lunedì 14 settembre 2020

Padre Pio di Pietrelcina, il primo Sacerdote stigmatizzato



L'avvocato Alberto Del Fante, bolognese, ex grado 33 della massoneria, scrisse questo libro dopo essersi convertito al confessionale di Padre Pio. 


Aprile 1924, venne pubblicato il seguente articolo:  

UNA GIOVANE NATA CIECA ACQUISTA LA VISTA  

Una notizia sensazionale si è improvvisamente propagata in tutta la regione ed ha nuovamente sollevato il fanatismo religioso delle nostre popolazioni: si tratterebbe di un nuovo straordinario miracolo compiuto da Padre Pio da Pietrelcina, l'umile fraticello che vive circondato dalla venerazione dei fedeli, nel piccolo convento di S. Giovanni Rotondo.  

Lacrime d'amore.  

S. Giovanni Rotondo è un piccolo paese del Gargano, appollaiato al limitare di un vasto altipiano alle falde dei monti rocciosi dello Sperone. Questo paesello, sperduto in uno degli angoli più sconosciuti della Penisola, ha visto d'un tratto, da tre anni a questa parte, il suo nome acquistare una rinomanza mondiale, per il tesoro che il suo piccolo convento dei Cappuccini racchiude, lì, nelle bianche cellette rettangolari. Lì, passa umile, beneficando, il piccolo fraticello francescano, P. Pio da Pietrelcina, a cui volgono devoti lo sguardo i popoli, verso cui muovono in pio pellegrinaggio, gli umili e i sapienti, i grandi e i piccoli della terra, desiosi di uno sguardo e d'una parola d'amore e di conforto.  

P. Pio è conosciuto ormai da tutti, e il piccolo convento dei Cappuccini di S. Giovanni Rotondo è diventato un santuario, verso il quale tutto il mondo volge gli occhi. Per due anni turbe di pellegrini salivano alla piccola chiesuola anelanti di pace e di amore; oggi mancano le grandi turbe, ma il pio pellegrinaggio continua: sono umili, sono personalità illustri, sacerdoti e prelati. E fra tanti, specialmente gli infelici, si rivolgono al piccolo ed umile frate, in cerca della salvezza, del conforto e del sollievo.  

Una povera cieca.  

Tra i tanti saliva al convento anche la protagonista della nostra storia: Grazia Siena. Ella nacque ad una notte perenne: i suoi occhi non s'aprirono alla luce, mentre il suo piccolo corpo entrava nella vita. - Sugli occhi innocenti un panno celava alla bimba la dolce visione della mamma e la luce radiosa del sole e l'immagine del creato. Invano la mamma sua bussò alle porte della scienza: la scienza fu impotente a dare alla disgraziata ciò che la natura non aveva dato.  

E la piccola Graziella crebbe: fiore appassito innanzi tempo nel giardino ridente del mondo: crebbe con la sensazione delle cose più belle e più dolci, senza potersi beare della soave visione della bellezza e dei colori. Oggi ha ventinove anni: 29 lunghi anni di tenebre, di notte. Ella saliva spesso al convento, s'inginocchiava ai piedi del piccolo frate, intorno a cui più si accendevano le discussioni e le polemiche, segno «di inestinguibile odio - e d'indomato amor».  

E al frate chiedeva il conforto e la luce. P. Pio stendeva sul suo capo le mani scarne, invocando dal Signore la rassegnazione e la forza.  

Ma un giorno P. Pio disse alla cieca che occorreva tentare le fonti inesauribili della scienza. Ma la sua voce non fu ascoltata: la madre della cieca già aveva tentato e i medici, dopo accurate visite, si erano rifiutati di apprestare alla fanciulla le loro cure, ritenendo vano lo sforzo ed inutile la fatica.  

Ma ora una nuova speranza, una fede più forte si era impadronita della povera cieca, che non poteva più dimenticare le parole di P. Pio:  

«Fatti operare ...».  

Il padre della fanciulla, Giovanni Siena, lavorava, e i suoi guadagni non erano sufficienti alle spese necessarie per tentare nuovamente la sorte. Ma un giorno si trovò chi avrebbe potuto accompagnare la piccola Graziella ad una clinica, compiendo un apostolato di carità e di fede: la signorina Rosina Pagliara, di Foggia, della parrocchia di San Tommaso.  

E un giorno Grazia Siena, accompagnata dalla signorina Pagliara, partì verso Bari, diretta alla clinica dell'oculista prof. Francesco Durante, in via Sparano n. 32.  

Il prof. Durante accolse nella sua clinica Grazia Siena: la esaminò, la osservò e manifestò le grandi difficoltà che si opponevano alla felice riuscita della operazione. Ma dinanzi alle invocazioni della cieca che mostrava una grande fermezza di animo ed una straordinaria fiducia nell'esito felice, egli non esitò, e: - Tenterò la prova - disse - ma solo un miracolo può darti la vista».  

E tentò. La sua mano sollevò il velo che nascondeva l'iride e la pupilla. E quando le bende caddero, quando l'occhio fu libero, un urlo uscì dal petto della piccola Grazia Siena: ella vedeva.  

La cieca vede.  

Il primo viso che ella vide fu quello del prof. Durante, chino su lei, intento a mirare la prima vi ione del prodigio. E quando i suoi occhi furono stanchi della radiosa luminosità della luce, si chiusero, mentre le lacrime dolci e soavi, scendevano a bagnarle le gote.  

L'annunzio del miracolo si diffuse rapidamente: una processione continua di gente si riversò nella clinica. Tutti volevano vedere e conoscere la piccola Graziella, la fanciulla che a 29 anni apriva per la prima volta i suoi occhi alla visione del creato. Tutti l'accarezzavano e le donavano fiori.  

Quando ella uscì e per la prima volta vide la città, il mare azzurro e tutte le cose belle che la circondavano, intraviste fino allora attraverso la fantasia, la sua meraviglia e la sua gioia non ebbero limiti. E il suo stupore aumentava a misura che vedeva per la prima volta gli animali, che tante volte essa aveva accarezzato con la mano ansiosa, cercando di figurarsi la immagine.  

