giovedì 29 ottobre 2026

Il martirio di Maria - IL QUINTO DOLORE LA CROCIFISSIONE

 


Il martirio di Maria


IL QUINTO DOLORE

LA CROCIFISSIONE


Il mondo è un mistero. La vita, il tempo, la morte, il dubbio, il bene e il male, e l'incertezza che aleggia sul nostro destino eterno, sono tutti misteri. A volte bruciano nel cuore. Ma il Crocifisso è il loro significato, la loro soluzione. Pone la domanda e vi risponde. È la lettura di tutti gli enigmi, la certezza di tutti i dubbi, il centro di tutte le fedi, la fonte di tutte le speranze, il simbolo di tutti gli amori. Rivela l'uomo a se stesso e Dio all'uomo. Fa luce al tempo affinché possa guardare all'eternità ed essere rassicurato. È una dolce visione da contemplare nei nostri momenti di gioia; perché rende la gioia tenera senza rimproverarla, ed eleva senza forzarla. Nel dolore non c'è visione simile. Fa sgorgare le nostre lacrime, e le fa cadere più velocemente, e così dolcemente che diventano più dolci persino dei sorrisi. Esso illumina le tenebre, e il silenzio della sua predicazione è sempre eloquente, e la morte è vita di fronte a quella grave caparra di vita eterna. Il Crocifisso è sempre lo stesso, eppure varia continuamente la sua espressione, in modo da essere per noi, in ogni nostro stato d'animo, proprio ciò che più desideriamo ed è meglio per noi avere. Non c'è da stupirsi che i santi si siano chinati sui loro Crocifissi in tali trance di amore appagato. Ma Maria è parte della realtà di questo simbolo. La Madre e l'Apostolo stanno, per così dire, attraverso tutti i secoli ai piedi del Crocifisso, simboli stessi del grande mistero, dell'unica vera religione, di ciò che Dio ha fatto per il mondo che ha creato. Come non possiamo pensare al Bambino a Betlemme senza sua Madre, così il Vangelo non ci permette di immaginare l'Uomo sul Calvario senza sua Madre. Gesù e Maria sono sempre stati una cosa sola; ma sul Calvario si è creata tra loro un'unione particolare. È a questa unione che ora giungiamo, al quinto dolore di Maria, la Crocifissione.
La Via Crucis era giunta al termine e la cima del monte era stata raggiunta poco prima di mezzogiorno. Se la tradizione dice il vero, era già allora un luogo commemorativo, degno di essere un santuario universale; si diceva infatti che fosse il luogo della tomba di Adamo, il posto dove si era riposato quando la misericordia di Dio accolse e concluse i suoi novecento anni di eroica penitenza. Lì vicino sorgeva la città di Davide, che era piuttosto la città di Dio, il centro di tanta meravigliosa storia, oggetto di tanto commovente amore divino. La scena che ora si stava per compiere avrebbe spodestato la città regale, ma solo per incoronare, con una corona ben più gloriosa di luce, speranza, verità e bellezza, ogni città del mondo in cui Cristo Crocifisso sarebbe stato predicato e il Santissimo Sacramento avrebbe dimorato. Era trascorso poco tempo, forse un'ora, dall'ultimo dolore; così che solo quattro ore erano trascorse tra il quarto dolore e il compimento del quinto. Eppure, nel dolore e nella santificazione, è un'epoca più lunga dei diciotto anni di Nazareth. In nulla è più vero che nella nostra santificazione che per Dio mille anni sono solo un giorno. Queste ore furono colme di misteri così divini, di realtà così sconvolgenti, che il trascorrere del tempo è a malapena un elemento nell'agonia dell'anima di Maria. Ella giunge alla Crocifissione più grande meraviglia di grazia, più grande miracolo di sofferenza, di quando un'ora prima aveva incontrato Gesù crocifisso all'angolo della strada.

Lo hanno spogliato delle sue vesti, e la vergogna di spogliare la sua natura umana lo fece rabbrividire in modo inesprimibile. Per sua Madre, l'indignità fu di per sé una tortura, e la vista del Cuore di Suo Figlio, in quel momento, fu un orrore e un dolore che le parole non possono descrivere. Lo hanno posto sulla croce, un letto più duro della culla di Betlemme in cui era stato deposto per la prima volta. Si abbandona nelle loro mani con la stessa docilità di un bambino stanco che la madre prepara dolcemente al riposo. Sembra, e in effetti lo era, come se fosse la sua volontà, piuttosto che la loro, a compiersi. Bello nella sua deturpazione, venerabile nella sua vergogna, il Dio Eterno giaceva sulla croce, con gli occhi dolcemente fissi al cielo. Mai, pensò Maria, era apparso più degno di adorazione, più manifestamente Dio, di adesso, mentre giaceva lì disteso, vittima impotente ma consenziente; e lo adorò con la più profonda adorazione. I carnefici ora posarono il suo braccio e la sua mano destra sulla croce. Applicano il chiodo grezzo al palmo della Sua Mano, la Mano dalla quale scaturiscono le grazie del mondo, e il primo sordo colpo del martello si ode nel silenzio. Il tremore di un dolore eccessivo percorre le Sue sacre membra, ma non smuove la dolce espressione dai Suoi occhi. Ora colpo dopo colpo, e un debole eco proviene da qualche parte. La Maddalena e Giovanni si tappano le orecchie; perché il suono è insopportabile; è peggio che se il martello di ferro si abbattesse sui loro cuori ancora vivi. Maria sente tutto. Il martello si abbatte sul suo cuore ancora vivo; perché il suo amore era morto da tempo a se stesso, e viveva solo in Lui. Alzò lo sguardo al cielo. Non riusciva a parlare. Le parole non avrebbero detto nulla; solo il Padre comprendeva l'offerta di quel cuore, ormai spezzato così tante volte. Per lei la Chiodatura non era un singolo atto. Ogni colpo era un martirio a sé stante. Il martello suonava sul suo cuore come la mano del musicista preme mutevolemente i tasti del suo strumento.
 
La mano destra è inchiodata alla croce. La sinistra non riesce a raggiungerla. O hanno calcolato male il foro praticato per far passare il chiodo, oppure il corpo si è contratto per l'agonia. Terribile fu la scena che si presentò, come ce la descrivono i santi nelle loro rivelazioni. I carnefici tirarono il braccio sinistro con tutta la loro forza; eppure non si allungava. Si inginocchiarono contro le sue costole, che si udirono distintamente scricchiolare, pur senza rompersi, sotto la violenta pressione, e, slogandogli il braccio, riuscirono a far passare la mano. A Gesù non sfuggì altro che un lieve sospiro, e la dolce espressione nei suoi occhi rimase impressa. Ma per Maria, quale immaginazione può rendere l'orrore di quella vista, di quel suono? Oh, in loro c'era più dolore di quanto ne abbiano provato tutti i santi che siano mai stati canonizzati! Di nuovo ricominciano i colpi sordi del martello, il cui suono cambia a seconda che si tratti di carne e muscoli o di legno duro, attraverso i quali il chiodo si fa strada crudelmente. Anche le sue gambe sono distese con la forza; un piede è accavallato sull'altro, quei piedi che così spesso sono stati doloranti e stanchi per aver seguito le anime; e attraverso la solida massa di muscoli che si contraggono il chiodo viene conficcato, lentamente e con un'agonia indicibile, a causa dell'instabilità dei piedi in quella posizione. È inutile parlare della Madre; è vano compatirla. La nostra compassione non può arrivare neanche lontanamente, in confronto al terribile eccesso della sua agonia. Ma Dio ha sostenuto la sua creatura, ed ella ha continuato a vivere.

Ora la Croce viene sollevata da terra, con Gesù disteso su di essa, con la stessa dolce espressione negli occhi, e viene portata vicino alla fossa che hanno scavato per accogliere il piede. Poi vi legano delle corde e, spingendola fino al bordo della fossa, iniziano a sollevarla perpendicolarmente per mezzo delle corde. Quando viene sollevato quasi verticalmente, ne fanno avanzare gradualmente il piede oltre il bordo della cavità finché non balza nella sua sede con un balzo veemente, che lussava ogni osso e quasi strappava il Corpo dai chiodi. Infatti, alcuni contemplativi menzionano una corda stretta intorno alla sua vita con una tale crudele forza da essere nascosta nella carne, per impedire al suo Corpo di staccarsi dalla Croce. Così un orrore supera l'altro, esplorando con brividi ardenti, come le vibrazioni di un terremoto, tutte le capacità soprannaturali della sofferenza, che giacevano come abissi nel cuore distrutto della Madre: non paragoniamo il suo dolore a nessun altro. Esso è unico. Possiamo guardarlo e piangere su di esso per amore, in un amore che è anche sofferenza. Ma non osiamo commentarlo. Madre Addolorata! Sia benedetta la Santissima Trinità per i miracoli di grazia operati in te in quell'ora tremenda!

La terra tremò fin nel suo centro. Gli oggetti inanimati sussultarono come se fossero dotati di intelligenza. Le rocce si spaccarono tutt'intorno, precipizi si aprirono lungo le coste più remote del Mediterraneo, e il velo mistico del tempio si squarciò in due per l'agitazione della terra, come se una mano l'avesse fatto. In quel momento, - così ci racconta una rivelazione - si levò dai cortili del tempio un lungo e lamentoso squillo di trombe, per annunciare l'offerta del sacrificio di mezzogiorno, e coloro che suonarono le trombe non seppero come, quel giorno, risuonarono in cielo come le trombe di mezzogiorno non avevano mai risuonato prima. L'oscurità cominciò a insinuarsi sulla terra; poiché il satellite della terra poteva benissimo eclissare il sole materiale, quando la terra stessa stava così eclissando il Sole di giustizia, l'Eterna Luce del Padre. Gli animali cercarono rifugi dove potersi nascondere. I canti degli uccelli si zittirono nei giardini sottostanti. L'orrore si impadronì delle anime degli uomini, e gli inizi della grazia, come i primi incerti avanzamenti dell'alba furtiva, giunsero in molti cuori da quella tenebra compassionevole. Un istante fu un'epoca in cui gli uomini furono circondati da misteri come questi.

Inizia la prima delle tre ore, le tre ore che erano così parallele ai tre giorni in cui lei cercava il suo Bambino perduto. Nell'oscurità si è avvicinata alla Croce; perché altri si allontanarono, mentre il panico li contagiava simultaneamente. C'è una fede negli ebrei, sulla quale questa paura può facilmente innestarsi. Ma i carnefici sono induriti, e i soldati romani non erano soliti tremare nell'oscurità. Vicino alla Croce, alla luce tremolante, si contendono le sue vesti. Le parole volgari e le battute rozze trafissero il cuore della Madre; perché, come abbiamo detto prima, apparteneva alla sua perfezione che il suo dolore non assorbisse nulla. Ogni cosa la tormentava. Ogni cosa le infliggeva la propria ferita e la occupava, come se fosse l'unica sofferenza, l'unica circostanza aggravante. Ella vide quelle vesti – quelle reliquie, il cui valore superava ogni prezzo che il mondo potesse offrire – nelle mani di miserabili peccatori, che se ne sarebbero sacrilegamente rivestiti. Per trent'anni erano cresciute con la crescita del nostro Signore, e non erano state consumate dall'uso, rinnovando quel miracolo che Mosè menziona nel Deuteronomio, secondo il quale, durante tutti i quarant'anni del deserto, le vesti degli ebrei non si erano "consumate, né i sandali dei loro piedi si erano consumati per l'età". Ora i peccatori avrebbero dovuto indossarle e portarle in luoghi sconosciuti di ubriachezza e peccato. Ma cos'era se non un simbolo? Un mondo impuro intero avrebbe dovuto rivestirsi della splendida giustizia di suo Figlio. I peccatori avrebbero dovuto indossare le Sue virtù, meritare i Suoi meriti, trovare soddisfazione nelle Sue soddisfazioni e attingere, a piacimento, alle sorgenti del Suo Preziosissimo Sangue. Come Giacobbe era stato benedetto con le vesti di Esaù, così tutta l'umanità avrebbe dovuto essere benedetta con le vesti del suo Fratello maggiore.
 
Poi c'era la tunica senza cuciture che lei stessa aveva confezionato per Lui. L'unità della Sua Chiesa era raffigurata in essa. Li vide tirare a sorte per ottenerla. Notò a chi era toccata. Uno dei suoi primi doveri d'amore verso la Chiesa sarà quello di recuperarla per i fedeli come reliquia. Fu allora che la storia della Chiesa le si presentò davanti. Ogni scisma che avesse mai afflitto il Corpo Mistico di Suo Figlio, era come una nuova lacerazione nel suo cuore sofferente. Ogni eresia, ogni contesa, ogni peccato sconveniente contro l'unità, le giunse con la più acuta angoscia, lì sul Calvario, con il Sacrificio vivente effettivamente offerto e l'unità della Sua Chiesa acquistata a un prezzo così terribile. Tutta questa amarezza le riempiva l'anima, senza distoglierla da Gesù nemmeno per un istante. Come i santi pontefici, con il cuore spezzato dai torti e dalle sofferenze della Chiesa, ne sono stati completamente assorbiti, eppure non hanno mai perso, nemmeno per un istante, la loro unione interiore con Gesù, così, ora, lo era ancor più con Sua Madre. Fu sul Calvario che ella sentì tutto ciò con particolare intensità, come accade in Quaresima, nel tempo di Passione e nella devozione alla Passione stessa, che impariamo ad amare la Chiesa con una lealtà così sensibile.

