sabato 18 gennaio 2020

La concretezza della Parola di Dio



La catechesi sull’empietà 

[1]Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;  
[2]ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sal. 1,1 

[10]Poni fine al male degli empi; rafforza l'uomo retto, tu che provi mente e cuore, Dio giusto. Sal. 7,10 

[43]Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole,  
[44]voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. Gv. 8,43 


Esiste, purtroppo, una grande carenza nel campo dell’evangelizzazione  dovuta all’assenza di una catechesi sull’empietà. La Sacra Scrittura in numerosissimi passi (ad esempio nei salmi) ci illumina sia riguardo all’esistenza di satana sia riguardo alla presenza attiva nel mondo dei suoi figli spirituali. La ventata di buonismo che ha avvolto l’educazione cristiana a tutti i livelli, comprimendone molti aspetti, ha occultato questo pericolo creando le condizioni per la diffusione di uno sfacciato  permissivismo antibiblico. Che i cristiani debbano pregare per la conversione dei peccatori, senza alcuna distinzione, è fuor di dubbio (la Madonna ci invita sempre alla conversione personale; alla penitenza; alla preghiera per la pace, per ottenere le grazie spirituali e fisiche di cui abbiamo bisogno e per la conversione dei peccatori “Gesù mio, perdona le nostre colpe; preservaci dal fuoco dell’inferno. Porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua misericordia” – Fatima); ma è altrettanto certo che i seguaci di Cristo debbano salvaguardarsi dai tentacoli della piovra infernale. Gesù stesso ci ha insegnato ad essere prudenti come i serpenti “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.” (Mt. 10,16 seg.).  
Omettendo quindi la cate chesi sull’empietà rischiamo di allevare dei cristiani facili prede del leone ruggente e degli strumenti delle tenebre. Il magistero della Chiesa ha insistito sui pericoli dell’empietà anche se tale magistero (probabilmente scomodo per certi cosiddetti cristiani) è stato accantonato per lasciar posto alle moderne teorie psico-sociologiche che tutto giustificano e tutto accettano, purché non si tratti della Parola di Dio nella sua integralità. 
Il professor Simone Morabito (docente di psichiatria), che svolge la sua attività a Bergamo, mi ha raccontato, in occasione di una intervista, che molte ragazze di buona famiglia cadono preda di giovani satanisti o avvezzi alle pratiche magiche (la vasta letteratura magica, rafforzata da catechesi televisive e spettacoli diabolici, ha creato l’humus propizio per una cultura satanica). L’ingenuità di molte ragazze (tra le quali anche una giovane medico) blocca i sensori d’allarme che lo Spirito Santo attiva a nostra difesa e che le teorie buoniste comprimono. Soltanto l’incessante preghiera (soprattutto il Santo Rosario recitato intero ogni giorno, unito alla frequenza dei sacramenti) permette la difesa da ogni strategia infernale e consente di percepire i segnali pericolosi per l’anima ed il corpo. Ad esempio una delle tattiche dei figli delle tenebre consiste nel convincere le ragazze a mangiare poco per essere magre (indebolimento della mente e della volontà) e “piacenti” (mentre recenti statistiche hanno confermato che agli uomini non piacciono le donne acciughe!); a non pregare e a non frequentare i sacramenti (con la scusa che si tratta di pratiche superate o fanatiche!); a procrastinare nella notte l’orario del necessario riposo. 
La Sacra Scrittura, oltre ad avvertirci dell’esistenza degli empi, ci informa della presenza di personaggi che non si pentiranno mai, neppure negli ultimi istanti di vita. L’inferno, infatti, non è abitato da peccatori che si pentono prima di esalare l’ultimo respiro e che, dopo un periodo di purificazione in purgatorio, vanno in paradiso, ma da impenitenti finali (le visioni infernali di Fatima e di Medjugorje sono assai chiare al riguardo). 
Essere consapevoli dell’esistenza di simili personaggi deve da un lato stimolarci alla preghiera di conversione per il mondo, dall’altro lato deve porci in guardia riguardo alla faziosità irreversibile di molti empi. 
Il cattolico prof. Morabito mi disse: “Appena conosco una persona mi chiedo sempre chi me l’ha inviata: il Signore oppure il principe di questo mondo?”. E se lo afferma lui, dopo quarant’anni d’esperienza psichiatrica e di studi sulla possessione diabolica, possiamo tranquillamente porci anche noi la stessa domanda. La risposta perverrà però solo dallo Spirito Santo se accetteremo docilmente la sua azione illuminante e risanatrice.  