Il treno segnò il colmo della meraviglia per la povera giovane che, affacciata al finestrino, vedeva fuggire in una corsa pazza, alberi, case, paesi, e lontano, la grande distesa azzurra del mare. Le sue esclamazioni giulive ed il suo pianto di gioia attirarono i viaggiatori che si strinsero intorno alla giovane, stupiti dal racconto del prodigio. Ora la piccola Graziella, ospite della signora Pagliara, si trattiene nella nostra città, in attesa di partire per la sua piccola S. Giovanni, in trepida ansia per conoscere i suoi genitori, i parenti, il paese natio, la sua povera casetta, e prostrarsi ai piedi del piccolo frate che ha saputo e ha voluto indicare la via della felicità e della luce.  

Ma la notizia della sua guarigione si è sparsa in S. Giovanni, suscitando l'entusiasmo della popolazione che grida al miracolo e prepara accoglienze festose alla Siena. E questa non è di altro desiderosa che di arrivare inosservata alla sua casetta, e lanciarsi nelle braccia dei suoi cari, insieme salire al convento biancheggiante tra i declivi dei monti, e sotto la protezione di P. Pio da Pietrelcina, inginocchiarsi dinanzi all'altare e ringraziare il Signore della guarigione ottenuta.  

ALBERTO DEL FANTE 

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



Il disertore di Noes (1809-1811).  

***

Claudina Bouffaron, vedova di Pietro Fayot, era davvero un cuor d'oro. Di trent'otto anni appena, attiva e precisa nei lavori della sua masseria, era particolarmente compassionevole verso i poveri che Soccorreva volentieri, riservando ad essi un pane da ogni fornata. Ella accolse il disgraziato che le si confidava in una maniera non poco strana.  

Assicuratasi la discrezione dei figli, identificandolo per un suo cugino, rifugiato nella masseria 34, ella medesima usò sempre un'estrema prudenza. Gerolamo Vincent durante il giorno si teneva nascosto e passò i primi due mesi nel fienile o nella stalla attigua all'abitazione del sindaco, - precauzione ottima per eludere possibili pericoli nelle comparse dei gendarmi. - Per scrupolo di precauzione durante otto settimane la madre Fayot portò i viveri al proscritto in un secchio di legno, come faceva per gli animali, e solo a notte avanzata gli permise di uscire a prendersi un poco d'aria, unendosi ai membri della famiglia che lo ospitava, ai quali leggeva il Vangelo o la vita dei Santi e raccontava le belle storie che aveva imparato dall'abate Balley o da sua madre 35. Attirava tutti a sé colla sua bontà ed era a tutti di edificazione. Gerolamo Fayot, più giovane di lui di quindici anni, ricorderà ancora nella sua vecchiaia gli scappellotti molto discreti che riceveva da «suo cugino», quando non recitava devotamente le sue preghiere.  

In un angolo della stalla, vicino ad una finestra, si preparò una «camera» 36, destinata a Giovanni Maria Vianney ed a Luigi, il maggiore dei ragazzi di anni tredici. Non rimasero però molto insieme, perché, dopo tre notti, Luigi si presentava alla madre piagnucolando perché lo togliesse di là: «Il cugino passa il suo tempo a pregare ed io non posso dormire: non voglio più stare con lui». La madre Fayot fu costretta a preparare a suo figlio un secondo letto.  

Il nostro «disertore, suo malgrado» 37 voleva essere utile. D'inverno essendo sospeso il lavoro dei campi, per causa della neve che cade abbondante e rimane a lungo sui monti di Forez, riuscì a realizzare presso i Robins la sua idea, diventando maestro di scuola. Gli illetterati in quei luoghi erano numerosi e bisognava imparassero almeno a leggere la santa Messa. Questa scuola doveva essere abbastanza numerosa, perché ogni giorno coi figli della vedova Fayot si vedevano anche giovani e uomini che si recavano alla masseria per le lezioni di lettura, scrittura e catechismo 38. E nessuno ha mai pensato che la presenza di questo giovane, che aveva l'aspetto di contadino, potesse dare motivo di sospetti.  

Solo Guido il disertore, che rimaneva sempre nascosto nelle foreste di faggio, il sindaco e Claudina conoscevano il vero nome del forestiero. Questo riduceva certamente i pericoli, ma le precauzioni non sono mai troppe e Giovanni Maria attese ancora molto tempo prima di discendere al villaggio di Noes dove ogni mattina si celebrava la santa Messa. Ogni volta sentiva suonare le campane aveva pena per non potere recarsi alla chiesa, e finalmente, approfittando del fatto che il Curato Jacquet, antico confessore della fede, esiliato al tempo della rivoluzione 39, durante la settimana celebrava la Messa di buon mattino, un giorno osò arrischiarsi a discendere al villaggio in mezzo alle tenebre; entrò nella chiesa quasi deserta, si confessò e ricevette l'Eucaristia 40   

Era consuetudine in quel villaggio di montagna che durante la santa Messa della domenica si lasciasse sempre a casa qualcuno, il quale si sarebbe poi unito in spirito ai parenti ed amici più fortunati che assistevano al Santo Sacrificio. Per molto tempo la casa dei Robins, alla domenica, fu custodita da Giovanni Maria Vianney, che giudicò prudente non discendere di giorno a Noés: il tintinnio delle campane, così dolce all'orecchio in quei paesi di montagna, gli avrebbe detto a quale parte della Santa Messa fosse il Sacerdote.  

