sabato 15 febbraio 2020

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



5a MEDITAZIONE

Sapete che la veglia pasquale è la celebrazione più importante dellʼanno liturgico, la celebrazione  più importante della vita della chiesa. Il motivo è che in questa veglia la Chiesa fa memoria dellʼopera  definitiva di Dio: la resurrezione di Gesù che ha introdotto il nostro mondo, un mondo segnato inevitabilmente dal limite e dalla morte, nel mondo di Dio, nella eternità della comunione con il Padre. 

Non so se ricordate come è costruita la veglia pasquale: ci si raccoglie sul sagrato della Chiesa,  dove viene benedetto un fuoco nuovo (deve essere nuovo e la preghiera lo ricorda). Con questo fuoco  nuovo viene acceso un cero che rappresenta Cristo luce del mondo. E di fatto sul cero, vengono inci- se due lettere greche, lʼalfa e lʼomega, che indicano il principio e la fine. Poi vengono incise le cifre  dellʼanno corrente: il ché vuol dire che in Gesù Cristo è raccolto il significato di tutta la storia, dalla  Creazione alla Nuova Creazione. E quellʼanno che stiamo vivendo si colloca dentro questo orizzonte;  stiamo vivendo un momento di quella storia di salvezza che Dio ha iniziato creando il mondo dal nulla  e che Dio porterà a compimento, introducendo questo mondo dentro alla sua stessa vita, “quando Dio 
- direbbe San Paolo nella lettera ai Corinzi - sarà tutto in tutti”.
Fatto questo, si fa una piccola processione: si entra, accompagnando il cero che viene portato dal  celebrante, o dal diacono, andando verso lʼaltare. Notate una piccola cosa: siccome le chiese tradi- zionalmente sono orientate verso oriente (lʼabside va verso oriente) questa piccola processione va da  ovest a est, va quindi dal luogo del tramonto, delle tenebre, al luogo dellʼalba, dove sorge la luce. E  questo non è senza significato nella notte Pasquale, come tenteremo di vedere.

Dopo di ché  si ascolta una serie di letture bibliche. Sono nove letture bibliche in tutto, e sono quelle  letture che riassumono il cammino della storia della salvezza, perché si comincia con la creazione e si  finisce con il vangelo della resurrezione, dalla creazione a quella novità che  è una creazione rinnovata.  Il Cristo risorto è un mondo nuovo, è un tempo nuovo: la domenica è lʼinizio della settimana e lʼinizio  dei giorni, il compimento della storia.
Le letture (adesso non le possiamo ripercorrere tutte) danno i punti fondamentali di questo cammino.  Le prime tre sono quelle che abbiamo letto in questi giorni: il racconto della creazione, il racconto di  Abramo e la terza che faremo tra poco. Il cammino della parola di Dio è quello.

Poi cʼè una liturgia, che è la liturgia del battesimo. La liturgia del battesimo ci entra dentro perché  della liturgia del battesimo faceva parte, in antichità, un piccolo rito, per cui, quando si fa la profes- sione di fede con la rinunzia a satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni, il battezzando è  rivolto verso occidente, verso il tramonto del sole. Poi si volta invece verso oriente e fa la professione  della fede: “credi in Dio, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo?”; dopo di ché scende nellʼacqua (e do- vete pensare ad una immersione vera e propria, quindi è sommerso, è “annegato” dallʼacqua) e risale  dallʼaltra parte della vasca battesimale, risale nuovo, salendo verso oriente. Eʼ sceso da occidente ed  è salito verso oriente. Quello che nasce, quello che risale, è evidentemente un uomo nuovo, perché  quello di prima è morto, è annegato.
S. Paolo quando scrive nella Lettera ai Romani la sua riflessione sul battesimo dice:

Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? (Rm 6,3)

Battezzati vuol dire immersi: siamo stati immersi in Cristo Gesù, siamo stati immersi nella sua morte.

Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. (Rm 6,4)

Il battesimo è morte e risurrezione: è la morte dellʼuomo vecchio, cioè di quellʼuomo che è condizionato dal suo egoismo e dalla paura o dalla seduzione del mondo, e rinasce come uomo nuovo,  uomo generato dallʼamore di Dio nella forza dello Spirito Santo.
Questo uomo nuovo, che rinasce nel battesimo entra a pieno titolo nella celebrazione dellʼEucaristia,  fino alla Comunione, che è il pane degli angeli, che è, diceva Ignazio di Antiochia, farmaco di immor- talità. Farmaco dʼimmortalità vuol dire che lʼEucaristia è una medicina che è capace di guarire una  malattia che lʼuomo si porta dentro: la malattia della morte.
Noi ci portiamo dentro fin dalla nascita i germi della morte, perché biologicamente siamo fatti così,  quindi inevitabilmente siamo dei malati, malati cronici. È una malattia che dura settanta, ottanta o  centoventi anni, che però alla fine compie il suo corso. LʼEucaristia è una medicina che guarisce da  questa malattia, che guarisce dalla condanna a morte che è iscritta nella nostra biologia umana.
Nel momento in cui continuiamo a rimanere persone nella carne, quindi continuiamo a subire tutti i  limiti del nostro corpo – malattie, stanchezze, fatiche e, inevitabilmente, la morte – in realtà la nostra  vita ormai è partecipe di un germe di immortalità,  perché lʼEucaristia, che contiene lʼamore di Dio  donato in Gesù Cristo, è immortale, come è immortale lʼamore di Dio.
La morte può distruggere il mio corpo biologico, non può distruggere lʼamore di Dio. Lʼamore di Dio  è più forte della morte. Quando questo amore viene interiorizzato, assunto, la mia esistenza si porta  dentro una speranza di immortalità, una speranza di vita piena.
La veglia pasquale: da occidente a oriente, verso la luce, dalla morte alla vita. Si passa attraverso la  morte, si passa attraverso le acque del battesimo, che sono acque di morte, ma si rinasce come creature  nuove, come creature illuminate dalla grazia, dallʼamore, dallo Spirito di Dio.

In questo modo viene portato a compimento un processo che è il processo di tutta la sacra scrittura.  Abbiamo letto il capitolo primo della Genesi, siamo partiti di lì, e ricordate che incomincia:

In principio Dio creò il cielo e terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre  ricoprivano lʼabisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. (Gen 1,1-5)

Lʼ opera della creazione significa che le tenebre, che prima ricoprivano lʼabisso, non sono più tenebre totali: in mezzo a queste tenebre cʼè una luce, brilla una luce. È vero, è una luce intermittente,  perché cʼè giorno e notte che si alternano, non è una luce continua; però non è nemmeno una tenebra  continua. Prima era tenebra continua, adesso, in mezzo a questa tenebra, rifulge la luce. E anche la  notte è accompagnata dai luminari, dalla luna e dalle stelle, che sono piccoli segni, minimi, ma sono i  segni di quella luce che è iscritta nella creazione come una promessa. Allʼuomo, al cosmo, è promessa  la luce.
E se voi andate dallʼaltra parte della Bibbia, al capitolo 22 dellʼApocalisse, quindi proprio alla fine,  trovate queste parole (pensate alla Gerusalemme celeste dove cʼè un fiume dʼacqua viva che passa  attraverso la città poi cʼè la piazza…:

E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dellʼAgnello
sarà in mezzo a lei
e i suoi servi lo adoreranno;
vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.
Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci.»
 (Ap 22,3-6)

Allora il culmine della storia è la vittoria definitiva sulle tenebre. Quella prima vittoria, che era la  creazione, ma una vittoria ancora intermittente, viene portata a compimento con la nuova creazione,  quella della Gerusalemme celeste.
Il senso della storia e il senso della vita è questo: bisogna passare attraverso la morte, ma quando  questo passaggio attraverso la morte è in obbedienza alla parola di Dio, quel passaggio non produce  lʼannientamento, ma introduce lʼuomo nella pienezza della vita.
Questo dice la veglia pasquale. Questo è il motivo per cui è così importante, perché tutto il resto  che possiamo celebrare, tutte le feste, non sono altro che delle declinazioni di questo annuncio: lʼan- nuncio fondamentale è la vittoria sulla morte, è la manifestazione nel mondo della luce di Dio, come  luce eterna. La luce, evidentemente è un simbolo che si porta dentro vita, giustizia. amore, comunio- ne, pace (potete moltiplicare le espressioni). La luce è un simbolo sintetico, da questo punto di vista.  Questa la veglia pasquale.