Nuove sorgenti di dolore si aprirono per lei con l'apposizione del titolo sulla Croce. Proveniva da Pilato, e una scala fu eretta contro la Croce, e il titolo fu inchiodato sopra il Capo del nostro Salvatore. Ogni colpo di martello era per Lui una tortura indicibile, una tortura che aveva un terribile eco anche nel cuore della Madre. Né il titolo stesso era privo del potere di estendere e suscitare la sua sofferenza. La vista del Santo Nome blasonato lì, in segno di vergogna per il mondo intero – il Nome che per lei era più dolce di qualsiasi musica, più fragrante di qualsiasi profumo – questo era di per sé un dolore. Anche il nome di Nazareth, come le riportava alla mente il passato, circondando la Croce, in quell'aria fioca, con bellissime associazioni e meravigliosi contrasti. Ovunque nella Passione Betlemme e Nazareth si facevano sentire, vedere, udire, e suscitavano sempre nuovo dolore dalle profondità inesauribili del cuore della Madre. Se Egli era un re, era uno strano trono quello su cui il Suo popolo Lo aveva posto. Perché non lo riconobbero come loro re? Perché aspettarono che uno straniero romano glielo dicesse, quasi con disprezzo? Perché non gli permisero di regnare nei loro cuori? Ah! Poveri! Quanto sarebbero stati più felici, quanti peccati sarebbero stati evitati, quante anime salvate, quanta gloria sarebbe stata guadagnata per Dio! Re dei Giudei! Magari fosse stato così! Eppure era proprio così. Ma un re rifiutato, rinnegato, deposto, messo a morte! Che peso gravava sul suo cuore in quel momento! Era il peso delle maledizioni autoinflitte, che avrebbero schiacciato a terra quel povero popolo regicidio. Avrebbe sopportato di nuovo tutti i suoi sette dolori per abolire quella maledizione e ristabilirli, come un tempo, nella predilezione del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Era troppo tardi. Avevano avuto il loro giorno. Avevano colmato la misura della loro iniquità. Quella stessa mattina il suo cuore si spezzò, e la sofferenza di Maria fu una conseguenza della loro iniquità. Ma almeno nel suo cuore Gesù fu riconosciuto re e regnò sovrano. Così fu anche per la cara Maddalena e l'ardente Giovanni; e, pensando a questo, li guardò con una gloria di immenso amore. È forse vero che Gesù spezza i cuori sui quali regna, o che Egli viene scelto in modo particolare per regnare nei cuori spezzati? Ma quando comprese cosa significasse avere Gesù come re, del regno indiscusso che per sua grazia esercitava sul suo cuore senza peccato, della vastità di quel cuore, che superava di gran lunga per sua generosità il grande impero degli angeli o le molteplici perfezioni dei santi, e del regno senza fine che avrebbe avuto in quel suo splendido "palazzo d'avorio" che tanto lo rendeva felice, il suo amore esplose di nuovo in Lui, come se le dighe dell'oceano avessero ceduto e i continenti fossero inondati dalle sue acque, e ogni impeto d'amore fosse al tempo stesso un impeto squisito di dolore.

Aveva già abbastanza da fare. Ma il dolore allarga i grandi cuori, così come restringe quelli piccoli. Aveva adottato quei ladri come figli. Era avida di bambini. Ne percepiva il valore allora, nello stesso modo in cui percepiamo il valore di un amico quando lo stiamo perdendo. Il suo volto morto ci fissa negli occhi, e significa più della sua espressione da vivo. Ha lottato in preghiera per quei due malfattori, e Dio le ha concesso di vedere l'opera della grazia iniziare nel cuore di uno di loro. Questo la appaga? Sì! Con quella peculiare soddisfazione che deriva dalla preghiera esaudita, vale a dire, è diventata più avida per ciò che non aveva. Lo considerava solo un inizio. Ha implorato, ha insistito. Si sarebbe detto che una tale preghiera in un momento simile fosse irresistibile. Non è il Cielo che resiste. Le grazie discendono dall'alto come schiere di angeli al cuore del ladro impenitente. Vi svolazzavano. Cantavano per entrare. Aspettavano. Beccavano il cuore della carne. Lo fecero sanguinare di dolore, di terrore, di rimorso. Ma era padrone di se stesso. Non si apriva. Così vicino a Gesù, e perduto! Sarebbe stato incredibile per Maria. Eppure così fu. Il ladro contrappose la sua durezza alla sua dolcezza, e prevalse. Maria potrebbe non essere regina di nessun cuore dove Gesù non è già re. Ma, oh, l'indicibile angoscia per lei di questa impenitenza! Il suo volto così vicino al volto di Gesù, i sospiri della vittima immacolata che gli risuonavano nell'orecchio come il silenzio dimora tra le montagne, il respiro stesso del Dio incarnato che lo raggiungeva, il Preziosissimo Sangue sparso tutt'intorno a lui, come un'inondazione di acque reflue, come se ce ne fosse più di quanto gli uomini sapessero cosa farsene, e in mezzo a tutto questo essere dannato, commutare le ardenti e strazianti convulsioni di quella crocifissione in fuoco eterno, essere staccato per sua volontà dal fianco stesso del Crocifisso, e un attimo dopo diventare parte di un inferno senza speranza! Maria vide la sua eternità davanti a sé come in un panorama. Colse in un istante l'orrore peculiare della sua condizione. Un sospiro le sgorgò dal cuore per la perdita di quel povero, disgraziato figlio, un dolore sufficiente a lenire l'oltraggiosa maestà di Dio, ma non abbastanza da intenerire il cuore del peccatore.
 
Tali erano le occupazioni esteriori, o meglio, chiamiamole le occupazioni ufficiali, di Maria durante la prima ora sulla croce. La sua occupazione più intima, eppure anche esteriore, era ciò che era sopra di lei, che la sovrastava nell'oscurità, e che si percepiva in modo ancora più vivido di quanto sarebbe stato se lo avesse visto chiaramente: Gesù appeso alla croce! Come i nostri angeli custodi sono sempre al nostro fianco, assorti in mille invisibili ministeri d'amore, eppure vedono sempre Dio, e in quella visione beatificante sono completamente immersi, così fu per Maria sul Calvario. Mentre sembrava un'attenta testimone e ascoltatrice degli uomini che si dividevano le vesti del Signore e dell'inchiodatura del titolo alla croce, o mentre appariva occupata della conversione dei ladroni, faceva tutte queste cose, come fanno i santi, in estasi, con perfetta attenzione e impeccabile precisione, eppure profondamente ritirata nella presenza di Dio e nascosta nella Sua luce. Passò un'ora intera. Gesù tacque. Il Suo Sangue ardeva di dolore. Il Suo Corpo iniziò a pendere dalla Croce, come se i chiodi lo reggessero a malapena. Il Sangue colava lungo il legno incessantemente. Diventava sempre più pallido. Ogni istante di quell'agonia era un atto di adorazione pienamente degno di Dio stesso. Stava mantenendo un'ineffabile comunione con il Padre. Misteri, che superavano tutti i misteri mai esistiti sulla terra, si svolgevano nel Suo Cuore, che si contraeva e si dilatava alternativamente per un'agonia troppo terribile perché l'umanità potesse sopportarla senza un sostegno miracoloso. Aveva il sostegno divino; ma la consolazione divina era accuratamente tenuta a distanza. L'interno di quel Cuore fu chiaramente rivelato all'occhio interiore della Madre, e il suo cuore partecipò alle sue sofferenze. Anche lei aveva bisogno di un miracolo per prolungare la sua vita, e il miracolo fu compiuto. Ma con la stessa peculiarità. Anche a lei fu negata ogni consolazione. E così passò un'ora, e la grazia aveva creato molti mondi di santità, mentre i minuti carichi scorrevano lentamente, uno dopo l'altro, poi sempre più lentamente, come i battiti di un orologio a mezzanotte quando siamo malati, che battono sensibilmente più lentamente per rimproverarci della nostra impazienza nell'ascoltare.

Iniziò la seconda ora. L'oscurità si fece più fitta e c'erano meno persone intorno alla Croce. Niente più contese, niente più agitazione per inchiodare il titolo alla Croce. Tutto era silenzioso come un santuario. Poi Gesù parlò. Sembrava che avesse avuto una conversazione segreta con il Padre, e che fosse giunto a un punto in cui non poteva più tacere. Sembrava che stesse implorando per i peccatori, e che il Padre avesse detto che il peccato della Sua Crocifissione era troppo grande per essere perdonato. Alle nostre orecchie umane, la parola ha questo significato. Certamente proveniva da qualcosa di profondo, da qualcosa che era accaduto prima, o dai Suoi pensieri, o dall'intensità del Suo dolore, o da un colloquio con il Padre. "Padre! perdona loro, perché non sanno quello che fanno!". Una preghiera bellissima e infinita, vera per tutti i peccati e per tutti i peccatori di ogni tempo! Non sanno quello che fanno. Nessuno sa quello che fa quando pecca. È la sua stessa consapevolezza che la malizia del peccato è al di là della sua comprensione, che è una grande parte della malizia del suo peccato. Bella preghiera anche perché rivela la devozione caratteristica del nostro carissimo Signore! Quando rompe il silenzio, non parla di sua Madre, o degli apostoli, o di una parola di conforto a quella affettuosa e desolata Maddalena,
che Egli amava così profondamente. È per i peccatori, per i peggiori tra loro, per i Suoi nemici personali, per coloro che Lo crocifissero, per coloro che Lo avevano inveito per le strade, caricandolo delle più grandi oltraggi. È come se a Nazareth avesse potuto sembrare amare Sua Madre più di ogni altra cosa al mondo, ma ora sul Calvario, quando la Sua agonia aveva fatto emergere le realtà più profonde e le ultime rivelazioni del Suo Sacro Cuore, si fosse scoperto che la Sua devozione principale era per i peccatori. Maria fu ferita da questa apparenza? Fu un nuovo dolore il fatto che Egli non avesse pensato prima a lei? Oh, no! Maria non aveva un io sul Calvario. Non poteva esistere lì. Se il suo cuore avesse gridato nello stesso istante di quello di nostro Signore, avrebbe pronunciato la stessa preghiera e con parole simili si sarebbe liberato di ciò di cui era più colmo. Ma quella parola fece scaturire nuove ondate di dolore. Il suono stesso della Sua voce sopra di lei, nell'oscura eclissi, le sciolse il cuore. La meraviglia del Suo silenzio senza lamenti era ora più commovente, dopo che Egli aveva parlato. Il dolore sembrava aver raggiunto il suo limite, ma non era così. Quella parola abbatté i muri, aprì un intero mondo di possibili sofferenze e vi riversò sopra le acque in un'irresistibile inondazione. Il tono, così familiare, la trafisse come una lancia. La bellezza stessa di quella parola era per lei fonte di angoscia. Non è forse vero che le parole pronunciate in punto di morte sono strazianti proprio perché così belle, così incomprensibilmente piene d'amore? Il cuore spezzato di Maria si allargò, inglobò il mondo intero e lo bagnò in lacrime d'amore. Per lei quella parola era come una parola creatrice. Fece della Madre di Dio anche Madre di misericordia. Più rapida del passaggio della luce, non appena quella parola fu pronunciata, la misericordia di Maria aveva steso intorno al mondo un manto di luce, abbellendone i luoghi aspri e donando splendore alle tenebre, mentre un dolore immenso si estendeva con il suo incalcolabile amore.

Le parole di Gesù sulla croce avrebbero potuto quasi essere un dolore di per sé. Erano tutte più toccanti di qualsiasi altra parola mai pronunciata sulla terra. L'incomparabile bellezza dell'Anima del nostro Signore permea ognuna di esse, eppure in modo così diverso! La dolcezza della Sua Divinità è celata in esse, e per secoli ha rapito le anime contemplative che Lo amavano di più. Se persino a noi queste parole continuano a donare nuove bellezze nelle nostre meditazioni, cosa dovevano essere per i santi, e, ancor più, cosa erano per la Sua Beata Madre? Per lei, ognuna di esse era una teologia, una teologia che rapiva il cuore e illuminava l'intelletto. Sapeva che sarebbero state le Sue ultime. Durante la vita erano state poche, e ora, in meno di due ore, ne avrebbe pronunciate sette, che il mondo ascolterà e su cui si meraviglierà fino alla fine dei tempi. Per lei non erano parole isolate. Richiamavano altre parole indimenticate. Non ce n'erano di dimenticate. Ella le interpretò attraverso altri, e altri ancora attraverso di esse, e così esse acquisirono molteplici nuovi significati. Oltre a ciò, ella vide l'interiorità da cui provenivano, e perciò esse le risultarono più profonde. Ma la crescente bellezza di Gesù era stata costantemente una fonte sempre più copiosa di dolore durante tutti i trentatré anni. Non era probabile che quella legge venisse abrogata sul Calvario. E non c'era forse qualcosa di assolutamente terribile, persino agli occhi di Maria, nel modo in cui la Sua bellezza divina stava dominando ogni cosa e cominciava a risplendere in quell'eclissi? Sembrava che la Divinità stesse per svelarsi tra le rovine stesse della Sacra Umanità, mentre le Sue ossa si mostravano attraverso la Sua carne. Era indicibile. Maria elevò tutta la sua anima fino alla sua massima altezza per raggiungere il punto di adorazione a Lui dovuto, e riconobbe serenamente che ciò era al di là delle sue possibilità. La sua adorazione si trasformò in un amore profuso, e il suo amore si condensò sotto l'ombra gelida in un'intensità di dolore, che sentì il suo tormento intollerabilmente ovunque mentre le basse pulsazioni della Sua voce chiara e gentile risuonavano e ondeggiavano nella sua anima più profonda.

Il pensiero più caro al Cuore del nostro Beato Salvatore, se possiamo permetterci con riverenza di parlare così di Lui, era la gloria del Padre Suo. Non possiamo dubitare che, subito dopo, tra gli affetti della natura creata che si era degnato di assumere, vi fosse l'amore per la Sua Madre Immacolata. Tra i suoi sette "signori ce ne sarà uno", una parola che segue l'assoluzione del ladrone nella preghiera di Maria, una parola doppia, sia per lei che da lei. Anche questa sarà come una parola creatrice, creatrice per Maria, ancor più creatrice per la sua Chiesa. Egli parlò per un amore imperscrutabile, eppure in un modo così misterioso da acuire ulteriormente il dolore di sua Madre. La chiama "Donna", come se avesse già abbandonato il ruolo filiale. Sostituisce Giovanni a se stesso e infine sembra trasferire a Giovanni il suo diritto di chiamare Maria Madre. Quante cose c'erano qui per sopraffare la Beata Vergine con nuove afflizioni! Ella conosceva bene il significato del mistero. Capiva che con questo apparente trasferimento era stata solennemente insediata nel suo ufficio di seconda Eva, la madre di tutta l'umanità. Era consapevole che ora Gesù l'aveva attirata ancora più vicino a sé, l'aveva resa simile a sé più che mai e aveva reso la loro unione più completa. Le due relazioni di Madre e Figlio non erano più due; si erano fuse in una sola. Sapeva che mai Lui l'aveva amata più di adesso, e mai le aveva mostrato una prova più tangibile del Suo amore, di cui, tuttavia, non mancava alcuna prova. Ma ogni nuova manifestazione del Suo amore era per lei una nuova sofferenza; perché suscitava in lei più amore, e con più amore, come al solito, più dolore.

