giovedì 26 dicembre 2019

La presenza reale



***
Dio, donandosi, crea per tutta l’umanità la capacità di un movimento di storia, fa sì che l’umanità stessa possa procedere sempre in avanti verso una direzione precisa, verso una mèta che Dio stesso ha mostrato e ha fatto presente nel Cristo. Dio, pur suscitando questa forza, pur donando questo potere, rimane anche al di sopra, rimane « altro » dall’uomo, « altro » dal mondo, « altro » dall’umanità. Pur accogliendo il dono divino ed entrando sempre più nel mistero, l’umanità in tutta la sua storia non potrà mai attingere quaggiù le abissali profondità di Dio.
La trascendenza di “Dio che si dona” ci si manifesta precisamente nella Presenza eucaristica. Sotto questo aspetto è più significativa la festa del Corpus Christi che quella della SS. Trinità, perché l’oggetto della nostra adorazione, in questa ultima festa, può più facilmente trasformarsi in una nozione teologica e astratta; nella festa della SS. Trinità ci si può dimenticare che il Mistero è sovrana Realtà: Dio nelle Tre Divine Persone, non è un puro principio metafisico. Invece nella festività del Corpus Christi è molto più remoto il pericolo. Possiamo certo speculare sul Mistero Eucaristico, ma la Presenza reale di Dio-fatto-Uomo pur sotto le specie, anzi proprio per esse, s’impone più concretamente al nostro spirito. Il carattere oggettivo di una Presenza reale del Cristo nell’Eucaristia potrebbe essere infatti meno viva se Egli si facesse presente spiritualmente senza i segni sacramentali, ma non si può equivocare sulla oggettività di questa Presenza quando dobbiamo adorare un Dio fatto Uomo e presente nella sua Umanità sotto i segni del sacramento.
Noi ci troviamo sempre di fronte a Dio, ci troviamo sempre in un rapporto col suo Mistero, ma noi viviamo il rapporto con Dio attraverso le cose, attraverso gli uomini, attraverso avvenimenti storici precisi. Nel Mistero Eucaristico il rapporto è esclusivamente con Dio-fatto-Uomo: dopo la Consacrazione non rimangono né il pane né il vino, il tuo rapporto è immediatamente col Cristo. Questa è la cosa grande della Presenza reale: l’uomo è chiamato a comunicare con Cristo, a riceverlo in sé; l’uomo è chiamato ad accogliere Dio-fatto-Uomo che si dona all’anima sua come alimento. In ogni cosa è il segno di una volontà divina, di un dono di Dio, ma nessuna immediatamente ti dona Dio. È attraverso la persona cui parlo che giungo a Dio, à attraverso ogni cosa che Dio si comunica a me; ma l’uomo deve fare un cammino immenso per giungere a Dio attraverso le cose, e in questo cammino l’uomo non sa in che modo raggiungere Dio, o se invece le cose lo tengono avvinto a se stesse e non lo fanno procedere oltre.
È ben difficile poter definire il rapporto dell’uomo con Dio attraverso le cose. Quando si tratta dell’Eucaristia nulla ci trattiene: l’Eucaristia stessa è il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. Non più un mondo, una storia che sono soltanto significativi di un Dio che rimane distinto e lontano. Tutte le cose possono essere significative di Lui, tutte le cose possono annunciarmi la sua venuta, ma nessuna è Lui, nessun avvenimento è direttamente e immediatamente la sua venuta.  Attraverso l’avvenimento Egli può giungere, attraverso le cose Egli può donarsi, ma le cose direttamente non sono Lui stesso.
Nell’Eucaristia invece Dio non interpone fra te e Lui alcun mezzo, tranne le specie: che sono il velo più tenue. 
L’Eucaristia ci pone in un contatto con Dio, pur vivendo noi ancora quaggiù sulla terra; e questo contatto con Dio-fatto-Uomo dona all’uomo un senso impressionante della sua povertà, suscita in lui un’esigenza infinitamente angosciosa del superamento di sé. Nulla come l’Eucaristia per l’uomo è vocazione a un infinito trascendersi, nulla più dell’Eucaristia è per l’uomo esperienza di una sua povertà essenziale.
Forse consideriamo Gesù nell’Eucaristia soprattutto come un simbolo sacro, come « qualche cosa » alla quale dobbiamo accostarci con infinito rispetto. Non comprendiamo infatti come la Presenza reale implichi un rapporto personale e stabilisca un nostro rapporto personale con Dio: Dio è al di là ed è qui, Dio ti trascende, è Altro da tutto ed è anche Presente. L’Eucaristia è Presenza ed è Alterità; mistero di una comunione totale di Dio all’uomo ed esperienza di una sua trascendenza infinita.
Mai Dio nella sua immanenza e nella sua trascendenza è conosciuto in modo più drammatico. Nell’Eucaristia Dio si dona a noi in modo anche più intimo che nei nostri sentimenti e nei nostri pensieri. Il dono di Dio ci trasforma ontologicamente, ci fa un solo Corpo con Cristo, ci fa vera- mente consorti della divina natura; prima ancora di trasformare i nostri pensieri o i nostri sentimenti, Egli trasforma l’intimo nostro, la radice dell’essere. « A coloro che ricevono il Cristo – dice Giovanni - Dio ha dato il potere di diventare figli di Dio » (Gv 1,12). Mai Dio è così immanente come in questo mistero onde noi siamo come assunti da Lui sì da divenire con Lui un solo Corpo, un solo Spirito, un essere solo. 
E tuttavia, se l’Eucaristia realizza questa immanenza di Dio nell’uomo, dona a noi anche l’esperienza più viva e drammatica della Alterità di Dio. Nella Eucaristia Dio, infatti, non soltanto si fa immanente all’uomo in quanto si comunica a lui, ma si impone all’uomo in tutta la sua grandezza, in tutta la sua maestà, in una Presenza reale che distrugge la sostanza stessa del pane e del vino, sotto i cui segni Egli rimane.
Tu sei così vicino a Dio, da sentire tutto il tuo nulla nei confronti dell’Immenso. Proprio perché Dio si fa più vicino, tu lo senti anche più trascendente, proprio perché Egli si fa più vicino te lo senti altro da te totalmente ed Egli impone a te l’adorazione più piena. 
Non puoi sfuggire alla sua presenza e la presenza ti impone il massimo della fede, dell’umiltà, dell’amore.
Il cristiano è sollecitato all’adorazione di Dio, massimamente in rapporto all’Eucaristia. In questo rapporto con l’Eucaristia egli vive un’adorazione in cui ogni suo pensiero, ogni suo sentimento, ogni sua indagine si disfà come nebbia. Nessun sentimento o pensiero è adeguato al Mistero che l’uomo contempla. Come questa Presenza si impone attraverso il tenue velo delle specie! Come rimane davvero “duro” anche oggi questo linguaggio di Cristo (Gv 6, 60)! È veramente “duro” anche oggi per l’uomo dover credere che sotto le specie del pane e del vino è presente Dio nel mistero della natura umana assunta. Ogni facoltà di analisi, ogni potere di giudizio sono come paralizzati da questa presenza. È Dio che ti giudica, non sei tu che puoi esprimere giudizi su di Lui
L’uomo moderno è chiamato, in rapporto al Mistero Eucaristico, all’atto più eroico che possa essergli chiesto! Egli non è presente nel Mistero Eucaristico che per essere adorato; ma il fatto che Egli sia presente impone un’adorazione che è assoluta umiltà. Ogni potere di raziocinio onde l’uomo pretende giudicare i Misteri divini vien meno, ed è paralizzato ogni suo sentimento: il tuo essere è troppo fragile per sopportare il peso di questa realtà.
Gesù nell’Eucaristia è Dio-con-noi. Non si può dire che Dio sia soprattutto nel più profondo dell’uomo. Anche nel discendere in te, tu non lo incontri; l’uomo deve affondare al di sotto di sé per incontrarsi con Lui. L’uomo non si identifica a Lui, Egli rimane « Altro » dall’uomo.
Il linguaggio « dei mistici dell’essenza » potrebbe lasciarci perplessi o anche indurci in errore. Quello che ci libera da tale pericolo è il Mistero Eucaristico. 
La vita religiosa porta sempre con sé il pericolo di una immanenza che potrebbe pian piano escludere Dio come « Altro » dall’uomo, scivolando in un certo « monismo dell’essere ». Ma la Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia salva la trascendenza oggettiva di Dio. Dio si dona a noi nel Cristo e vive in noi in quanto è da noi totalmente distinto come il figlio dalla madre, come lo sposo dalla sposa. Noi viviamo con Lui non per identità di persona, ma in quanto precisamente Egli come Persona si ordina a noi, e noi come persona ci ordiniamo a Lui: discepoli al Maestro, fratelli al Fratello e soprattutto sposa allo Sposo, madre al proprio figlio. 
Io sono salvo come persona proprio perché sono distinto da Lui. Se Dio fosse immanente all’uomo così da identificarsi con lui, Dio e l’uomo non sarebbero più che un Assoluto impersonale.
Gesù nell’Eucaristia è il Principio e la Fine, è anche colui che congiunge gli estremi (Ap 22, 13).
La vita del Cielo è la visione di Dio, rapporto immediato con Dio onde l’uomo Lo contempla e Lo ama con gli occhi stessi del Verbo. La vita dell’uomo quaggiù è vivere la presenza del Cristo. Proprio per questo tutto è significativo di questa presenza. Ogni ispirazione interiore ti mette in rapporto con Lui, ogni passo che fai è un passo che a Lui ti conduce. Se, per quanto riguarda il tuo rapporto con le cose, tu non sei mai garantito dall'illusione e soprattutto non sei mai garantito dall’egoismo che ti impedisce di passare oltre il segno e non ti fa giungere a Dio, nel Mistero Eucaristico il tuo rapporto non termina che in Cristo. Nulla può trattenere il tuo atto dal terminare nella pura presenza. La vita di grazia non ha altro contenuto che Cristo. L’uomo deve vivere questo contenuto in ogni suo rapporto con gli uomini e con le cose, nel suo rapporto con la Chiesa e col mondo. Ma la presenza del Cristo non si impone mai alla sua anima come nel Mistero Eucaristico, perché nella Eucaristia il segno non è più veramente che segno e non dice che Cristo.