Il fondamento è quel versetto famoso del libro dellʼEsodo in cui si dice che quando Dio ha liberato  Israele dallʼEgitto ha vegliato: per una notte Dio è stato sveglio perché doveva liberare il suo popolo,  doveva accompagnare il suo popolo fino alla libertà. E siccome il Signore ha vegliato per il suo popolo,  il popolo veglierà per il Signore, per ricordare la bontà e la misericordia e la premura di Dio, che ha  operato meraviglie nei confronti di Israele.
Ma allora vale forse la pena che riprendiamo la terza delle letture della veglia Pasquale. La prima  è Genesi 1, da cui siamo partiti; la seconda è Genesi 22, di cui abbiamo parlato ieri sera, Abramo e il  sacrificio di Isacco; la terza  è il capitolo 14 del libro della Esodo, il famoso racconto del passaggio  del mare, che proviamo a leggere brevemente in tre parti. Tutte e tre queste sezioni incominciano così: 

“Il Signore disse a Mosè”. Leggiamo dunque la prima parte: Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati! Io renderò ostinato il cuore del faraone ed egli li inseguirà; io dimostrerò la mia gloria contro il faraone e tutto il suo esercito, così gli Egiziani sapranno che io sono il Signore!».
Essi fecero in tal modo.
Quando fu riferito al re dʼEgitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!».
Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati.
Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri di Egitto con i combattenti sopra  ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon.
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani  muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: «Forse perché non cʼerano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dallʼEgitto? Non ti  dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete  tranquilli».  (Es 14,1-14)

Dunque la prima parte è fondamentalmente il cammino di Israele verso il mare. Israele aveva preso  una strada; il Signore lo fa tornare indietro e lo fa andare contro il mare, quindi gli fa sbagliare strada,  in qualche modo. Invece di prendere la strada che poteva salire direttamente verso la terra promessa,  il Signore li fa tornare indietro e andare contro il mare. In modo tale che il faraone dice: “Sono così  imbranati che non sanno nemmeno trovare la strada per andare via dallʼEgitto” e mette insieme tutto  il suo esercito per inseguire Israele, perché sente la partenza di Israele come una perdita da un punto  di vista economico: quella degli Israeliti era manodopera a basso prezzo, non costava niente e perderla  vuol dire una diminuzione di ricchezza per lʼEgitto. Il faraone si pente quindi di aver lasciato partire  Israele e si mette allʼinseguimento di Israele.
Anche se tutto questo, che avviene motivato dalla avidità, dalla volontà di potere e di dominio, sta  dentro un disegno più grande. Il Signore è più grande di Faraone e vede più in là. Ha un suo disegno  in cui anche lʼavidità del faraone e dellʼEgitto entrano come un elemento, in ultima analisi, utile. Vediamo allora gli egiziani che inseguono gli israeliti che sono accampati ormai verso il mare. La  situazione è tragica perché da una parte ci sono gli egiziani, dallʼaltra cʼè il mare; egiziani e mare  significano, tutti e due, morte. Non cʼè possibilità di Israele di resistere: non è un popolo, non ha un  esercito, non ha una difesa, non è organizzato, non ha una legge, non ha niente. Quindi è alla mercé  dellʼesercito di Faraone.
Siamo arrivati alla fine della prima tappa. Notate, siamo contro il mare, verso sera, alla fine del giorno,  il giorno sta finendo.

La seconda parte è la notte e questa volta facciamo un passo avanti: 

Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare allʼasciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».
Lʼangelo di Dio, che precedeva lʼaccampamento dʼIsraele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra lʼaccampamento degli Egiziani e quello dʼIsraele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non  poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte. 
Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento dʼoriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sullʼasciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. 
Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno  sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: «Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!». (Es 14,15-25)

La seconda scena è di notte, ed è nel mare: si passa attraverso il mare.
Ricordate quello che dicevamo prima: il mare significa morte. Il valore simbolico dellʼacqua è  ambiguo: lʼacqua può indicare vita, quando è lʼacqua di sorgente; lʼacqua può indicare morte quando  è lʼacqua di mare. Almeno, nel simbolismo di Israele lʼottica è questa. Probabilmente perché Israele  non è mai stato un popolo marinaro, è un popolo di montagna, ha sempre avuto una diffidenza istin- tiva nei confronti del mare; anche perché il mare è infido, non si sa mica fin dove arrivi, solo Dio è  stato capace di mettergli un confine e dire: “arriverai fin qui e non oltre”. Mentre la terra è solida, ci si  possono piantare i piedi bene, del mare non ci si può mai fidare del tutto. Il mare è morte.
Eppure, passiamo in mezzo al mare! Ed è significativo.

Il Signore dà le indicazioni a Mosè, la carovana degli israeliti viene separata da quella degli egi- ziani. Lʼangelo del Signore si mette in mezzo e la nube si mette in mezzo, in modo che non si possono  avvicinare.
Israele entra nel mare. Entra nel mare vuol dire: incomincia una marcia verso oriente. Alle spalle  lascia lʼEgitto e lascia lʼesercito egiziano; a destra e sinistra ha le acque del mare. Quindi ha attorno  a sé la morte. Cʼè unʼunica strada possibile: davanti, quella della promessa di Dio, della chiamata di  Dio, del comando di Dio quando dice: “Alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché  gli Israeliti entrino nel mare allʼasciutto”. E gli israeliti debbono percorrere questa via misteriosa,  attraverso il cuore del mare, quindi attraverso la morte, fidandosi della parola di Dio. Non hanno altra  sicurezza.
E, se avete notato, è proprio quello che era stato indicato prima, quando gli israeliti, impauriti per  lʼesercito egiziano che vedevano alle spalle venire contro di loro, gridano al Signore e dicono a Mosè  quel lamento che è significativo: “«Forse perché non cʼerano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire  nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dallʼEgitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e  serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?»”.
Ci sono cinque volte la parola Egitto e due volte la parola deserto: cʼè il riferimento ai sepolcri in  Egitto e alla morte nel deserto. Il problema è lì: vita o morte.
Israele sarebbe disposto alla schiavitù pur di poter vivere: “Non ti dicevamo quando eravamo in Egitto:  “Lasciaci stare, serviremo lʼEgitto”? Siamo disposti a servire lʼEgitto, perché tu ci porti in un luogo,  verso il deserto, che è per noi minaccioso, in cui non abbiamo sicurezza, in cui non abbiamo certezza  di sopravvivere. È situazione pericolosa, minacciosa, quella verso cui ci porti”.
Quel passaggio attraverso il mare dice proprio questo: passare attraverso la morte non è cosa facile,  non è un itinerario turistico: è un cammino di angoscia, di paura, e che può essere solo di fede. Verso  oriente, verso la luce, verso il sole, verso il giorno nuovo.