Ma che strana Annunciazione fu, questa proclamazione della Maternità degli uomini, rispetto all'Annunciazione della sua Divina Maternità! L'ora di mezzanotte, la stanza silenziosa, la preghiera estatica, l'umile prontezza del consenso, la rapida meraviglia dell'adorabile mistero... tutto ciò ora fu scambiato con la cima del Calvario nella penombra dell'eclissi, con suo Figlio appeso sanguinante sulla Croce. Oh, quale gioia incommensurabile accompagnò la prima Maternità, quale angoscia intollerabile la seconda! Eppure, mentre Dio mandò il suo angelo per fare la prima Annunciazione, Egli stesso, con la sua dolce voce umana, si degnò di fare la seconda. Ma nell'anima di Maria c'era la stessa tranquillità, nella sua volontà la stessa prontezza di devoto consenso. Quando siamo immersi in un profondo dolore, ogni azione che siamo costretti a compiere sembra eccitare e moltiplicare la nostra sofferenza. Persino i movimenti del corpo turbano la quiete dell'anima. Un'interruzione, un rumore esterno, la scena che si presenta allo sguardo, bastano questi elementi a infrangere ogni limite e a riversare nuovamente sull'anima la massa di acque amare. Così, quando tutta la natura di Maria si levò per accogliere le parole di Gesù, e si gettò nel consenso che diede, e la volse, per così dire, da Gesù a Giovanni, fu come se tutta l'angoscia della Crocifissione acquistasse nuova vita, una nuova vitalità, un'amarezza più intensa, una forza più devastante. Il pensiero di Lui, pur essendo il più terribile di tutti, era anche il più sopportabile. Sentiva soprattutto, quando altri pensieri la soppiantavano, la sua importanza. Chi non ha provato questa sensazione nei momenti di lutto? Colui che abbiamo perso è il nostro pensiero più terribile. Eppure c'è una dolcezza, una quiete, nel pensare a Lui. Il pensiero sostiene il nostro dolore. Ma pensare ad altre persone, ad altre cose, porta con sé una crudezza, un'inquietudine, un'irritabile insoddisfazione, una distrazione inopportuna, che rende il nostro dolore intollerabile. Così ora Gesù stesso portò i peccatori in primo piano nella mente di Maria. Distolse i suoi pensieri da Sé alla Chiesa, ai suoi nemici, ai suoi persecutori, ai suoi assassini. La spostò, per così dire, dal dolce cerchio della sua maternità e la pose al nuovo centro del suo ufficio e del suo rapporto ufficiale con l'umanità. Perché, anche quando le parlava e parlava di lei, erano ancora i peccatori, piuttosto che lei stessa, a sembrare in cima ai suoi affetti. La sofferenza di tutto ciò era immensa, peggiore di qualsiasi altro dolore che quella feconda mattina le avesse portato. Così trascorse la seconda ora sulla Croce, un'era di meraviglie che secoli di scienza angelica e contemplazione serafica non possono comprendere appieno. Gesù era ancora vivo; il Sangue scorreva ancora; il Corpo diventava ancora più bianco nell'eclissi; Il silenzio formicolava tutt'intorno, tranne quando le Sue bellissime parole vibravano leggermente nell'aria, intensificando, a quanto pareva, sia l'oscurità che il silenzio.
Iniziò la terza ora, la terza epoca in cui questo lungo dolore si abbatteva sul grande mondo del cuore di Maria. La sua prima parola in quest'ultima ora fu peggiore della spada di Simeone per la nostra carissima Madre. Disse: "Ho sete". E ben poteva avere sete. Dal beato calice del Suo stesso Sangue la notte precedente, nulla aveva oltrepassato le Sue labbra se non il sapore del vino e del fiele, la pressione della spugna imbevuta di aceto contro la Sua bocca, e il Suo stesso Sangue che vi era colato dentro. Nel frattempo, i chiodi gli bruciavano come fuochi nelle Mani e nei Piedi; le Sue membra dalla testa ai piedi erano state bruciate dalle cinghie e dalle spine della brutale flagellazione; infinite spine gli trafiggevano il cranio come punte di fuoco, finché il Suo cervello non pulsava per l'intollerabile infiammazione. Goccia a goccia il Suo Sangue gli era stato estratto, con tutta l'umidità del Suo Corpo, e le sorgenti del Cuore erano sul punto di esaurirsi. Certamente possiamo ben credere che non ci sia mai stata sete come la Sua, nessun naufrago abbia mai ardeto di una sete più straziante, né abbia mai languito e morto con lingua, labbra e gola più secche e riarse della Sua. Eppure sappiamo che una sola tortura è bastata anche agli uomini più forti per spodestare la ragione dal suo trono, e che poche morti sono più orribili di quella di sete. Non possiamo dubitare che il nostro Beato Signore l'abbia soffrì oltre il punto in cui, senza miracolo, la morte sarebbe sopraggiunta. Quanto terribile dev'essere stata la pressione di quella sofferenza fisica, che spinse quel Sofferente amante del silenzio a esclamare! Se mai fu meraviglioso che in tutta la sua sofferenza Maria non avesse mostrato segni di debolezza femminile, né svenimenti, né singhiozzi, né grida, né gesti selvaggi di incontrollabile miseria, ora fu doppiamente meraviglioso. Non solo quell'esclamazione di Gesù le spezzò il cuore, ma su di essa si aggiunse quel fardello che il dolore umano non può sopportare, e che è il dolore di una madre meno di ogni altro: la sensazione di impotenza nell'alleviare l'agonia di coloro che ama. Guardò il suo volto morente con un volto sul quale la morte era impressa quasi altrettanto profondamente quanto sul suo. Vide le sue labbra arse, gonfie e tremanti, bianche di quel candore dell'ultima lotta mortale, un candore che non ha eguali. Ma non poté raggiungerlo, nemmeno per asciugare con il velo il sangue che vi si era rappreso. Era vano, e lo sapeva, appellarsi agli uomini crudeli sparsi intorno al monte. Per un bicchiere d'acqua fresca su quelle labbra, quante nuove scene di dolore non avrebbe desiderato attraversare! Ma forse non sarebbe stato possibile. Ricordava come una volta Egli avesse guardato giù nell'acqua fredda e scintillante del pozzo di Giacobbe, e nella sua stanchezza e sete avesse desiderato ardentemente un sorso di quell'elemento che Egli stesso aveva creato, e come poi avesse dimenticato sia la sete che la stanchezza nel suo amorevole lavoro di conversione di quella povera donna samaritana.Ma ora – ed era un pensiero opprimente – l'acqua era lontana dalle labbra del Salvatore morente quanto lo era da quelle di Dives, tra le fiamme interminabili da cui aveva implorato anche solo una goccia. No! Il Suo amatissimo Figlio doveva sopportarlo. Alla fine si era lamentato delle Sue torture fisiche. Ma a cosa serviva, se non a spezzare di nuovo il Cuore di Sua Madre e a suscitare l'amore e l'adorazione di innumerevoli anime della Sua Chiesa attraverso i secoli? A Lui non portava alcun sollievo. Si lamentava per noi, affinché, anche a costo di ulteriore agonia per Maria, noi avessimo un motivo in più per amare il nostro Fratello Crocifisso.

Ma quella non era l'unica sete che quella parola intendeva esprimere. La Sua Anima bramava anime con la stessa ardore con cui il Suo Corpo bramava l'acqua del pozzo. Meditava su tutte le ere a venire e anelava a moltiplicare le moltitudini dei redenti. Ahimè! Abbiamo delle approssimazioni con cui possiamo misurare il Suo tormento di sete fisica; ma non abbiamo neanche un'ombra con cui possiamo intuire la realtà di quel tormento nella Sua Anima. Se l'amore che il Creatore nutre per le creature, che Egli ha chiamato dal nulla, è diverso da qualsiasi altro amore, sia degli Angeli che degli uomini, se la sua natura è senza eguali e il suo grado un eccesso al di là della nostra comprensione, così è anche l'amore spirituale per le anime nell'Anima del Salvatore del mondo. L'amore salvifico è senza similitudini, così come l'amore creativo. Come tutti gli amori terreni non sono che scintille di amore creativo, così tutti gli istinti apostolici, tutto lo zelo missionario, tutta la prontezza del martirio, tutta la penitenza di intercessione e tutta l'intercessione contemplativa, non sono che piccole scintille di quell'amore salvifico di cui il Calvario è al tempo stesso simbolo e realtà. Il tormento di questa sete era incomparabilmente superiore a quello dell'altra sete. Maria lo vide; e non appena lo vide, quella stessa visione la trasportò, per così dire, in un mondo di dolore nuovo e inesplorato. Vide che questa sete sarebbe stata saziata quasi altrettanto in poco quanto l'altra. Vide come Gesù in quel momento stesse contemplando nella Sua Anima l'incessante processione di uomini, ininterrotta ogni giorno dall'alba all'alba, che portavano con sé all'inferno il carattere del battesimo e il sigillo del Suo Preziosissimo Sangue. Ecco! Anche ora, mentre il Salvatore sta morendo di sete, il ladrone impenitente non Gli dà da bere neanche la sua anima contaminata! E così sarebbe stato sempre di più. Maria vide tutto. Perché mai aveva lasciato Nazareth? Perché aveva attraversato tutto questo mondo di inutili sofferenze, solo per riuscire infine in modo così inadeguato? La gloria di Dio, dopotutto, era forse la fine del Calvario, piuttosto che la salvezza degli uomini? Sì! Eppure anche No! Maria, come Gesù stesso, non si lamentò di un solo dolore, di una sola frustata, di una sola goccia di Sangue che cosparse la Sua fronte coronata. Anche lei aveva sete di anime, come Lui, e il suo cuore si strinse quando vide che non si sarebbe saziato. Oh, poveri, infelici figli che siamo! Quanta parte della nostra anima abbiamo tenuto nascosta, cosa che avrebbe in qualche modo rallegrato sia la Madre che il Figlio quel giorno!
 
Ma Gesù doveva scendere in un abisso della Sua Passione più profondo di qualsiasi altro avesse sondato fino ad allora. In quell'abisso doveva scendere anche Maria. La parola che stava per pronunciare non era rivolta solo a noi. È al di là della nostra comprensione. Giunge come un misterioso grido lontano dalle profondità dell'angoscia spirituale, a cui nemmeno la teologia mistica sa dare un nome. È Dio abbandonato da Dio, la creatura rigettata dal Creatore, sebbene unita a Lui da un'Unione Ipostatica, la Sacra Umanità abbandonata dalla Natura Divina alla quale è inseparabilmente assunta, una Natura Umana lasciata senza Persona, perché la Persona Divina, che non può mai ritirarsi, si è ritirata, la Seconda Persona della Santissima Trinità abbandonata dalle Altre Due! Che parole folli sono queste? Sappiamo che non possono esserlo, semplicemente non possono. Eppure, quando esprimiamo a parole l'abbandono di Gesù, queste sono le espressioni impossibili in cui rimaniamo intrappolati. "Dio mio! Dio mio! Perché mi hai abbandonato?" Esiste forse un grido più autentico e creato? Eppure Colui che lo pronunciò era Egli stesso il Creatore. Non solo per noi, dunque, una simile parola poteva essere pronunciata. Gli fu strappata dallo spirito stesso dell'adorazione nell'estremo della Sua sofferenza. Alcuni hanno ipotizzato che fu in quel momento che le specie del Santissimo Sacramento, fino ad allora non consumate, furono consumate, e che così venne meno quella misteriosa unione di Sé con Sé stesso. Ma questa ipotesi non ci convince. Perché avrebbe dovuto trarre conforto e forza dalla Sua stessa Carne e Sangue sacramentali, quando esponeva sia la Carne che il Sangue a tormenti inauditi? Perché trarne conforto, quando stava studiatamente trasformando ogni cosa intorno a Sé, persino il cuore di Sua Madre, in nuovi strumenti di tortura? Perché la Sua Natura Divina nel Santissimo Sacramento avrebbe dovuto essere per Lui dolcezza e ristoro, la cui perdita gli avrebbe provocato un tale grido, quando persino nell'Unione Ipostatica, che era un'unione incomparabilmente più intima di quella del Santissimo Sacramento, Egli stava recidendo l'apporto della Sua Natura Divina alla Sua Natura Umana, fatta eccezione per la sola comunicazione della Sua Onnipotenza che Gli permetteva di vivere, affinché potesse soffrire di più? Il senso del fedele – quell'istinto che così raramente sbaglia – indica senza esitazione il Padre Eterno, come causa di quella sofferenza, e come colui al quale è rivolta quella parola.