Vi è, infatti, una sacramentalità di tutte le cose, ma questa solo nel Sacramento eucaristico ha il suo compimento. Nei Sacramenti si realizza un contatto con Cristo, anzi l’inserimento in Lui. Si battezza ed è il Cristo che battezza; si assolve ed è il Cristo che assolve: il sacerdote « in Persona Christi » pronuncia le parole, ma attraverso il sacerdote è Gesù che tocca quell’anima e la unisce a Sé.  Tuttavia, anche indipendentemente dai Sacramenti, il Cristo in qualche modo è presente. Tu trovi un fratello, lo ascolti nella sua pena e lo soccorri nel suo bisogno, tu hai soccorso Gesù, ti sei incontrato con Lui: Egli ti ha toccato; è entrato con te in comunione di amore.
Che differenza vi è fra la presenza del Cristo nella Chiesa, nei fratelli, negli avvenimenti, nelle aspirazioni interiori e la presenza di Cristo nel Vangelo? Che differenza vi è fra la presenza di Cristo nell’Evangelo e la presenza del Cristo nei Sacramenti? Che differenza vi è fra questa presenza e la Presenza reale del Cristo nella Eucaristia? La più grande, ma non certo la sola, è che nel Mistero Eucaristico la presenza del Cristo, pur non eliminando le specie del pane e del vino, toglie alla specie ogni altra significazione che quella di garantire la stessa presenza. In questo mistero Cristo, poi, non è soltanto presente nell’atto in cui si comunica, ma la sua presenza rimane.
Alcune confessioni protestanti non negano la Presenza reale del Cristo nell’Eucaristia, ma negano che questa presenza sia permanente: Gesù è presente nell’istante in cui si dona. Siccome Egli ha istituito l’Eucaristia come Sacramento, Egli si fa presente quando nel pane e nel vino si comunica all’uomo. La differenza sostanziale, si direbbe, della dottrina eucaristica così come il Cattolicesimo l’ha sempre insegnata è precisamente questa: la presenza del Cristo nell’Eucaristia è permanente. La concezione protestante della Presenza eucaristica sembra uguale alla concezione della presenza del Cristo negli altri Sacramenti e nell’Evangelo. C’è anche una differenza del Cristo nel Battesimo o nella Penitenza, tuttavia per alcuni questa presenza è solo nell’atto in cui Cristo ti tocca, e tu ti incontri con l’Umanità di Gesù. Invece l’Eucaristia, secondo l’insegnamento cattolico, ci garantisce una Presenza reale alla quale l’uomo può non accostarsi e, se non ha fede, può rimanergli anche estranea, ma il Cristo rimane: Egli è presente.
Non è come se Dio toccasse per la tangente questo mondo per ritornarsene poi nel suo mondo divino; nell’Eucaristia la realtà della Presenza è tale da essere il fondamento e l’inizio della « nuova creazione » (Ap 21, 5).
Per il Mistero di questa Presenza si realizzano le parole di Paolo nella Lettera ai Colossesi     (1, 17 Et ipse est ante omnia, et omnia in Ipso constant): « Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui ». Tutte le cose veramente trovano un nuovo fondamento in Lui, una nuova consistenza in Lui.
Dio come creatore è fondamento di tutta la creazione nel suo Essere stesso come causa prima di tutto, ma l’uomo non potrebbe mai raggiungere questo fondo: Dio è presente e tuttavia inaccessibile; Dio è presente e tuttavia rimane per Sé in una solitudine infinita; l’uomo non ha mai possibilità di accedere a Lui. Dio si fa realmente presente per l’uomo nel Cristo risorto, sotto il segno della specie.
Che cosa intende dire San Paolo quando afferma che tutte le cose trovano una loro consistenza, una loro radice in Cristo? Che tutta quanta la creazione visibile e invisibile trova un suo nuovo fondamento di essere, quasi un essere nuovo, più alto, più pieno, più vero nel Cristo risorto?
La presenza di un essere vivente dice un riferimento non solo al luogo ma anche al tempo. La presenza del Cristo tuttavia non è condizionata né dal tempo né dallo spazio. Non sono il tempo e lo spazio che lo accolgono e danno al Cristo la realtà di una sua presenza; al contrario è Cristo la vera Presenza reale che dà realtà e consistenza nuova a ogni tempo, a ogni luogo. In verità « Egli è ». « Io sono » è il suo nome, secondo il quarto Evangelo [« Quando avrete innalzato il figlio dell'uomo, allora saprete che Io sono » (Gv. 8, 28); « In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono » (Gv 8, 58)]. Egli è Dio che ha assunto in Sé l’universo e l’universo ora sussiste in Lui. « Omnia in Ipso constant » (Col. 1, 17).
Egli « è » nell’atto della sua morte e della sua glorificazione. In questa presenza si radica il mondo, ha il suo fondamento il tempio di Dio che è l’universo. Il tempo sussiste solo perché attraverso il tempo l’universo deve radicarsi e può esserne escluso. Non dunque il Cristo è reale perché è in questo mondo, ma è il mondo che diviene pienamente reale perché si inserisce nel Cristo. Egli è la Presenza reale. Il mondo e gli uomini sono come non fossero, sono come non avessero realtà se non entrano in Lui. Sono già esclusi, se rifiutano di radicarsi in Lui; sono fuori, nel vuoto, nelle tenebre esteriori, se rifiutano di ordinarsi a Lui che è la realtà definitiva della creazione intera. 
Per trovare in Cristo il suo fondamento bisogna che la creazione tutta sia in Lui. Così la Presenza reale del Cristo nell’Eucaristia è il fondamento che regge l’universo e gli dà consistenza. Che cos’è la pietra angolare o il fondamento della casa? È ciò che regge l’edificio. Così avviene per il mondo: esso è saldamente fondato perché poggia su di Lui. Se si toglie con l’Eucaristia la Presenza reale del Cristo dalla Chiesa, la Chiesa si disfà come non reggesse più: è come una casa senza fondamento che crolla. Si tolga l’Eucaristia dal mondo e il mondo sembrerà scompaginarsi e vacillare in se stesso. Quello che regge il mondo –  non dico la creazione come tale, ma la creazione in quanto ha ricevuto una vocazione divina e si ordina a Dio – questa creazione si disfà, viene meno.
Non è il Cristo che fa parte di questo mondo e acquista una sua realtà dal fatto che è tra noi, ma siamo noi che, nella Sua Presenza, acquistiamo realtà. È Lui che ci stabilisce nell’essere nostro più vero, ci dà un essere nuovo, sia che noi lo sappiamo, sia che non lo sappiamo. La presenza dell’Eucaristia dona a tutto l’universo un nuovo fondamento di essere, una nuova consistenza, una nuova solidità, una realtà, più piena e più grande di quella della prima creazione minacciata dal peccato: la realtà che gli deriva da una sua elevazione all’ordine divino, da un suo inserimento nel mondo divino.
Nell’Incarnazione Dio e l’uomo sono il Cristo; nella Presenza Eucaristica non solo l’Uomo che è nato dalla Vergine ma tutta l’umanità, tutta quanta la creazione sono attratti in Dio, sono in Cristo per divenire con Lui e in Lui una sola Realtà ultima: il suo mistico Corpo, il suo Plèroma
Non si può dire, come alcuni Indù, che la realtà creata è pura illusione; la realtà creata non è soltanto ombra e illusione, ma ha una sua consistenza; tuttavia questa consistenza è quasi ombra nei confronti della realtà che la creazione ottiene quando, mediante l’Incarnazione redentrice, il Verbo di Dio la attrae a Sé, la unisce a Sé per sussistere in essa.
Nell’Eucaristia Cristo prima di tutto in qualche modo assume gli elementi cosmici: il pane e il vino; ma per assumere soprattutto l’umanità. Si comunica a tutti noi associandoci a Sé; ci fa Sue membra, Suo Corpo, Sua Umanità. Così, mediante l’Eucaristia, tutta quanta la creazione entra in Dio. La creazione in qualche modo supera se stessa, supera la sua condizione creata per entrare nella condizione divina. La creazione non ha in sé la ragione del suo essere; se Dio sospendesse per un istante l’atto Suo creativo, tutto cadrebbe nel nulla. Ma ben altra è la consistenza della creazione quando Dio stesso nel Cristo l’attrae a Sé, donando alla creazione la forza, la realtà che gli è propria.
L’Eucaristia è dunque come il fondamento nuovo e universale della creazione visibile e invisibile. Questa Presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino è la radice di tutta quanta la creazione: la sostiene tutta, così come le fondamenta una casa, come le radici un albero. La Presenza reale non è solo in contiguità con la creazione, la investe tutta dall’intimo, la nutre di Sé, la sorregge.
È certo che noi dobbiamo adorare Cristo nell’Eucaristia, ma dobbiamo soprattutto ricordare che la sua Presenza è intima davvero a tutto l’universo così da essere di tutto l’universo la radice e il fondamento. Il mondo sussiste perché Gesù nell’Eucaristia gli dona il potere di una sussistenza nuova, attraendolo a Sé,  unendolo a Sé per fare di tutto l’universo in Lui un solo sacrificio, una sola oblazione di lode e di amore a Dio.
***
Don Divo Barsotti