Il sentiero rude, seminato di ciottoli e di grosse pietre, che dalla dimora dei Robins conduce fino a Noés, consigliava alla madre Fayot di non condurre seco la bambina più giovane, di nome Claudina, che aveva solo tre anni, e di lasciarla, invece a questo giovane ventiquattrenne, che volentieri se ne occupava, come l'avrebbe fatto il migliore ed il più delicato dei fratelli. Si divertiva del suo cicaleccio e prendeva parte ai suoi giuochi innocenti, ma durante la S. Messa, e soprattutto al momento dell'Elevazione, si teneva molto raccolto, la faceva inginocchiare vicino a sé e tentava anche di istruirla. Un giorno la domestica, di ritorno dalla Santa Messa, disse ridendo alla bambina: «Claudina, abbraccia dunque tuo cugino, e ringrazialo per averti tenuto così bene ...». Si vide allora Giovanni Maria Vianney, animato da un sentimento di delicato pudore, respingere dolcemente le piccole braccia tese, e la madre sgridò la domestica, intimandole di tenersi in guardia da simili facezie.  

 Non pensiamo che Giovanni Maria Vianney fosse a Noés, in casa degli ospiti benevoli, senza preoccupazioni. Oh, come ricordava il suo vecchio maestro, i suoi libri di studio, i suoi sogni circa la vocazione sacerdotale! È ben vero che a poco a poco si era anche rassegnato alla dura prova, ma si domandava se finirebbe e quando ...; sempre più incerto, non osava concretizzare le sue speranze, ma si gettava ciecamente  nelle braccia della divina Provvidenza, suo unico rifugio, cercando le consolazioni della preghiera. Lo tormentava anche un altro segreto dispiacere. Che ne era dei suoi parenti di Dardilly?... Erano in pena, credendolo partito per la guerra, oppure, peggio ancora! il padre viveva forse sotto il peso di terribili minacce e la madre in angosce penose 41, per l'8 ricerche fatte dal capitano Blanchard? D’altra parte, anche a Noés si prevedeva il sorgere di nuovi dolori. La vedova Fayot, che era come una seconda madre per Giovanni Maria, trattato là come un figlio, andava perdendo la sua salute, per indebolimento del sangue, e Giovanni Maria, nel pio intento di aiutarla e per dimenticare le proprie pene, si dedicò ai lavori materiali con tutte le sue forze.  

Nella casa dei Robins non si distingueva più dai membri della famiglia; nonostante l'interessamento della vedova Fayot, che insisteva perché avesse cura della sua salute, si indebolì per la insufficiente nutrizione e contrasse un forte raffreddore seguito dalla febbre e da flusso di sangue, da cui si salvò per la sua costituzione robusta, più che per le cure che gli si poterono prestare. Da allora, pure senza commettere imprudenze, si preoccupò meno della possibile improvvisa comparsa dei gendarmi e si recò alla Messa ogni domenica, senza alcuna paura, fra la meraviglia di quei buoni cristiani che confessavano di non avere mai visto un giovane così buono 42.  

Vicino alla Chiesa sta il presbiterio di Noés, e più in basso, sulla riva di fronte al bosco della Madeleine, abitavano in una povera casa le due sorelle Dadolle. Dopo la santa Messa e le sue devozioni ogni giorno Giovanni Maria si compiaceva di fare una breve visita a quelle sante fanciulle, intrattenendosi con esse di religione 43.  

All'epoca in cui le nevi furono sciolte, ed i sentieri meno impraticabili, i gendarmi fecero di nuovo la loro comparsa nella regione, e non si limitavano più a visitare gli angoli della foresta, ma arrivavano improvvisamente ai Robins, sia di giorno che di  notte. Ma come ci fa sapere la tradizione, rimasta viva nella famiglia Fayot, ogni volta che i gendarmi vennero a Robins dalla Pacudière, da Saint-Haon-le-Chatel o da Renaison, nella stalla della vedova non trovarono mai il coscritto renitente, perché Giovanni Maria, quasi ne avesse un presentimento, si era rifugiato nella foresta 44.  

Ma un giorno poco mancò venisse preso. In un pomeriggio dell'estate 1810, mentre lavorava vicino alla masseria, comparvero sul sentiero, senza nessun cenno, alcuni gendarmi. Il disertore, avvertito da un segnale convenuto, dato forse dai figli della vedova Fayot, che con quelli del sindaco erano stati messi al corrente delle condizioni di Giovanni Maria, agile e nervoso corse alla stalla, si afferrò alla rastrelliera e passò nel suo nascondiglio sotto il mucchio di fieno, preparato per queste possibili incursioni, ed aspettando si raccomandò a Dio.  

I gendarmi lo avevano forse visto fuggire? È probabile, perché entrati in quel solaio, rapidamente compirono le più minuziose ricerche, tanto da fare tremare le persone presenti. Giovanni Maria tratteneva perfino il respiro e si sentiva soffocare sotto il mucchio di fieno in fermentazione, oppresso anche dal caldo 'eccessivo delle esalazioni della stalla e dai raggi del sole che si frangeva contro il tetto della cascina45. Mentre si trovava sotto il peso del fieno, dove sopportava il suo martirio, un gendarme lo ferì colla punta della sua spada, procurandogli vivo dolore, ma Giovanni Maria non si tradì 46. Più tardi, raccontando le sue memorie giovanili, confessò che mai in vita sua aveva patito simili sofferenze e che allora aveva promesso a Dio di mai più lamentarsi. «Ed ho mantenuto la mia promessa»47 - conchiudeva con semplicità. Ancora alcuni minuti avesse dovuto passare sotto quella stufa, sarebbe certamente morto asfissiato, ma grazie a Dio, i gendarmi ritennero sufficienti le loro ricerche e si recarono dal sindaco, dalla parte opposta del muro, per dissetarsi.  

Nella medesima epoca avvenne anche un'irruzione della gendarmeria, che diede occasione ad un piccolo fatto, rivelato ci dà un testimonio generalmente sospetto, ma che in quel giorno disse la verità. Verso il 1840 si condusse al villaggio di Ars una povera donna, che portava i segni di una vera possessione diabolica, con salti, balli e discorsi molto strani48. Si erano riuniti attorno ad essa dei curiosi ed ella incominciò a dirne la vita di tutti; e quando sopraggiunse il Curato, il demonio, che parlava per la bocca di questa donna, dichiarò che non aveva nulla a rimproverargli. Ma poi, riprendendosi, aggiunse: «Ah, un giorno hai preso un grappolo d'uva ...».  