Arrigo Muscio

MORTE AL CLERICALISMO o RISURREZIONE DEL SACRIFICIO UMANO



Lo so: il titolo di quest'opera sembrerà stra­no, e anche assurdo. Si dirà subito : qual rap­porto può essere tra la morte del clericalismo  ed il ritorno al sacrifizio umano? La spiega­zione di questo mistero sarebbe troppo lunga  per un proemio: sarà data a suo luogo. Solo  prego il lettore di non sentenziare prima d'a­verlo letto. 
In ogni caso la storia del sacrificio umano  dall'origine de'secoli, non sarà per lui senza  interesse e senza profitto. In verità, essa rivela  numerosi e tristi particolari; ma nello stesso  tempo elevando, fino all'evidenza di un assioma  di geometria, la divinità del cristianesimo, ri­empie l'anima di nobili sentimenti. 
Eterna e più profonda riconoscenza verso  quel Dio, che venne ad immolar se stesso per  far cessare cotali diaboliche crudeltà. 
Indignazione insieme e compatimento verso  i forsennati che oggi imbrandiscono ogni sorta  d'arme per oltraggiare, espellere, annientare, se  lo potessero, il divin Liberatore, e risuscitare il  paganesimo, che essi proclamano l'ideale del­l' umanità. 
Ingrati! Dimenticano che devon tutto al  cattolicismo. Senza questo chi sa se, come tante  migliaia d'altre creature, non sarebbero stati  strappati dal seno delle loro madri, e bruciati  vivi in onore di qualche Moloch fenicio, o di  qualche Teut germanico? 
Ciechi volontarii non voglion comprendere  che, se Dio li lascia fare, ricondurranno il mondo  ai cruenti saturnali della barbarie pagana. 
Il lettore di questa storia, al quale essi faran paura e pietà insieme, li compiangerà dal  fondo dell'anima, e con la gran vittima del Cai*  vario dirà: Padre, perdona loro, perchè non  sanno quel che facciano : Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid fachmt.

Monsignor Gaume


IL CLERICALISMO : 
ECCO IL NEMICO ! » 
Ettratìo dal rendiconto ai loro elettori fatto da  venticinque deputati dell' Assemblea Legislativa di  Verwlles. (Luglio, 1876.) 
Ecco i  nomi, che non bisogna dimenticar»! :  Barodet. — Luiyì Blanr. — Bouquet. — Canttyrel.  — Clémenreau. — Crvnel. — Fourneyrun. — Daumas. — De PnuTille-Maillrfeu. — Duporlal. —  Duranti. — Flitquct. — Girauh. — Lokroy. —  Madier de Montjwu. — Marcftu. — Kaquet. —  Ordinai» — Per in. — Ra*n*il Pére. — Benuunin  Raspali. — RolJel. — Talandier. — Tarigoy. — Vernile. 


IL GRIDO DI GUERRA 

Morte al Clericalismo! Se non vi fossero che venticinque voci a denunziare il clericalismo  siccome il nemico dell'umanità, e'basterebbe  strìngersi nelle spalle, e dire : non è cosi. Ma  in queste venticinque voci si fanno ascoltare mi­lioni di voci, che ripetono lo stesso grido. 

Monsignor Gaume

Vi ho inviato molti profeti, ma non ne avete voluto ascoltare nemmeno uno. Giunsero molti malvagi e questi li seguite cecamente e con gioia.