LA NASCITA DI GESU’ NELLA DIVINA VOLONTA’




(Tratta da: Brani scelti dai Volumi di Luisa Piccarreta)



26 dicembre 1923 - Vol. 16

Per chi vive nella Divina Volontà è sempre Natale.

“ Figlia mia, per chi fa la Mia Volontà è sempre Natale. Come l’anima entra nel Mio Volere, Io resto concepito nel suo atto; come va compiendo il suo atto, Io svolgo la Mia Vita; come lo finisce, Io risorgo, e l’anima resta concepita in Me, svolge la sua vita nella Mia e risorge negli stessi Atti Miei. Vedi dunque che le feste natalizie sono per chi una volta all’anno si prepara e si mette in Grazia mia, quindi sente in sé qualche cosa di nuovo della Mia Nascita. Ma per chi fa la Mia Volontà è sempre Natale: rinasco in ogni suo atto ….
Per chi fa la Mia Volontà, la mia Nascita, la mia Vita, la mia Morte e la mia Risurrezione devono essere un atto continuato, non mai interrotto; altrimenti quale sarebbe la diversità, la smisurata distanza dalle altre santità? ”

Le spose di Gesù



Cammini di santità

Ogni anima creata, che vive la sua alleanza nuziale con Dio, è chiamata alla perfezione nell’amore. In modo particolare, lo è l’anima cristiana per la sua alleanza con Cristo nel battesimo che si rinnova nell’Eucaristia. Ma, questo, Dio lo esige in modo speciale dall’anima consacrata che deve vivere come una divina sposa del Re ed aspirare costantemente alla santità. Analizziamo alcuni cammini di santità. Santa Teresa ci parla di loro nelle Mansioni o Castello Interiore.