- È vero, ma lasciai cinque centesimi nel muro, sotto il ceppo della vite per pagarlo.  

- Ma il proprietario non l'ebbe ...  

Difatti ci raccontò il Curato Vianney che un giorno, quando era obbligato a nascondersi, al tempo della coscrizione, trovandosi arso dalla febbre, aveva preso un grappolo d'uva 49  

***

Canonico FRANCESCO TROCHU 

SIGNORE, QUANDO…



Signore nostro Dio, quando la paura ci prende, non lasciarci disperare! Quando siamo delusi, non lasciarci diventare amari! Quando siamo caduti, non lasciarci a terra! Quando non comprendiamo più niente e siamo allo stremo delle forze, non lasciarci perire! No, facci sentire la tua presenza e il tuo amore che hai promesso ai cuori umili e spezzati che hanno timore della tua parola. E’ verso tutti gli uomini che è venuto il tuo Figlio diletto, verso gli abbandonati: poiché lo siamo tutti, egli è nato in una stalla e morto sulla croce. Signore, destaci tutti e tienici svegli per riconoscerlo e confessarlo.


TUONERÒ ORA LA MIA VOCE, DISTRUGGERÒ OGNI COSA CHE A ME NON APPARTIENE.



Eccomi o mio Signore, la tua serva Ti ascolta.
Sono Colui che Sono, sono Colui che tutto gestisce, sono Colui che tutto ha creato e tutto riprenderà in Sé.

Sono il tuo Signore, il tuo Dio Creatore.
Scrivi, o ancella del mio Cuore, scrivi al mio popolo.

La cattedrale sta per crollare, il suo fascino è finito, metterò fine alla Babilonia e tutto rientrerà in Me.
Sono Colui che ti dice, o popolo ingrato: Io sono il tuo Dio Creatore, sono Colui che ti ha dato la vita e tu, o uomo, l’hai distrutta, hai preferito morire anziché vivere.
Sono alle porte del tuo cuore, busso ma tu non Mi rispondi, attendi ancora, prendi tempo, sei preso dalle cose di questa mondo, non vuoi rinunciare a questa vita terrena. La tua morte è prossima, o uomo, se non ti deciderai alla Vita, la tua condanna sarà nella morte eterna. Cosa vuoi fare o uomo? Provvedi alla tua salute e allontanati dalle false luci che il mondo ti mostra perché tutto a breve si spegnerà.
La Terra tremerà, il cielo si tingerà di rosso, non potrai più provvedere a te stesso, il tempo che Io ti ho concesso è finito: … se non metti il tuo dito nel mio costato non potrai credere? … Ecco che Io ti mostro la via, accettala e seguila perché alla fine di quella via troverai Me, il tuo Dio Amore.
Uomo, scrivo ora nel tuo cuore il mio ardente desiderio di te, di riaverti tutto mio per farti godere del mio Tutto. Non essere ingrato al tuo Dio, non essere stolto figlio mio, non c’è più tempo per le tue vacanze, il tempo è finito, ora un diluvio di fuoco discenderà dal cielo e tutto sarà trasformato.
La Terra è già alle sue convulsioni, la miccia è stata accesa, tutto è partito, il campanello d’allarme ha suonato, ma tu, o uomo, che attendi ancora? Ravvediti in fretta perché Io, il tuo Dio, possa salvarti dal grande disastro che Satana ha orchestrato per farvi suoi schiavi.
Tuonerò ora la mia voce, la mia potenza sarà nella mia ira, distruggerò ogni cosa che a Me non appartiene e ricovererò il mio popolo, quel piccolo resto che brama Me e lo delizierò in Me. Non perdere questa grazia del Cielo, o uomo, sia in te il desiderio di gioia e non di dolore.                             
 Dio salva.
Carbonia 08.09.2020

COME VIVERE NEL NUOVO MONDO



Consigli pratici per sopravvivere nel Mondo Nuovo

di Francesco Lamendola


Che ci piaccia o non ci piaccia – e a te, caro lettore, se stai leggendo queste righe, quasi certamente non piace – siamo stati scaraventati tutti quanti nelle meraviglie, si fa per dire, del Mondo Nuovo. Prima con i cosiddetti attentati dell’11 settembre 2001 (e, nel caso dell’Italia, con l’appendice del Ponte Morandi: Genova, 14 agosto 2018), poi, e definitivamente, con la proclamazione della pandemia da Covid-19 da parte dell’O.M.S., l’11 marzo del 2020, una data che rimarrà per aver segnato un prima e un dopo nella storia contemporanea. E in questo Mondo Nuovo tutti i processi della globalizzazione, già di per sé estremamente veloci, sono ulteriormente accelerati, e continuano  ad accelerare sempre di più, freneticamente, al punto che c’è da dubitare della possibilità, per la mente e per l’organismo umano, di poter tenere ancora per molto un ritmo così indiavolato, che né l’una né l’altro sono in alcun modo preparati a sostenere. Il rischio concreto, e tutt’altro che ipotetico, è letteralmente quello d’impazzire, di finire esauriti, disfatti, depressi, distrutti e ricoverati, volenti o nolenti, in qualche casa di cura psichiatrica, o ridotti simili a dei vegetali dall’uso e dall’abuso di psicofarmaci, assunti nel disperato tentativo di tenere a bada i mostri scatenati dell’insonnia, dell’ansia, dell’angoscia, del malessere esistenziale, spinto fino al limite del desiderio di autodistruzione. È dell’altro giorno la notizia che una donna, una maestra d’asilo, si è suicidata, a Roma, gettandosi dalla finestra di casa, perché era ossessionata dal terrore di aver contratto il Covid-19, terrore peraltro ingiustificato: e questa morte, crediamo - e Dio sa se vorremmo sbagliarci completamente, e se non preferiremmo essere sbugiardati dai fatti – temiamo che sia solo la prima, o meglio la prima di cui la stampa ha parlato, di una lunga serie, perché gli effetti peggiori di uno stato depressivo possono manifestarsi anche a distanza di mesi o anni dall’evento o dall’esperienza traumatici che hanno provocato lo squilibrio e il malessere.  
 La pandemia da Covid-19? Il rischio concreto, e tutt’altro che ipotetico, è letteralmente quello d’impazzire, di finire esauriti, disfatti e depressi!