Figli Miei. Siete sviati e abbagliati, perché voi pensate che la vera felicità sia la ricchezza materiale, ma non è così. Voi credete che la vita terrena debba essere piena di gioia e felicità e quindi seguite seduzioni e tentazioni, perché non sapete che la vera gioia stà in Mio Figlio e la vera felicità sta nell’ interiorità. Chi quindi cerca ricchezza, gioia e felicità all’esterno resterà sempre sulla cattiva strada; mai, infatti, si sentirà realizzato dalla vera gioia, perché la via che egli percorre non è la via verso di Me; la via che egli segue, lo porta sempre più lontano dai veri valori e dalla Verità che lo farebbero vivere in piena realizzazione ricchezza, gioia e felicità.

Figli Miei, dovete convertirvi e lasciar stare il peccato. La mia mano castigante presto agirà e colpirà tutti quelli fra voi che non si sono allontanati dal male. Infliggerà punizioni! Sarà tonante! Sarà potente e farà tremare! Causerà molta sofferenza fra quelli, che non si vogliono convertire! Una sofferenza, che sarà giusta, per tutti i misfatti che fanno a quelli che credono in Me, che seguono Mio Figlio e vivono nell’umiltà e nella fiducia in Noi, in Me e in Mio Figlio.

Figli Miei. Sarà fatta giustizia e il giudizio vi colpirà per questo convertitevi finché c’è ancora l’ora della misericordia, perché presto questa passerà e guai a chi non si è convertito a Mio Figlio!

Figli Miei, la battaglia per le anime e la pianificata presa di potere della vostra terra, da parte del diavolo è iniziata e la fine è vicina. Opponetevi quindi alle tentazioni, alle insidie, ai giochi di potere, alle dottrine, alle menzogne e ai “falsi miracoli”, perché tutto questo sarà inscenato dal diavolo per voi.

Convertitevi a Mio Figlio e seguiteLo. La vostra fedeltà a LUI vi regala il Nuovo Regno, resistete quindi finché Mio Figlio verrà per la seconda volta, perché il tempo è vicino, molto vicino e Gesù è pronto per voi, Suoi fedeli seguaci. Così sia.

Io vi amo.

Il vostro Padre Celeste.

Dio l’Altissimo. Amen.

