lunedì 24 agosto 2020

SERVIRE NEGLI UOMINI IL FIGLIO DELL’UOMO



Apriamo a molte genti un mondo nuovo e divino, pieghiamoci con caritatevole dolcezza allacomprensione dei piccoli, dei poveri, degli umili.
  
Vogliamo essere bollenti di fede e di carità.
  
Vogliamo essere santi vivi per gli altri, morti a noi.
  
Ogni nostra parola dev'essere un soffio di cieli aperti: tutti vi devono sentire la fiamma che arde
il nostro cuore e la luce del nostro incendio interiore; trovarvi Dio e Cristo.
  
La nostra devozione non deve lasciar freddi e annoiati perché dev'essere veramente tutta viva e piena di Cristo.
  
Seguire i passi di Gesù fin sul Calvario, e poi salire con Lui in Croce o ai piedi della Croce morire d'amore con Lui e per Lui.
  
Avere sete di martirio.
  
Servire negli uomini il Figlio dell'Uomo.
  
Per conquistare a Dio e afferrare gli altri, occorre, prima, vivere una vita intensa di Dio in noi stessi, avere dentro di noi una fede dominante, un ideale grande che sia fiamma che ci arda e risplenda - rinunciare a noi stessi per gli altri -, ardere la nostra vita in un'idea e in un amore sacro più forte.
  
Nessuno che obbedisco a due padroni - ai sensi e allo spirito - potrà mai trovare il segreto di conquistare le anime.
  
Dobbiamo dire parole e creare opere che sopravvivano a noi.
  
Mortificarci in silenzio e in segreto.
  
Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santità non appartenga solo al culto dei fedeli, né stia solo nella Chiesa, ma trascenda e getti nega società tanto splendore di luce, tanta vita di amore di Dio e degli uomini, da essere, più che i santi della Chiesa, i santi del popolo e della salute sociale.
  
Dobbiamo essere una profondissima vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali: spiriti contemplativi e attivi "servi di Cristo e dei poveri".
  
Non datevi alla vanità delle lettere, non lasciatevi gonfiare dalle cose del mondo.
  
Comunicare con i fratelli solo per edificarli, comunicare con gli altri solo per diffondere la bontà
del Signore:
  
1) amare in tutti Cristo;
  
2) servire a Cristo nei poveri;
  
3) rinnovare in noi Cristo e tutto restaurare in Cristo;
  
4) salvare sempre, salvare tutti, salvare a costo di ogni sacrificio con passione redentrice e con 
olocausto redentore.
  
Grandi anime e cuori grandi e magnanimi, forti e libere coscienze cristiane che sentano la loromissione di verità, di fede, di alte speranze, di amore santo di Dio e degli uomini, e che nega luce d'una fede grande, grande, proprio "di quella" nega Divina Provvidenza, camminino, senza macchia e senza paura, per ignem et aquam e pur tra il fango di tanta ipocrisia, di tanta perversità e dissolutezza.
  
Portiamo con noi e ben dentro di noi il divino tesoro di quella Carità che è Dio, e pur dovendo andare tra la gente, serbiamo in cuore quel celeste silenzio che nessun rumore del mondo può rompere e la cena inviolata dell'umile conoscimento di noi medesimi, dove l'anima parla con gli angeli e con Cristo Signore.
  
Il tempo che è passato, più non l'abbiamo: il tempo che è a venire non siamo sicuri di averlo: sol dunque questo punto del tempo abbiamo, e più no.
  
Intorno a noi non mancheranno gli scandali e i falsi pudori degli scribi e dei farisei, né le insinuazioni malevole, né le calunnie e persecuzioni. Ma, o figli miei, non dobbiamo avere il tempo di "volgere il capo a mirare l'aratro", tanto la nostra missione di carità ci spinge e c'incalza, tanto l'amore del prossimo ci arde, tanto il divino cocente foco di Cristo ci consuma.
  
Noi siamo gli inebriati della carità e i pazzi della Croce di Cristo Crocifisso.
  
Sopra tutto con una vita umile, santa, piena di bene ammaestrare i piccoli e i poveri, a seguire la via di Dio. Vivere in una sfera luminosa, inebriati di luce e divino amore, di Cristo e dei poveri e di celeste rugiada come l'allodola che sale, cantando, nel sole.
  
La nostra mensa sia come un'antica agape cristiana.
  
Anime! Anime!

Avere un gran cuore e la divina follia delle anime!

S. Luigi Orione

Apocalisse di S. Giovanni


Apocalisse di S. Giovanni



LA CONDANNA DELLA PROSTITUTA DI BABILONIA

«Allora, uno dei sette Angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: “Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. Con lei si sono prostituiti tutti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione”. 
L’Angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso:
“Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”. E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù.
L’Angelo mi disse: “io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta con sette teste e dieci corna” (...) Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna e sono anche sette re (...) Le dieci corna sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale per un’ora soltanto insieme con la bestia. (...) Le acque che hai visto, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue.
Le dieci corna che hai visto e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. (...) La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra»  (Apoc. 17; 1-18).