Avevamo parlato di queste cose, diversi anni fa, ossia molto prima della presente emergenza sanitaria, esaminando il cosiddetto shock del futuro, dovuto a una tale accelerazione dei processi della modernità da risultare insostenibile per molte categorie di persone; e più recentemente, in un altro articolo, abbiamo indicato la risposta spirituale con la quale si può fare fronte a una situazione così sconvolgente e fuori controllo. Ora vogliamo scendere su un terreno più concreto e dare alcuni consigli pratici per la sopravvivenza nel Mondo Nuovo, consci che moltissime persone, anche nella cerchia delle nostre amicizie e conoscenze, soffrono terribilmente per il fatto di sentirsi proiettate in una dimensione che non riconoscono come propria, anzi, che trovano assolutamente intollerabile, e nella quale pertanto si dibattono come pesci presi nella rete o, se si preferisce la similitudine, come esuli in patria, travagliati dall’amarezza e dalla frustrazione di non trovar più alcuna corrispondenza fra sé, il proprio sentire, e quello degli altri. È come se ciascuno fosse isolato nel proprio piccolo inferno privato, che ha le pareti di cristallo per vedere l’esterno, ma non ha porte né finestre per comunicare col mondo.
Siamo come soldatini, dei "Morti asintomatici" esuli in patria, travagliati dalla frustrazione di non trovar più alcuna corrispondenza fra il nostro sentire e quello degli altri!

Dunque, consigli pratici per la sopravvivenza.

CONSIGLIO NUMERO UNO: eliminare completamente, se possibile, la televisione; se no, ridurla drasticamente a poche ore la settimana, magari per vedere qualche buon film o qualche innocuo sceneggiato sentimentale; ma evitare come la peste i telegiornali, tagliare la pubblicità (come?, girando canale o togliendo l’audio, in modo da lasciarla scorrere senza più il pungiglione che cattura involontariamente l’attenzione, finché riprende il vostro programma), evitare nel modo più assoluto i reality, trasmissioni come Uomini e donneForum, o giochi come Deal with it, o altri come Striscia la notizia, oppure Non ho l’età, e soprattutto immondizia come Il grande fratello. Se si indulge a guardare quotidianamente anche uno solo di tali programmi, l’esito è assicurato: un incretinimento irreparabile, una crescita ipertrofica dell’ego e perciò del narcisismo, e, come se non bastasse, la distruzione progressiva del buon gusto, della buona educazione, del senso della dignità personale, del pudore, della giusta e naturale riservatezza. «Eh, via – obietterà qualcuno – tutto ciò non è esagerato? Vada per i telegiornali, notoriamente bugiardi e allarmistici; ma che male può fare guardare uno di quei programmi? D’accordo, non saranno particolarmente intelligenti, e forse neanche tanto raffinati, questo lo si può concedere; ma davvero possono provocare dei danni così gravi dal punto di vista pedagogico?». La risposta è sì: sicuramente sì; sono veleno per l’anima allo stato puro. Fanno più danni programmi di quel tipo, specie nei giovami, ma anche negli adulti e negli anziani, che non una esplicita predicazione di contro-valori, come si fa in certi ambienti esoterici e massonici; fanno più danni proprio perché l’intelligenza s’intorpidisce, la coscienza si rilassa e non esercita più alcuna vigilanza, e il messaggio deleterio, aberrante, cialtrone o distruttivo, trova il modo d’insinuarsi in noi, nella nostra mente, nel nostro immaginario, senza che ce ne rendiamo conto.
Il consiglio mumero uno? Evitate come la peste i telegiornali, tagliate la pubblicità ed evitate nel modo più assoluto i reality: sono veleno per l’anima allo stato puro!

È come una forma d’ipnosi. Sta di fatto che basta uscire per la strada, entrare in un bar, in un centro commerciale, in una scuola, in una sala giochi, e si vedono gli effetti della dipendenza televisiva: la gente di tutte le età mostra sempre meno uno spessore proprio, una sostanza interiore, una personalità, e sempre più si appiattisce su modelli di abbigliamento, di look, di atteggiamenti standardizzati e intercambiabili: stesso taglio di capelli, stessi tatuaggi, stessi pantaloni o gonne o maglie o cappelli o scarpe, stessi occhiali da sole, stesse borse firmate: una omologazione assoluta che tradisce una caduta verticale del gusto personale e un uniformarsi acritico ai modelli comportamentali proposti/imposti dal mezzo televisivo. E non ci si venga a dire che questo è un giudicare superficialmente, e che magari quelle persone possiedono una grande interiorità; insomma che noi pretendiamo di salire in cattedra e dare la pagella al prossimo, senza sapere nulla di lui: sono discorsi di una insulsaggine totale. Se milioni di persone si assomigliano sempre più nel modo di vestire, di acconciarsi, di tatuarsi, ecc., e se si uniformano ai modelli proposti dalla pubblicità, dalla televisione, dai social, fino a cancellare ogni segno della propria personalità pur di aderire al cento per cento al personaggio visto sullo schermo, non ci si venga poi a dire che quella è solo l’apparenza e che la sostanza potrebbe essere del tutto diversa. Sono loro che si mettono l’uniforme, proprio come tanti soldatini: e se lo fanno, è per apparire proprio a quel modo, e non lasciar vedere com’erano prima; questo significa che la loro scelta è quella di annullare se stessi e calarsi in uno stampo universale, uguale per tutti gli altri, peraltro con la ridicola pretesa, sbandierata a parole, di essere speciali, unici, autentici, ecc. ecc. Dunque, sono i fatti a mostrare quel che essi sono diventati e non siamo noi che vogliamo giudicarli. Noi non facciamo altro che prendere atto di come sono, o meglio di come vogliono apparire, nonché del fatto che, per essi, apparire è la cosa più importante, così importante da giustificare anche la rimozione e il nascondimento del proprio essere personale. E la loro intenzione si è attuata così bene, è così ben riuscita, che viene da domandarsi se, al termine di un’operazione mimetica tanto minuziosa, di un mascheramento e un nascondimento così radicali, il loro vero io esista ancora o non sia scomparso del tutto, sepolto sotto strati e strati di apparenze studiate e calcolate. 