Ma c'è forse crudeltà in Dio? No! L'infinita giustizia è tanto lontana dalla crudeltà quanto l'infinito amore. Eppure fu il Padre, Colui che rappresenta ogni bontà, ogni indulgenza, ogni tolleranza, ogni dolcezza, ogni pazienza, ogni paternità in cielo e in terra, a scegliere quel momento di tortura più intensa, quando la tempesta delle agonie create cominciava a infuriare con meno pietà, perché ormai quasi esaurita, per crocifiggere di nuovo, con una crocifissione interiore agghiacciante, il Figlio della Sua infinita compiacenza. Con uno sforzo ineffabile, al di là di ogni grazia mai concessa, eccetto la grazia di Gesù, Maria elevò il suo cuore al Padre, unì la sua volontà alla Sua in questa terribile estrema situazione e, in un certo senso, come Lui, abbandonò il suo Amato. Consegnò il Figlio al Padre. Sacrificò l'amore di Madre al dovere di Figlia. Riconobbe il Creatore solo come fine ultimo della creatura. Lo aveva fatto fin dall'inizio, nel suo primo dolore, la Presentazione di Gesù, e ora era compiuto. O Madre! Quanto lontano ti ha condotto il tuo cuore regale, così esigente gloria di Dio! Ella vide Gesù abbandonato. Udì il grido della Sua Anima appena crocifissa, trafitta nel vivo da questa nuova invenzione della giustizia del Padre. E non desiderava che fosse altrimenti. Lo avrebbe voluto abbandonato, se fosse stata la volontà del Padre. Ed era la Sua volontà. Perciò, con tutta la sua anima, con il più incondizionato e spontaneo consenso, lo avrebbe voluto abbandonato. Sarebbe scesa dalla cima del Calvario in quell'istante, se il Padre glielo avesse ordinato. Ma il suo amore si levò, come disperato, per venire incontro a questa estrema necessità. Nessuno avrebbe mai immaginato che un'anima umana potesse contenere tanto amore quanto quello che riversò su Gesù in quel momento. Il suo cuore era forse finito, inesauribile? Sembrava proprio di sì. In quell'ora, infatti, quell'amore si unì, si moltiplicò, superò tutto quello dei trentatré anni, e si riversò nella Sua anima come per colmare con sé l'immenso vuoto che l'abbandono del Padre vi aveva aperto. Ogni cosa uscì da lei, tranne l'orribile amarezza del suo martirio. Il dolore – dolore puro, genuino, acuto, ardente – era carne, sangue, ossa, anima, e tutto per lei. Ogni altra cosa era confluita nel Cuore di Gesù, che allora riversò su di lei un'effusione d'amore, che la inondò con un nuovo oceano di dolore travolgente. E per un miracolo entrambi vissero ancora.

Ora, Beata Madre, che tu stia su tali incredibili altezze di distacco, la fine potrebbe giungere. Era compiuto. Tutto era compiuto. Soprattutto la creazione. Aveva trovato dimora nella tomba del Primo Adamo sotto la Croce del Secondo. Il Padre lo aveva abbandonato. Deve andare al Padre. È impossibile che siano separati. Le creature avevano fatto ciò che potevano. Avevano riempito fino all'orlo la coppa di sofferenza del Salvatore, ed Egli, con amore pietoso, l'aveva svuotata fino all'ultima goccia. Ma c'era ancora una punizione creata, creata più dalla creatura che dal Creatore, creata principalmente da una donna. Era la punizione della morte, il primogenito della prima Eva. Ma poteva la morte dominare sulla Vita vivente dell'eternità? Poteva Eva punire Dio? Doveva ereditare l'amara eredità del dolce Paradiso? Come poteva essere? Come poteva morire? Che cosa poteva essere la morte per Lui? Il cuore di Maria deve essere elevato all'altezza di quest'ora terribile. Per quanto alto sia, deve essere elevato ancora più in alto, al livello di questo divino mistero. I trentatré anni stanno per finire. Una nuova epoca nella storia del mondo sta per aprirsi. La più magnifica di tutte le sue epoche sta per chiudersi. Come sarà la morte per Lui? Ah! potremmo anche chiederci, come sarà la vita per lei quando Lui sarà morto? Come sarà Maria stessa senza Gesù? Non stava guardando in alto, ma sapeva che il Suo occhio ora si posava su di lei. Quale strano potere c'è negli occhi dei morenti, che spesso volgessero lo sguardo verso i volti distolti che vi si trovano, e li attirassero a sé, affinché l'amore possa vedere l'ultimo del suo amore? Il Suo sguardo si posava sullo stesso oggetto su cui si era posato nel momento in cui era nato, quando si adagiò improvvisamente su una piega della sua veste a terra mentre lei era inginocchiata in preghiera, e quando sorrise e sollevò le Sue piccole mani perché fossero prese tra le sue braccia e strette al suo seno. Le sue braccia erano ora sollevate, invitandoci ad arrampicarci su di esse, come bambini innamorati, e a vedere com'è l'abbraccio dell'amore di un Salvatore. Sentì il suo sguardo e alzò gli occhi verso il suo volto. Mai due volti simili si guardarono e parlarono un amore così ineffabile. Il Padre tenne Maria tra le sue braccia, affinché non perisse sotto il peso dell'amore; e un forte grido si levò dalla cima del colle, zittendo l'anima di Maria in un silenzio straziante, e la Testa si chinò verso di lei, e l'occhio si chiuse, e l'Anima la passò, come un lampo, e sprofondò nella terra, e si levò un vento, e sollevò il manto di tenebre, e il sole si liberò dall'ombra della luna, e i tetti della città brillarono di bianco, e gli uccelli iniziarono a cantare, ma solo come se fossero a metà rassicurati, e Maria stava sotto la Croce, una Madre senza figli. La terza ora era trascorsa.

Tale era il quinto dolore, con i suoi momenti creativi di santità e di sofferenza. Ella aveva resistito a tutto, nonostante l'angosciante ieri, la notte insonne, la lunga mattinata affollata dai suoi terribili fenomeni. Nella forza della sua incrollabile stanchezza aveva resistito a tutto, e la Scrittura si preoccupa di sottolineare questo atteggiamento, come se questo miracolo di resistenza fosse di per sé una rivelazione della grandezza del cuore della Madre. È, per così dire, una ricompensa per il suo dolore, che non possiamo predicare Cristo Crocifisso se Maria non è presente. È qualcos'altro che predichiamo – non quello – se lei non è lì. E ora lei è sola sul Calvario. Sono le tre e quaranta del giorno più terribile che il mondo abbia mai visto.

Resta ancora da dire qualcosa sulle peculiarità di questo dolore, nonostante molto sia stato inevitabilmente anticipato nella narrazione. Soprattutto, la Crocifissione ha questa peculiarità: fu la fonte originaria di tutti gli altri dolori, eccetto il terzo. Quest'ultimo si distingue dagli altri. È la Crocifissione di Maria, il suo Getsemani e il suo Calvario. Ma i due dolori che scaturirono dall'Infanzia, e i quattro che rappresentano la Passione, hanno la Crocifissione come centro. La Perdita dei Tre Giorni non appartiene all'Infanzia, e l'ombra della Passione non si proietta su di essa più di quanto non abbia fatto su tutta la vita di Maria. Fu l'atto di Gesù stesso ad avere, apparentemente, una relazione speciale con sua Madre. Il terzo dolore, che precede i Diciotto Anni a Nazareth, fu per le sue sofferenze ciò che i Diciotto Anni furono per la sua vita in generale: qualcosa tra lei e Gesù, un mistero di una sfera diversa da quelle in cui sia Lui che lei erano coinvolti nel compimento della redenzione del mondo. Ma la spada nella profezia di Simeone era la Crocifissione. La Fuga in Egitto doveva impedire alla crudeltà di Erode di anticipare il momento della morte del nostro Salvatore. L'Incontro con la Croce fu la via per il Calvario. La Deposizione dalla Croce e la Sepoltura furono dolori che scaturirono naturalmente dalla Crocifissione e che erano in ininterrotta unità con essa. La Crocifissione fu quindi la realizzazione del suo dolore di una vita. La sorgente era stata raggiunta. L'aveva seguita fino al Calvario. Ciò che rimaneva era l'acqua stagnante, o meglio l'acqua e il sangue, che scorrevano giù dal monte e si infiltravano sulla soglia del Giardino della Tomba. Rispetto alla Crocifissione, gli altri dolori, sempre escluso il terzo, furono quasi dei lievi alleggerimenti e delle distrazioni che si agitavano nelle profondità insondabili del suo dolore. La Crocifissione fu un dolore a sé stante, senza nome né immagine. Era il centro del sistema dei suoi dolori, mentre l'indipendenza del suo terzo dolore indica l'esistenza di quel vasto mondo che Maria è in sé, una creazione a parte, più luminosa del nostro mondo e più cara a Gesù. È un astro misterioso concesso di manifestarsi in quest'altro sistema, dove ci troviamo noi, una rivelazione di tutto quel mondo di fenomeni che ci è rimasto nascosto nei diciotto anni in cui Gesù si è dedicato a lei. Si colloca allo stesso livello dell'Immacolata Concezione, dell'Incarnazione e dell'Assunzione, tutte appartenenti al mondo di Maria, e che sarebbero esistite anche se il peccato non ci fosse stato, sebbene sarebbero state diverse da ciò che sono state. Ma quel terzo dolore mostra come il mondo decaduto del peccato e la necessità di un'Incarnazione passibile si siano impressi nel suo mondo, così come nel Suo, e abbiano trasmesso i tratti della Maternità oltre che quelli dell'Incarnazione. Certamente, pochi misteri del Vangelo ci sono meno chiari della Perdita dei Tre Giorni.Un'altra peculiarità della Crocifissione è la durata del periodo in cui l'ondata di sofferenza rimase al suo apice, senza alcun segno di attenuazione. I misteri che riempirono le tre ore sembrano troppo diversificati perché possiamo considerarli, almeno fino a quando non giungeremo all'abbandono, come qualcosa che sale dal minore al maggiore in una scala graduale. Sono piuttosto elevazioni separate, di altezza diversa, collegate tra loro come una catena montuosa. Ma la più bassa di esse era così immensamente alta da produrre un'agonia incommensurabile nella sua anima. L'angoscia della morte è momentanea. La durata di alcune delle operazioni più terribili che possono sconvolgere il corpo umano raramente supera un quarto d'ora. Il dolore spinto oltre un certo limite, come nelle torture medievali, è morte istantanea. Nelle punizioni umane che non hanno lo scopo di uccidere, la mano della scienza veglia sul battito del cuore del sofferente. Ma per Maria la Crocifissione furono tre ore, tre lunghe ore di agonia mortale, composte da centinaia di tipi e forme di tortura, ognuna intollerabile di per sé, ognuna spinta oltre i limiti della resistenza umana se non sostenuta da un miracolo, e ognuna mantenuta a quel livello sovrumano per tutto quel tempo. Quando arriva il dolore desideriamo sdraiarci, a meno che non ci assalgano la follia e il delirio, oppure siamo inclini a correre, a contorcerci, a gesticolare e a gemere. Maria rimase in piedi per tutto quel tempo estenuante, senza appoggiarsi a nessuno, e nemmeno un sospiro udibile accompagnò le sue lacrime silenziose. È difficile comprendere questo pensiero. Possiamo comprenderlo solo attraverso la preghiera, non ascoltando o leggendo.e nemmeno un sospiro udibile accompagnò le sue lacrime silenziose. È difficile accettare questo pensiero. Possiamo comprenderlo solo attraverso la preghiera, non ascoltando o leggendo.e neanche un sospiro udibile accompagnò le sue lacrime silenziose. È difficile accettare questo pensiero. Possiamo comprenderlo solo attraverso la preghiera, non ascoltando o leggendo.

Una peculiarità della Crocifissione fu anche quella di rappresentare un'eroica prova per la sua incomparabile fede. Quasi la fede del mondo intero era riposta in lei quando si trovava, con Giovanni e Maddalena, ai piedi della Croce. Non c'era quasi nessuna particella della sua fede che non fosse messa alla prova fino all'estremo in quella scena straordinaria. Dal punto di vista naturale, la Divinità di Nostro Signore non fu mai così oscurata. Dal punto di vista soprannaturale, non fu mai così manifesta. Possibile che il Verbo Incarnato dovesse essere soggetto agli eccessi di tali inaudite umiliazioni? La luce in Lui non doveva forse mai brillare una sola volta? La Sapienza del Padre doveva forse essere soffocata con blasfemo scherno in un sacco bianco, e trascinata in un'assurda e indegna impotenza dalle guardie buffonesche di un re incestuoso? Non vi fu forse un momento, o meglio, non vi furono forse molti momenti, nella Passione, in cui il limite di ciò che era venerabile e appropriato fu oltrepassato? Anche nella narrazione misurata dei Vangeli, quante cose ci sono su cui la mente non può soffermarsi senza esserne sconvolta, disgustata e sbalordita! Persino a distanza di tempo, non mettono forse alla prova la nostra fede con il loro stesso orrore, non ci gelano il sangue con la loro atrocità omicida e non tentano la nostra devozione a ritirarsi, malati e schizzinosi, dall'affettuosa contemplazione di quei prodigi di vergognosa crudeltà, con i quali i nostri peccati e le nostre vergogne segrete furono espiati con tanta pubblica vergogna? Non è forse la devozione alla Passione, ancora oggi, la pietra di paragone della fede debole, dell'amore tiepido e della penitenza autoindulgente? E Maria, ben più delicata e schizzinosa di noi, ha assorbito tutte queste cose con i suoi occhi e ne ha compreso l'orrore nell'anima, come noi non potremo mai comprenderlo. Pensate a quale fede ebbe la sua.