«Dopo di ciò, vidi un altro Angelo 
discendere dal cielo con grande potere
 e la terra fu illuminata dal suo splendore. 
Gridò a gran voce:
È caduta, è caduta
Babilonia la grande
Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono
e lutto non vedrò;
per questo in un sol giorno, 
verranno su di lei questi flagelli: 
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio che l’ha condannata»
(Apoc. 18; 1-2, 7-8).

a cura del dott. Franco Adessa

SIGNORE NON SONO CAPACE...



Credo, Signore, che sarei capace di compiere una volta,
 qualche atto straordinario. Un'azione che impegnerebbe tutto me stesso,
 se fossi sconvolto da una sventura, colpito da un'ingiustizia,
 se uno dei mie cari fosse in pericolo...
 Ma ciò che mi umilia e spesso mi scoraggia,
 è che non sono capace di donare la mia vita pezzo a pezzo,
 giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto,
 donare, sempre donare... e darmi!

Questo non posso farlo e tuttavia
 è certamente ciò che tu mi chiedi...
 Ogni giorno mille frammenti di vita da donare,
in mille possibili gesti d'amore,
 che più non si vedono tanto sono abituali,
 e più non si notano tanto sono banali,
 ma di cui tu mi dici di aver bisogno per mettere insieme un'offerta
 e perché un giorno io possa dire in verità:
 Ai miei fratelli io ho donato tutta la mia vita.

E ciò che desideri, Signore, ma non ne sono non posso farlo, lo so, ed ho paura.

Figliolo, io non ti chiedo di riuscire sempre, ma di provarci sempre.
 E soprattutto ascoltami, ti chiedo di accettare i tuoi limiti,
 di riconoscere la tua povertà e di farmene dono,
 perché donare la propria vita non vuol dire donare soltanto le proprie ricchezze,
 ma anche la propria povertà, i propri peccati.

Fa' questo, figliolo, e con i pezzi di vita sciupata,
 da te sottratti a tutti coloro che aspettano,
 colmerò i vuoti, dandoti in cambio la durata,
 perché nelle mie mani la tua povertà offerta,
 diventerà ricchezza per l'eternità.

di Michel Quoist

“Tre Fontane”