LA CROCE



Estratti dall’Opera sulla Divina Volontà scritta da Luisa Piccarreta


Volume 12
“ Figlia diletta mia, diletta figlia mia, riposati in Me;  le tue pene non tenerle con te, ma mandale sulla mia Croce, affinché facciano compagnia alle mie pene e Mi sollevino;  così, le mie pene faranno compagnia alle tue e ti sosterranno, bruceranno dello stesso fuoco delle tue e si consumeranno insieme.  Io guarderò le tue pene come se fossero mie, darò loro gli stessi risultati e lo stesso valore;  esse faranno gli stessi uffici, che faccio Io sulla Croce, presso il Padre e presso le anime;  anzi, vieni tu stessa sulla Croce.  Quanto saremo felici, stando insieme, anche patendo!  Infatti, non è il patire che rende infelice la creatura;  anzi, il patire la rende vittoriosa, gloriosa, ricca, bella;  la creatura è resa infelice, quando manca qualche cosa al suo amore. Tu, unita con Me sulla Croce, sarai appagata in tutto nell’amore;  le tue pene saranno amore, la tua vita sarà amore, tu sarai tutta amore e, perciò, sarai felice ”. 
“ Figlia mia,  la mia consumazione sulla Croce continua ancora nelle anime.  Quando l’anima è ben disposta e Mi dà vita in sé, Io rivivo in lei come nella mia Umanità. Le fiamme del mio amore Mi bruciano; sento il desiderio di rendere testimonianza alle creature, dicendo: ‘ Vedete quanto vi amo! Non sono contento di essermi consumato sulla Croce per amore vostro;  voglio continuare a consumarmi nelle anime per amore vostro, anime che Mi hanno dato vita in loro. Perciò, faccio sentire all’anima la consumazione della mia vita in lei;  allora, l’anima si trova in difficoltà, soffre agonie mortali; ella, non sentendo più la vita del suo Gesù in lei, si sente consumare. Sentendo mancare in lei la vita che era abituata a vivere, ella si dibatte, trema, quasi come la mia Umanità sulla Croce quando la mia Divinità le sottrasse la forza e la lasciò morire. Questa mia consumazione nell’anima non è umana, ma tutta divina;  Io sento soddisfazione, come se un’altra mia Vita Divina si fosse consumata per amore mio.  Infatti, non è la sua vita che si è consumata, ma la mia, che l’anima più non sente e più non vede, sembrandole che Io sia morto per lei;  ciò, per le creature, rinnova gli effetti della mia consumazione, ed Io, per l’anima, raddoppio la grazia e la gloria. Così, Io sento il dolce incanto e le attrattive della mia Umanità, che Mi faceva fare ciò che volevo ’.  Lasciami fare anche tu ciò che voglio in te, lasciami libero ed Io svilupperò la mia Vita in te ”.
“ Figlia,  nessuna specie di santità è senza Croce;  nessuna virtù si acquista senza l’unione con le mie pene.  Sappi, però, che ti ripagherò in grande misura per tutte le mie privazioni e per le stesse pene, che vorresti soffrire e non soffri ”. 
“ Figlia mia,  la mia Crocifissione fu completa;  sai perché?  Perché fu fatta nella Volontà Eterna del Padre mio; in questa Volontà, la Croce si fece tanto lunga e tanto larga da abbracciare tutti i secoli, da penetrare in ogni cuore presente, passato e futuro; così sono restato crocifisso in ciascun cuore di creatura. La Divina Volontà ha messo chiodi a tutto il mio interiore, ai miei desideri, ai miei affetti, ai miei palpiti.  Posso dire che non avevo vita propria, ma la Vita della Volontà Eterna, che rinchiudeva in Me tutte le creature, ed alla quale Essa voleva che Io rispondessi per tutto.  Mai la mia Crocifissione avrebbe potuto essere tanto completa e tanto allargata, da abbracciare tutti, se il Volere Eterno non ne fosse stato l’Attore.  Anche in te voglio che la crocifissione sia completa ed allargata a tutti.  Ecco il perché del continuo richiamo nel mio Volere, delle spinte per portare innanzi alla Maestà Suprema tutta l’umana famiglia, delle spinte, in nome di tutti, per mettere in circolazione gli atti che essi non fanno.  L’oblio di sé e la mancanza di riflessioni personali, non sono altro che chiodi, messi dalla mia Volontà.
La mia Volontà non sa fare cose incomplete e piccole. La mia Volontà, cingendo l’anima, la vuole in Sé ed, allargandola in tutto il suo ambiente eterno, mette il suggello del suo completamento. Il mio Volere toglie tutto l’umano dall’interiore della creatura e vi mette tutto il divino. Il mio Volere, per essere più sicuro, suggella tutto l’interiore della creatura con tanti chiodi, per quanti atti umani può avere vissuto la creatura, sostituendoli con tanti atti divini. Così, il mio Volere forma le vere crocifissioni;  non per un tempo, ma per tutta la vita ”. 

Preghiera di salvezza per la Chiesa Cattolica



O Beata Madre della Salvezza, 
Ti prego di intercedere per la Chiesa Cattolica in questi tempi difficili,  
e per il nostro amato Papa Benedetto XVI per alleviare la sua sofferenza. 
Ti preghiamo, Madre della Salvezza, 
di ricoprire i servi consacrati di Dio con il Tuo Manto Sacro, 
in modo che ricevano la grazia per esser forti, leali e coraggiosi 
durante le prove che devono affrontare. 
Prega anche affinché si prendano cura del loro gregge, 
in conformità con i veri Insegnamenti della Chiesa Cattolica. 
O Santa Madre di Dio dai a noi, la tua Chiesa superstite sulla terra, 
il dono della leadership, in modo che possiamo aiutarti a condurre le anime 
verso il Regno di Tuo Figlio. 
Ti chiediamo Madre della Salvezza di tenere lontano l’ingannatore 
dai discepoli di Tuo Figlio nella loro ricerca di salvare le loro anime  
in modo che siano idonei a oltrepassare i cancelli  
del Nuovo Paradiso sulla terra. 
Amen. 