Allora Mosè stende la mano, passano attraverso il mare, mentre il Signore scompiglia gli egiziani.  Perché anche gli egiziani entrano nel mare, ma non entrano per fede nella parola del Signore. Entrano  nella morte portati dalla loro avidità, dal desiderio di imporre il proprio potere, dalla volontà di fare  degli schiavi e di tenere degli schiavi: questo è il motivo per cui entrano nel mare. Israele entra per  fede; gli egiziani entrano per avidità, per voglia di potere.
E quelle acque del mare, acque di morte, che diventeranno per Israele il passaggio verso la novità  della vita, diventeranno invece per gli egiziani le acque della distruzione, dellʼannientamento. Vengono  sommersi dalle acque che rifluiscono.

La conclusione, terza fase, brevemente:
Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli  Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri».
Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello  consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto lʼesercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sullʼasciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro lʼEgitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè.  (Es 14,26-31)

Ci sono alcune cose interessanti. Come dicevo, il cammino di Israele ha queste tre tappe: la pri- ma, verso sera, si trova di fronte al mare; la seconda, di notte, attraversa il mare; la terza, sul far del  mattino, quando incomincia un giorno nuovo, è dallʼaltra sponda del mare, è dalla parte della libertà,  dalla parte del deserto.
Questo itinerario è incominciato segnato dalla paura: “«Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e  serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire lʼEgitto che morire nel deserto?»”. Intervento  di Mosè: “«Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi;  perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi  starete tranquilli»”. È un intervento diremmo profetico, da profeta; lo stile è quello dei profeti. Mosè  invita a non avere paura perché la dinamica è proprio lì: o fede o paura.
Cʼè da scegliere! Siccome il confronto è con la morte e siccome di fronte alla morte lʼuomo non ha  gli strumenti di difesa - Israele non ha strumenti di difesa - i casi sono solo due: o si lascia prendere  dalla paura della morte o blocca la paura della morte con la sua fiducia in Dio, con la sua speranza in  Dio. Mosè lo invita esattamente a questo: “«Non abbiate paura!”.

È unʼespressione che troverete chissà quante volte nella Bibbia ed è una dimensione essenziale  della fede: aver fede vuol dire non avere paura.
Lo ricordavamo lʼaltro giorno leggendo Geremia, al capitolo 10: sono i pagani che hanno paura dei  segni dei cieli, non voi. La vostra fiducia non è fondata sul cielo ma su Dio e proprio per questo i segni  del cielo non vi spaventino, non vi terrorizzino. La fiducia in Dio opera questo.
E, come dicevo, è una dimensione costante nella visione della fede. Al capitolo 30 di Isaia, al versetto  15, cʼè un versetto straordinario: si riferisce a quei tentativi del regno di Giuda di ottenere nei momen- ti di pericolo, di minaccia, il sostegno militare dellʼEgitto. LʼEgitto è sempre stata una delle grandi  potenze del vicino-antico oriente e Giuda, Israele, che stanno in mezzo, tra lʼEgitto da una parte e gli  imperi mesopotamici dallʼaltra, hanno sempre oscillato nel cercare appoggi o da una parte o dallʼaltra.  Al tempo di Isaia ci sono tentativi di ottenere il sostegno militare dellʼEgitto:

Siete partiti per scendere in Egitto
senza consultarmi, 
per mettervi sotto la protezione del faraone
e per ripararvi allʼombra dellʼEgitto. 
[È un rimprovero che il Signore fa al suo popolo]
La protezione del faraone sarà la vostra vergogna
e il riparo allʼombra dellʼEgitto la vostra confusione.
[…]
Tutti saran delusi di un popolo che non gioverà loro,
che non porterà né aiuto né vantaggio
ma solo confusione e ignominia. (Is 30,2-3.5)

Dirà in un altro testo: il sostegno dellʼEgitto è il sostegno di una canna spezzata, se ci metti la mano  sopra ti fora la mano, non ti sostiene.
Sempre in questo capitolo 30, al versetto 15 cʼè scritto:

Poiché dice il Signore Dio,
il Santo di Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, 
nellʼabbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto, 
anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
– Ebbene, fuggite! –
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. 
Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, 
per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, 
finché resti di voi qualcosa
come un palo sulla cima di un monte
e come unʼasta sopra una collina.  (Is 30,15-17)

Secondo Isaia non cʼè alternativa: la conversione e la calma. Non la calma senza la conversione,  ma la conversione deve provocare la calma, cioè la fiducia nel Signore. Conversione e calma: lì sta la  vostra salvezza. Abbandono confidente: questa è la fede, questa è la vostra forza.
Se tu rifiuti questo e dici: “no, io voglio avere la sicurezza dei cavalli con cui posso scappare”, la tua  vita diventerà unʼimmensa fuga, non farai altro che fuggire da una cosa o dallʼaltra. Pensi in questo  modo di sfuggire ai tuoi inseguitori? Saranno più veloci loro: prima o poi la morte, a Samarcanda o  da unʼaltra parte, ti raggiunge. Quindi, non cʼè possibilità di fuggire, da questo punto di vista; anzi, la  minaccia di uno spaventerà addirittura mille, a motivo di cinque ci daremo alla fuga finché non resti  di noi quasi niente, “un palo sulla cima di un monte, unʼasta sopra una collina”.

Nellʼottica di Isaia, così come nellʼottica di questo brano, la lotta radicale dellʼuomo è quella contro  la morte e contro le diverse forme della morte: la solitudine, la sconfitta, il distacco, lʼisolamento, il  fallimento, la malattia… Dobbiamo confrontarci con questo. La possibilità che ci è data è la fede, con  quel cammino che ci viene indicato attraverso le acque della morte.
Vuol dire: non ci viene cancellata la prova di passare attraverso la morte, ma quel passaggio ormai  diventa il passaggio verso oriente, verso la luce, in obbedienza alla parola di Dio. Per cui la marcia  degli Israeliti, si potrebbe dire, è il passaggio dalla paura (allʼinizio) alla fede (alla fine) perché termina:  “Il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè”.
Temette il Signore vuol dire: non che ha avuto paura, ma vuol dire che lo ha riconosciuto e che ha dato  a Dio quellʼonore che gli spetta; ha trovato lʼatteggiamento giusto nei confronti di Dio, che è quello  della fiducia e dellʼabbandono senza riserve. Questo timore di Dio si esprime nella fede.

Stranamente, e credo sia lʼunico caso nella Bibbia, si dice: “Credette in lui – in Dio, e fin qui non  cʼè problema – e nel suo servo Mosè”. Questo è sorprendente, credo che sia lʼunico caso in cui si  raccomanda la fede in un uomo, la fede in Mosè. Mi interessa perché probabilmente a questo versetto  fa riferimento, o si collega, il capitolo 14 di Giovanni dove Gesù, durante lʼultima cena, dice ai suoi  discepoli così:

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lʼavrei detto. Io vado a  prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via» (Gv 14,1-)

Il tema è lo stesso perché anche qui stiamo parlando della morte di Gesù: il Gesù che se ne va è  il Gesù della passione e della morte. I discepoli avranno anche loro il turbamento di fronte a questa  presenza inquietante della morte, ma sono invitati, come Mosè, dal Signore a non lasciarsi prendere  dalla paura. Non abbiate paura, state  tranquilli “non sia turbato il vostro cuore”, abbiate fede in Dio,  abbiate fede anche in me.
Quel cammino che Gesù percorre è il cammino della Pasqua: passa attraverso la morte per giungere  alla pienezza della vita.
Quel cammino diventa anche il cammino del credente: “«Del luogo dove io vado, voi conoscete la  via»”. La via è Gesù stesso, è lui solo che ha percorso vittoriosamente il cammino attraverso la morte.  E attraverso di lui questa speranza viene data anche a noi: di percorrere il medesimo cammino attra- verso la morte per raggiungere quella luce che è promessa davanti ai nostri occhi, che è  il compimento  della creazione di Dio.
Quando Dio ha creato il mondo non lo ha creato perché il mondo torni nel nulla o nel caos. Lo ha  creato perché questo mondo, in qualche sua dimensione, entri nella vita stessa di Dio, partecipi della  vita stessa di Dio. È quello che è avvenuto nella risurrezione di Gesù; è quello che è promesso nella  vita e nella risurrezione del credente.