Prologo
Nel 1984 monsignor Francesco Spadafora ha pubblicato un bellissimo libretto (164 pagine, 11 cm x 18 cm) intitolato Tre Fontane presso l’Editore Giovanni Volpe di Roma.
Abbiamo già visto il contenuto delle circa sessanta rivelazioni private, che la Madonna ha fatto a Bruno Cornacchiola dal 1947 al 2001, citando il libro di Saverio Gaeta, “Il Veggente. Il segreto delle tre fontane” (1 – 2) (Milano, Salani, 2016), il quale ha potuto consultare i quaderni lasciati dal Cornacchiola alla Associazione da lui fondata (SACRI).
Ritorno sul tema poiché il libro di monsignor Spadafora, che non conosceva il contenuto delle rivelazioni private posteriori alla prima parte di quella resa pubblica del 12 aprile 1947, mette molto bene in luce il quadro che circonda la figura di Cornacchiola e il rapporto speciale che la sua conversione, dovuta all’apparizione della Madonna a lui e ai suoi tre figli, ha avuto con il papa Pio XII e l’apparizione della Madonna a Fatima avvenuta nel 1917. I due libri (di Gaeta e Spadafora) si integrano, dunque, a vicenda e vanno letti, meditati e vissuti alla luce del messaggio di Fatima: preghiera e penitenza per la conversione dei peccatori, riparazione e una tremenda guerra dopo quella del 1914 e del 1938, che “cancellerà intere Nazioni dalla faccia della terra”.
Il martirio di San Paolo e la chiesa delle “Tre Fontane”
San Paolo fu decapitato nel 67 vicino al luogo ove la Madonna apparve a Cornacchiola, che si chiamava nei tempi antichi Aquae Salviae, al terzo miglio dall’Urbe sulla via Laurentina, ove sorge ora la chiesa di San Paolo (detta delle Tre Fontane) limitrofa all’abbazia dei padri Trappisti o “Cistercensi riformati”, che per volere di Pio IX ne presero possesso nel 1868, sostituendo i Cistercensi antichi, che curavano la chiesa già ai tempi di San Bernardo Di Chiaravalle (XII secolo).
I fedeli cristiani che vivevano nel 67 chiesero ed ottennero, secondo il diritto romano, il corpo di San Paolo che riposa nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura non lontana dalla Piramide di Caio Cestio nei pressi della Stazione Ferroviaria di Roma Ostiense sulla antica via Ostiense.
Nel luogo ove l’Apostolo fu decapitato sgorgarono tre fontane di acqua proprio dove la sua testa cadde facendo tre balzi per la leggera china del terreno. Da allora non si parlò più di Aquae Salviae, ma delle Tre Fontane. I fedeli vi costruirono subito un oratorio, che fu restaurato e ampliato da papa Sergio I nel 689.
Nel 1599 il cardinale Pietro Aldo brandini fece demolire l’antico oratorio per costruirvi sopra una grande chiesa disegnata da Giacomo della Porta che si può vedere ancora oggi sostanzialmente immutata.
Sempre vicino alle Tre Fontane sorgono degli edifici costruiti dai monaci Trappisti destinati alla scuola per i figli dei contadini che vivevano nelle campagne adiacenti, scuole affidate da papa Benedetto XV il 10 ottobre del 1917 alle Suore fondate da Santa Lucia Filippini (nata nel 1672 e canonizzata nel 1930), chiamate Maestre pie Filippini. La Madonna disse nel 1947 a Cornacchiola di trasmettere alle “Mie dilette figlie” le Suore pie Filippini, di pregare molto per gli increduli.
Di fronte alle Abbazie e alle scuole delle Suore Filippini separato dalla via Laurentina sorge un bel boschetto di eucalipti piantati dai Trappisti in quella zona, che prima era paludosa e malarica. Proprio lì la Madonna apparve a Cornacchiola il 12 aprile del 1947 e ora vi sorge un piccolo convento di Frati Francescani Conventuali con l’annessa cappella aperta al pubblico, ancor oggi raccolto in silenzio e in preghiera davanti la statua che rappresenta la Madonna apparsa a Cornacchiola, presentataSi come Madonna della Rivelazione, eretta lì con il permesso di Pio XII. Purtroppo col passare degli anni nel boschetto avevano trovato rifugio molte persone dedite al malaffare, compresa la grotta ove Maria apparve a Cornacchiola. “Ove abbondò il peccato sovrabbondò la grazia” (Rom., V, 20).
Bruno Cornacchiola
Nacque il 9 maggio 1913 nel suburbio malfamato di Roma, l’attuale via Metronia, ove finiva l’Urbe e iniziava la campagna. La sua famiglia era originaria di Rieti ed era poverissima, il papà di Bruno era un alcolizzato, dedito alle risse, spesso rinchiuso in prigione e assai violento con la moglie e i figli (cfr. don Giuseppe Tomaselli, La Vergine della Rivelazione, Palermo, 1981).
Bruno per evitare le botte del padre viveva più in strada che in casa, sia di giorno che di notte. Quando una mattina la signora Maria Farsetti vide Bruno appena quattordicenne sdraiato sui gradini della Scala Santa in piazza San Giovanni in Laterano. La signora ne ebbe compassione e lo affidò ai padri Passionisti, che lo educarono ai primi rudimenti della fede e lo fecero accostare alla Eucarestia e alla Cresima.
Ma ritornato a casa fu malmenato dalla mamma e dal padre, così riprese la sua vita errabonda fuggendo a Rieti. Raggiunti i 21 anni fece il servizio militare a Ravenna, ove trovò ordine pace, vitto e alloggio decenti, ma dopo due anni dovette tornare a Roma e lì incontrò Jolanda, la figlia di una guardia carcerari di Regina Coeli, ove suo padre spesso passava le “vacanze”. Fu così che Jolanda e Bruno si sposarono nel 1936. Intanto Bruno era diventato comunista ed era partito per la guerra di Spagna, come infiltrato tra i franchisti e i volontari dell’Esercito Italiano al fine di sabotarli e passare al nemico (Russia, Francia e Inghilterra) preziose informazioni. Lì in Spagna conobbe un soldato germanico, che era protestante e lo convinse che il Papa era l’Anticristo e la Chiesa il dragone rosso dell’Apocalisse. Fu così che Bruno si mise in testa di uccidere papa Pio XII, ossia l’Anticristo, poiché secondo il protestantesimo era il responsabile di tutti i mali del mondo.
Nel 1939 tornò in Italia a guerra finita e riabbracciò la moglie e la piccola bambina che aveva avuta nei primi giorni del matrimonio. Però la moglie era cattolica convinta e Bruno in un impeto di collera distrusse tutte le immagini sacre e i rosari che aveva in casa.
Cornacchiola e Pio XII
Come mai, si chiede monsignor Spadafora, Pio XII si interessò subito all’apparizione della Madonna al Cornacchiola? Il 1937 la Madonna apparve proprio alle Tre Fontane ad una giovane assai pia, di nome Luigina Sinapi (nata a Itri in provincia di Latina l’8 settembre 1916 e morta a Roma il 17 aprile 1978) e tra e altre cose le disse: “Tra dieci anni apparirò di nuovo in questo luogo a un miscredente nemico della Chiesa e del Papa. Ora va in San Pietro, lì troverai la sorella del cardinal Pacelli. Porta a lui il mio messaggio. Da questo luogo stabilirò in Roma il trono della mia gloria”. Ora quella giovane conosceva molto bene l’allora cardinal Eugenio Pacelli e dopo avere incontrato la sorella gli riferì l’accaduto.
Perciò quando nel 1947 il cardinale era oramai divenuto Papa accolse subito con interesse la storia dell’apparizione della Madonna a Cornacchiola nelle Grotta delle Tre Fontane e la approvò.
Frattanto Cornacchiola era divenuto protestante acceso, ma la moglie lo aveva sfidato a far assieme a lei la pratica dei primi nove Venerdì del mese: “se alla fine tu avrai gli stessi sentimenti di ora, darò il mio nome alla setta, se invece cambierai idea, non parlarmene più”. Cornacchiola fece la pratica dei nove Venerdì, ma non successe nulla.
Però ecco che, dovendo fare una conferenza a favore del protestantesimo il 13 aprile del 1947, si volle preparare il giorno precedente. Quindi, avendo perduto, il trenino per Ostia si diresse con i tre figlioli al bosco di eucalipti delle Tre Fontane. Lì gli apparve la Madonna e gli dette due messaggi, il primo da rendere pubblico e il secondo da consegnare solo a papa Pacelli. Nel primo la Vergine raccomanda di recitare il Rosario, promette di far dei “grandi miracoli con questa terra di peccato”, ossia con la terra della grotta che prima dell’apparizione era divenuta un luogo di incontro dei peccatori. La seconda parte fu messa per iscritto da Cornacchiola appena tornato a casa e venne portata dallo stesso veggente a Pio XII.
“I pastori del gregge non fanno il loro dovere. Troppo mondo è entrato nella loro anima per dare scandalo al gregge e sviarlo dalla via. […]. Prima che la Russia si converta e lasci la via dell’ateismo, si scatenerà una tremenda e grave persecuzione. Pregate, si può fermare. […]. Allontanatavi dalle false cose del mondo: vani spettacoli, stampe d’oscenità. […]. Satana è sciolto per un periodo di tempo e accenderà tra gli uomini il fuoco della protesta. Figli, siate forti, resistete all’assalto infernale. […]. La Chiesa tutta subirà una tremenda prova, per pulire il carname che si è infiltrato tra i suoi ministri. […]. Sacerdoti e fedeli saranno messi in una svolta pericolosa nel mondo dei perduti, che si scaglierà con qualunque mezzo all’assalto: false ideologie e teologie. […]. Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sacre e sante. […]. Il mondo entrerà in un’altra guerra, più spietata delle precedenti; maggiormente sarà colpita la Rocca eterna (Roma). L’ira di satana non è più mantenuta; lo Spirito di Dio si ritira dalla terra, la Chiesa sarà lasciata vedova, sarà lasciata in balìa del mondo. […]. La colpita maggiormente sarà la Chiesa di Cristo per nettarla dalle sozzure che vi sono dentro. […]. I sacerdoti saranno calpestati e trucidati, ecco la croce rotta vicino alla talare dello spogliamento esteriore sacerdotale” (Saverio Gaeta, Il veggente. Il segreto delle tre fontane, Milano, Salani, 2016, pp. 80-88).
Il miracolo del sole danzante
Oltre vari miracoli di guarigioni portentose citati da monsignor Spadafora, sempre nel suo libro si legge il racconto di tre miracoli simili a quello avvenuto a Fatima il 13 ottobre del 1917 davanti a circa 70 mila persone.
Alle Tre Fontane il 12 aprile del 1980 di fronte a circa 4 mila persone e il 12 aprile del 1982 di fronte a 10 mila persone il sole si è messo a danzare nel cielo e qualcuno (che conosco personalmente e che me lo ha raccontato) lo ha visto anche da molto lontano, tornando da Rieti a Roma sulla via Salaria.
Conclusione
Queste pagine scritte da monsignor Francesco Spadafora nel 1984 potranno, come quelle scritte da Saverio Gaeta, suscitare contestazioni e polemiche, accuse di sensazionalismo e insinuazioni di “pre-conciliarismo” e di “profetismo di sventura”. Ma se le ispirazioni a Cornacchiola provenivano realmente dal Cielo, come personalmente ritengo, è certamente opportuno che vengano rese note al grande pubblico, sottraendole all’oscurità di qualche polveroso archivio della Santa Sede ed è bene per noi meditarle, unitamente al resoconto di tutte le sessanta apparizioni ricevute da Cornacchiola per riparare il male che viene commesso nel mondo, preservarci l’anima dalla morte eterna e affrontare serenamente il castigo che incombe sulle nostre teste. Refugium peccatorum, ora pro nobis!
d. Curzio Nitoglia