In cammino verso Dio

Immaginiamo un uomo che desidera arrivare ad una città lontana. Fa i preparativi per il viaggio e un bel giorno esce contento dalla sua casa, camminando col suo zaino sulle spalle. Lungo il cammino prova fame, sete, stanchezza. A volte si ferma stremato. Altri giorni si ritrova ammalato e non può camminare. Al suo passare trova cadaveri di uomini, che si stanno decomponendo al sole. Ed egli continua il suo cammino, alcuni giorni velocemente, altri con maggior lentezza.
Un giorno trova un asinello e lo acquista e carica su di lui il suo zaino per andare più velocemente; ma egli continua a camminare. Un altro giorno monta sull’asinello e così può andare avanti più rapidamente. Arriva il momento in cui vende l’asinello e compera un carretto con due cavalli. Ora può procedere più riposato e può addirittura dormire ogni tanto sul carretto. All’improvviso arriva un grande temporale, con lampi, tuoni, saette, pioggia abbondante... I cavalli sono spaventati ed egli si crede perduto nell’oscurità della notte. Patisce la fame e il freddo, non vede dove continua la strada... Finché il temporale finisce, esce di nuovo il sole ed egli continua senza fermarsi... Finalmente arriva ad una strada in perfette condizioni, si compera una macchina nuova con la quale può procedere a 120 Km all’ora.
Quando tutto sembrava andare nel migliore dei modi ha un incidente ed è sul punto di morire. Si sente solo. Nessuno lo aiuta; ha paura e non può far niente per se stesso. Si sente angosciato ed è rassegnato a morire. Allora, quando è più depresso, arriva qualcuno in suo aiuto, lo cura e lo porta verso il suo aereo perché possa arrivare più velocemente a destinazione, molto prima di quanto egli avesse mai sperato. E quando si ritrova a volare fra le altezze del cielo, si sente immensamente felice e grato. La sua missione si è compiuta, sta arrivando alla meta. Dopo essere sceso dall’aereo si ritrova con i suoi famigliari e con i suoi amici e con essi inizia una nuova vita di gioia e felicità. 
Ora vediamo a che punto ti trovi nel tuo cammino verso Dio. Sei morta per strada per via del peccato mortale? Sei ammalata per peccati che ti tolgono le forze e ti impediscono di camminare? Ti senti stanca e sopraffatta e ti vien voglia di tornare indietro? 
Stai bene? Godi di buona salute e continui a camminare giorno e notte, sia pure con difficoltà a causa dello zaino appesantito dai tuoi difetti e dalle tue imperfezioni? In questo caso ti troveresti nell’orazione vocale, cioè nel primo grado di orazione. Quando acquisti l’asinello e carichi su di lui il tuo zaino: è come se ti liberassi da molte imperfezioni. Desideri migliorare ogni giorno e progredire sulla strada di Dio. 
Ormai ti trovi nel secondo grado o meditazione. Arriva un momento in cui monti sul tuo asinello e procedi più riposata e felice. La tua preghiera è più facile? È il terzo grado o orazione affettiva, piena di affetto verso Dio. Gli dici parole di amore. Poi acquisti il carretto con i due cavalli ed inizia la tua orazione o preghiera di semplicità e raccoglimento acquisito. Tutto si riduce a guardare e ad amare.
Cominci a sfruttare alcune esperienze di contemplazione, «dormi» bene, ti senti bene. Quando all’improvviso tutto cambia. Si è fatta sopra di te la notte oscura, la tempesta si abbatte sopra il tuo corpo e sulla tua anima e ti senti perduta e abbandonata da Dio. È la notte dei sensi...
Ma il sole ritorna e godi di nuovo della contemplazione. Dio sta prendendo possesso della tua anima e delle tue facoltà  ed arrivi alla preghiera di quiete, che può essere accompagnata da fenomeni soprannaturali.
Dopo aver goduto per un certo tempo di queste esperienze dell’amore di Dio, il Signore ti eleva alla preghiera di unione, che consiste in una contemplazione infusa, durante la quale le facoltà interiori sono come «imprigionate» o prese da Dio. Poi entrerai nella prima fase della notte dello spirito, prima di arrivare al Fidanzamento o unione estatica (Seste Dimore).
Il giorno della tua Promessa di matrimonio è come se tu avessi acquistato un’auto nuova per procedere a grande velocità su ottima strada. Tutto sembra al colmo della pace e della felicità quando all’improvviso subisci un incidente, la tua macchina è distrutta e tu rimani agonizzante, senza speranza alcuna di arrivare alla meta. Ti senti abbandonata da tutti e ti rassegni alla morte.
Proprio in questo momento, mentre vivi e constati in profondità il tuo nulla e la tua impotenza, nella notte più fonda dello spirito, viene Gesù in persona, ti purifica e ti tira fuori da quell’inferno in cui credevi di dover restare per sempre. Egli ti porta sul suo aereo e poi in alto, sulle altezze della divinità e celebri con Lui il Matrimonio spirituale (Settime Dimore).
Tu e Lui formate una sola cosa sull’aereo (l’amore della Trinità). C’è un’unione trasformante, totale ed eterna. In questa nuova dimensione della tua vita spirituale, vivendo la vita dei TRE nel tuo cuore, ti sentirai immensamente felice, abbracciata e circondata dal suo amore infinito.
Così arriverai alla meta, terminerai il tuo cammino mortale e godrai per sempre in cielo della pienezza di Dio in compagnia dei beati. Là ti attendono i tuoi familiari ed amici perché tu viva in comunione, «comune unione», con loro e con tutti i santi e gli angeli per l’eternità.

Padre Angel Peña

LA SANTISSIMA EUCARESTIA



IL DIO DEI PICCOLI
Io per me son mendico e senza aiuto.
Salmo XXXIX, 18.

I. - Gesù ha voluto essere l'ultimo dei poveri, per stendere la mano al più meschino e dirgli: Io sono tuo fratello.
Durante la sua carriera mortale, il Cielo contemplava un Dio divenuto povero per amor dell'uomo, per dargli l'esempio della povertà e fargliene conoscere il pregio.
Infatti, poteva il Verbo incarnato nascere più poveramente che nella grotta di Betlemme, avendo per culla la paglia degli animali, e per tetto il rifugio del bestiame?
Crescendo, ha mangiato il pane dei poveri e durante la sua predicazione è vissuto di elemosine.
E' morto in una povertà estrema. Ed ecco nella gloria della risurrezione Egli fa ancora della povertà la sua compagna. Vivendo in mezzo a noi nel suo Sacramento, trova il modo di onorare, di praticare la povertà, e anche più che nella sua vita mortale. Una povera chiesa, squallida forse più della grotta di Betlemme, ecco sovente la sua casa. Quattro assi spesso tarlati formano il suo tabernacolo.
Bisogna che i suoi sacerdoti od i fedeli gli facciano elemosina di tutto: della materia del sacrificio, il pane e il vino; dei lini che lo devono ricevere o coprire, i corporali, le tovaglie, ecc.: dal Cielo non porta che la sua Persona adorabile e il suo amore.
I poveri sono senza onore: Gesù è là senza gloria.
I poveri sono senza difesa: Gesù è abbandonato a tutti i suoi nemici.
I poveri non hanno amici o quasi; Gesù in Sacramento né ha pochi e per la maggior parte degli uomini è un estraneo, uno sconosciuto.
O bella, o amabile povertà di Gesù in Sacramento!