Anche le Divine Perfezioni subirono una strana eclissi nella Passione. Il Peccato trionfò. La Giustizia fu condannata. La Santità fu abbandonata persino dal Santissimo. La Provvidenza sembrò ritirarsi, come sotto costrizione. Dio fu calpestato e le creature ebbero il creato tutto per sé; anzi, più di questo, ebbero il Creatore in loro potere. Non ci fu alcuna interferenza divina, proprio quando sembrava più necessaria e più naturale. Se gli uomini potevano fare di testa loro allora, certamente avrebbero potuto farlo sempre. Uno mentre Dio sembrava passivo, un altro mentre era crudele. Oh, ci voleva la teologia angelica per conciliare la provvidenza di quel giorno con gli attributi dell'Altissimo! Allora gli angeli stessi avrebbero potuto essere una prova per la sua fede. Esistevano davvero tali cose, tali esseri, come gli Angeli? Li aveva visti così spesso che non poteva dubitarne. Aveva visto San Michele la notte prima, chino in adorazione accanto a Gesù nella Sua agonia, un essere glorioso, adatto a quella strana ed eccezionale missione di consolare il Figlio di Dio nella Sua inconsolabile angoscia. Ma dov'era il loro zelo per il Verbo Incarnato, quella grande grazia che li aveva tutti rafforzati nella loro perseveranza finale? Dov'erano le spade cherubiche a doppio taglio che custodivano l'ingresso nell'Eden, impedendo l'accesso a tutti tranne che a Enoch ed Elia? Ah! C'erano legioni di loro che si spingevano in avanti, eppure sempre respinte, come una nuvola tempestosa che si sforza di farsi strada contro il vento, impazienti e ardenti, eppure con difficile obbedienza si piegavano all'indietro davanti allo sguardo mite e ammonitore di Gesù. D'altra parte, chi avrebbe potuto credere, quando vedevano la bellezza di Gesù e comprendevano la profondità della sua preghiera, come solo Maria poteva vedere l'una o comprendere l'altra, che la grazia divina avesse davvero il potere di convertire i cuori umani? Egli era la bellezza stessa della santità. Durante la sua Passione, gli uomini stessi squarciarono ogni velo che l'umiltà e la riservatezza potevano porre attorno alla sua santità. La sua umiltà, la sua dolcezza, la sua pazienza, la sua modestia, tutto si manifestava in tutta la sua pienezza, esercitato apertamente ed eroicamente in mezzo alla più grande oltraggia. Eppure gli uomini non si convertirono a Lui! C'erano le guardie che erano cadute all'indietro nel giardino la notte prima. C'erano coloro che gli erano stati più vicini durante la flagellazione, coloro che avevano parlato con Lui come aveva fatto Pilato, coloro che lo avevano portato da Erode e poi riportato indietro. C'era il ladrone impenitente al suo fianco. La grazia emanava da Lui in ogni istante. La sua preghiera efficace era incessante. L'intercessione di Maria stessa era impegnata con fervore. Eppure, quando il sole tramontò di venerdì, quanto poco raccolto visibile aveva raccolto tutta quella grazia! Nessuno ha mai camminato con tanta fede, una fede semplice, nuda, come Maria quel giorno. C'era abbastanza fede per salvare un mondo intero nel suo singolo cuore.

Un'altra peculiarità di questo quinto dolore si trova nelle sette parole che nostro Signore pronunciò dalla Croce. Furono come sette acuti brividi nel cuore di Maria, raggiungendo profondità dell'anima umana che i nostri dolori non raggiungono mai. Non si trattava solo dei ben noti accenti del Figlio morente, con la loro associazione inconcepibilmente accentuata dalle circostanze in cui irruppero nel silenzio. Non si trattava solo della straordinaria bellezza delle parole stesse, che rivelavano, come talvolta fa la morte con gli uomini, un'inaspettata bellezza interiore nell'anima. Non si trattava solo del fatto che, come la musica inespressa della poesia in un'anima affine, esse risvegliarono in lei il ricordo di altre Sue parole, e io diedi luce a molti misteri nella sua mente, e suonai abilmente sui molti tasti e con i vari registri dei suoi meravigliosi affetti, dicendo, come fecero a lei, ciò che non dicono a noi, e ciò che non possiamo nemmeno immaginare. Ma erano le parole di Dio, parole di cui si parla nella Lettera agli Ebrei. «Vivo ed efficace, più penetrante di qualunque spada a doppio taglio, fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e del midollo, e capace di discernere i pensieri e le intenzioni del cuore». Tale fu la loro azione nel cuore di Maria, penetrandola come lo squillo di una tromba sembra penetrare nei recessi del nostro udito, e nella loro sottigliezza e agilità rapida, portarono il dolore nelle fessure della sua natura, dove altrimenti non avrebbe potuto giungere. Ella era il cedro spezzato, la fiamma divisa del fuoco, il deserto scosso di Cades, nel Salmo ventottesimo. «La voce del Signore risuona sulle acque; il Dio della maestà ha tuonato, il Signore sulle acque. La voce del Signore nella sua onnipotenza, la voce del Signore nella sua magnificenza. La voce del Signore spezza i cedri; sì, il Signore spezzerà i cedri del Libano. La voce del Signore divide la fiamma del fuoco. La voce del Signore scuote il deserto, e il Signore scuoterà il deserto di Cades.»

Abbiamo già parlato del parallelismo tra la Crocifissione e l'Annunciazione, che è un'altra peculiarità del quinto dolore. Ella divenne nostra Madre proprio quando perse Gesù. Fu, per così dire, una conclusione cerimoniale ai trentatré anni che aveva trascorso con Lui nella più intima comunione, e al tempo stesso una solenne apertura di quella vita di Maria nella Chiesa alla quale ogni anima battezzata è debitrice di benedizioni più grandi di quanto immagini. Nel terzo dolore Egli le aveva parlato con apparente asprezza, come se il suo ufficio di Madre fosse ora oscurato dalla missione che il Padre Eterno gli aveva affidato. In questo quinto dolore Egli, per così dire, fonde la sua Divina Maternità in una nuova maternità degli uomini. Forse nessuna delle parole che le ha mai rivolto fu più piena di mistero di quelle nel tempio, e ora di queste sulla Croce, o mai causò un dolore più profondo nella sua anima. Sono parallele tra loro. Con un amore per le anime come quello di Maria, immensamente accresciuto dagli eventi di quel giorno, la maternità dei peccatori portò con sé un immenso dolore. Le moltitudini che allora vagavano senza pastore sulla vasta terra, le moltitudini sempre crescenti delle epoche prolifiche, tutto ciò ella accolse nel suo cuore, con la più soprannaturale illuminazione sulla malizia del peccato, la più acuta percezione della condizione pietosa e della miseria impotente dei peccatori, la più chiara preveggenza della vittoriosa resistenza che il loro libero arbitrio avrebbe opposto alla grazia, e la più profonda comprensione degli orrori del loro eterno esilio tra le tenebre e le fiamme della punizione. La parola di Nostro Signore realizzò ciò che aveva promesso. La rese Madre degli uomini, quindi, non solo con una proclamazione ufficiale esteriore, ma nella realtà del suo cuore. Egli vi aprì nuove sorgenti di amore inesauribile. La fece amare gli uomini come Lui li amava, il più vicino possibile al Suo cuore. Egli, per così dire, si moltiplicò nelle anime dei peccatori milioni e milioni di volte, e le diede un amore sufficiente per tutti. E che amore! Così costante, così ardente, così eloquente, così al di sopra di ogni amore materno terreno, sia nella speranza, sia nella tenerezza, sia nella perseveranza! E cos'era questo nuovo amore se non una nuova forza di dolore? Non possiamo comprendere appieno il dolore di Maria alla Crocifissione in nessuna circostanza, semplicemente perché è al di sopra della nostra comprensione. Ma perderemmo del tutto quelle giuste concezioni a cui potremmo giungere se non tenessimo a mente che ella divenne nostra Madre ai piedi della Croce, non semplicemente per una dichiarazione della sua vocazione, ma per una vera e propria creazione attraverso l'efficace parola di Dio, che in quel momento allargò il suo cuore spezzato e lo riempì di nuovi e ampi affetti, causando così un incommensurabile aumento delle sue sofferenze. Fu veramente in travaglio che ella partorì con noi quando giungemmo alla nascita. L'amarezza della maledizione di Eva avvolse in modo indicibile la sua anima immacolata in quell'ora della nostra natività spirituale.
 
Non dobbiamo dimenticare di annoverare tra le peculiarità di questo dolore anche ciò che condivide con il quarto dolore, e in cui si pone in così netto contrasto con il sesto: la sua incapacità di raggiungere Gesù per esercitare i suoi doveri materni nei suoi confronti. Il dolore può essere così mutevole nel cuore umano che proprio ciò che le procura dolore con la pienezza della sua presenza nella Deposizione dalla Croce, qui le causa dolore con la sua assenza. Ma hanno pianto poco, troppo poco per il loro bene, coloro che non hanno imparato da tempo a comprendere questa contraddizione. È difficile per una madre rimanere in silenzio accanto al letto di morte del figlio. Il dolore deve pur fare qualcosa. I bisogni di chi soffre sono i lussi di chi è in lutto. I cuscini devono essere sistemati di nuovo, i capelli tolti dagli occhi, quelle gocce di morte asciugate dalla fronte umida, quelle labbra esangue perennemente inumidite, quella mano pallida delicatamente accarezzata, quella tenda scostata per far entrare più aria, gli occhi deboli protetti dalla luce, le lenzuola stirate per non ostacolare il suo respiro affannoso. Anche quando è evidente che il tocco più delicato, il più gentile di questi cari gesti, è nuovo dolore per il sofferente, la mano della madre a stento riesce a trattenersi; perché il suo cuore è in ogni dito. Stare in silenzio è desolazione per la sua anima. Pensa che non sia l'abilità o l'esperienza dell'infermiera a dettare le sue direttive, ma la sua durezza di cuore, perché non è la madre di quel bel ragazzo; e perciò si ribella nel suo cuore alla sua autorità, anche se la possibilità di essere crudele in realtà le frena le mani. Certamente quella schiuma deve essere raccolta dalla bocca, certamente quella lunga ciocca di capelli deve tormentarlo, penzolandogli sull'occhio e offuscandogli la vista, certamente quella mano gelida deve riportare indietro il sangue con delicatezza, con la massima delicatezza. Dimentica che l'occhio è vitreo e non vede più, che il sangue è andato al cuore, e nemmeno la mano della madre può richiamarlo indietro. E così siede mormorando, tutto il suo dolore condensato nella sua forzata immobilità. Pensate, allora, a ciò che Maria ha sofferto in quelle tre lunghe ore sotto la Croce! Mai letto di morte è stato così inquieto, così privo di conforto, come quel legno grezzo? Mai posizione è stata più straziante che essere appesa per le mani con i chiodi, trascinandosi, trascinandosi verso il basso mentre il peso morto del Corpo si faceva sempre più forte? Dov'era il cuscino per la Sua testa? Se cercava di appoggiarsi al Titolo della Croce, la corona di spine la respingeva; se affondava sul Suo Petto, non riusciva a raggiungerlo del tutto, e il suo peso strappava il Corpo dai chiodi. Lenti rivoli di sangue si insinuavano intorno al suo corpo ferito, facendolo tremare al loro contatto con la più dolorosa eccitazione e inquietudine. I suoi occhi erano imbrattati di sangue, liquido o semi-cotto. Anche la sua bocca, tremante per la sete, era incrostata di sangue, mentre il suo respiro sembrava sempre meno umido.Non c'era un arto che non invocasse la tenera mano della Madre, e forse non arrivava fin lì. C'erano innumerevoli dolori che il suo tocco avrebbe lenito. O madri! Avete un nome con cui possiamo definire quell'intollerabile desiderio che Maria provava, di accarezzare quei capelli, di lavare quegli occhi, di inumidire quelle care labbra che avevano appena pronunciato parole così belle, di adagiare quella testa benedetta sul suo braccio, di dare sollievo a quelle mani palpitanti e di sostenere per un po' le piante di quei piedi schiacciati e lacerati? Non le fu concesso; eppure stava lì in tranquillità, immobile come una statua, non una statua di indifferenza, né di stupore e meraviglia, ma in quell'atteggiamento di riverente e adorante miseria che si addiceva a una creatura dal cuore spezzato che sentiva le braccia stesse del Padre Eterno intorno a sé, sostenute per vivere, amare, soffrire e stare in silenzio.

Dobbiamo anche ricordare che l'abbandono di Gesù da parte del Padre fu per lei qualcosa che non può essere per noi. Nei misteri religiosi siamo continuamente costretti a scambiare le parole per cose. Parliamo della Generazione Eterna del Figlio e dell'Eterna Processione dello Spirito Santo, ma non riusciamo a cogliere la sapienza, la luminosità, l'amore, la tenerezza, il pathos, se ci è concesso usare questa parola, che quegli atti della Vita Divina implicano. Di conseguenza, le parole non suscitano in noi una varietà intelligente di sentimenti ed emozioni: le accogliamo con un semplice atto di amore adorante. Eppure significano di più per i teologi che per i cristiani non istruiti, di più per i santi che per i teologi, di più per i beati in cielo che per i santi sulla terra. Ma secondo la nostra conoscenza, così dovrebbe essere il nostro amore, e in cielo così è. Pertanto, mentre l'abbandono di Gesù sulla croce riempie le nostre menti di un sacro orrore, lo comprendiamo solo in modo confuso. Vediamo più che è un mistero, piuttosto che in cosa consista il mistero. Spesso è proprio l'indistintezza delle cose divine che ci permette di sopportarle. Chi potrebbe vivere se si rendesse conto di cosa sia l'Inferno, e che in ogni istante anime immortali vi entrino per un'eternità di punizioni atroci e ripugnanti? Annusiamo un dolce profumo di fiore, e subito dopo un'anima viene condannata. Osserviamo con tremante amore l'elevazione dell'Ostia e del Calice, e intanto le porte di quella prigione infuocata si chiudono su molte anime. Ci sdraiamo sull'erba e guardiamo le nuvole bianche che si insinuano nel cielo azzurro come se fossero ondeggianti, catturando il sole sulle loro forme nevose, e intanto l'inferno è sotto quell'erba, entro il diametro misurabile della terra, vivo, popoloso, ineffabile, le sue fiamme ruggenti e gli innumerevoli suoni di agonia attutiti dal suolo che ricopre la crosta terrestre fragile e fragile. Che agonia sarebbe, se le nostre menti fossero pari ad essa, o coestensive con la sua realtà! Anzi, se ce ne rendessimo conto, come a volte per un attimo ci capita, non potremmo sopravvivere molte ore, anche se non morissimo sul colpo. Perché, se la colpa di un solo peccato veniale, mostrata da Dio alla Sua Santa, avrebbe prodotto l'immediata separazione di corpo e anima, se Egli non l'avesse sostenuta con un miracoloso intervento, quale visione deve essere per lei delle innumerevoli atrocità dell'Inferno, con l'ulteriore orrore dell'impenitenza finale e l'indicibile orrore delle sue punizioni! Così, di questa negligenza del nostro Beato Signore, nessuno la comprese come Maria. Tutta la meravigliosa teologia che vi era racchiusa era forse chiara a lei. Almeno vi scorgeva ciò che nessun altro, nemmeno un angelo, poteva vedere. Perciò, mentre suscitava in lei una varietà delle emozioni più vivide e degli affetti più sensibili, la immergeva anche in un nuovo dolore, trasferendo d'un tratto la Passione di Gesù in un'altra e più terribile sfera.

