a metà. O credi o no credi. La funzione di un sacerdote è quella di portare i sacramenti al popolo. Nulla dovrebbe intralciare ciò. Il sacerdote può cambiare molte anime e situazioni dal pulpito e dal suo stile di vita. Può scoprire il peccato, combattere l’aborto, nutrire gli affamati e rafforzare la fede. Può promuovere la (preghiera in) famiglia del Rosario e gruppi di (preghiera del) Rosario nella sua parrocchia. Può chiedere preghiere contro l’aborto e a sostegno del Santo Padre e della Chiesa. Egli può condurre una vita santa ed esemplare, col non avere paura dell’impopolarità o di essere un segno del sacerdozio nel mondo, non avendo paura di scoprire il peccato. Una vocazione è un dono speciale di Dio. È una chiamata, e all’interno di tale chiamata c’è una grave responsabilità nei confronti dei suoi parrocchiani e della loro salvezza. (Il curato annuisce con il capo a me.) “E’ Allora, È stato così brutto? Avanti (Mi benedice e se ne va).”