CONSIGLIO NUMERO DUE: via dalla pazza folla. La folla, lo notavano fin dall’inizio i pionieri della sociologia, come Gustave Le Bon, è una brutta bestia: non è per niente intelligente, in compenso è dominata dagli istinti primordiali, e chi entra a farne parte, depone i panni dell’uomo civile e razionale e torna ad essere un selvaggio; inoltre cessa di essere un individuo e si annulla nella psiche collettiva che lo può trascinare ovunque, sino a commettere le azioni più abominevoli. Se ci si abitua a stare nella folla anche quando se ne potrebbe fare a meno, ad esempio nel proprio tempo libero, si contraggono tutti i vizi di un’umanità debole, suggestionabile, capricciosa e imprevedibile, insomma amorale, e si abdica al proprio statuto ontologico di persone, per regredire a pecore belanti nel gregge. E non solo bisogna andar via dalla folla; bisogna coltivare poche ma buone amicizie, e, se no, imparare a stare da soli. La solitudine è brutta solo se viene subita come un destino indesiderato; ma se è il prezzo che si paga per liberarsi dai condizionamenti della folla e per riappropriarsi, attraverso il silenzio, della propria interiorità, allora è non solo utile, ma necessaria.
Consigli pratici per sopravvivere nel Mondo Nuovo? Dobbiamo evitare l'omologazione assoluta, l'uniformarsi acritico ai modelli comportamentali imposti dal mezzo televisivo!

CONSIGLIO NUMERO TRE: fate le cose con calma; cercate di abolire la fretta, i ritmi convulsi. Sono un pretesto per non occuparvi mai realmente di voi e rimandare alle calende greche un bell’esame di coscienza su voi stessi e la vostra vita. Per quanto ve lo consentono il lavoro e le altre necessità della vita pratica, imponetevi la virtù della lentezza: in compenso fate bene quello che state facendo, di qualunque cosa si tratti. Invece di telefonare, scrivete una lettera; invece di prendere l’ascensore, salite le scale a piedi; invece di buttar via la camicia strappata, provate a rammendarla; invece di guardare la tv, leggete un buon libro, preferibilmente un classico. Abituatevi a non dipendere totalmente dalla tecnologia, a tenere spento il cellulare, a lasciare la macchina in garage quando potreste andare a piedi. Ascoltate il silenzio, cercate di ritemprarvi nella natura. Respirate l’odore della terra, della resina, della pioggia. Andate a letto quando è ora di dormire e alzatevi molto presto il mattino. Ritrovate un ritmo di vita il più possibile naturale. Se siete fumatori, smettete; se vi piace il caffè, limitatevi a un paio al giorno; se amate i cibi soffritti, cambiate dieta, eliminate i grassi, riscoprite la frutta e la verdura. Mangiate con moderazione e masticate lentamente. Le prime ore del mattino sono le migliori: potete fare più lavoro in esse, con risultati più soddisfacenti, che in tutto il resto della giornata. Tenete la schiena dritta, non ingobbitevi, anche per evitare i dolori cervicali. Vi ricordate ancora come si fa a respirare? A respirare profondamente, riempiendo d’aria al massimo i polmoni. Esercitatevi. Oltre che sul piano fisico, avrete un giovamento anche a livello interiore: sentirete un benefico senso di rilassamento, di calma e padronanza di voi stessi.

CONSIGLIO NUMERO QUATTRO: dedicate del tempo alla preghiera, se siete credenti; se no, alla meditazione. Non i ritagli, non gli avanzi del vostro tempo: a Dio si offrono i fiori più belli. Pregate quando la vostra anima ne ha bisogno, perché senza l’aiuto di Dio non potete far nulla. La preghiera non è un di più, un lusso: è il sale quotidiano della vita; niente preghiera, niente vita soprannaturale. È come se chiudeste Dio fuori della porta. Ma una vita senza Dio è una pallida ombra della vita vera. Chi prega è capace di fare cose eccezionali; chi non prega stenta perfino a svolgere le mansioni quotidiane indispensabili. Sì, lo so: ci sono, voi dite, persone che non pregano, eppure fanno un sacco di cose e hanno molte soddisfazioni. Ma voi che ne sapete? Non sapete nulla. Non sapete né se davvero non pregano; né, posto che non lo facciano, se la loro vita è piena di successi. Questo è quel che si vede  dal di fuori; ma è possibile che la loro vita sia, in realtà, un inferno. Un inferno coi soldi e il successo; ma pur sempre l’inferno. Forse quelle persone meditano il suicidio e  invidiano proprio voi, con la vostra vita normale, coi vostri semplici affetti.
Vogliono cancellare ogni segno della nostra personalità? Ci vogliono imporre uniformi e mascherine, proprio come dei bravi soldatini,  ci vogliono annullare in uno stampo universale, uguale per tutti!

CONSIGLIO NUMERO CINQUE: abituatevi a fare a meno delle cose superflue; liberatevi dalle catene del consumismo. Siete circondati da cose inutili e non fate altro che desiderarne sempre di nuove. Però, se ci pensate bene, vi accorgerete che non vi servono. E la stessa cosa vale per le relazioni umane, specialmente sessuali: credete di non poter fare a meno di aver sempre qualcuno lì, a vostra disposizione; ma è solo perché siete rimasti puerili. L’adulto sa bastare a se stesso. Se ama, è perché ha molto da dare e non perché brama di ricevere: è un ricco, non un medicante.

CONSIGLIO NUMERO SEI: riflettete bene prima di assumere un impegno; ma una volta che lo avete assunto, andate sino in fondo, a costo di qualunque sacrificio. Siate di parola, innanzi tutto con voi stessi. Come possono gli altri prendervi sul serio, se voi per primi non avete fede in voi stessi?