L'universalità della sua sofferenza è un'altra peculiarità del quinto dolore, e in questo fu una sorta di prefigurazione della Passione. Chi può enumerare la varietà dei dolori che quelle tre ore contenevano? Quale parte della sua natura immacolata non fu pervasa dalla sofferenza che le era propria? Non c'era luogo in cui un dolore potesse essere innestato dove la mano di Dio non l'avesse già posto. Era completamente sommersa dal dolore come un pesce è immerso nel grande oceano. L'onnipresenza stessa di Dio intorno a lei era per lei un'onnipresenza di sofferenza. Come i fuochi che puniscono il peccato sono così terribilmente efficaci, perché Dio ha voluto che la loro natura fosse punitiva, così i dolori soprannaturali della Beata Vergine Maria sul Calvario furono terribilmente efficaci, perché erano destinati a portare la sofferenza al limite estremo che la creatura poteva sopportare, affinché la sua santità, i suoi meriti e la sua esaltazione superassero quelli di tutte le altre creature messe insieme, eccetto la natura creata di suo Figlio. Non c'era insenatura in nessuno dei sensi in cui il dolore non scorresse con prepotenza, come maree che si scontrano in uno stretto golfo. Non c'era facoltà della sua mente che non fosse illuminata, o meglio bruciata, da una luce che feriva la natura e le procurava dolore. I suoi affetti erano stati crudelmente immolati ai piedi di quell'altare sul Calvario, uno dopo l'altro, e il zelante Sacerdote non aveva risparmiato le sue vittime. La sua volontà era stata spinta fino all'apice dei più inauditi consensi, che la giustizia divoratrice di Dio le aveva esigito. La sua anima era stata crocifissa. Il suo corpo era la preda strisciante della sua agonia mentale. I suoi piedi erano stanchi di stare in piedi, le sue mani bagnate del Suo Sangue, i suoi occhi pieni del proprio. «Come ha avvolto il Signore nell'oscurità la figlia di Sion! Piangendo, ha pianto nella notte, e le sue lacrime le rigano il viso. Non c'è nessuno che la consoli tra tutti quelli che le erano cari. Dall'alto ha mandato fuoco nelle mie ossa e mi ha castigato; ha steso una rete ai miei piedi; mi ha fatto voltare indietro; mi ha reso desolato, consumato dal dolore tutto il giorno. Il Signore ha portato via da me tutti i miei uomini valorosi. Ha proclamato contro di me un tempo per distruggere i miei eletti. Il Signore ha pigiato il torchio per la vergine figlia di Giuda. Perciò piango e i miei occhi scorrono a fiumi, perché il Consolatore, il sollievo della mia anima, è lontano da me. I miei figli sono desolati, perché il nemico ha prevalso. Il mio cuore è sconvolto dentro di me, perché sono pieno di amarezza. Fuori la spada distrugge, e in patria c'è la morte. O voi tutti che Passate per la via! Osservate e vedete se c'è qualche dolore simile al mio dolore; poiché egli ha fatto di me una vendemmia, come il Signore disse nel giorno della sua ira ardente! [Lamentazioni, 1]
 
Infine, c'era la sua incapacità di morire con Lui. Molte volte, morire con i morti sarebbe stata l'unica vera consolazione per chi era in lutto. Un cuore è stato la luce della vita, la luce incrollabile di lunghi anni di fortune alterne, splendente nel cielo azzurro della prosperità, ancora più splendente nelle nubi nere dell'avversità. Ora quella luce si è spenta con la morte. Perché dovremmo sopravvivere? D'ora in poi, che significato può avere per noi la vita? Quel cuore freddo era la fine di tutte le nostre strade. Ogni prospettiva terminava lì. Non davamo valore a nessun passato in cui quel cuore non fosse. Non vedevamo un futuro in cui non giocasse un ruolo. Tutti i nostri progetti finivano lì. Il peso delle nostre aspettative era concentrato in quel punto, e ora ha ceduto, e stiamo precipitando, non sappiamo dove. Ah! questa perdita è veramente la fine della vita, più veramente lontana della semplice dissoluzione fisica dell'anima e del corpo. Gli apostoli, specialmente il vivace e affettuoso Tommaso, desideravano andare a morire con Lazzaro, semplicemente perché Gesù lo amava tanto. Oh, sicuramente tutti noi ricordiamo giorni che per noi rappresentavano la fine del mondo, giorni in cui sembrava impossibile che ci fosse un domani! C'era un letto carico di un triste peso, di un bellissimo terrore, che per noi rappresentava la fine del tempo, il confine del mondo, la soglia dell'eternità. Era stato a lungo atteso, eppure le parole non basterebbero a descrivere quanto crudelmente inaspettatamente arrivò infine. Tutte le nostre speranze, le nostre paure e i nostri amori furono raccolti, come se il Giudice stesse per venire a giudicarli. Le cose normali non potevano più continuare. I doveri quotidiani non dovevano più ripetersi. Le abitudini erano finite. Era la fine, la fine di tanto, tanto finito in modo così crudele. Era altrettanto spaventoso non avere prospettive quanto non avere speranza; E perciò desideravamo ardentemente sdraiarci e morire, nello stesso letto, ed essere sepolti nella stessa tomba, sebbene sembrasse strano che qualcuno rimanesse indietro per seppellirci, tanto appariva come una fine universale. Questa è una selvaggia estrema sofferenza umana. Il dolore della Madonna era qualcosa di diverso. La fine dei Trentatré Anni non fu come tutte le altre. Suo Figlio era Dio. Tutto sta in questo. Pensate, dopo, all'indicibile miseria della vita prolungata della Madre, quando la Sua fu finita. Non si può spiegare. Non può essere spiegato. Ma possiamo sentirla, al di sotto del mondo da cui provengono le parole; possiamo vederla, una luce al di là della regione in cui il pensiero può afferrare le cose, quella reale separazione di Gesù e Maria, la dissoluzione di quell'unione che era stata il mistero divino del mondo per tutti quegli anni meravigliosi e pieni di meraviglia! Chi di noi può descrivere il dolore quando ha superato il punto in cui ci ucciderebbe, e viviamo solo grazie a un miracolo esterno a noi stessi? Tale fu il dolore di nostra Madre quando il Signore esalò l'anima nelle mani del Padre.

Ma lasciamo da parte le peculiarità del quinto dolore e concentriamoci sulle disposizioni con cui la Beata Vergine Maria lo sopportò. Eppure, il compito di descriverle è impossibile. Leggiamo le vite dei Santi e vediamo in ognuno di loro una peculiare santità interiore, a volte diversa da quella di tutti gli altri che conosciamo, a volte congeniale allo spirito di un altro Santo, a volte, anche se non spesso, che si lascia raggruppare in numerose categorie. Molte delle grazie di cui leggiamo non hanno un nome nella nomenclatura delle virtù delle loro affini disposizioni. Ci meravigliamo mentre leggiamo. Siamo abbagliati dalle luci che continuano ad apparire nelle bellezze della santità, nello splendoribus sanctorum . Eppure sappiamo che ciò che vediamo non è nulla in confronto a ciò che non vediamo. Come disse la Regina del Sud di Salomone, non si racconta nemmeno la metà. Tutto ciò che affiora in superficie è solo un'indicazione delle profondità che si celano al di sotto, a malapena sufficiente a farci intuire la bellezza interiore che l'occhio di Dio scorge nell'anima santa. Ma se questo vale per i santi, quanto più vale per la Beata Vergine Maria! Di lei si dice espressamente che la bellezza della figlia del re è tutta interiore; e quando il nostro Signore, nel Cantico, descrive la sua bellezza, aggiunge due volte: "oltre a quella che giace nascosta dentro". È dunque impossibile parlare degnamente della bellezza interiore di Maria. Man mano che abbiamo considerato ogni dolore, è diventato più difficile parlare delle sue disposizioni. Siamo costretti a usare parole comuni per cose che sono singolari e solo affini a ciò che è comune. Le realtà si elevano sempre più al di sopra delle parole, finché queste ultime quasi ci traggono in inganno, invece di chiarire l'argomento, e dobbiamo ripetere le stesse parole per disposizioni che sono cambiate nel passaggio da un dolore all'altro, sia per la novità del loro esercizio sia per la maggiore magnificenza del loro eroismo. Così la profondità e la grandezza della vita interiore della Beata Vergine sono sufficienti di per sé a impedirci di farlo giustizia. Maria è una di quelle visioni divine che si espandono prima ancora di espandere la santità e, proprio come la Visione Beata stessa, suscita fame nel contemplatore, pur appagando indicibilmente la sua anima.

Ma c'è anche un'altra ragione di questa difficoltà, che incide in modo particolare sulle sue sofferenze. È la comprensione della realtà del presente. Dobbiamo spiegare cosa intendiamo. Raramente ci capita, né nel dolore né nella gioia, di cogliere appieno il presente in un istante. Ci rendiamo conto dei nostri dolori e delle nostre gioie a poco a poco. Scopriamo continuamente nuovi aspetti in essi e ci imbattiamo in peculiarità che inizialmente non ci avevano colpito. In ogni cosa che ci accade c'è sempre molto di più di quanto sia espresso. Questo è ciò che intendiamo quando parliamo di un dolore crescente. Non è il dolore che cresce: è la nostra percezione di esso. È un'imperfezione della nostra mente che questo processo sia graduale. Tutto ciò che gli anni ci rivelano, ci insegnano, ci fanno comprendere, era presente nell'atto transitorio, che si tratti di morte, sventura o disgrazia, quando era presente; solo che non eravamo in grado di accoglierlo. Ecco perché spesso sembriamo più eroici nel dolore di quanto non siamo in realtà. Non portiamo più peso di quello che vediamo, e ne vediamo solo una parte. Il nostro Padre celeste ce lo fa scendere gradualmente, dividendo il peso tra la Sua mano e le nostre spalle, finché l'abitudine non ci permette di sopportarne l'intera pressione senza esserne schiacciati. Ci affidiamo a Lui, impegnandoci in ciò che è implicito, mentre i nostri occhi sono fissi su ciò che è espresso. La nostra impresa ha successo non tanto per il nostro coraggio quanto per la Sua grazia. A volte capita persino di perdere un amico, la cui morte ci colpisce in modo molto lieve. In qualche modo la luce della vita non riesce a colmare l'abisso che ha creato con la sua partenza. Passano gli anni e le circostanze cambiano. All'improvviso, o gradualmente, sentiamo la sua mancanza. Non possiamo fare a meno di lui. È un bisogno che, proprio in questo preciso momento, deve essere colmato, ma non può esserlo. La perdita è irreparabile e sta diventando rapidamente intollerabile. Sembra che qualcosa che doveva essere affrontato non possa essere affrontato, semplicemente perché lui era la parte della nostra vita necessaria per affrontarlo, e ora non è più qui. Un amico falso, crudele, sospettoso lo perdiamo prima che muoia. Ma non ne sentiamo mai la mancanza. Non si scopre mai che lo desideriamo. Scopriamo che in realtà è sempre stato fuori dalle nostre vite; e lo allontaniamo dai nostri pensieri con una sorta di triste sollievo per esserci liberati di lui, e con la pia consolazione che, dopotutto, nessun amore è mai sprecato se, in qualsiasi momento e per qualsiasi scopo, è stato legato a Dio. Ma non è così con un vero amico. La sua perdita non finisce mai; riappare continuamente, e rende i nostri cuori stranamente teneri come se il suo spirito li stesse toccando in quel preciso istante. Tutto ciò deriva dal fatto che il presente è troppo sovraccarico di realtà, tanto da non permetterci di entrare subito in contatto con la nostra anima. Così siamo sempre in ritardo rispetto alla vita, alla comprensione di noi stessi, degli altri e, soprattutto, di Dio, quando è troppo tardi. Non possiamo stare al passo con il presente né con l'intelligenza né con i sentimenti.Possiamo starle al passo solo grazie a una prontezza spirituale che ci spinge ad agire, a soffrire e, soprattutto, a scendere a compromessi, seguendo l'impulso della grazia. Così, i dolori sono per lo più meno difficili da sopportare di quanto sembrino; perché li abbiamo sopportati quasi inconsciamente, gradualmente. Ora, non fu così per la Madonna. Ella accolse il presente nella sua pienezza; lo abbracciò nella tranquillità della sua vasta comprensione. Un dolore le si rivelò nella sua completezza, e così premette con tutto il suo peso sulla sua anima in un istante. Perciò i suoi dolori sono più grandi di quanto sembrino. Crescono su di noi, ma non su di lei. Questo va ricordato con molta attenzione quando parliamo delle sue disposizioni nelle sue sofferenze. La sua sopportazione era di un altro tipo rispetto alla nostra, a causa della sua completa consapevolezza del presente; e quindi le sue disposizioni, sebbene la povertà del linguaggio ci costringa a chiamarle con gli stessi nomi, devono essere amplificate e moltiplicate in qualcosa di completamente diverso da ciò che erano prima.