II. - Gesù ci domanda di onorare in noi stessi la sua povertà, d'imitarla. Ma saremmo troppo lungi dalla perfezione, se credessimo che la povertà materiale sia tutto quello che ci domanda. Gesù mira più alto, ci vuole poveri nello spirito. Che cosa è la povertà di spirito? E' l'amore perfetto, è l'anima della vera umiltà.
Un uomo povero nello spirito, convinto che non ha nulla e non può nulla da sé, si fa della sua povertà stessa il titolo più prezioso e potente sul Cuore di Dio. Quanto più sarà povero in tal modo, tanto maggiori titoli avrà alla bontà e misericordia divina.
Notiamo che quanto più il povero si tiene nella sua povertà, tanto meglio si trova al suo posto, essendo noi un nulla. E per conseguenza onora tanto più Dio suo Creatore, facendolo in qualche modo più grande e misericordioso. Onde è che il Signore dice per bocca di Isaia: Su chi fermerò il mio sguardo se non sul povero e contrito di cuore? Ecco ove l'amato nostro Signore trova la sua gloria: nella povertà, che tutto gli tende, che gli fa omaggio di tutto.

Oh! Dio ama tanto i poveri in spirito che spoglia di ogni cosa i suoi servi, per farli trionfare per mezzo della stessa loro povertà.
Paralizza la loro intelligenza, inaridisce il loro cuore, li priva della dolcezza della sua grazia e della sua pace, li abbandona alle tempeste delle passioni, al furore dei demoni, loro nasconde il suo sole, li isola da ogni soccorso, sottrae in qualche modo se stesso alla sua desolata creatura. Che doloroso stato!
Anzi, che stato sublime! Il povero trionferà di Dio stesso! Più Dio lo spoglia e più egli né lo ringrazia come di un favore più grande; più Dio lo prova ed egli più mette la sua fiducia nella inesauribile divina bontà. E quando il demonio gli mostra l'inferno, ed i suoi peccati lo accusano e condannano, com'è grande questo povero di spirito che dice: Sì, l'inferno è un giusto castigo per me, anzi non è abbastanza terribile e vendicatore, per i peccati che la mia malizia ha commesso contro di voi, mio Creatore e mio Padre! Io merito milioni d'inferni, ma perciò appunto io spero nella vostra infinita misericordia: né sono degno e più di tutti, perché sono il più miserabile. O mio Dio, fate giustizia su di me in questo mondo; grazie, grazie senza fine, dell'occasione che mi porgete di pagare i miei debiti alla vostra giustizia. Anche più, o Signore, che io merito castighi anche più!

Che cosa può il buon Dio rispondere a questo povero riconoscente?
Iddio si darà per vinto. Lo abbraccerà, gli aprirà tutti i suoi tesori e additandolo agli Angeli dirà: Ecco l'uomo che mi ha veramente glorificato!

III. - Facciamo volentieri l'adorazione e la Comunione come il povero del buon Dio: vi troveremo facilmente l'applicazione dei quattro fini del Sacrificio:

1° Che fa il povero quando domanda l'elemosina ad un ricco caritatevole? Lo saluta dapprima con rispetto e con gioia, e dimenticando di essere un miserabile sudicio e mal vestito, non pensa che alla bontà del ricco. Fate lo stesso con Nostro Signore; dimenticate la vostra miseria e non pensate che alla sua bontà.
Adoratelo con fiducia e umiltà.

2° Il povero loda quindi la bontà del ricco: Voi siete molto buono, tutti lo dicono; e quanto già foste buono con me! - Ed entra nei particolari dei benefizi ricevuti. Voi pure lodate e ringraziate la divina bontà verso di voi: il vostro cuore troverà espressioni e lacrime assai dolci ed eloquenti.

3° Poi il povero espone le sue miserie: Sono di nuovo alla vostra porta con le mie miserie e più grandi che nel passato. Non ho altri che voi! So che la Vostra bontà non si stanca, che è più grande della mia povertà: so che vi rendo felice offrendovi l'occasione di far del bene.
Nello stesso modo sappiamo anche noi esporre le nostre miserie a Nostro Signore, prenderlo per il cuore, mostrandogli il bene che potrà fare: gli sarà cosa graditissima, essendoché il suo amore non si manifesta che attraverso le effusioni della sua bontà.
Quando il povero ha ricevuto molto più di quello che domandava, piange di commozione. E, più che a quanto gli si da, guardando alle belle maniere del suo benefattore, non sa rispondere che queste parole: Ah, quanto siete buono! Io lo sapevo bene! Ma se il ricco fa entrare il povero, lo invita alla sua mensa, siede al suo fianco, il povero non ha coraggio di mangiare, tanto è confuso e commosso da bontà così grande.
Non ci tratta forse così Nostro Signore? Dunque la nostra miseria ci faccia meglio conoscere la sua bontà.

4° Infine il povero lascia il suo benefattore dicendogli: Ah, se potessi fare qualche cosa per voi! Almeno pregherò molto per la vostra famiglia. - E se né va, pregando, pieno di gioia e benedicendo il suo benefattore.

Facciamo lo stesso con Nostro Signore. Preghiamo per la sua grande famiglia. Benediciamo la sua bontà.
Celebriamo dappertutto la sua gloria e offriamogli l'omaggio del nostro cuore, di tutta la nostra vita. 

di San Pietro Giuliano Eymard

L'ARALDO DEL DIVINO AMORE



DOTTRINA E MISSIONE DI S. GELTRUDE

***
Prima di spiegare le sue ali Geltrude si è lasciata trasportare da quelle della Santa Madre Chiesa: grazie a quel volo vigoroso si è trovata, fin dall'inizio, su alte vette, a cui molto raramente arrivano gli sforzi personali dello spirito umano. Ascoltiamo, a questo proposito, un autore competente: «Nelle grandi scuole della vita contemplativa, si pensava, che l'uomo, per penetrarsi di cose divine, dovesse occuparsi ininterrottamente di Dio. Ora la preghiera individuale, o l'orazione mentale, quantunque minore per dignità, hanno sulla preghiera sociale il vantaggio di poter offrirsi a Dio in ogni tempo e luogo, nella malattia e nella sanità, di giorno e di notte. Pure nessun contrasto fra le due forme di preghiera, giacché si richiamano a vicenda. Felice l'anima che sa disposarle in un unica palpito d'amore, e tenerle al loro posto, nella stima e nella praticai Nel palazzo di un re il cerimoniale determina le forme solenni di omaggio, che sono indispensabili per il decoro della dignità reale: però tali forme non pregiudicano le effusioni personali dell'amicizia e della tenerezza. « Così il nostro sommo Re, il Rex regum et Dominus domínantium » (Apoc. XIX, 16), avendo diritto a tutto lo splendore del culto pubblico, vuole però anche la tenerezza segreta de' suoi amici fedeli, l'amore delle sue spose, la pietà. de' suoi figli, l'attenzione generosa di coloro che si degna chiamare fratelli. Egli vuol vedere, anche nel cuore dell'ultimo de' suoi cortigiani, non la rigida servilità che si piega esteriormente al dovere, ma l'amore che trasfigura ogni atto e lo fa compiere con cura piena di finezze.
Non ignoriamo, è vero, che la preghiera individuale può alimentarsi a sorgenti private: ma non è meno vero che la principale e la più abbondante sorgente della contemplazione, si troverà nell'Ufficio divino. Dice l'Apostolo: « Nam quid oremus, sicut oportet, nescimus: sed ipse Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus » « noi non sappiamo neppure come pregare degnamente: ma è lo Spirito di Dio che prega in noi con gemiti ineffabili » (Rom. VIII, 26). Un'anima plasmata dallo Spirito Santo non saprà forse, meglio di altre, conversare con Dio nell'intimità del suo cuore, quando si racchiude nella solitudine, portando seco, come mistica ape, il succo di tanti fiori, raccolto nel giardino della Chiesa? Dopo di essere stata tutta impregnata della preghiera del Verbo, troverà forse difficoltà a parlare con Dio, nel segreto della coscienza? La contemplazione, nella forma più elevata, non è forse la fioritura delle stupende affermazioni che ci offre la preghiera della Chiesa? Si può quindi concludere che l'anima non può trovare una forma più esatta per tradurre la verità ch'ella ha contemplata, della preghiera liturgica, la quale si presta mirabilmente al timido balbettare dell'anima che cerca Dio, come alle effusioni di quella che l'ha già trovato.
Non conviene quindi creare opposizione fra preghiera liturgica, voluta dalla Chiesa, e preghiera individuale, libera nelle sue espansioni e ne' suoi progressi. La prima non esiste con pienezza senza la seconda: la seconda attinge le sue forze dalla prima, appoggiandovisi con piena sicurezza. La Chiesa non mutila l'anima umana, e non attenua i suoi slanci verso Dio, fissa e determina le forme della preghiera ufficiale, lasciando alle anime piena libertà di effondersi in Dio: non sdegna nessun mezzo che possa condurre all'unione divina, e si serve persino del bello fisico, come di un prezioso ausiliare per aiutarci a salire verso l'unica sorgente della vera bellezza. Con ciò non vogliamo confondere lo spirito di preghiera con l'emozione vaga e semplicemente estetica, che afferra l'anima davanti alle bellezze della liturgia: tali impressioni possono colpire anche un incredulo: ma vogliamo soltanto affermare che la S. Chiesa utilizza tutte le energie naturali che trova nell'anima, per aiutarla ad elevarsi fino a Dio.