domenica 23 agosto 2020

Ad Apostolorum Principis. Sui processi della Chiesa in Cina. Pio XII



Ai Venerati Fratelli e diletti figli Arcivescovi, Vescovi e altri Ordinari del luogo, al clero e al popolo cinese, in pace e comunione con la Sede Apostolica: esortazioni e norme per le difficoltà presenti.

Papa Pío XII

Venerabili Fratelli e amati figli, Salute e Benedizione Apostolica.

Quando accanto alla tomba del Principe degli Apostoli , nella maestosa Basilica Vaticana, il nostro immediato Predecessore, in felice memoria, Pio XI, trentadue anni fa, consacrò e conferì la pienezza del sacerdozio “alle primizie e alla nuova progenie dell'Episcopato cinese AAS 18 (1926) 432 ”, così allargò i sentimenti che il suo cuore paterno stava penetrando in quel momento solenne:“ Siete venuti, venerabili fratelli, per vedere Pietro ; inoltre da lui avete ricevuto il bastone, che userete per intraprendere viaggi apostolici e radunare le pecore, e Pietro vi ha abbracciati con amore, che infondono non poca speranza di portare la verità evangelica ai vostri compatrioti Ibid. ".

L'eco di queste parole si riproduce ancora oggi nella Nostra anima, Venerabili Fratelli e amati figli, in quest'ora di afflizione per la Chiesa cattolica nella vostra patria. Certamente la speranza del nostro grande Predecessore non fu vana o senza frutto: nuovi eserciti di sacri Pastori e annunciatori del Vangelo si unirono a quel primo manipolo di Vescovi che Pietro, vivente nel suo Successore, aveva mandato a governare su quella porzione selezionata del gregge di Cristo; fiorì in mezzo a voi un vigoroso fiorire di opere nuove e di impegni apostolici, anche in mezzo a molteplici difficoltà. E noi, quando in seguito abbiamo avuto la grande gioia di erigere la Gerarchia ecclesiastica della Cina, abbiamo fatto nostra e accresciuto quella speranza e abbiamo visto aprirsi orizzonti ancora più ampi per l'espansione del Regno divino di Gesù Cristo.