Allora si può rileggere tutta la nostra vita come vita Pasquale. La veglia Pasquale, quellʼandare da  occidente verso oriente, quel passare attraverso la notte e arrivare al mattino, allʼalba, alla celebra- zione dellʼEucaristia nuova. Eʼ vero che adesso la veglia pasquale generalmente finisce prima, non  siamo così robusti da passare tutta la notte in veglia (che sarebbe anche una cosa simpatica e sarebbe  significativa), però il significato simbolico è esattamente quello: il mattino di Pasqua è il segno di un  mondo nuovo che si apre. Siamo morti, siamo scesi nelle acque della morte insieme con Cristo e come  Cristo siamo resuscitati per una esistenza nuova.
Naturalmente questa esistenza nuova prendetela non come esistenza magica (ci ritorneremo sopra  nellʼEucaristia perché oggi è la festa di Tutti i Santi), non vuol dire che cʼè stato messo dentro al sangue  un qualche cosa che ha caratteristiche di magia o cose del genere, ma vuol dire che siamo stati inseriti  dentro al mistero dellʼobbedienza di Gesù al Padre, dentro al mistero dellʼamore di Gesù per gli altri,  perché è attraverso questa obbedienza e questo amore che la vita dellʼuomo diventa divina.
La divinità della vita umana non è una qualità magica, un prodotto magico, una pietra filosofale o  altre cose del genere, che cambiano la nostra natura: è invece lʼentrare dentro alla natura di Dio, come  natura di amore, di giustizia, di verità, di compimento, di dono di sé. Questa è quella vita nuova che  ci viene promessa e donata.
Allora non cʼè dubbio, che questo discorso della Pasqua può portare a compimento tutto quello che  dicevamo nei giorni scorsi: a partire dalla creazione, tra la creazione e la nuova creazione, tra quella  vittoria provvisoria sulle tenebre che è il primo giorno, “separò la luce dalle tenebre”, a quella vittoria  definitiva sulle tenebre che è invece lʼultimo giorno “non vi sarà più maledizione” – quindi non ci sarà  più morte: se benedizione, abbiamo detto, è vita, maledizione è morte – “non vi sarà più maledizione”  e “non avranno più bisogno di luce”, della luce del sole o di luce di lampada, perché lʼAgnello diventa  lui la luce di questa esistenza nuova, di questa Gerusalemme nuova.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

venerdì 14 febbraio 2020

Solo in Gesù c’è salvezza.



Egli è il buon samaritano dell’umanità. Nella sua persona Dio ha inaugurato il tempo della salvezza definitiva. Egli è il fine della storia; il punto focale del destino dei popoli. Gesù ha diffuso tra gli uomini la grazia della risurrezione. Non può ridonare la vita chi non può sfuggire alla morte. Come il sole che ti illumina e ti riscalda è tutto tuo e di ciascuno che vive sulla terra, così la salvezza di Gesù è tutta tua e di ciascuno uomo che viene a questo mondo. Non rispondere con ingratitudine all’amore di Gesù che tanto ha fatto per salvarti. Lavora con zelo, sospinto unicamente dall’amore di Gesù e non dalla tua soddisfazione personale o dal desiderio di guadagno. Gesù non fu pagato per la salvezza del mondo; fu lui a pagare col suo sangue.

Francesco Bersini

“La vostra fedeltà, la vostra fiducia e la vostra preghiera saranno ricompensate.



Signore, che sei in Cielo, manda la Tua pace qui giù sulla nostra terra, tocca i cuori dei Tuoi figli e soprattutto di quelli che non conoscono la tua Luce.
Io ti amo, caro Padre e ho fiducia in Te, o mio Signore divino. Per favore manda pace nei cuori di tutti i Tuoi figli e illumina il mondo con la Tua onnipotenza.
Io ti amo, confido in Te, nella Tua grazia perché TU SEI il mio Signore, mio Creatore , mio Padre e in Te ripongo tutta la mia fiducia.
Manda quindi il Tuo Santo Spirito in modo che la pace regni sulla terra e che la bestia debba ritirarsi con i suoi oscuri piani.
Amen.
Io ti amo, Padre mio per favore ascolta la mia preghiera.
Amen.

Sia Gloria al Padre……

Un Mondo secondo il Cuore di Dio



L’ANGELO CADUTO

***
Con la discendenza di Set, che è composta da quelli che sono chiamati “figli di Dio”, si arriva attraverso molte generazioni, ad un altro uomo fondamentale: Noè. 

I “figli di Dio” cominciano a mescolarsi coi “figli degli uomini”. Il demonio utilizza ora un’altra arma per allontanare gli uomini da Dio: la carne. Il disordine della concupiscenza è mosso dallo spirito del male attraverso la fantasia. La corruzione fu tanto grande, che il suo castigo è stato unico nella storia dell’umanità: il diluvio. Dio trova un uomo giusto, Noè; lo salva con la sua famiglia e stabilisce con lui un’alleanza. Noè, in un certo senso, rappresenta di nuovo l’umanità, in un modo simile ad Adamo. Gli dà lo stesso comando: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra...». Gli pone pure una condizione: «Soltanto non mangerete carne col sangue». Questa proibizione, come quella fatta ad Adamo, ha una ragione di essere: ricordare all’uomo la sua dipendenza da Dio. 

Un figlio di Noè, Cam, non agisce con rettitudine: il demonio approfitta di quel basso fondo dell’uomo caduto e Cam acconsente ad una azione che gli merita la maledizione di suo padre per la sua discendenza: «Sia maledetto Cana- an...». Nella terra di Canaan il demonio avrà liberamente il suo seggio; è la regione che Dio destinerà poi al suo Popolo Eletto, errante nel deserto, ma che prima sarà posseduta da popoli idolatri e dove il demonio stesso si farà adorare. Così questa idolatria diventerà un laccio per il Popolo Eletto. Il sacrificio di esseri umani era la vendetta che il demonio si prendeva sull’umanità nel culto da lui ispirato; quasi che con quelle aberrazioni pretendesse umiliare quella razza nella quale Dio si sarebbe incarnato. Si può dire senza timore di esagerare che il demonio, valendosi dell’ignoranza dell’uomo, è stato ed è il vero ispiratore di tutti quei culti religiosi che allontanano l’uomo dal suo Principio e dal suo Fine. 

In quel mondo dominato dalla menzogna dello spirito del male, Dio non poteva realizzare la promessa fatta al primo uomo. Ma Dio è fedele e giusto; perciò, per dar compimento alla sua promessa, si manifesta ad un uomo. Dio ha seguito con sguardo attento e scrutatore i passi di quella discendenza fedele e giusta. Da un discendente di Sem, figlio di Noè, Dio sceglie Abramo, dal quale trarrà un popolo amato, che deve essere santo. 

Così dice a Mosè, affinché egli lo ripeta al popolo: « Siate santi per me, perché io, il Signore, sono santo, e vi ho separati dalle genti perché siate miei». 