Così, con un doppio movimento che consiste nel far bene l'orazione per meglio salmodiare l'Ufficio divino, e a cercare nell'Ufficio fresche energie per l'orazione, l'anima giunge senza scosse, senza rumore, direi quasi senza sforzo, alla vera contemplazione. Queste due forme di preghiera non possono essere nè separate, nè opposte nella pratica quotidiana di quelle anime che sono votate, per istato, alle altezze della vita contemplativa. S. Geltrude è ritratta fedelmente in queste righe. Il lettore stesso potrà giudicare se le sue effusioni personali con Dio hanno trovato inciampo nelle forme liturgiche: egli converrà con noi che la dolce Santa ha saputo, ape diligente, comporre un miele squisito e inalterabile, delizia delle generazioni future; giacchè i suoi scritti hanno il privilegio di rivelare bellezze sempre nuove, e di scoprire al lettore riflessivo, tesori inesauribili, attinti alle meravigliose sorgenti della Liturgia.
***
RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE

CONSACRAZIONE AI TRE SIGNORI DEL CIELO E DELLA TERRA GESÙ, MARIA E GIUSEPPE




Amabilissimi, tenerissimi, beatissimi padroni e signori Gesù, Maria e Giuseppe, io (nome), umilmente sottomesso, dolcissimamente schiavo dei vostri amori, supplico le vostre eccellentissime Maestà di volermi ricevere per il più inutile, indegno e minore schiavo vostro.
E con tutto l'ardore prego che non permettiate che in alcun tempo mi faccia schiavo del demonio né delle mie passioni o appetiti, poiché mi sono consegnato come schiavo di così dolcissimi padroni e signori, e poiché gli schiavi (secondo diritto) non possiedono cosa propria, se non dei loro padroni, fin da oggi offro, dedico e consacro alle vostre dolcissime maestà l'anima, la vita e il cuore; pensieri, parole ed opere; potenze, sensi e desideri, perché come padroni e signori miei mi possediate tutto e tutto mi dominiate, dirigendo tutto ai maggiori gusti e amori del mio dolcissimo Gesù e in concomitanza dei suoi tenerissimi genitori, padroni e signori miei, alle cui Maestà, in ossequio di schiavitù, offro e prometto di recitare tutti i giorni questa consacrazione come gustosissima paga di schiavo con i suoi amatissimi e tenerissimi padroni e signori. Amen.


Promesse della Vergine SS. per tutti coloro che faranno l’ “offerta di vita”



1. NESSUNO DEI LORO FAMILIARI ANDRÀ ALL’INFERNO, ANCHE SE LE APPARENZE ESTERNE LO FACESSERO SUPPORRE, PERCHÉ PRIMA CHE L’ANIMA ABBANDONI IL CORPO, RICEVERANNO LA GRAZIA DEL PERFETTO PENTIMENTO.

2. NELLO STESSO GIORNO DELL’OFFERTA, USCIRANNO DAL PURGATORIO TUTTI I DEFUNTI DELLA LORO FAMIGLIA.

3. NELLA MORTE STARÒ AL LORO FIANCO, E PORTERÒ LE LORO ANIME ALLA PRESENZA DI DIO SENZA PASSARE DAL PURGATORIO.

4. I LORO NOMI SARANNO SCRITTI NEL CUORE DI GESÙ E NEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA.

5. SI SALVERANNO MOLTISSIME ANIME DALL’ETERNA CONDANNA PER QUESTA OFFERTA UNITA AI MERITI DI CRISTO. IL MERITO DEI LORO SACRIFICI, BENEFICERÀ LE ANIME SINO ALLA FINE DEL MONDO.

L’offerta di vita va fatta in questi termini:
“Mio amato Gesù, davanti alle persone della Santissima Trinità, davanti alla nostra Madre del Cielo e a tutta la Corte celeste, offro secondo le intenzioni del tuo Cuore eucaristico, secondo quelle dell’immacolato Cuore di Maria Santissima, tutta la mia vita, tutte le mie sante Messe, Comunioni, opere buone, sacrifici e sofferenze, unendoli ai meriti della Tua santissima Madre e della Tua morte sulla croce, per adorare la gloriosa santissima Trinità; per offrirle riparazioni per le nostre offese; per l’unità della nostra santissima madre Chiesa; per i nostri sacerdoti; per le buone vocazioni sacerdotali; e per tutte le anime sino alla fine del mondo. Ricevi Gesù mio, la mia “offerta di vita” e concedimi la grazia di perseverare fedelmente sino alla fine della mia vita. Amen

Parole della Madonna:

“…Se qualcuno, figlia mia, fa solo una volta l’offerta della vita. Capisci, figlia Mia? Se solo una volta, in un momento di grazia, si è acceso nel suo cuore il fuoco dell’amore eroico, con questo ha sigillato tutta la sua vita! La sua vita, anche se non ne è consapevole, è ormai possesso di Entrambi i Sacri Cuori. Per mio Padre il tempo non esiste. La vita dell’uomo sta davanti a lui tutta intera… E aggiunse: anche se un’anima avesse già fatto un’altra offerta, questa le ingloba tutte e diventa superiore. Questa offerta sarà quindi la corona, l’ornamento più prezioso ed il distintivo della sua nobiltà spirituale in Cielo”

Estratto da: Suor Maria Natalia Magdolna.THE VICTORIOUS QUEEN OF THE WORLD (Le promesse complete nel volume) Nihil obstat: Fr. Antonio González Ecclesiastic censor Imprimatur Jesús Garibay B. General Vicar Guadalajara, Jal. Jun. 1, 1999

Comunione in bocca e in ginocchio!



