EPISTOLARIO
La fenomenologia mistica affiora quasi ad ogni pagina dell'epistolario. Esorbita da questa presentazione introduttiva, forzatamente succinta e frammentaria, l'analisi di tutti i doni mistici, con cui Dio adornò quest'anima privilegiata. Accenneremo appena ai principali, stralciando squarci di lettere, per mettere in rilievo la loro esistenza, il posto che occupano in questo itinerario spirituale e l'idea personale che dei medesimi aveva padre Pio. Questa tappa dell'itinerario spirituale è polarizzata intorno all'amore di Dio e caratterizzata da alcuni fenomeni concomitanti che studieremo nel presente capitolo. La intensità dell'amore di Dio è così forte e penetrante che alle volte esplode improvvisamente in effetti transitori sorprendenti, e questi non si esauriscono nei nascosti recessi dello spirito e negl'intimi rapporti dell'anima con Dio, ma investono altresì l'attività delle potenze e dei sensi e si riflettono, in qualche modo, su tutto l'organismo.
Padre Pio descrive questi fenomeni mistici in pagine dense di pensiero e cariche d'esperienza. Noi adottando la terminologia comunemente ammessa dagli specialisti, raggruppiamo in tre categorie principali i detti fenomeni, concomitanti questa fase della vita contemplativa o vita d'unione e riscontrati nell'epistolario: 1) impeti o trasporti d'amore, 2) tocchi divini; 3) ferite e piaghe d'amore. Ci sembra superfluo avvertire che certi aspetti di tali fenomeni appaiono in grado più o meno elevato e con più o meno frequenza nelle tre categorie suaccennate. Non lo dimentichi il lettore dei brani da noi scelti per illustrare i singoli fenomeni. 1. Impeti d'amore. Sono trasporti ispirati dalla intensità e dalla forza dell'amore di Dio. L'anima si sente come divorata da una fame e da una sete di corrispondere all'amore divino, e non potendo saziarle cade in deliquio e prorompe in lagrime. L'impeto amoroso si riflette così vivamente nel corpo, che pur aumentando notevolmente le energie dello spirito causa gli effetti di una vera malattia ed esso si sente languire. L'acerbo dolore è controbilanciato da indicibile soavità. L'anima anela a congiungersi definitivamente a Dio: "Sentomi il cuore e le viscere tutte assorbite da fiamme di un grandissimo fuoco che si vanno sempre ingagliardendo. Tali fiamme fanno uscire la povera anima in flebili sospiri. Eppure chi il crederebbe? In un medesimo tempo l'anima sente, assieme al martirio atrocissimo che le viene cagionato dalle suddette fiamme, una soavità estremamente eccessiva, che tutto mi lascia divampare d'amor grande di Dio. Mi sento annicchilito, padre mio, e non trovo luogo per potermi nascondere a tale dono del divin Maestro. IO sono ammalato, ed ammalato di cuore. Non ne posso proprio più; il filo sembra che sia per spezzarsi da un momento all'altro e questo momento non si vede giungere. Quanto è triste, padre mio, lo stato di un'anima a cui Iddio l'ha fatta infermare del suo amore. Per carità, pregate il Signore che ponga fine ai miei giorni, che non sento affatto più la forza di poterla continuare in simile stato. Non veggo altro rimedio alla mia malattia del cuore se non quello d'essere una buona volta consunto da queste fiamme che bruciano e non mai consumano. Non crediate poi che sia la sola anima quella che partecipi ad un tale martirio; anche il corpo vi partecipa, sebbene indirettamente, in un grado altissimo. Da che dura questa divina operazione, il corpo è per divenire impotente a tutto" (30 1 1915). "E purtroppo questa luce non è venuta mai meno, ma dovete ancora convenire meco che l'è appunto questa luce che cagiona al povero spirito una pena superiore ad ogni umano concetto; ella rappresenta in tal modo la divina bontà da non poter l'anima goderne con possedimento d'amore, ma solo ella sospira da lungi un tal possesso con desideri penosi: tale luce fa anelare l'anima a Dio, fonte di ogni bene e che il più delle volte è stretta a palesare la pena delle sue brame con un profluvio di lacrime" (9 5 1915; cf. anche 17 10 1915; 2 4 1917; 16 7 1917). "Padre, lo strazio che sento nell'anima e nel corpo per l'operazioni avvenute [trasverberazione e stigmatizzazione] e che perdurano sempre, quando avranno fine? Dio mio, padre mio, io non ne posso più. Mi sento morire di mille morti in ogni istante. Mi sento divorare da una forza misteriosa, intima e penetrante che mi tiene sempre in un dolce, ma dolorosissimo deliquio. Che cosa è mai questo? lamentarsi con Dio di tanta durezza è colpa?" (20 12 1918).
PADRE PIO DA PIETRELCINA

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