venerdì 17 gennaio 2020

San Giovanni Crisostomo: la passione omosessuale è diabolica



Il Padre della Chiesa che condannò con maggior frequenza l’abuso contro natura fu San Giovanni Crisostomo (344-407), Patriarca di Costantinopoli e Dottore della Chiesa, di cui riportiamo passi di un’omelia di commento all’Epistola di San Paolo ai Romani: «Le passioni sono tutte disonorevoli, perché l’anima viene più danneggiata e degradata dai peccati di quanto il corpo lo venga dalle malattie; ma la peggiore fra tutte le passioni è la bramosia fra maschi […]. I peccati contro natura sono più difficili e meno remunerativi, tanto che non si può nemmeno affermare che essi procurino piacere, perché il vero piacere è solo quello che si accorda con la natura. Ma quando Dio ha abbandonato qualcuno, tutto è invertito! Perciò non solo le loro (degli omosessuali; N.d.R.) passioni sono sataniche, ma le loro vite sono diaboliche […]. Perciò io ti dico che costoro sono anche peggiori degli omicidi, e che sarebbe meglio morire che vivere disonorati in questo modo. L’omicida separa solo l’anima dal corpo, mentre costoro distruggono l’anima all’interno del corpo. Qualsiasi peccato tu nomini, non ne nominerai nessuno che sia uguale a questo, e se quelli che lo patiscono si accorgessero veramente di quello che sta loro accadendo, preferirebbero morire mille volte piuttosto che sottostarvi. Non c’è nulla, assolutamente nulla di più folle o dannoso di questa perversità».