CONSIGLIO NUMERO SETTE: imparate ad ascoltare e a parlar poco. Se parlate sempre voi, non imparerete nulla, anche se aveste la fortuna di avere Aristotele come compagno di serate al bar.

CONSIGLIO NUMERO OTTO: imparate a guardarvi intorno. Sapreste descrivere la casa in cui abitate, la via in cui si trova la vostra casa? Sapete che tipo di alberi fiancheggiano il viale? Avete notato se quest’anno, a marzo, sono tornate le rondini; e avete fatto caso se la sera cantano i grilli? Sapete di che colore ha gli occhi vostra moglie? Siete capaci d’inventare delle storie per i vostri bambini? Ricordate il giorno della Prima Comunione o l’emozione di quando vi siete sposati? E se ora vi sentite spenti, annoiati, frustrati, credete sia colpa del mondo che congiura per farvi dispetto?
La preghiera è il sale quotidiano della vita: dedicate del tempo alla preghiera, se siete credenti; se no, alla meditazione. Pregate quando la vostra anima ne ha bisogno, perché senza l’aiuto di Dio non potete far nulla!

CONSIGLIO NUMERO NOVE: Reagite alla tristezza e allo scoraggiamento; conservate l’ingenuità e il candore di quando eravate piccoli. Se il mondo in cui vivete ha perso ogni incanto, allora siete già morti: dei morti asintomatici. Evitate come la peste le persone eternamente negative: sono invidiose della vostra possibile felicità. La tristezza è male, perché offusca lo splendore del creato.

CONSIGLIO NUMERO DIECI: Cercate la bellezza. Anche nei luoghi e nelle situazioni peggiori, cercatela e la troverete, magari nascosta in un angolo. La bellezza è gioia dell’anima e inno alla vita.

E adesso buona fortuna: che Dio sia con voi, accompagni i vostri passi e benedica il vostro cammino.

Del 13 Settembre 2020

domenica 13 settembre 2020

Francesco: cibo e sesso sono "divini"



Il piacere di mangiare e quello di un rapporto sessuale sono "divini", presume Francesco in Terra Futura, uno dei suoi libri intervista, pubblicato dallo chef italiano Carlo Petrini (Rte.ie, 9 settembre).

"Il piacere viene direttamente da Dio, non è né Cattolico né Cristiano, né altro, è semplicemente divino" e "il piacere di mangiare e il piacere sessuale vengono da Dio", blatera Francesco.

Francesco accusa ingiustamente la Chiesa del passato di una "moralità eccessivamente zelante" che "negava il piacere" che Francesco chiama "una interpretazione sbagliata del messaggio Cristiano".

Francesco pensa che il "piacere" disumano, brutale e volgare sia da condannare, mentre il piacere umano, semplice e morale va accettato. Tuttavia questa è proprio la posizione della Chiesa del passato.

“Il piacere del cibo esiste per rimanere sani mangiando, proprio come il piacere sessuale esiste per abbellire l'amore e garantire la perpetuazione della specie," ha aggiunto Francesco, che ha messo su molto peso da quando è diventato Papa.

In realtà, mangiare e fare l'amore sono di per sé attività umane buone e naturali. Vanno coltivate, ma non sono in alcun modo "divine".