Fino alla venuta del Figlio di Dio in questo mondo, il demonio aveva avuto un vero dominio sopra di esso. Il Popolo Eletto viene ad essere come lo strato sotterraneo in cui doveva nascere il Liberatore annunciato. Coloro che sono chiamati a curare questa piccola parte amata, i profeti, riscontrano che i loro sforzi s’infrangono contro un essere invisibile che trascina il Popolo Eletto verso le più abominevoli idolatrie. Si può dire che neppure gli stessi profeti arrivano ad identificare quell’essere invisibile. E tuttavia l’influenza diabolica è tanto reale quanto la protezione divina. Mentre questa è evidente – si ricordino i prodigi biblici – quella è così nascosta che il “nemico” lo si menziona appena, solo in casi molto isolati. 

***
presentato da JOSÉ BARRIUSO

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



Agricoltore e vignaiuolo (1799-1805).  

Il colpo di Stato del 18 brumaio, anno IV (9 novembre 1799), che metteva nelle mani del generale Bonaparte i destini della Francia, ebbe come conseguenza la liberazione della Chiesa dal giogo persecutore, prima ancora che si emanassero le leggi di libertà. Ben presto, traendo profitto dalla tolleranza del primo console, i sacerdoti, lasciata la terra di esilio, ritornarono alle loro chiese, che si rividero aperte dopo tanto tempo, ed anche gli abati Groboz e Balley, rientrati in Ecully, vi celebrarono la Messa pubblicamente. Ne approfittarono tosto la famiglia dei Vianney, ed i cattolici di Dardilly, che affluirono alla chiesa, ben felici di potere finalmente santificare la domenica; ed anche Giovanni Maria godette, vedendo scintillare davanti all'altare la piccola lampada che gli indicava la presenza del suo Dio. I cuori di tutti cominciavano ad aprirsi alla speranza, ma si continuava a chiedersi quando Dardilly avrebbe avuto il suo pastore.  

D'ora in avanti anche il lavoro campestre sembrerà meno duro, perché uno sguardo verso la chiesa lontana darà coraggio al lavoratore affaticato. Era il tempo in cui il giovane Vianney cominciava a maneggiare arnesi più pesanti, avendo lasciato a Gothon ed a Francesco, che aveva appena nove anni, la custodia del gregge. Valido aiuto a suo padre, al fratello maggiore, al garzone di casa, secondo le diverse stagioni, egli lavora la terra, zappa la vigna, coglie le noci e le mele, scava le fosse, pota gli alberi, prepara fascine di legna al bosco e si interessa del governo del bestiame, della fienagione, della mietitura, della vendemmia, dei lavori del torchio: tutte azioni piccole o grandi a seconda dell'intenzione che le anima.  

Per Giovanni Maria Vianney furono grandi, perché le offriva sempre e di gran Cuore a Dio; più tardi, in certe espressioni che usciranno dalle sue labbra, noi leggeremo il segreto della vita interiore della sua gioventù. In uno dei suoi catechismi, suggerendo agli altri quella che un giorno era stata la sua pratica diceva: «Bisogna offrire a Dio il lavoro, i propri passi, il riposo. Oh, come è bello fare tutto col pensiero di Dio. Su, anima mia, se operi con Dio, mentre tu lavori, Dio benedirà le tue fatiche; mentre cammini, benedirà i tuoi passi ... E non dimenticherà nulla: la privazione di uno sguardo, di una soddisfazione, tutto sarà scritto. Ci sono delle persone, che approfittano di tutto, anche dell'inverno, offrendo a Dio le loro piccole pene. Come è bello offrirsi a Dio in sacrificio ogni mattina!» 1. Fu in tale modo che nei campi ed alla masseria Giovanni Maria santificava la sua anima, tenendo fisso il pensiero nel mondo invisibile. Né fu per questo indolente o fantastico, data la sua costituzione robusta ed il temperamento portato all'azione.  

Un giorno, poco dopo la sua prima Comunione, era andato col fratello Francesco a lavorare nella vigna, ed avendo voluto ottenere i medesimi risultati del fratello maggiore, quindicenne, alla sera se ne era ritornato stanco sfinito. «Volendo seguire Francesco - diceva a sua madre - mi sono esaurito».  

- Francesco, - disse allora la madre impietosita - lavora un po' meno ed aiuta Giovanni Maria, che è meno forte di te.  

- Oh, - risponde Francesco tranquillamente - Giovanni Maria non è obbligato a lavorare come me. Che direbbe la gente se il maggiore non lavorasse più del minore?  

Il mattino seguente, secondo le parole di Margherita Vianney, che ci ha conservato questi interessanti ricordi, passò alla casa paterna dei Vianney una Suora dell'Autiquaille 2 di Lione e diede a ciascuno dei figli un'immagine. Aveva anche seco, rinchiusa in un astuccio, una piccola statua della Santa Vergine, che divenne tosto il desiderio di tutti, e che fu regalata a Giovanni Maria. Due giorni dopo, andato a lavorare con Francesco, prima di mettersi al lavoro, baciò devotamente i piedi della statuetta, indi la gettò avanti a sé il più lontano possibile; quando nel lavoro l'ebbe raggiunta la prese ancora con rispetto e ripeté il suo gesto, ed alla sera, ritornando a casa, poté dire alla madre: «Abbiate sempre grande confidenza nella Santa Vergine. Oggi l'ho invocata molto ed ella mi esaudì, perché ho potuto seguire mio fratello nel lavoro senza fatica» 3. Francesco e Giovanni Maria lavorarono in tale guisa per otto giorni 4.  

Avanzavano in silenzio come due trappisti. Per non annoiare Francesco, il più giovane pregava a bassa voce o mentalmente, e, mentre dava il suo colpo di zappa, pensava: «Così bisogna pure che tu coltivi l'anima tua, estirpando da essa tutte le erbe, perché sia preparato il terreno per la buona semente» 5. Quando invece si trovava solo alla campagna, dava pieno sfogo al suo entusiasmo, univa la sua voce al gorgheggio degli uccelli, nella preghiera e nel canto degli inni 6. Ebbe l'abitudine fin da fanciullo, «di benedire l'ora» aggiungendo alla breve preghiera dell'Ave Maria, che già recitava quando suonavano le ore, questa formola pia: Dio sia benedetto. Coraggio, anima mia! Il tempo passa e l'eternità si avvicina. Viviamo come dobbiamo morire ... Sia benedetta la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio. 7  

Dopo pranzo, all'ora del riposo, Giovanni Maria, si sdraiava sull'erba con gli altri, ma anche allora, mentre sembrava dormire, la sua preghiera saliva a Dio raccolta e fervente 8.  

Il pio fanciullo non poté passare molte ore sui banchi della scuola, e la sua intelligenza si perfezionerà e maturerà il suo giudizio in mezzo al lavoro dei campi. Mentre questa laboriosa. esistenza lo dispone alle più dure austerità, nella sua memoria vanno formandosi immagini concrete che gli saranno utili un giorno, quando, per predicare la verità, sull'esempio di nostro Signore Gesù Cristo, prenderà l'ispirazione dagli spettacoli della natura e dalle scene della vita famigliare.  

Osserva il volo delle bianche colombe che fanno pensare allo Spirito Santo; vede il grano di frumento consegnato alla terra, e che, all'azione del sole e della pioggia, cresce in spiga, e pensa all'anima fecondata dalla grazia; vede i frutti più gialli e più maturi perché un verme li ha rosi, e li considera come simbolo di apparenti opere buone, inspirate e guastate dall'orgoglio; respira il profumo della vigna in fiore, meno soave di quello di un'anima in pace con Dio; il succo dell'uva ben matura rappresenta ai suoi occhi la dolcezza squisita della preghiera; un campo incolto gli rammenta la coscienza imbrogliata del peccatore; osserva il fumo che turbina. sul fuoco invernale dei pastori e pensa ...: le croci gettate nelle fiamme dell'amore sono come i fasci di legna che questo fuoco riduce in cenere: le spine sono dure, ma la cenere è molle! 9.  