Nell’intervista concessa ad Aciprensa, il Prefetto della Congregazione vaticana per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, cardinal Antonio Cañizares Llovera ha raccomandato che i cattolici si comunichino in bocca e inginocchiati. Così si è espresso il porporato spagnolo che è al servizio della Santa Sede come supremo responsabile, dopo il Papa, della liturgia e dei sacramenti, nella Chiesa cattolica, alla domanda circa l’opportunità che i fedeli si comunichino, o no, sulla mano.
La risposta del cardinale è stata breve e chiara: “È raccomandabile che i fedeli si comunichino in bocca e inginocchiati”. Inoltre, rispondendo alla domanda di Aciprensa sulla consuetudine promossa dal Papa Benedetto XVI di amministrare, a quanti si comunicano da lui, l’Eucaristia in bocca e in ginocchio, il cardinal Cañizares ha detto che questa è dovuta “al senso che deve assumere la comunione, che è adorazione, riconoscimento di Dio”. “Si tratta semplicemente di sapere che stiamo al cospetto di Dio stesso e che Lui è venuto a noi e noi non lo meritiamo” ha affermato. Il porporato ha detto anche che comunicarsi in questo modo “è il segno di adorazione che è necessario recuperare. Io credo che sia necessario in tutta la Chiesa che la comunione si riceva in ginocchio”.
“Infatti – ha aggiunto – se ci si comunica in piedi, bisogna genuflettersi o inchinarsi profondamente, cosa che non viene fatta”. Il prefetto vaticano ha detto, inoltre, che “se banalizziamo la comunione, banalizziamo tutto e non possiamo perdere un momento tanto importante, come la comunione, come riconoscere la presenza reale di Cristo, del Dio che è amore degli amori come cantiamo in una canzone spagnola”. Alla domanda di Aciprensa sugli abusi liturgici in cui incorrono alcuni attualmente, il cardinale ha detto che è necessario “correggerli, soprattutto mediante una buona formazione: formazione dei seminaristi, formazione dei sacerdoti, formazione dei catechisti, formazione di tutti i fedeli cristiani”.
Questa formazione, spiegò, deve far sì che “si celebri bene, che si celebri conformemente alle esigenze e alla dignità della celebrazione, in conformità alle norme della Chiesa, che è l’unico modo per celebrare autenticamente l’Eucaristia”. Infine il cardinal Cañizares ha detto ad Aciprensa che in questo compito di formazione per celebrar bene la liturgia e correggere gli abusi, “noi vescovi abbiamo una responsabilità molto specifica e non possiamo trascurarla poiché tutto ciò che facciamo affinché l’Eucaristia sia ben celebrata servirà a far sì che l’Eucaristia sia ben partecipata”.

mercoledì 25 dicembre 2019

Il Velo rimosso



Il Velo rimosso, lo short film di un gruppo di cattolici dell’Iowa che ci insegna ad aver rispetto della liturgia. Durante la messa ad un certo punto arrivano gli angeli e il Cielo si apre. E alla vista dei fedeli si spalanca il Paradiso…

Perché cotanti non possono credere



Discutasi il perché cotanta gente non è inclinata alle vere posizioni e non riceve la grazia della Vera Fede. In Giovanni Capitolo 5 Gesù Cristo comunica agli Ebrei che in Lui non credevano così.
Giovanni 5:44: "Come potete voi credere, poiché prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da un solo Dio?"
Gesù Cristo rivelò che una ragione principale per la quale le persone non ricevono la grazia della Vera Fede è la loro ricerca della gloria, approvazione o del rispetto altrui, invece di quello Divino. Cotale principio applicasi trasversalmente, tanto agli infedeli quanto agli eretici di qualunque tipo, oltreché alle moltitudini di coloro sostenenti di essere Cattolici, nonché ai cosiddetti Cattolici tradizionali, i quali non sono Cattolici per la loro ostinata adesione a posizioni false. Tali persone hanno troppa cura di ciò che gli altri pensano, rispettano ed approvano, invece di essere focalizzate totalmente su quanto di vero dinnanzi all'Altissimo e su quanto garba a Lui; la loro focalizzazione è oltremodo orizzontale, si direbbe, non già abbastanza verticale: esse ricercano il rifugio presso gli altri, non già presso Dio; se esse fossero focalizzate esclusivamente o sufficientemente su quanto di vero dinnanzi all'Altissimo, a prescindere dalla reazione altrui, esse riceverebbero la grazia onde scorgere la verità, nondimeno, esse incontrerebbero conflitti, non rispetto, menzogne, derisione ed odio da parte di molti individui che altrimenti reagirebbero differentemente nei loro confronti.
Matteo 10:25: "Basta al discepolo di essere come il suo maestro, e al servitore di essere come il suo signore; se hanno chiamato il padron della casa Beelzebub, quanto più chiameranno così i suoi famigliari?"
Galati 1:10: "Perciocché, induco io ora a credere agli uomini, ovvero a Dio? o cerco io di compiacere agli uomini? poiché, se compiacessi ancora agli uomini, io non sarei servitor di Cristo."
2 Timoteo 3:12: "Ora, tutti quelli ancora, che voglion vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati."
Giovanni 15:18-19: "Se il mondo vi odia, sappiate che egli mi ha odiato prima di voi. Se voi foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che sarebbe suo; ma, perciocché voi non siete del mondo, anzi io vi ho eletti dal mondo, perciò vi odia il mondo."
L'importanza di siffatto punto non andrebbe sottovalutata. Abbracciare e difendere la verità Divina, nonostante la pensata altrui, significa esser guerreggiati, significa esser detestati, significa perdere rispetto, divenire oggetto di mendacia e derisione da parte di persone che altrimenti reagirebbero differentemente: ciò è quanto ha da avvenire, specialmente durante l'odierna Grande apostasia, periodo al quale Gesù Cristo alluse allorché chiese se il Figlio dell'uomo avrebbe trovato Fede sulla Terra al Suo ritorno, Luca 18:8. Ciò non significa che occorre esser combattivi per amore di combattimento, ma che abbracciare e professare la piena verità senza compromesso ha da ingenerare nei malvagi le reazioni succitate, a seconda del proprio stato nella vita.
Orbene, alle volte una persona abbraccia le vere posizioni, ma inizia ad ascoltare coloro cui esibiscono denigrazione o non rispetto verso quelli che aderiscono alla stessa: se una persona ha troppa cura di cotale reazione Iddio ritrae dalla medesima la grazia tale che la sua convinzione indeboliscesi, forse sino al punto di perdere la Fede Universale. È per ciò che non devesi generalmente continuare a dialogare con chi rigetta od attacca la verità o con chi viva nel peccato di maniera pertinace: occorre evangelizzarlo e sforzarsi a convertirlo, ma se egli fosse ostinato nel suo rigetto della verità, non interessato al cambiamento, bisognerebbe proseguire per la propria strada, non già trascorrervi del tempo onde ascoltare i suoi pensieri, salvo scopi straordinari, di studio o di investigazione. Dopo la seconda ammonizione evita l'eretico, Tito 3:10: allorché i più deboli seguitano a frequentare ed ascoltare i miscredenti o gli infedeli essi spesso macchiansi, indebolisconsi o corromponsi del tutto. 
Un vero credente perde talora la Fede Universale poiché troppo preoccupato della denigrazione, reazione o del non rispetto altrui, nonpertanto, è più comune che laddove Iddio rilevi il cuore di qualcuno essere troppo interessato a ciò che gli uomini approvano e rispettano, non avendo risposto propriamente alle precedenti grazie dell'Altissimo onde focalizzarsi su di Lui, Egli non lo grazi con la Vera Fede in prima istanza: giacché il cuore di costui è fissato sproporzionatamente sul rispetto altrui egli non viene graziato con l'inclinazione alla verità Divina, bensì soltanto ad una verità parziale, ragione per la quale cotanti gravitano attorno alle dottrine, sette e posizioni umane quali autorità finali, bramando nel cuor loro l'approvazione umana, piuttosto che Divina.
Oltretutto, allorquando le persone sono eccessivamente preoccupate dell'approvazione umana il loro intelletto diviene ottenebrato, di conseguenza, esse iniziano a considerare propriamente ed a rispettare le pensate di soltanto alcuni, ancorché non rispettino od ignorino dei fatti i quali valutati dinnanzi alla verità Divina meriterebbero rispetto. Ciò non implica che una persona abbracciante la piena verità sia disapprovata, disprezzata o non rispettata per le sue posizioni da chiunque, anzi, ne riceverà trionfo, tuttavia, la vasta maggioranza, massimamente odierna, la rigetterà.
È inoltre quasi sempre il caso che un eretico nutra dell'interesse per la Divina approvazione: gli eretici desiderano l'approvazione dell'Altissimo sino ad un certo grado normalmente, non essendo focalizzati sufficientemente od esclusivamente sulla di Lui gloria ed approvazione; gli eretici mantengono un'affetto inappropriato per quanto rispettato ed approvato dagli uomini, di conseguenza, non viene concessa loro la luce della verità, essi non ricevono una fede forte, la quale, fermamente radicata in Dio Medesimo, non si sposta con i venti di contesa e schieramento escogitati dall'inganno e dall'umana astuzia.
Efesini 4:14: "Acciocché non siam più bambini, fiottando e trasportati da ogni vento di dottrina, per la baratteria degli uomini, per la loro astuzia all'artificio, ed insidie dell'inganno."
Perloché, nel valutare la condotta propria o nel determinare le proprie posizioni vogliasi ignorare considerazione altrui qualunque: il pensiero delle conoscenze, delle presunte guide o dei cosiddetti sacerdoti non importa; ciò che importa è quanto di vero e giusto dinnanzi all'Altissimo; vogliasi valutare l'oggetto di per sé dinnanzi a Dio ed alla luce della Sua Rivelazione.
Sant'Afraate: "Chiunque abbia fiducia nel Signore è come un albero disposto dal fiume; chiunque riponga la propria fiducia nell'uomo riceverà le maledizioni di Geremia."
In molti casi, l'aderenza andante a posizioni false od eresie è influenzata ancora da considerazioni di carattere aziendale, finanziario o professionale; verbigrazia, coloro seguenti una particolare trasmissione o programma religioso od insegnanti presso una particolare scuola avrebbero da spesso perdere la loro posizione nell'abbracciare la piena verità, pertanto, essi non sono inclini a farlo, indegni sì di Gesù Cristo e con l'uopo di trovare un'altra occupazione.
Matteo 10:37-39: "Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; e chi ama figliuolo o figliuola più di me non è degno di me. E chi non prende la sua croce, e non viene dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovata la vita sua la perderà; e chi avrà perduta la vita sua per cagion mia, la troverà."
Esistono molti falsi tradizionalisti i quali si dilettano nelle frequentazioni loro molte pretese essere tradizionali, nelle loro cosiddette comunità tradizionali e similare, significando niente: molti saranno scossi nel vedere i loro eroi pretesi essere tradizionali condannati al fuoco eterno durante il Giorno del giudizio per avere compromesso la verità Divina, poiché avere avuto molti seguaci o conoscenti in questa vita reputati grandi non avrà giovato, poiché tutto ciò che importa è la giustizia delle credenze e condotte proprie dinnanzi all'Altissimo Signore Dio.
Esodo 23:2: "Non andar dietro a' grandi per far male; e non dar sentenza in una lite, inchinando a favorire i grandi, per far torto."
Luca 13:24: "Ed egli disse loro: Sforzatevi d'entrar per la porta stretta, perciocché io vi dico che molti cercheranno d'entrare, e non potranno."
Fratello Pietro Dimond, O.S.B.