La festa del destino: Francesco celebra Lutero


Francisco con il libro delle 95 tesi di Lutero, 13-Otc-2016

SABATO 12 SETTEMBRE 2020

In quell'affascinante libro - e una lettura obbligata in questi tempi terribili -, intitolato Fatima, Roma, Mosca di padre Gérard Mura (edizione spagnola 2005), si rivela, tra le altre cose, il misterioso simbolismo di una data: 13 Ottobre, ultima apparizione e miracolo del sole a Fatima. Sulla base di recenti studi storiografici, padre Mura ha indicato la data del martirio di san Pietro come il 13 ottobre 67. Curiosamente, sarebbe lo stesso giorno, quasi 1900 anni dopo, in cui, nelle parole di Romano Amerio, la «rottura di legalità conciliare ", quando, il 13 ottobre 1962, il cardinale Liénart, di Lille, avrebbe" catturato "il microfono nell'assemblea conciliare, e, guidando un colpo di forza della minoranza progressista, avrebbe imposto lo scarto degli schemi del Precedente Sinodo Romano, redatto sotto la supervisione del cardinale Ottaviani, e che avrebbe opportunamente dato luogo al Concilio Vaticano II, quando riprendessero i lavori di redazione dei documenti, ma questa volta con esperti progressisti e con una sapiente gestione del "consenso" fabbricato. Era così iniziato lo smantellamento modernista della Chiesa.
Ciò che il libro non è riuscito a registrare è ciò che sarebbe accaduto nove anni dopo la sua pubblicazione in spagnolo: il 13 ottobre 2014, la Relatio Post Disceptationem del Sinodo della Famiglia è stata letta dal cardinale relatore, Peter Erdö, al 190 padri sinodali. Il tumulto fu immenso sia nei circoli cattolici che in quelli secolari; due punti, relativo alla comunione ai divorziati risposati e un altro - punto 50 - all'accettazione dell'orientamento omosessuale, riconoscendone i “doni e attributi” specifici per la Chiesa, sono stati i più scandalosi. Sebbene la successiva Relatio Synodi sia stata un po 'annacquata, l'esortazione Amoris Laetitia e la sua interpretazione autorizzata da Papa Francesco, tre anni dopo, aprono la porta al sacrilegio di permettere la comunione ai peccatori pubblici, violando la dottrina cattolica.
Né è riuscito a registrare quanto accaduto il 13 ottobre 2016. Quel giorno, nel contesto dell'accoglienza da parte di Papa Francesco di una delegazione di "pellegrini" luterani tedeschi (così li considerava la Radio Vaticana), e, a parte le consuete dichiarazioni del pontefice - che in questa occasione hanno oscillato per tutti i gradi di equivoco che la dottrina cattolica considera, dalla proposizione sconsiderata all'eretica -, il mondo ha assistito a un evento senza precedenti, nell'Aula Paolo VI, presso la Santa Sede di Pietro, statua dell'archheresiarca Martin Lutero, abominatore del papato, distruttore della fede (poiché, come direbbe Romano Amerio, esame gratuito, nucleo della dottrina luterana, è la definizione stessa, la costitutiva formale , di eresia, no  una semplice negazione di un dogma particolare, ma piuttosto la negazione di tutti) e un carattere violento e volgare, per niente "misericordioso".
Lo stesso Francesco si recherà il 31 ottobre a Lund, in Svezia, per commemorare l'inizio del 500 ° anniversario della rivolta protestante. Il 31 ottobre 1517 Lutero inchiodò le sue 95 tesi (che, come dice García-Villoslada, non erano né 95 né tesi) sulla porta della chiesa del palazzo di Wittenberg. Un nuovo simbolismo sulla data: duecento anni prima della fondazione della Gran Loggia d'Inghilterra, la prima Massoneria "speculativa", e quattrocento, della Rivoluzione bolscevica. Tre date anticristiane. Tre date rappresentative della lotta del Demone per annientare i frutti della redenzione. Ma, inoltre, ricordiamo che il 31 ottobre è la vigilia del 1 novembre, giorno in cui la Chiesa commemora la Festa di Tutti i Santi, cioè delle anime che sono nei cieli. Il giorno successivo, 2 novembre, la Chiesa offrirà preghiere per le anime del Purgatorio. Sembra, quindi, che Per completare il panorama di questi giorni consacrati all'aldilà, sarebbe necessaria una celebrazione delle anime che sono all'inferno. Festa abominevole celebrata dai satanisti e dall'uomo massa delle "società globali" che inconsapevolmente si traveste da anima condannata e suona "innocentemente" nei luoghi infestanti. Quello è anche il giorno della Pseudo-Riforma: una festa del destino. E il capo della Chiesa cattolica si prepara a celebrarlo.
Sembra che, agli occhi degli uomini, la cospirazione anticristiana abbia trionfato.
Tuttavia, ci sono ragioni per il comfort. In primo luogo, la rivendicazione assoluta, per ogni cattolico con un minimo di onestà intellettuale e spirituale, delle disposizioni di monsignor Marcel Lefebvre. Nella sua famosa Dichiarazione del 21 novembre 1974 (che finirebbe per costargli la soppressione illegale della sua opera, la Fraternità San Pio X, e successivamente la sua sospensione a divinis, mentre tanti criminali e pervertiti fondarono pseudo-movimenti "ecclesiali" che ricevettero l'applauso di la Gerarchia), ha scritto quanto segue:«Aderiamo con tutto il cuore e con tutta l'anima alla Roma cattolica, custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento di quella fede; all'eterna Roma, maestra di sapienza e verità. Al contrario, ci rifiutiamo e ci siamo sempre rifiutati di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante, che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e, dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono emerse. Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito e continuano a contribuire alla demolizione della Chiesa, alla rovina del sacerdozio, alla distruzione del sacrificio e dei Sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa e all'impianto di un insegnamento naturalistico e Teilhardiana nelle università, seminari e catechesi, insegnamento emerso dal liberalismo e dal protestantesimo tante volte condannati dal solenne Magistero della Chiesa. Nessuna autorità, nemmeno la più alta della gerarchia, può costringerci ad abbandonare o diminuire la nostra fede cattolica, chiaramente espressa e professata dal magistero della Chiesa per diciannove secoli.
 L'atto del 31 ottobre 2016 non è caduto dal cielo, si inserisce in un processo di protestantizzazione, allertato da varie figure, significativamente da monsignor Lefebvre, ed espresso nella riforma liturgica e nell'aggiornamento in generale. Il pontificato di Francesco è un chiaro frutto della riforma liturgica, che è un allontanamento impressionante dalla dottrina di Trento, come notato nel Breve esame critico del Novus Ordo Missae dei cardinali Ottaviani e Bacci, e che significava una protestantizzazione della liturgia confessato esplicitamente da monsignor Annibale Bugnini, che l'ha realizzato. Lex orandi, lex credendi: gli effetti deleteri della nuova messa, rimasta nascosta a tanti volontari ciechi, si rivelano, cinquant'anni dopo, nella dottrina e nell'azione del primo pontefice il cui sacerdozio conosceva solo quel rito.
D'altra parte, i vari segni attorno al Messaggio di Fatima e il più ampio panorama teologico nella storia recente ci dicono che il provvedimento è stato adempiuto e, come direbbe il conte José de Maistre, nelle serate di San Pietroburgo, riferendosi all'impossibilità per l'uomo di rimanere in uno stato di anomia e desacralizzazione: «Dobbiamo prepararci a un evento immenso nell'ordine divino, verso il quale stiamo marciando con una velocità così accelerata da sorprendere tutti gli osservatori. Oracoli spaventosi annunciano già che i tempi sono arrivati ​​». 

 Di César Félix Sánchez Martínez

Io voglio indicarvi la via esatta, ed è quella del Vangelo, la parola di Dio e i Dieci Comandamenti, solo così troverete la pace e la gioia nei vostri cuori.




Trevignano Romano, 12 settembre 2020

Cenacolo con il gruppo di Verona. 
Figli miei, grazie per essere qui nella preghiera. Cari figli, adesso il tempo è davvero breve, ma molti non si rendono conto di come tutto sta precipitando. Vi chiedo di dare più spazio alla preghiera, non perdete tempo con le cose del mondo, sento i vostri cuori palpitare. Figli miei, questo è il tempo di confusione, soprattutto dei miei figli prediletti (sacerdoti) che purtroppo non sanno più quale sia la strada giusta per recuperare le anime che si stanno perdendo, ma Io voglio indicarvi la via esatta, ed è quella del Vangelo, la parola di Dio e i Dieci Comandamenti, solo così troverete la pace e la gioia nei vostri cuori. Ora Gesù, vi toccherà uno per uno per la Santa benedizione, Padre, Figlio e Spirito Santo, amen.