L'inseguimento; due precedenti Lettere del Sommo Pontefice

Alcuni anni dopo, purtroppo, le nuvole temporalesche hanno oscurato il cielo; Sono iniziati tempi tristi e dolorosi per le vostre comunità cristiane, alcune delle quali fiorite in tempi antichi. Abbiamo visto i missionari, tra i quali molti Arcivescovi e Vescovi animati da un grande zelo apostolico, e anche il Nostro Internunzio, costretto a lasciare il suolo cinese; e gettati in prigione, o afflitti da privazioni e sofferenze di ogni genere, i santi Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e molti fedeli.

Siamo stati quindi costretti ad alzare la nostra voce angosciata per rimproverare l'ingiusta persecuzione, e con l'Enciclica Cumpimus Imprimis

AAS 44 (1952) 153 e ss del 18 gennaio 1952, stavamo attenti a ricordare per amore della verità, consapevoli del Nostro dovere, che la Chiesa cattolica non può essere considerata strana, almeno ostile a nessuno; tanto più che ella, nella sua materna sollecitudine, abbraccia tutte le nazioni con la stessa carità, che non aspira alle cose terrene, ma conduce tutti i cittadini al raggiungimento del cielo a misura della sua forza. Abbiamo inoltre avvertito che i missionari non fingono gli interessi di una particolare nazione, ma, provenienti da tutte le parti del mondo e uniti come sono da un unico amore divino, desiderano e cercano solo la diffusione del Regno di Dio; È chiaro, quindi, che il suo lavoro, lungi dall'essere superfluo o dannoso,

Dopo quasi due anni, il 7 ottobre 1954, con un'altra Lettera Enciclica Ad Sinarum gentem

AAS 47 (1955) 5 & ss, inviatovi per confutare le accuse mosse contro gli stessi cattolici cinesi, abbiamo apertamente proclamato che il cristiano non è, né può essere, inferiore a nessuno nella vera fedeltà e amore alla sua terra natia. E poiché si era diffusa tra voi la falsa dottrina denominata delle "Tre Indipendenze", noi, in virtù del Nostro Magistero divino e universale, avvertimmo che questa dottrina, secondo i suoi sostenitori, la comprendeva, già in senso teorico, già nelle applicazioni le pratiche che ne derivano non potrebbero essere approvate da alcun cattolico, poiché attinge anime dalla necessaria unità della Chiesa.

Ora dobbiamo avvertire che nella vostra nazione, negli ultimi anni, le condizioni della Chiesa sono peggiorate. È vero e questo è per noi motivo di grande consolazione in mezzo a tanti e così grandi dolori che di fronte alle prolungate persecuzioni che vi affliggono, la fede intrepida e l'amore più ardente per il Divin Redentore e la sua Chiesa non sono diminuiti in voi; fede intrepida e amore ardente che hai dimostrato in mille modi, per tutti i quali riceverai un giorno l'eterno premio di Dio, sebbene solo una piccola parte di essi sia giunta alla conoscenza degli uomini.

L '"Associazione patriottica"

Ma allo stesso tempo è nostro dovere denunciare con chiarezza - e lo facciamo con tremore e profondo dolore - che, grazie a piani insidiosi, le condizioni tra voi si stanno aggravando al punto che sembra che la falsa dottrina, che abbiamo rimproverato , sta raggiungendo le conseguenze più estreme e perniciose.

Infatti, con una tattica sapientemente concepita, è stata fondata tra voi un'associazione, che ha preso il nome di patriottico, ei cattolici sono costretti con ogni violenza ad aderirvi.

Questa associazione, - come è stato detto in ripetute dichiarazioni - avrebbe lo scopo di unire clero e fedeli in nome dell'amore per il Paese e della religione per diffondere lo spirito patriottico, per difendere la pace tra i popoli, e allo stesso tempo sostenere, rafforzare e diffondere il socialismo stabilito nella vostra Nazione e aiutare le autorità civili a difendere, quando se ne presenta l'opportunità, quella che chiamano libertà politica e religiosa. È tuttavia evidente che sotto queste vaghe espressioni di pace e patriottismo, che possono ingannare gli ingenui, una tale associazione tende a realizzare certi principi e piani perniciosi.

Finalità che la "Associazione" persegue

Con l'apparenza del patriottismo, che è davvero fallace, una tale associazione guarda soprattutto ai cattolici per dare progressivamente la loro adesione alle falsità del "materialismo" ateo, con cui si nega Dio e si rifiutano tutti i principi della religione.

Con il pretesto di difendere la pace, quella stessa associazione accetta e diffonde falsi sospetti e accuse contro molti e venerabili membri del clero e anche contro i Vescovi e la stessa Sede Apostolica, attribuendo loro scopi stravaganti di imperialismo, di condiscendenza e complicità nello sfruttamento del popolo, di ostinata ostilità verso la nazione cinese.