Regina della Famiglia



Apparizioni a Ghiaie 


Nona apparizione, domenica 21 maggio 

L'apparizione di domenica 21 maggio doveva essere l'ultima, invece fu l'ultima del primo ciclo delle apparizioni. 
Fin dal mattino si riversò nel piccolo paese una grande  folla, che a sera raggiunse le 200.000 persone. Gruppi di pellegrini arrivavano a piedi, sui carri, sui tram. Pregavano ad alta  voce e cantavano inni alla Vergine Maria. 
Attorno al luogo delle apparizioni si era preparato un solido recinto di grossi tronchi. 
Nel pomeriggio alcune crocerossine aiutate da volenterosi, lavoravano per collocarvi e assistere numerosi malati. 
La dott.ssa E. Maggi nella relazione afferma che Adelaide risultò normale dopo un esame obiettivo fattole nel pomeriggio.  Durante le molte ore passate con lei notò che la bambina non era  golosa, ma accettava i dolciumi che le venivano regalati e li dava  con generosità ai presenti. 
La bambina senza stancarsi si divertiva a prendere dalla finestra gli oggetti che la gente le gettava per farglieli toccare. 
Dopo aver mangiato un pezzo di pane e bevuto in po' d'acqua, volle recarsi al luogo delle apparizioni, dove incominciò  a pregare e attendere calma e serena. Non l'eccitavano gli  ondeggiamenti paurosi di quella marea umana, né le facevano  perdere la pazienza le continue richieste di grazie che le giungevano scritte su biglietti, da presentare alla Vergine. 
Adelaide, dopo aver vagato con lo sguardo nel cielo antistante mostrando di cercare qualcuno, concentrò la sua attenzione  in un punto preciso. Interrogata, rispose che la Vergine era  presente. Il polso presentò gli stessi caratteri di altre volte: prima  70, poi salì a 80 per ritornare a mantenersi normale (7072)  durante l'apparizione. 
Alle varie prove fatte, la bambina ebbe una lieve reazione che non distolse la sua attenzione dall'oggetto che immensamente  la interessava. 
Riportata a casa, Adelaide raccontò la visione degli animali che pregano nella chiesa, dinnanzi la S. Famiglia. 
Aggiungo alle osservazioni fatte dalla dott.ssa Maggi, quelle del dott. Loglio, il quale nella sua relazione scrive: 
"21 maggio: Assistetti la fanciulla anche il giorno seguente (seguente il 20, n.d.r.). La ressa della folla era aumentata; la  piccola Adelaide fu portata sul luogo alle 18 circa. Anche questa  volta notai la sua indifferenza per quanto avveniva per lei, e  stette in preghiera assai più del giorno precedente. Durante la  visione, durata più a lungo del 20, rilevai gli stessi sintomi del  giorno prima; il polso aumenta da 72 a 80 per poi ridiscendere a  70. Terminata la visione, la veggente fu portata via, ma ebbi modo di avvicinarla in casa sua. Quel giorno la Madonna non le  parlò; vide solo la S. Famiglia riunita in una chiesa, ma nei giorni  precedenti le aveva detto che "Bisogna pregare e fare penitenza e — ripeto le esatte parole — in cò du m is ederì cosa ghe sarà": =  fra due mesi vedrete cosa ci sarà. E non disse altro perché fu  chiamata dal sig. Verri". 
La dott.ssa Maggi continua: 
"Ricollegandomi a questa visione (degli animali che pregano nella chiesa dinnanzi la S. Famiglia, n.d.r.) mi permetto di far notare che una bimba di sette anni, vissuta isolata e priva di  fantasia non può creare nella sua mente una così strana visione e  spiegarla nettamente con tutti i particolari, illustrandola meglio  quando le si creavano delle contraddizioni; (questo come nota  clinica di osservazione di contro a molte voci denigratrici ed  insulse). 
Volli esaminare Adelaide due giorni dopo all'asilo presso  le R. Suore, dove era stata portata. La trovai ritrosa e di cattivo  umore perché stanca ed assonnata; mi raccontò poi che oltre alla  visione simbolica descritta, le era stato detto che se faceva la  brava avrebbe avuto altre visioni: il giorno della sua prima S.  Comunione ed ancora per altri tre giorni di seguito. E mi segnò  con la manina, mostrandomi quattro ditini, sillabando: domenica,  lunedì, martedì, mercoledì. 
Volli accertarmi se ricordava le punture fattele, e la prova termica, ma la piccola meravigliandosi della mia domanda rispose di non ricordare nulla e che io non le avevo fatto niente". 
Adelaide scrive: 
"21 maggio: Anche questa apparizione fu preceduta dai colombi e nel punto luminoso si manifestò la Sacra Famiglia,  vestita come ieri, in mezzo a una chiesa. Verso la porta principale c'era: un asino color grigiastro, una pecora bianca, un cane  dal pelo bianco con macchie marrone, un cavallo del solito color  marrone. Tutte le quattro bestie erano inginocchiate e muovevano la bocca come se pregassero. Ad un tratto il cavallo  si alzò e passando vicino alle spalle della Madonna uscì dalla  porta aperta e s'incamminò sull'unica strada che conduceva ad un  campo di gigli, ma non fece a tempo a calpestarne quanti voleva perché S. Giuseppe lo seguì e lo riprese. Il cavallo appena vide  S. Giuseppe cercò di nascondersi vicino al muricciolo che serviva  da cinta al campo dei gigli, qui si lasciò prendere con docilità e  accompagnato da S. Giuseppe ritornò in Chiesa ove si  inginocchiò e riprese la preghiera. Quel giorno spiegai questo fatto  solo col dire che il cavallo era una persona cattiva che voleva  distruggere i buoni. Ora pur semplicemente posso spiegare  meglio i sentimenti prodotti in me da quella visione. Nel cavallo  vidi una persona superba e cattiva avida di dominio, la quale abbandonata la preghiera voleva distruggere i gigli di quel magnifico campo, calpestando e distruggendo di nascosto la loro  freschezza e il semplice candore. Da notare che mentre il cavallo  faceva strage in quel campo manifestava un senso di malizia  perché cercava di non essere visto. Quando il cavallo vide S.  Giuseppe muoversi per rintracciarlo abbandonò il furtivo danno e  cercò di nascondersi vicino al muricciolo di cinta del campo. S. Giuseppe avvicinatoglisi lo guardò con dolce sguardo di rimprovero e lo condusse nella casa di preghiera. Mentre il cavallo faceva il danno gli altri animali non interruppero la preghiera. 
I quattro animali rappresentano quattro virtù indispensabili per formare una S. Famiglia. Il cavallo capo che non deve abbandonare la preghiera perché lontano da essa è capace solo di  disordine e rovina. Ripudia la pazienza la fedeltà la mitezza e silenzio  familiare raffigurate nelle simboliche bestie. In questa visione  nessuno parlò e lentamente tutto scomparve. 
N.B. Le macchie particolari del pelo del cane sono figure della fedeltà familiare tanto corrotta. La porta aperta del tempio è  figura della libertà che Dio dona ad ogni creatura". 