Maria Madre di Dio



Dio può fare un mondo più grande, un cielo più spazioso, ma fare una madre più grande, più nobile che la Madre di Dio, non può.

 (San Bonaventura)

E il giorno di Natale durerà tutto l’anno!



Se comandasse lo zampognaro
che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale?
“Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d’oro e d’argento”.
Se comandasse il passero
che sulla neve zampetta
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso,
tutti i doni sognati,
più uno, per buon peso”.

Se comandasse il pastore
dal presepe di cartone
sai che legge farebbe
firmandola col lungo bastone?
Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino.
Sapete che cosa vi dico,
io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
accadranno facilmente.
Se ci diamo la mano
i miracoli si faranno,
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno.

Gianni Rodari

QUESTO E’ UN NATALE NUOVO




Sì, si è fatta troppa poesia sul Natale. Si è trasformata l’Incarnazione in un’orgia di consumo. Ma la saturazione del profano, la condanna del pretestuoso, dell’inutile sta diventando una conquista. Anche questo forse è un segno di nuovi tempi. Non è il caso di essere pessimisti. C’è tutta una gioventù cristiana che non ama più commuoversi a Natale. E il povero non si lascia più sedurre dal pacco di Natale. Provate voi a preparare il famoso pranzo per i poveri: certo, il barbone è sempre pronto ad approfittarne; ma perfino il barbone sa che deve mangiare tutto l’anno e non solo a Natale. Anche l’uomo della strada ormai conosce le cifre della vergogna. Lo sanno tutti che ogni anno nel mondo muoiono per fame milioni di uomini….
Allora? Quanti Natali nella tua vita!
Forse cinquanta, forse settanta, ottanta! Duemila Natali! Ma ai Suoi occhi mille anni sono come un giorno che è già passato. L’importante è che ogni anno succeda qualcosa e tu possa dire: ecco, questo è un Natale nuovo.


David Maria Turoldo

PREGHIERA A GESÙ BAMBINO



Ricordati, o Santo Bambino Gesù, di quella promessa tanto cara che facesti alla tua tenera discepola, la venerabile Margherita del Santissimo Sacramento, quando le rivolgesti le soavi parole che infondono un balsamo di celeste consolazione nell' animo affranto: «Fa' ricorso al mio Cuore, e ogni volta che vorrai ottenere una grazia, chiedila per i meriti della mia santa infanzia, ed io non te la rifiuterò».
Pieno di fiducia nella tua promessa, eccomi ai tuoi piedi, o divino Bambinello, a esporti le mie necessità. Aiutami a condurre una vita santa, affinché possa giungere un giorno alla Patria celeste; e per i meriti della tua santa infanzia, pèr l' intercessione dell' amabilissima tua Madre e dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, degnati di concedermi la grazia che imploro.
Te la chiedo con la più viva speranza perché sai quanto ne ho bisogno. O dolce Bambino, non deludere la mia speranza! Mi affido alla tenerezza ed alla misericordia del tuo Cuore divino, sicuro che ascolterai la mia preghiera. Così sia.
3 Gloria al Padre