Pur affermando che è necessaria l'assoluta libertà in materia religiosa, e con la scusa di facilitare così i rapporti tra autorità ecclesiastica e civile, infatti l'associazione intende che la Chiesa, trascurata e rinviata ai suoi sacri diritti, sia totalmente assoggettata all'autorità civile. Per i quali i membri sono incoraggiati a considerare buone misure ingiuste come l'espulsione dei missionari, l'incarcerazione di Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e fedeli; anche di acconsentire alle misure prese per ostacolare ostinatamente la giurisdizione di molti legittimi Pastori; anche per sostenere principi riprovevoli che attaccano apertamente l'unità e l'universalità della Chiesa e la sua costituzione gerarchica;

Metodi di violenza e oppressione

Per diffondere e instillare più facilmente questi principi in tutte le intelligenze, questa associazione, che, come dicevamo, si fregia del nome di patriottismo, ricorre ai mezzi più disparati, anche quelli di oppressione e violenza: ossia la propaganda. abbondanti e clamorosi sulla stampa: incontri e congressi, ai quali sono costretti a partecipare con inviti, minacce e inganni - anche quelli che non lo desiderano - e in cui, se qualcuno si alza coraggiosamente per difendere la verità, lo faranno facilmente Lo zittiscono, lo sconfiggono e lo etichettano come un famigerato nemico della patria e del nuovo ordine.

Si devono menzionare anche quei corsi di formazione, in cui i discepoli devono bere e abbracciare questa dottrina fallace, a cui sono costretti sacerdoti, religiosi e religiose, studenti del sacro seminario, fedeli di ogni stato ed età. In questi corsi, attraverso lezioni e discussioni pressoché infinite e interminabili, nell'arco di settimane e mesi, le forze della mente e della volontà vengono talmente indebolite e spente che con questa violenza psicologica viene avviata piuttosto che richiesta. liberamente, come sarebbe giusto, un'adesione, che ormai non ha quasi nulla di umano. A questo si devono aggiungere quei modi di procedere che, esercitati con ogni mezzo, privatamente e pubblicamente, con l'inganno, con l'intento e con grave paura, disturbano le menti; le cosiddette “confessioni”, strappate con la forza; i campi di "rieducazione";

Contro tali mezzi, che violano i diritti più importanti della persona umana e calpestano la sacra libertà dei figli di Dio, la protesta di tutti i fedeli cristiani di tutto il mondo, e anche di tutte le nazioni, non può che insorgere insieme alla nostra. persone ragionevoli a deplorare l'indignazione contro la coscienza dei cittadini.

Ut Quis Fidelis Inveniatur

Sono venuta per dirvi che i grembi materni sono diventati i campi di concentramento del mondo.



“La Santissima Vergine ha detto piangendo: «Sono venuta per dirvi che i grembi materni sono diventati i campi di concentramento del mondo. Fai in modo che queste parole riecheggino in tutto il mondo. Perché i Miei figli non piangono? Perché solo pochissimi dei Miei figli sono preoccupati di questa situazione? Per favore dì ai Miei figli che il sangue dei bambini trucidati ricadrà su tutto il mondo…L’aborto è un assassinio. La mano di Mio Figlio continuerà a colpire la terra finché non vi fermerete. Smettete di violare le leggi di Dio».”




15 Ottobre 1992, messaggio della Madonna a Nancy Fowler, Conyers

PADRE PIO E IL DIAVOLO



Gabriele Amorth racconta... 

Padre Gabriele Amorth parla di Padre Pio

***

Erano gli anni in cui il monaco fu fatto oggetto di quella che a posteriori appare una  persecuzione inspiegabile da parte degli uomini della Chiesa. Ma se applichiamo a questa vicenda una duplice “griglia” di lettura: o quella epica della battaglia fino all’ultima goccia  di energia fra il monaco e l’angelo caduto; o quella biblica della prova crudele sostenuta da  Giobbe per volontà di un dio fiero della sua fedeltà, anche (questa vicenda) acquista  improvvisamente un senso, diventa comprensibile. «Opera diabolica, non c'è dubbio. Il Signore se ne è servito, il Signore si serve di tutto per la sua glorificazione. Questa sua sofferenza immensa... Lui sentiva soprattutto il bisogno delle anime. Uno come lui, che ha la facoltà da Dio e il potere che Dio gli dava di strappare le anime a Satana, e non può farlo... quindi tutto un universo di bene non realizzato; per lui era una sofferenza immensa. Non era una sofferenza personale, diciamo di umiliazione per il fatto di non potere confessare; provava proprio la sofferenza per il bisogno delle anime che rimanevano senza il suo aiuto. 
Per tre anni. E certamente è stato un confessore assolutamente straordinario. I carismi che aveva di cognizione delle coscienze, soprattutto proprio la cognizione delle coscienze. Quante volte ha ripetuto che lui sapeva già andando in confessionale chi sarebbe venuto, che cosa gli avrebbe detto, e che cosa lui avrebbe dovuto rispondergli. Tante volte ho visto persone che sono entrate in confessionale e non hanno aperto bocca e sono uscite entusiaste e assolte. 
Altre persone, entrate in confessionale, non hanno aperto bocca e sono state sbattute via. 
Vattene via! E quando diceva vattene via, non cera niente da fare. Uno per quanto cercasse di rimediare non aveva scampo, se aveva detto qualche cosa a sproposito, del tipo: che cosa hai fatto? “Mah, padre, le solite sciocchezze...” Si sentiva rispondere: “Che sciocchezze! Vattene via".» 