 Al cadere del giorno i lavoratori del medesimo rione si riunivano talvolta in gruppi loquaci, per ritornare alla borgata 10 insieme, fra chiacchiere e canti, non di rado mescolati a qualche trivialità; ma tutto ciò non entrava nei gusti di Giovanni Maria, che a quest'ora, quando anche la natura si raccoglie, provava un immenso bisogno di solitudine e di raccoglimento. Lasciava allora che tutti avanzassero, e, quando si trovava solo, estraeva la sua corona del Rosario e pregava, come si poteva scorgere dalle sue labbra che si muovevano sempre. Alcuni dei suoi compagni si voltavano qualche volta a mirare lo spettacolo di questo giovane così buono e così pio; ma altri, corrotti dalle idee volgari dell'epoca, prendevano in scherzo il suo fervore.  

- Francesco - dicevano - non vuoi unirti a Giovanni Maria a borbottare Pater noster?  

Il rossore che si dipingeva allora sul volto di Francesco diceva abbastanza, senza che ci fosse bisogno di parole, quale fosse il suo dispiacere per gli scherzi indirizzati al suo giovane fratello. Del resto, Giovanni Maria avrebbe potuto farli tacere, senza pena, perché, riflessivo per indole, ben conosceva le mancanze altrui, ed aveva parola pronta e precisa. Ma preferiva tacere, e, con il suo Rosario, continuava la preghiera...! I libertini, mortificati, cambiavano discorso 11.  

Erano ancora, senza dubbio; i medesimi compagni, che si divertivano a nascondergli gli attrezzi del suo mestiere. Questa farsa insipida, rinnovata più volte, avrebbe fatto perdere la pazienza anche ai più miti, ma Giovanni Maria non se ne turbava e senza perdere il suo amabile sorriso cercava nella siepe la pala o la zappa, e si rimetteva tosto tranquillamente al lavoro 12.  

Un giorno suo fratello maggiore, per. un futile pretesto, lo sgridò acerbamente e Giovanni Maria che avrebbe potuto discolparsi con tutta facilità, preferì ancora tacere 13. Simile esempio di virtù presto o tardi doveva portare i suoi frutti. Quelli che lo criticavano sulle strade di Dardilly, senza dubbio dovettero dirsi le parole che un buon vecchio diceva a Mons. Richard, vescovo di Belley: «Giovanni Maria era un modello; alcuni lo disapprovavano, ma egli aveva ragione ...!» 14.

***

Canonico FRANCESCO TROCHU

TRATTATO SULL’INFERNO



NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE

Dio aveva collocato Adamo ed Eva in un luogo delizioso detto Paradiso terrestre, che comunemente, si ritiene che sia quella regione che ora viene detta Armenia, perché la Sacra Scrittura accenna a quattro fiumi che in esso scorrevano: il Fison, il Geon, il Tigri e l'Eufrate. Tutte le ricchezze della terra vennero da Dio concesse all'uomo perché ne usasse e ne disponesse. Un'unica eccezione fece però il Signore nel concedere l'elevazione alla vita soprannaturale. Proibì, cioè, di mangiare il frutto di un albero misterioso che si trovava al centro del Paradiso terrestre e che Dio stesso denominò della scienza del bene e del male".

Ecco le parole di Dio: "Mangia del frutto di qualunque albero del Paradiso. Ma dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare; perché in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, di morte morirai!". Ma il demonio, invidioso della felicità degli uomini primitivi, che erano stati da Dio destinati a prendere in Cielo il posto da lui perduto, si presentò ad Eva sotto l'aspetto di astuto e insidioso serpente, e così le parlò: "Per qual motivo Dio v'ha comandato di non gustare di qualsivoglia albero del Paradiso?". Eva rispose: "Del frutto degli alberi che sono nel Paradiso, noi ne mangiamo; ma del frutto dell'albero che è in mezzo al Paradiso, Dio ci ha comandato di non mangiare e di non toccarlo, ché non abbiamo a morirne" .

Ma il demonio assicurò Eva con queste parole: "No davvero, che non morirete. Dio però sa che in qualunque giorno ne mangerete, vi s'apriranno gli occhi e sarete come dèi, sapendo il bene ed il male". Ella guardò il frutto con avida curiosità, vide che era bellissimo, stoltamente credette alle parole del demonio, s'avvicinò all'albero e con leggerezza colse il frutto proibito, che poi presentò ad Adamo. Ne mangiarono insieme. I loro occhi s'aprirono e conobbero d'aver peccato! Il primo peccato dell'umanità, che si chiama peccato originale, fu dunque un peccato d'orgoglio e di disubbidienza. I nostri progenitori infatti presuntuosamente avevano creduto di poter diventare come Dio, ed avevano disubbidito al comando divino. L’uomo è simile a Dio soprattutto per le capacità che possiede in quanto persona. Riflette Dio nella sua intelligenza, nella sua attitudine verso il bene e verso il male, nella sua libertà e nel suo destino immortale. Nella sua intelligenza l'uomo è immagine di Dio. Con le sue arti e le sue doti tecniche l'uomo  ha trasformato mirabilmente il mondo materiale, creato da Dio e affidato a lui come a padrone (cf Gn 1,26). Ma l'uomo deve stimare di più lo spirito di saggezza che non la tecnologia. In realtà, quanto più aumenta il suo potere tecnico tanto più ha bisogno di saggezza. Questa presuppone la capacità di afferrare il senso delle cose e di capire che cosa ha veramente valore. Dio ha creato gli uomini capaci di porsi dei problemi, di filosofare e di raccogliere importanti intuizioni sulla creazione e sulle sue finalità. Tuttavia, è principalmente tramite la Rivelazione che Dio illumina le intelligenze umane con la saggezza necessaria per modellare sapientemente il mondo. Anche la coscienza rende l'uomo simile a Dio.

All’opposto di altri esseri viventi, l'uomo ha una costante preoccupazione per ciò che è veramente buono e cattivo, anche se sovente non è stabile in questa preoccupazione. "L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore". Anche la libertà rende l'uomo simile a Dio, che è sommamente libero. Gli uomini non sono guidati unicamente da forze cieche o da istinti. Essi sono responsabili e liberi. "Se vuoi, tu puoi osservare i comandamenti; agire con fedeltà dipenderà dalla tua propria decisione" (Sir 15,15).

Anche nella sua condizione decaduta, l'uomo conserva la libertà di fare le sue proprie scelte, la libertà di agire o di non agire, di fare questo o quest'altro. La libertà umana non è cosi piena e perfetta come quella di Dio. La pressione delle circostanze può limitare parecchio la libertà e la responsabilità di una persona. Tuttavia, finché una persona ha la facoltà di vivere in una forma autenticamente umana, conserva un certo ambito di questa libertà.

Creando l'uomo, Dio gli concesse ancora un'altra libertà, quella che fu restituita a noi da Cristo. È la libertà di vivere nell'amicizia di Dio, di compiere, con l'aiuto della grazia, le buone opere che il nostro cuore desidera, e di soddisfare le aspirazioni radicate da Dio nei nostri cuori. Nessun altro essere vivente fatto di materia, se si esclude l'uomo, ha una conoscenza personale di Dio, né è immortale. È chiaro che l'uomo è mortale. Gli uomini muoiono. Ma essi

non muoiono completamente. "È stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e poi viene il giudizio" (Eb 9,27). Ciò che noi chiamiamo morte non è una cessazione completa dell'essere. È piuttosto un passaggio ad un altro stato di vita. "Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata". Chi ama Cristo al momento della morte non trova la morte del tutto terribile. Morire per Cristo è "partire ed essere con Cristo" (Fil 1,23).