Premesso ciò, dobbiamo innanzitutto osservare, come abbiamo fatto in occasione degli altri dolori, la tranquillità della Beata Vergine Maria. Se ripercorriamo gli orrori della Crocifissione e consideriamo i vari assalti di dolore di cui la sua anima fu il centro, sembrerà che la tranquillità fosse proprio quella grazia il cui esercizio sarebbe impossibile. Se non sapessimo che Dio è pace eterna, ci apparirebbe quasi incongruo e fuori luogo in una santità che in un momento simile si manteneva nella più profonda calma. Noi, per lo più, la profondità del sentimento è accompagnata dall'agitazione, il che ci rende difficile concepire l'unione del dolore più vivo e della più delicata sensibilità con una tranquillità che appare inattaccabile. Tra gli uomini, la calma nel dolore è solo un segno di insensibilità. La pace della Madonna è come quella di Dio, imperturbabile in mezzo ai suoni di dieci milioni di mondi, non turbata dalla rivolta premonitrice del peccato, e padrona di sé nella più profusa effusione di un amore intenso e ardente. Nulla ci rivela in modo più sorprendente la sua unione con Dio di questa calma ininterrotta. Dove c'è Dio non può esserci turbamento; e non c'era angolo nella natura della Madonna dove Dio non fosse, e che Egli non possedesse con la più indivisa sovranità. Perciò, mentre orrore su orrore, non vi fu stupore nella sua anima, né stordimento, né smarrimento. Mentre il mistero svelava le più strane profondità di sofferenza, persino i consigli di Dio non sembrarono cogliere di sorpresa la sua creatura eletta. In quale costante presenza di Dio doveva dimorare la sua anima! Quanto doveva essere stata allenata ogni facoltà della mente a seguire le vie di Dio così come si presentavano, e con tale incondizionata prontezza, con tale imperturbabile dignità! In quale subordinazione doveva trovarsi ogni affetto di fronte all'immediato dominio della grazia, una subordinazione tale da accrescere la loro libertà e moltiplicare per mille la loro capacità di amare e di soffrire! Non vi fu alcuno sforzo, alcuna lotta, alcuna pausa, alcun segno che la sua vita interiore risentisse della pressione delle circostanze esterne. La creatura camminava al passo del Creatore, e gli Angeli si meravigliavano della divina quiete della sua splendida dipendenza.

Da questa calma scaturì il suo silenzioso coraggio. Dobbiamo ricordare che, sebbene la sua sopravvivenza a un dolore così grande fosse miracolosa, la sua sopportazione di tale dolore non fu un miracolo, ma una grazia. La sua vita fu preservata dalla mano di Dio; ma non ricevette alcun sostegno nella sua sopportazione che potesse in alcun modo interferire con la perfezione del suo merito. Fu una fortezza tale che nemmeno lo spirito più glorioso del coro dei Troni avrebbe potuto raggiungere. Fu un coraggio il cui silenzio stesso rivelava al contempo la severità della prova e la sincerità della sua generosità. Il silenzio stesso era un'ulteriore prova della straordinaria unione di Maria con Dio. Coloro che sono molto vicini a Lui perdono l'abitudine di parlare e acquisiscono al suo posto l'abitudine di un ascolto soprannaturale. Non parlò, perché si affidava a Dio. Non si preparò nemmeno a sopportare il dolore, né preparò il suo coraggio per la lotta. Lasciò che il fardello la travolgesse così come la trovava. Non accelerò né rallentò il passo. Come poteva una risolutezza così silenziosa essere al tempo stesso così forte? Questa è la domanda che la nostra limitata concezione di santità è tentata di porsi. La risposta è semplice: la sua forza risiedeva proprio nella sua quiete. Ma, se comprendiamo le parole, ne comprendiamo davvero il significato? Riusciamo a cogliere la disposizione d'animo di Maria, in cui questa grandezza di forza si univa a questa semplicità infantile di serena tranquillità?

Dalla sua quiete passiamo al suo coraggio silenzioso, dal suo coraggio silenzioso alla sua generosità. Sono come ampie sale nella sua anima, dove osiamo a malapena parlare a bassa voce per non risvegliare gli echi, e dove contempliamo, senza interrogarci, i meravigliosi trofei appesi alle pareti. Una creatura ha una sola volontà da donare a Dio, e quando l'ha donata irrevocabilmente, quale ulteriore oblazione le resta? Ogni generosità, dunque, non è altro che perseveranza nella prima, grande generosità, e, se la perseveranza è qualcosa di più grande dell'atto o della disposizione in cui perseveriamo, lo è solo nella sua completezza, e non in ciascuna delle sue singole fasi. Eppure sembrava che Maria avesse infinite volontà da offrire a Dio, e come se queste le raggiungessero con la stessa rapidità con cui Egli le richiedeva. La Divina Volontà la metteva alla prova ovunque, e ovunque trovava la più completa conformità. Non c'era fallimento, nessun ritardo, nulla di ineguale. C'era tensione, certo. Come potrebbe non sforzarsi una creatura che deve stare al passo con Dio, specialmente quando la Sua terribile giustizia spingeva le ruote del suo carro attraverso il Mar Rosso della Passione? Ma era una tensione di pace celestiale, di adorazione di grazia. Quando Dio accelerava, lei accelerava. La sua volontà entrava effettivamente più prontamente nella volontà di Dio, nella misura in cui essa esigeva di più da lei. La sua anima sembrava diventare più inesauribile quanto più si esauriva, come le anime dei Beati, infinitamente amanti, infinitamente adoranti, mentre sprofondano sempre più nella Visione della Santissima Trinità.

Ma il solo pensiero di queste impossibilità della generosità di Maria ci distoglie dalle sue disposizioni per concentrarci sulle lezioni che questo quinto dolore ci insegna. L'ultimo dolore ci ha insegnato come portare le nostre croci, questo come starvi accanto. Non dobbiamo abbandonare la Croce. Non dobbiamo scendere dal Calvario finché non saremo crocifissi, e allora la Croce e noi stessi saremo diventati inseparabili. Ma il Calvario è un luogo di grande impazienza. Molti hanno il coraggio di salire sulla collina, caricandosi la croce con degna virilità. Ma quando arrivano lì, depongono la croce a terra e scendono di nuovo in città per rimanere con la gente a festeggiare il resto della festa. Alcuni vengono spogliati e poi se ne vanno, rifiutandosi di essere inchiodati. Alcuni vengono inchiodati, ma si liberano prima dell'elevazione. Alcuni sopportano lo shock dell'elevazione e poi scendono dalla croce, prima che siano trascorse le tre ore, alcuni nella prima ora, alcuni nella seconda, alcuni, ahimè! quando anche la terza ora sta per finire. Ahimè! Il mondo è pieno di disertori dal Calvario, così pieno che la grazia, per astuzia o per disprezzo, sembra non curarsi di arrestarli. Perché la grazia non crocifigge nessuno contro la sua volontà. Lascia questo compito al mondo, e il mondo lo compie in modo perfido e tirannico. Gli uomini sembrano credere che respirare l'aria fresca in cima al Calvario per mezzo minuto abbia un effetto miracoloso su di loro. La crocifissione, come un tuffo nel mare gelido, più breve è, più sano sarà il suo effetto e più sensibile la sua reazione. Ma purtroppo non è così. Il dolore è un lavoratore lento, e la crocifissione un'impresa lunga. Un albero mette radici in un terreno nuovo più velocemente di quanto la croce metta radici in un cuore nuovo. Ma tutto ciò non è affatto congeniale alla natura rapida e impulsiva. Essa permette che la santificazione sia come un'operazione, acuta ma di breve durata. Non può aspettare se si presenta sotto forma di una guarigione graduale. Eppure, chi mai ha tentato di annientare se stesso in uno qualsiasi dei suoi aspetti più insignificanti, e non si è meravigliato, quasi disperatamente, della sua sorprendente e provocante vitalità? Quante grandi menti hanno percorso a lungo la via della santità, prima di perdere di vista i sentimenti personali e la sensibilità ferita! Oh, allora, se solo avessimo la grazia di rimanere per tre ore intere sulla cima del Calvario! Può esserci uno spettacolo più triste sulla terra di quello che ci mostra quanto spesso e con quanta facilità si perdono le grandi vette del cielo, quelle anime mezze crocifisse che incontriamo ovunque, così stranamente fuori posto, monumenti così lugubremente l'impazienza della natura e la gelosia della grazia? Dio è molto esigente. Coloro che Lo amano possono dirlo senza amarLo di meno. Anzi, per loro il solo pensiero è un ulteriore grado d'amore. Non si accontenta che rimaniamo sul Calvario per tre ore intere. Quando non siamo inchiodati alla croce, dobbiamo stare in piedi. Non ci si deve sedere, né sdraiare, né appoggiarsi alla nostra croce, come se in verità essa fosse destinata a sostenerci, mentre lì ci attende solo per crocifiggerci.In effetti, e questo è già abbastanza significativo, inginocchiarsi non è altrettanto efficace quanto stare in piedi. Andiamo lì per soffrire, non per adorare. La nostra sofferenza si trasformerà in adorazione. Non dobbiamo adorare la nostra croce, né pronunciare belle parole su di essa, né assumere atteggiamenti sentimentali di fronte ad essa. Dobbiamo fare la cosa più comune, ovvero stare in piedi accanto ad essa, che è la postura degli uomini. Stare in piedi è ciò che prescrive il cerimoniale del Calvario. Anche qui, che tristi scene vediamo! È bene se non vi prendiamo parte noi stessi. Ci sono anime la cui Via Crucis è piena di promesse, eppure rovinano tutto sulla cima del Calvario. Forse se fossero state crocifisse subito avrebbero fatto meglio. Ma questa non era la volontà di Dio. L'attesa le ha rese inermi. Il loro coraggio è trasudato tra i brutti teschi che spargono l'erba appassita del monte. Si sono sedute, perché l'attesa era lunga. Oppure si sono inginocchiate per pregare che la croce passasse da loro. Anime stolte! che appartiene al Getsemani, non al Calvario. Non dobbiamo mettere i nostri inizi dove dovrebbe essere la nostra fine. O i preparativi li spaventano, lo scavo del fossato, la misurazione della larghezza da mano a mano, fatta con tanta noncuranza per quanto possa sembrare, eppure una cosa in cui la minima noncuranza può essere una tortura infinita, la riaffilatura di quei chiodi spuntati, e poi quei crudeli e inutili colpi di martello. Alcuni si ritraggono dallo spogliarsi nell'aria fredda, e devono essere spogliati quasi con la forza. Alcuni sono terrorizzati dall'eclissi, che nasconde i volti degli amici e le consolazioni delle creature. Alcuni gridano e saltano in piedi quando il ferro freddo tocca il palmo della prima mano. La maggior parte allora fallisce. Non è forse meglio scendere dal Calvario, nell'onesta confessione della nostra codardia, piuttosto che comportarsi così debolmente sulla cima di quella sacra collina? Oh, no! è molto meglio restare. Meglio una crocifissione riluttante che nessuna. Restiamo in piedi, se possiamo; Se non possiamo, che ci facciano rotolare come tronchi, come se fossimo morti di paura, e che ci inchiodino con la forza o in stato di incoscienza. Che ci facciano solo crocifiggere; con grazia, se possibile, ma meglio senza grazia che non crocifiggerci affatto.perché il ritardo era lungo. Oppure si sono inginocchiati a pregare che la croce passasse da loro. Anime stolte! Questo appartiene al Getsemani, non al Calvario. Non dobbiamo mettere i nostri inizi dove dovrebbe essere la nostra fine. Oppure i preparativi li spaventano, lo scavo del fossato, la misurazione della larghezza da mano a mano, fatta con tanta noncuranza per quanto sembri, eppure una cosa in cui la minima negligenza può essere una tortura infinita, la riaffilatura di quei chiodi spuntati, e poi quei crudeli e inutili colpi di martello. Alcuni si ritraggono dallo spogliarsi nell'aria fredda, e devono essere spogliati quasi con la forza. Alcuni sono terrorizzati dall'eclissi, che nasconde i volti degli amici e le consolazioni delle creature. Alcuni gridano e saltano in piedi quando il ferro freddo tocca il palmo della prima mano. La maggior parte fallisce allora. Non è forse meglio scendere dal Calvario, nell'onesta confessione della nostra codardia, piuttosto che comportarsi così debolmente sulla cima di quella sacra collina? Oh, no! è molto meglio restare. Meglio una crocifissione forzata che nessuna. Restiamo in piedi, se possiamo; se non possiamo, lasciamoci rotolare come tronchi, come se fossimo morti di paura, e inchiodati con la forza o in stato di incoscienza. Che veniamo crocifissi, se possibile, con grazia, ma meglio in modo sgraziato che non esserlo affatto.perché il ritardo era lungo. Oppure si sono inginocchiati a pregare che la croce passasse da loro. Anime stolte! Questo appartiene al Getsemani, non al Calvario. Non dobbiamo mettere i nostri inizi dove dovrebbe essere la nostra fine. Oppure i preparativi li spaventano, lo scavo del fossato, la misurazione della larghezza da mano a mano, fatta con tanta noncuranza per quanto sembri, eppure una cosa in cui la minima negligenza può essere una tortura infinita, la riaffilatura di quei chiodi spuntati, e poi quei crudeli e inutili colpi di martello. Alcuni si ritraggono dallo spogliarsi nell'aria fredda, e devono essere spogliati quasi con la forza. Alcuni sono terrorizzati dall'eclissi, che nasconde i volti degli amici e le consolazioni delle creature. Alcuni gridano e saltano in piedi quando il ferro freddo tocca il palmo della prima mano. La maggior parte fallisce allora. Non è forse meglio scendere dal Calvario, nell'onesta confessione della nostra codardia, piuttosto che comportarsi così debolmente sulla cima di quella sacra collina? Oh, no! è molto meglio restare. Meglio una crocifissione forzata che nessuna. Restiamo in piedi, se possiamo; se non possiamo, lasciamoci rotolare come tronchi, come se fossimo morti di paura, e inchiodati con la forza o in stato di incoscienza. Che veniamo crocifissi, se possibile, con grazia, ma meglio in modo sgraziato che non esserlo affatto.
 