In una guerra di trincea si combatte per guadagnare qualche palmo di terra, qualche  metro; nel suo confessionale il monaco si batteva per strappare all’Avversario quante più  anime poteva. «Era l’altra faccia di questa lotta. Indubbiamente. Diceva: se io non faccio così, queste persone non si convertono. Due miei carissimi amici, Attilio Negrisoli e Nello Castello, due sacerdoti grandi conoscitori di Padre Pio portavano continuamente pellegrinaggi da Padova a San Giovanni Rotondo; e poi ricevevano le confidenze delle persone che si confessavano. Gli raccontavano come era andata la confessione. Quindi avevano una grande esperienza delle confessioni di Padre Pio. E hanno calcolato che un terzo delle persone veniva mandato via senza assoluzione. Perché non erano preparati. O non avevano sufficiente dolore, o pentimento, o decisione a cambiare vita. Padre Pio voleva che la confessione fosse una vera conversione. Che uno fosse deciso veramente a cambiare vita. Ho ricordo di un mio amico di Modena, siamo stati anche compagni di scuola, e dopo tanti anni di lontananza ci siamo ritrovati lì, a San Giovanni Rotondo, e ci siamo fatti una grande festa. Lui era lì da parecchio tempo. E ogni settimana andava a confessarsi. A San Giovanni Rotondo vigeva una regola. Se uno tornava a confessarsi da Padre Pio, doveva aspettare una settimana, perché con tutta la gente che voleva confessarsi era necessario fissare dei turni. Quel mio amico c era già andato varie volte, e tutte le volte Padre Pio l’aveva sbattuto fuori Anche in quell'occasione, si è ripetuto l'episodio. Ero proprio lì mentre si confessava, a due passi da lui, quando è uscito gli sono andato incontro: Ti ha assolto?". “No, non mi ha assolto". Poi ha aggiunto: “Però starò qui fino a che lui non mi assolve". Infine venne la volta in cui Padre Pio l'assolse; e dopo il mio amico ammise: “Ecco, quella volta lì avevo fatto veramente un proposito serio... avevo fatto un proposito con vera serietà di correggermi", e quella volta lì ebbe l'assoluzione “si vede che prima c'era qualche intoppo da cui non riusciva a venir fuori". »

MARCO TOSATTI 

Ti prego, Padre



Imploro le croci e le sofferenze che Tu, Padre, mi hai preparato. Liberami dalla mia malata volontà affinché possa accogliere i tuoi silenziosi desideri; fammi rassomigliante al mio Sposo solo allora sarò più che ricco e troverò riposo. Niente c'è che Tu non mi possa mandare, tutto puoi, al fin di piegare 1"io", perché libero, solo Cristo viva e agisca nell'esser mio, in Lui, Te io possa compiacere.
Tu, Padre, nessuna croce mi permetterai senza avermi dato prima la forza necessaria: lo Sposo tutto porta insieme a me, Maria, la Madre, veglia: così siamo in tre.
Voglia Tu, preservarmi dalla sofferenza; però, lo stesso, voglio solo il tuo paterno volere e anche se Ti prego di preservarmi dalla sventura, solo Tu, Padre, sei per me l'unica stella.
Finora stavo da solo al timone, in questo fare Ti ho spesso dimenticato, di tanto in tanto, bisognoso, mi son rivolto a Te, ma per condurre la barchetta ai miei piani.
Padre, lascia finalmente ch'io mi converta!
Con lo Sposo voglio annunciare a tutto il mondo: il Padre ha il timone nelle mani anche se non conosco la strade e il fine.
Ora mi lascio ciecamente condurre, solo la tua Santa Volontà prediligo: con Te attraverso notte e tenebre, il tuo Amore veglia sempre su di me! Amen.

Padre Joseph Kentenich 1858-1968 (Fondatore della Comunità Schoenstatt)

ANGELI IN AZIONE



Gli angeli servitori

Gli angeli ci aiutano, sono stati inviati da Dio per servirci e soccorrerci in tutti i nostri bisogni. Così fecero con Gesù: “Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le fiere e gli angeli lo servivano” (Mc 1, 13). Quante volte il nostro angelo ci avrà servito nelle cose più piccole della giornata o avrà fatto sì che qualcuno ci servisse per renderci felici? Gli chiediamo aiuto spesso? Se non lo invochiamo, rinunciamo a molte benedizioni che Dio solo ci darà attraverso l’angelo, che ha messo al nostro fianco, non per fargli prender nota di tutto ciò che facciamo o diciamo, ma per aiutarci a camminare lungo il sentiero della nostra vita.

L’angelo della consolazione

Quando Gesù si trovava nel Getsemani pieno d’angoscia e sudava sangue “gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22, 43). Anche noi abbiamo bisogno di conforto nei momenti difficili e tristi della vita. Il nostro angelo sarà il nostro consolatore. E possiamo invocare anche noi l’angelo della consolazione, il quale confortò Gesù nel Getsemani.
D’altra parte non dimentichiamoci di essere, anche noi, come angeli consolatori per gli altri.