Tuttavia, la morte è un grande nemico che gli uomini naturalmente paventano e odiano. Nonostante che il suo principio spirituale sopravviva alla morte e possa essere con il Signore, tuttavia non è cosa buona per l'uomo abbandonare questa carne che è parte di se stesso. L'immortalità dell'uomo non è solo quella dell'anima, ma anche quella del corpo nella vita eterna, nella risurrezione, quando "la morte sarà stata assorbita nella vittoria" (1Cor 15,54). Ogni uomo è simile a Dio in quanto è destinato a vivere per sempre. Ecco perché qualsiasi persona deve essere trattata con sommo rispetto, sia essa giovane o vecchia, sia essa utile o inutile, secondo l'ottica delle possibilità terrene.

In molti scritti di pastorale e di spiritualità cattolica è spesso usata l'espressione "salvare la propria anima" (cf Mt 16,26). Nelle lettere di San Paolo la "carne" si oppone sovente allo "spirito". Non dobbiamo vivere "alla maniera della carne", ma secondo lo spirito (cf Rm 8,13).

Il termine "carne" è usato nella Sacra Scrittura in significati diversi. A volte se ne parla come di un principio al quale bisogna opporsi. In questo caso, come in tanti altri, si tratta di qualcosa di più della realtà fisica dell'uomo. Si tratta dell'uomo così come lo conosciamo, dell'uomo nella sua condizione di peccatore, non ancora compiuta in lui l'opera della redenzione. In altri passi scritturistici, "carne" equivale semplicemente a "uomo". Così, il Verbo di Dio "si è fatto carne" (Gv 1,14), cioè è divenuto un uomo con un corpo umano e un'anima umana.

"Salvare la propria anima" ha il significato di salvare completamente se stesso, salvare tutto il proprio essere per la vita eterna. Preoccuparsi della propria anima non significa affatto curare qualche parte interiore di se stesso, ma piuttosto badare a tutto il proprio essere alimentando l'amore di Iddio e del prossimo, e corrispondendo alle grazie che rendono capaci di avere quell'amicizia con Dio, che fiorisce nella vita eterna. Uno raggiunge la piena salvezza solo quando il corpo e l'anima insieme sono uniti nella gioia della risurrezione, quando la famiglia di Dio gioisce alla Sua presenza nella vita eterna.

Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

Riflettete bene quindi dove volete stare finita questa vita!



Riflettete bene, dove volete stare dopo questa vita, perché questa vita è soltanto una preparazione al futuro: alla Vita Eterna, quindi scegliete bene dove volete andare e preparatevi di conseguenza.

Vivete da buoni figli di Dio e raggiungerete il Regno Celeste. Entrerete nella Mia gloria e potrete riposare con Me al vostro fianco. Ciò che poi verrà non vi deve essere ancora rivelato, perché tutti quelli di voi, che presto potranno vivere il Ritorno di Mio Figlio, vivranno inizialmente nel Nuovo Regno di Mio Figlio. Riguardo a questa pacifico tempo, Io ho lasciato che foste già precedentemente istruiti e vi saranno donate ancora più rivelazioni.

Figli Miei. Chi però non volesse vivere come Mio figlio, scoprirà i trucchi del diavolo, se non l’ha già fatto! Egli vi denigrerà, vi umilierà profondamente. Diventerete suoi schiavi e l’offesa, la sofferenza, la miseria scenderanno su di voi, perché il suo Regno è l’inferno, anche se lui continua ad ingannarvi dicendo che non è così!

Non lasciatevi imbrogliare ancora da lui! Non cadete nelle sue trappole! Tenetevi lontani da quelli che non credono in Me, perchè essi prepareranno le loro insidie per voi, e cercheranno di trascinarvi  in rovina ! Potete dare loro testimonianza di Gesù, dei Santi, degli Angeli, di ME ma non lasciatevi coinvolgere troppo, perché verrà il tempo in cui essi vorranno strapparvi da Me!

RestateMi fedeli, figli Miei e pregate lo Spirito Santo. Così riuscirete a comprendere le bugie del maligno e a restare saldamente ancorati a Mio Figlio e a Me. Così sia.

Io vi amo molto. Presto il male sarà sconfitto. Credete e abbiate fiducia, perché Mio Figlio è pronto per voi. Amen.

Il vostro amorevole Padre Celeste.

Il lavoro di Redenzione del singolo



Ognuno di voi ha un compito, ad ognuno viene assegnato il Mio Incarico, premesso che sia  volonteroso, di servire Me come suo Padre dall’Eternità, premesso che egli stesso faccia di tutto, per prepararsi per il lavoro per Me, per il suo Incarico, perché Io Stesso voglio agire  tramite lui e questo richiede un lavoro spirituale su sé stesso, che deve prestare liberamente, per poi  anche essere chiamato da Me. Ed allora Io guiderò ognuno di voi e lo metterò nel posto dove Mi  serve. Ed allora deve sempre soltanto sforzarsi di eseguire come fedele servo la Volontà del suo  Signore, e riceverà le Mie Istruzione e le seguirà. Ma allora partecipa al lavoro di Redenzione,  perché sparge la semenza, egli prepara i campi, i cuori, all’accoglienza della semenza. Egli diffonde  a loro la Parola di D io.

Da fedele operaio si sforza sempre, di guidare gli uomini nella Mia Dottrina e di portarli alla viva  fede in Me. E la semenza germoglierà, farà radici e si espanderà, farà sorgere delle piantine delicate,  che crescono e prosperano sotto l’amorevole cura, che una volta porteranno anche frutti secondo la  Mia Volontà. E ci sono ancora molti tratti di terreni da coltivare, si deve parlare e rendere ricettivi  per la Mia Parola ad ancora molti cuori d’uomini, perché dove la Mia Parola non risuona, vi è  grande miseria spirituale.

Ma sulla Terra come nel Regno dell’aldilà deve essere fatto ancora molto lavoro di Redenzione,  perché molte anime non hanno ancora sentito la Mia Parola, non è ancora penetrata in loro e quindi  non ha potuto ancora fare delle radici. Ed Io ordino perciò ai Miei servi, di menzionare ovunque la  Mia Parola, perché saranno sempre circondati da anime che partecipano ad ogni ammaestramento,  ad ogni scambio spirituale, ad ogni dibattito che viene condotta da voi uomini che siete spinti dal  Mio Spirito. E voi dovete particolarmente pensare a queste anime, quando trovate poca risonanza  presso i vostri prossimi, quando si chiudono alla Mia Parola, quando voi gliela portate. Le anime  nell’aldilà languono per Cibo e Bevanda e li cercano da voi, perché, dove risuona la Mia Parola, si  sentono bene e vengono saziate.

Perciò non pensate mai che pronunciate invano la Mia Parola, ma sfruttate ogni occasione, per  interscambiarvi anche con i vostri prossimi, per offrire loro la Mia Parola, quando voi stessi l’avete  ricevuta da Me. E ricordate quelle anime, che vi ascoltano volonterosamente e che sono felici,  quando possono venire a voi per prendersi Cibo e Bevanda. Perché questo è il lavoro di  Redenzione, che sporge fin dentro al Regno dell’aldilà e che ognuno di voi può effettuare, se  soltanto Mi voglia servire dall’interiore.

Perché voi stessi che tendete allo spirituale, avete anche tutti una schiera di anime intorno a voi,  con le quali eravate già legati in parte sulla Terra, ed li seguono ferventi i vostri pensieri e loro  accolgono per così dire il patrimonio spirituale, che voi stessi accogliete nella lettura o riflessione su  cose spirituali.