Perché così tanti falliscono? Perché non sono silenziosi. La perseveranza dipende molto dal silenzio. Il potere si disperde con le parole. È solo grazie alla grazia del silenzio che i Santi portano croci così pesanti. Una croce per la quale abbiamo ricevuto compassione è molto più pesante di prima, oppure può darsi che la compassione ci abbia destabilizzati, cosicché il peso sembra maggiore e la ferita sulla spalla più dolorosa. Il silenzio è l'atmosfera appropriata della croce, e la segretezza il suo clima naturale. Le croci migliori sono quelle segrete, e possiamo tacere sotto quelle che non lo sono. Anzi, il silenzio crea una sorta di segretezza anche in pubblico. Perché almeno possiamo nascondere quanto soffriamo, se non possiamo nascondere del tutto il fatto che stiamo soffrendo. Possiamo celare quanto spesso siamo sul punto di crollare sotto il nostro fardello. Possiamo tenere per noi quelle peculiarità individuali delle sofferenze che ne costituiscono i punti più acuti, e che alimentano la compassione degli altri più di quanto possano fare cose più grandi. In un modo o nell'altro, la compassione umana profana l'azione della grazia. Mescola un elemento degradante con ciò che è Divino. Lo Spirito Santo si ritira dalla sua compagnia, perché è "della terra, terreno". Il Consolatore dona le Sue migliori consolazioni solo agli inconsolabili della terra. Coloro che cercano prima le creature devono accontentarsi delle creature; perché non troveranno Dio in seguito, per quanto lo cerchino. Coloro ai quali Dio non basta da solo, ma devono avere creature consolanti mescolate a Lui, non scopriranno mai il loro triste errore; perché a loro Dio non aprirà mai quei tesori che mostreranno loro quanto Egli sia diverso dalle creature. Ma tutto ciò è difficile per la natura. La natura non ha mai respirato liberamente sulla cima del Calvario. Gli uomini non si riposano sulle vette delle montagne. Raramente si riposano lì, se non per ammirare la magnificenza del panorama, perché respirare è così difficile. È molto difficile allontanare da noi stessi ogni consolazione. La compassione sembra spesso essere proprio ciò che rende sopportabile il nostro dolore. Ebbene, scendiamo un gradino più in basso. Non allontaniamola; Ma non chiediamocelo. Lasciamo che ci trovi senza che lo cerchiamo. Come va il mondo, non metteremo a repentaglio ciò che è divino nei nostri dolori rimanendo semplicemente passivi nella compassione. Ma anche questa passività è difficile. Come potrebbe essere altrimenti, quando fa parte della nostra crocifissione? È la lezione più dura del Calvario. Accettiamola, anche se la temiamo; e non lasciamoci abbattere dalla paura. Chi ha mai fatto qualcosa di buono senza prima aver avuto paura di farlo? Che cosa c'è sulla terra che valga la pena fare, che non valga anche la pena temere?

Ma c'è una vera consolazione – profondamente nascosta, certo, eppure a portata di mano – in questo abbandono delle consolazioni umane. È nell'oscurità della natura che percepiamo la vicinanza di Gesù. È nell'assenza delle creature che siamo sostenuti nell'abbraccio sensibile del Creatore. Le creature portano con sé l'oscurità, ovunque si intromettano. Sono sempre d'intralcio, intercettano le grazie, nascondono Dio, ci privano delle consolazioni spirituali, ci rendono languidi e irritabili. Riempiono a tal punto i nostri sensi che i sensi interiori della nostra anima non sono in grado di agire. Spesso desideriamo che le nostre vite siano più divine. Ma in realtà lo sono molto più di quanto crediamo. È il dolore che ce lo rivela. Ci avvolge come un sudario. A poco a poco il nostro orizzonte si restringe e il nostro grande mondo diventa un piccolo mondo. Ma continua ad avanzare strisciando: prima scompare un oggetto, poi un altro. Siamo sempre meno distratti. La nostra vita interiore è più vigile. La nostra anima si rafforza. Ora la linea delle tenebre ha toccato Gerusalemme stessa. Persino le consolazioni della città spirituale sono scomparse. Gli elmi dei soldati romani catturano per un attimo la luce sopra il livello delle nuvole, come se galleggiassero via su una corrente oscura. Il verde del monte si fa nero. Per un attimo ci acceca; poi, a poco a poco, la bianca Figura di Gesù emerge nella penombra. Sentiamo il Sangue caldo sulle nostre mani mentre stringiamo la Croce. Non è un'apparizione: è vita. Siamo con Dio, con il nostro Creatore, con il nostro Salvatore. Egli è tutto nostro. Il ritiro delle creature lo ha reso tale. Ma non è venuto. Egli è sempre stato lì, sempre così dentro le nostre anime, solo che è stato sopraffatto dalla falsa luminosità delle creature. Egli emerge nell'oscurità come le stelle. La bianca luna di mezzogiorno non ci seduce con la sua bellezza; Ci incanta solo nella notte: così è l'oscurità di un Calvario spirituale che avvolge le nostre anime con il tenue splendore del nostro bellissimo Salvatore.

Ma l'affinamento della nostra vista spirituale non è l'unica operazione che i sensi della nostra anima subiscono sul Calvario. Tutte le anime sono sordo ai suoni del mondo invisibile. L'orecchio interiore si apre sul Calvario. I suoni di Gerusalemme ci giungono attraverso l'oscurità, e forse anche i rumori del lavoro nei giardini vicini. Ma si levano come ammonimenti, non come distrazioni. Ci arrivano dolcemente e indistintamente, e non turbano il silenzio della nostra perseveranza, né i lievi sussurri della preghiera. Ancor meno soffocano la chiarezza delle parole del nostro Salvatore quando Egli si degna di parlare. Laggiù, come il mondo ci assordava con i suoi rumori tumultuosi e intorpidiva i nostri spiriti con la sua molteplicità di suoni! Sapevamo che Gesù era al nostro fianco, eppure non potevamo conversare con Lui. Era come cercare di ascoltare quando le ruote rumorose sferragliano aspramente per le strade, quando l'ascolto non è altro che un tentativo fallito, o un confuso malinteso. Il semplice rumore che il mondo produce nel suo scorrere ci stupisce a tal punto da ostacolare i nostri passi sulla via del cielo. Solo sul Calvario la terra si placa a sufficienza da poter intonare un canto di armonia con il Cielo; solo lì, infatti, Dio si ode distintamente, mentre il mondo terreno mormora come un vento, un suono che non stona da nessuna parte, perché è piuttosto l'accompagnamento di un suono che il suono stesso.

Sul Calvario vediamo solo due cose: Gesù e Maria; e da ognuno impariamo una lezione, una sulla nostra morte e una sulla morte degli altri. Gesù si degna di insegnarci come morire. Se nella Sua grande ora volle avere Sua Madre accanto a Sé, come oseremo noi morire senza di Lei? In ogni cosa dobbiamo imitare Gesù, anche in una sfera infinitamente inferiore alla Sua. Ma soprattutto, è importante per noi imitarlo nella Sua morte. Se fosse stato bene, Egli avrebbe voluto risparmiarle quella scena terribile, anche se forse Lei avrebbe considerato la sua assenza una crudele grazia. Fu lì, su quel letto di morte, che divenne nostra Madre. Non c'è certo nessuno di noi che non pronunci più volte al giorno quella preghiera universale, la preghiera del papa e del contadino, del medico e dello studioso, del ricco e del povero, del religioso e del laico, affinché la Madre di Dio ci assista nell'ora della morte. Ma dobbiamo incastonare questa supplica in tutte le nostre preghiere. Lasciamo a Dio, senza dettare né desiderare nulla, il tempo, il luogo e il modo della nostra morte, purché non sia una morte senza provvidenza, e soprattutto non priva della presenza di Maria. L'ora della morte è un tempo arido e consuma le grandi grazie. Abissi insospettati si aprono improvvisamente nell'anima e inghiottono gli anni passati, le vecchie abitudini e mille altre cose di cui non possiamo fare a meno in quel momento. Il diavolo riserva le sue armi peggiori per l'ultimo. È terribile non poter morire due volte, per timore che la novità ci sopraffaccia la prima volta, ed è una posta in gioco enorme. Ci sono grandi sacramenti per quell'ora, ma non più grandi di quelli necessari. Osservate un uomo morente! Guardate come le assoluzioni affondano rapidamente nella sua anima arida, come la pioggia estiva nella terra arida. Eppure la battaglia continua ad andare e venire nei suoi occhi. Lasciateci avere Maria. Che sia presente visibilmente o invisibilmente, che parli e agisca, o agisca senza parlare, che sia un accordo di lunga data, una promessa irrinunciabile, che ella sia presente per celebrare per noi un rito così difficile eppure di così ineffabile significato. Vale la pena dedicare un'intera vita a chiedere questo, se solo alla fine otterremo l'oggetto della nostra supplica. Che valore ha una buona vita, se non è coronata da una buona morte? Eppure una buona vita è quanto di più vicino possiamo raggiungere a una buona morte. Forse sono state relativamente poche le buone morti che non siano giunte alla fine di buone vite. E quelle poche, così dice tutto il mondo credente, sono state orchestrate da Maria. Ma una buona vita è quanto di più probabile possa condurla al nostro capezzale in quell'ora. Una vita portata la croce è un incontro costante con Maria. Alle crocifissioni ella è presente, per così dire, ufficialmente. Se Gesù non è morto senza di lei, lei ci amerà ancora di più se anche noi ci rifiutiamo di farlo. Per quanto lunga sia stata l'agonia, per quanto turbato nell'animo il povero morto, beati sopra tutti i defunti sono coloro i cui occhi Maria stessa ha chiuso!

Questa è la lezione che Gesù ci insegna riguardo alla nostra stessa morte. Da Maria ne impariamo un'altra riguardo alla morte degli altri: la devozione per coloro che sono nella loro agonia finale è una devozione simile a quella di Maria, e graditissima al suo Cuore Immacolato. Non c'è un istante del giorno o della notte in cui non si svolga quella terribile solennità della morte. Ci sono persone come noi, o migliori di noi, che i loro amici hanno giustamente amato più di quanto i nostri abbiano mai amato noi, che ora sono strette nella loro agonia e la cui eterna visione di Dio trema ansiosamente in bilico. Può esserci un appello alla nostra carità più pietosamente eloquente di questo? Quando pensiamo a tutto ciò che Maria ha fatto per ciascuna di quelle anime, quelle che fissano incessantemente, momentaneamente, la loro eternità nella morte, quando ricordiamo la lunga serie di grazie che ha portato a ciascuna di loro, e di conseguenza l'anelito del suo cuore materno per la loro perseveranza finale e la salvezza eterna, possiamo farci un'idea della gratitudine di questa devozione a lei. Il letto di morte è una delle sue sfere peculiari. Sembra esercitare su di esso una giurisdizione del tutto particolare. È lì che coopera così visibilmente con Gesù nella redenzione dell'umanità. Ma cerca anche che noi cooperiamo con lei. Vorrebbe attirare i nostri cuori con il suo, le nostre preghiere al suo. Non è forse lei l'unica Madre di tutti noi? Non sono forse i morenti i nostri fratelli e le nostre sorelle nella dolce maternità di Maria? La famiglia è coinvolta. Non dobbiamo disinteressarci freddamente. Dobbiamo assistere spiritualmente ogni morte che avviene in tutto il mondo, le morti di eretici e pagani così come di cristiani. Perché essi, Anche loro sono nostri fratelli e sorelle; hanno un'anima; hanno l'eternità in gioco; Maria ha a cuore la loro sorte. E la loro eternità è in pericolo più che doppio. Quanto più bisognoso di preghiere hanno coloro che non hanno i Sacramenti! Quanto più oscura deve essere la loro scena finale, dove la piena luce della fede non risplende! Quanto più ferventi devono essere le preghiere, quando non la grazia ordinaria, ma un miracolo di grazia, deve essere implorato per loro! Ahimè! Non avranno nessuno dei nostri altri doni; almeno, e affettuosamente nonostante la loro stessa sofferenza, avranno le nostre preghiere. Dobbiamo anche ricordare che anche noi dobbiamo morire. Un giorno giaceremo nella stessa difficile situazione e avremo bisogno indicibilmente delle stesse preghiere caritatevoli. La misura che misuriamo agli altri sarà misurata a noi. Questa è la legge divina della retribuzione. Nulla preparerà un letto di morte più sereno per noi stessi di una devozione quotidiana per tutta la vita a coloro che ogni giorno muoiono. Maria ha aiutato suo Figlio a morire in molti modi misteriosi. Per sua volontà, e nella soddisfazione della sua per amore materno, ha assistito al capezzale di molti milioni di persone. Ha ormai una grande esperienza, se così possiamo dire, ed è straordinariamente abile nella scienza dell'ultima ora. Con pensieri di preghiera, con pratiche pie, con frequenti giacciate,Grazie alle consuetudini che la Chiesa ci ha concesso, conquistiamo per noi una fine serena e felice, seguendo Maria ovunque, fino ai letti di morte che assiste.

Tali sono le lezioni che impariamo dal quinto dolore. La Crocifissione non può mai essere compresa correttamente senza Maria, perché senza di lei non è rappresentata in modo veritiero. Che immagine è, la Messa solenne della redenzione del mondo, offerta da Gesù al Padre Eterno, mentre gli innumerevoli angeli sono il pubblico e gli spettatori! Quando l'Ostia viene elevata, l'intera struttura della natura inanimata trema di terrore e adorazione, e la terra si oscura, il che deve essere una rubrica da osservare alla presenza di Gesù per tutti i secoli. Ma qual è il ruolo di Maria? Il suo Cuore Immacolato è la pietra d'altare vivente su cui viene offerto il Sacrificio; è il Servitore, i cui battiti del cuore spezzato sono le risposte della liturgia; è il Turibolo, in cui la fede del mondo, la speranza del mondo, l'amore del mondo, l'adorazione del mondo, vengono bruciati come incenso davanti all'Agnello immolato che toglie i peccati del mondo; E infine, lo stesso Cuore Immacolato è il Coro, il Coro più che angelico, di quella tremenda Messa; perché il silenzio delle sue bellissime sofferenze non ha forse intonato canti ineffabili e muti all'orecchio straziato dell'Ostia sanguinante?

FR. FEDERICO FABER, DD
CON NIHIL OBSTAT E IMPRIMATUR, 1956


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