L’angelo liberatore

“... Fatti arrestare gli apostoli, li fecero gettare nella prigione pubblica. Ma durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione” (At 5, 18-19). Così anche san Pietro si trovava in carcere e gli si presentò un angelo del Signore. La cella si riempì di luce e l’angelo svegliò Pietro, al quale disse: “Mettiti la cintura e legati i sandali”. Così fece. L’angelo disse: “Avvolgiti il mantello e seguimi”. Pietro uscì e prese a seguirlo.... Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si dileguò da lui” (At 12, 7-10).
L’angelo lo liberò dalle catene e anche noi possiamo esser liberati dalle catene della droga, dell’alcool, della pornografia o di qualunque altro vizio. Chiediamo aiuto a Dio e al nostro angelo, senza dimenticare Maria, che è nostra madre. 

Padre ángel Peña O.A.R.

Moneta del popolo TASSE ZERO!



Estratto dal libro: “La banca la moneta e l’usura” di Sua Ecc.za dott. Bruno Tarquini


LA BANCA D’ITALIA SI APPROPRIA DI TUTTA LA MONETA DELLA NAZIONE ADDEBITANDOLA AL POPOLO


Sebbene nessun testo legislativo dichiari a chi appartenga la proprietà della moneta al momento della sua emissione, tuttavia la Banca d’Italia agisce come se ne fosse il proprietario, dandola in prestito al sistema economico nazionale e, quindi, addebitandogliela: infatti il mutuo di un bene fungibile, qual è il denaro, dietro corrispettivo di un interesse è facoltà di chi ne ha (o ne vanta) la proprietà. 

Inoltre, si è fatto notare che, ciò nonostante, l’Istituto Centrale iscrive arbitrariamente l’importo della moneta data in prestito tra le poste passive del suo bilancio, invece che tra quelle attive, alterando, in tal modo, a proprio vantaggio il bilancio stesso in misura evidentemente rilevante: infatti, è norma indiscutibile per una corretta contabilità che il prestito di denaro debba essere contabilizzato come credito, da inserire quindi all’attivo, insieme con gli interessi pattuiti. Infine, si è anche posto in evidenza come l’inserimento della moneta, all’atto della sua immissione nella circolazione, tra le poste passive del bilancio della Banca d’Italia sia la conseguenza capziosa, e perciò ingannevole, di rappresentare la banconota come una cambiale (vale a dire come un debito, come una passività) in virtù della nota formula sopra impressavi (“pagabile a vista al portatore”) che non ha più alcuna ragione di esistere, perché, essendo forzoso il corso delle banconote (non più garantite da alcun tipo di riserva, tanto meno aurea), esse non possono essere convertite (“pagate”) in oro; cosicché, nonostante quella ormai inutile formula, la banconota non può essere considerata come cambiale, rappresentativa di un inesistente debito della Banca Centrale. 

Finora si è più volte accennato al fatto che la Banca Centrale, nel mettere in circolazione le proprie banconote mediante operazioni di prestito al Tesoro dello Stato e di anticipazione al sistema bancario, in sostanza le ad debita al popolo. Siccome questo fatto rappresenta il punto focale di tutto il problema monetario, è necessario che esso sia reso di agevole comprensione anche per il lettore completamente a digiuno di tale problema nei suoi numerosi profili. Detto in modo molto schematico, accade che lo Stato, per il perseguimento dei propri fini istituzionali di carattere generale (difesa, pubblica istruzione, sanità, giustizia, ecc.) e di carattere particolare (opere pubbliche), ha naturalmente bisogno di notevoli risorse finanziarie. Per procurarsi tali risorse ricorre o alla vendita dei propri beni patrimoniali (mediante le privatizzazioni) o demaniali (mediante le sdemanializzazioni), oppure al prestito che costituisce una fonte di finanziamento costante e generale. 

Esso si rivolge, detto in modo molto semplificato, in due direzioni: 1. verso gli stessi cittadini, ai quali vengono offerti titoli di credito statali fruttiferi (buoni del Tesoro, bot, ecc.) in cambio di moneta; 2. verso la Banca d’Italia che, per garantire allo Stato le necessarie risorse finanziarie, crea la moneta da mettere in circolazione. La differenza tra i due tipi di prestito contratti dallo Stato non è tanto di natura quantitativa quanto di natura qualitativa, se così si può dire: infatti, mentre la Banca Centrale dà in prestito allo Stato moneta creata dal nulla – moneta cioè priva di quel valore che solo la circolazione potrà conferirle, e della quale essa si arroga, senza alcun fondamento giuridico, la proprietà – i cittadini, in cambio dei titoli di Stato, forniscono invece i propri risparmi, costituiti da moneta di cui sono proprietari perché, essendo stata da loro accettata a titolo di pagamento, in essa è incorporato il sudore del loro lavoro. Quindi, mentre il prestito concesso dai cittadini è frutto della loro fiducia nello Stato e senza dubbio rappresenta per loro un rischio che potrebbe vanificare anni di lavoro, invece, quello fornito dall’Istituto di Emissione è soltanto segno della sudditanza dello Stato nei suoi confronti e del concreto esercizio di quella sovranità monetaria cui lo Stato ha incredibilmente abdicato. “Chiesa viva” NUMERO UNICO *** Gennaio 2014

a cura del dott. Franco Adessa