Ognuno che lavora seriamente su di sé, può svolgere un tale lavoro di Redenzione, ed allora potrà  anche annoverarsi fra i Miei servi, che sono attivi nella Mia Vigna, anche se non ha da adempiere  una missione evidente. Ma il suo lavoro di Redenzione si estende allora di più nel Regno spirituale,  dove deve essere portato pure l’aiuto alle anime, affinché raggiungano ancora prima della fine il  gradino, affinché possano salire verso l’Alto nel Regno spirituale. Anche a tutte loro va il Mio  Amore, e perciò Io benedico tutti coloro che sono così attivi per Me ed il Mio Regno, che vogliono  servire Me consapevolmente ed adempiere l’Incarico, che sentono interiormente nel cuore.

Amen.

Bertha Dudde 30 settembre 1960

Regina della Famiglia



La Madonna avverte che il peccato è il vero  male della famiglia 

Adelaide, nella terza apparizione, vede la S. Famiglia più luminosa delle sere precedenti. La Sacra Famiglia viene presentata come luce, modello di santità per tutte le famiglie. La luce,  l'abbiamo già visto, indica la santità, la vita divina e quelli che  vivono in Dio riflettono la sua luce. 
Adelaide si fa portavoce di quelle persone che le avevano raccomandato di chiedere alla Madonna la guarigione dei figli.  Essa dice: "Dì loro che se vogliono i loro figli guariti devono  fare penitenza, pregare molto ed evitare certi peccati". 
Maria è venuta per richiamare l'attenzione sulla radice di tutti i mali, di tutte le sofferenze. È venuta a chiedere la conversione e ad avvisare, in anticipo, che un male terribile stava per  arrivare, un male che avrebbe intaccato l'origine della vita stessa:  la famiglia. La Madonna completa il messaggio sulla causa del  male dei bambini, il giorno dopo, nella quarta apparizione. 
Adelaide, nel suo diario, scrive: "La Madonna mi fece un sorriso poi con volto addolorato mi disse: "Tante mamme hanno i  bambini disgraziati per i loro peccati gravi, non facciano più  peccati e i bimbi guariranno". 
Il volto della Vergine non è più illuminato dal sorriso che aveva nel primo istante dell'apparizione, mentre guardava quella  bambina sana nello spirito e nel corpo che aveva davanti a sé, ma  è segnato dal dolore alla vista di tutti quei bambini colpiti dalla  malattia a causa dei peccati dei loro genitori. Tanti mali anche  fisici sarebbero risparmiati se non si facessero quei peccati che  dissacrano la famiglia. 
Il messaggio, come ha detto qualcuno in modo semplicistico, non è puerile, né insignificante e tantomeno si riduce al  discorso sulla pace e quindi è da considerare sorpassato. Il  motivo che ha determinato l'apparizione di Ghiaie è la preoccupazione per la famiglia, perché da essa dipende la sopravvivenza  stessa dell'umanità. Perciò il messaggio è più attuale oggi di  allora e se fosse stato accolto ci sarebbero state risparmiate molte  tragedie, avvenute nei 60 anni trascorsi da quel maggio 1944. La Madonna indica nel peccato il veleno che uccide la vita. Il Concilio Vaticano II dice: "Costituito da Dio in uno stato di santità, l'uomo però tentato dal Maligno, fin dagli inizi della  storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando  di conseguire il suo fine al di fuori di Dio... Spesso rifiutando di  riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito  ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il  suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e  verso tutte le cose create" (Gaudium et Spes, n. 13). 
La nostra società nega in gran parte, l'esistenza del peccato. Si tenta di spiegarlo come una debolezza psicologica,  oppure la conseguenza di una realtà sociale inadeguata. Si è nfiltrata in ambienti di Chiesa una concezione minimalista del  peccato, che richiama la dottrina di Lutero e dei protestanti.  Secondo questa concezione, il peccato si ridurrebbe al divario  esistente tra la santità di Dio e i limiti insuperabili dell'uomo,  posto così in una situazione insanabile di distanza da Dio. Egli  non guarda i peccati dell'uomo, non li prende in considerazione. 
Il suo perdono li copre ai suoi occhi, senza che la situazione dell'uomo cambi. L'uomo non deve pagare nulla, perché Gesù Cristo  ha già pagato per lui. O meglio deve pagare in termini di fede.  Basta che egli si affidi ciecamente alla misericordia di Dio,  smettendo di preoccuparsi troppo dei suoi peccati, anzi credendo  che Dio lo salva anche se egli resta peccatore; lo salva con la  fede. 

Il peccato è molto di più che un debito e non è solo un'offesa fatta a Dio ribellandosi al suo dominio. Il peccato incide  sull'essere stesso dell'uomo. Si può capire qualcosa della sua  natura guardando agli effetti che esso produce nel nostro mondo.  Pensiamo alle guerre, alle lotte fratricide, agli stermini che hanno  insanguinato il mondo dai suoi inizi ai nostri giorni; ai genocidi,  alle centinaia di milioni di bambini uccisi con l'aborto, alle forme innominabili di schiavitù anche moderne, alle torture di tipo  fisico, psicologico, morale, a tutte le inutili, stupide sofferenze  inferte dall'uomo all'uomo. Il peccato una volta commesso  dall'uomo sfugge al suo potere. Il peccato prende corpo nella  realtà della vita dell'uomo: nella cultura, nella società, nella  famiglia, nelle tare fisiche, psichiche. Così incarnato nelle cose  che diventano strumento e mezzo d'inquinamento, il peccato si autoriproduce in una catena inarrestabile di disordini e di sofferenze. Pensiamo al caso di una infedeltà grave nella vita  coniugale: esso porta al fallimento della famiglia, quando non  porti ai delitti passionali. Attraverso l'influsso negativo  sull'educazione dei figli, esso prepara nuove famiglie difficili o fallite, in una serie di cui non si riesce a vedere la fine.  I figli delle famiglie divise, separate portano con sé un'eredità di  disadattamento interiore. 
L'uomo è incatenato al peccato. Solo Dio può salvarlo da questa morte, ma non senza condizioni, cioè, non senza la conversione del peccatore. Per questo la Vergine dice ad Adelaide:  "Prega per i poveri peccatori che hanno bisogno delle preghiere  dei bambini". Pare di sentire l'eco delle parole dette dalla  Madonna a Fatima, ai tre pastorelli: "Sacrificatevi per i peccatori  e dite spesso: o Gesù è per vostro amore, per la conversione dei  peccatori". La preghiera dei bambini innocenti e la loro sofferenza sono tra i mezzi più efficaci per contrastare il male e per guarire quelli che lo compiono, per salvare il mondo che si è abbandonato al peccato. 

Severino Bortolan

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO



Domina che ha cagionato la divisione del mondo soprannaturale.



 Monsignor GAUME

giovedì 13 febbraio 2020

Chi la grazia



Chi la grazia più non spera,
Volga a Rita i preghi suoi,
che di Rita la preghiera
Ogni grazia ottiene a noi.
Questo dicono i portenti
ch'ella ottiene ai suoi devoti,
Questo dicono le genti
Di cui Rita appaga i voti.
Vedovella senza duce
Chiede il Chiostro di Agostino
E il gran Santo la introduce
in un mondo assai divino.
Mentre prega il Dio amante,
E, pregando, arde amorosa,
Cristo infligge alla sua Sposa,
Una Spina sanguinante.
Già d'amor ferita langue,
Sembra spenta una colomba,
E pur manda odore e sangue,
Par che viva esca da tomba.
Vegga ognun, o Rita bella,
Quanta sia la tua possanza,
Quanto è ver che sei la stella
Di chi perde la speranza.
A Dio Trino Eterno ed Uno,
Che diè a Rita un tal potere,
Mandi eterna gloria ognuno
che risuoni in sulle sfere.

Tratto da: “Santa Rita” di don Giuseppe Tomaselli