Severino Bortolan

La Battaglia Continua



IL COMMONITORIO  DI SAN  VINCENZO  DA LERINO
– un’Opera per i tempi di crisi –


San Vincenzo fu un monaco di Lerino, verso la fine del V secolo. La sua biografia l’abbiamo da Gennadio di Marsiglia, in “De Scriptoribus Ecclesiasticis”.
Nel “Commonitorio” l’Autore ci offre “una Regola a canone”, per riconoscere con certezza le eresie sorte nella Chiesa. Ecco la “Regola”:

«NON È SICURAMENTE CATTOLICA, E QUINDI VA RESPINTA, OGNI NOVITÀ IN CONTRASTO CON QUANTO SEMPRE E DOVUNQUE È STATO CREDUTO E INSEGNATO NELLA CHIESA CATTOLICA».

Naturalmente, il fondamento del canone vincenziano è l’infallibilità della Chiesa, la quale, per questo, non può contraddirsi. Quindi, quando nella Chiesa sorge una novità in contrasto con quanto Essa ha sempre insegnato, non è buon grano, ma è la zizzania dell’errore, seminata dall’“inimicus homo”. In tempi di eretici, come oggi, che richiedono una maggiore attenzione, il canone vincenziano fissa il criterio per discernere l’errore, per cui il canone possiede una validità indiscutibile ed intramontabile.
San Vincenzo, comunque, non esclude che si possa «comprendere più chiaramente ciò che già si credeva in maniera molto oscura, per cui le “generazioni future” potrebbero rallegrarsi d’aver compreso “ciò che i loro padri avevano venerato senza capire”».
Dopo aver spiegato, nel “Commonitorio”, al N° 22, l’ammonizione paolina: «O Timoteo, custodisci il “deposito”, richiama che il deposito (della Fede) è ciò che ti è stato affidato, non trovato da te! (…) non uscì da te, ma a te venne; nei suoi riguardi tu non puoi comportarti da autore, ma da semplice custode! (…). Non spetterà a te dirigerlo, ma è tuo dovere seguirlo». 
Al N° 23, San Vincenzo formula l’oblazione: «Forse qualcuno dirà: “Nessun progresso della religione è allora possibile nella Chiesa di Cristo?” e risponde: “Certo che il progresso ci deve essere e grandissimo! Chi sarebbe tanto ostile agli uomini e avverso a Dio di tentare di impedirlo?” A condizione, però, che si tratti veramente di progresso per la Fede, non di modificazione. Caratteristica del progresso è che una cosa si accresca, rimanendo sempre identica a sé stessa; della modificazione, invece, è che una cosa si trasformi in un’altra».
Progresso, dunque, sì, ma «“in eodem sensu et in eadem sententia” (nello stesso senso e nella stessa formula), perché, se così non fosse, avremmo la sgradita sorpresa di vedere i rosai della dottrina cattolica trasformarsi in cardi spinosi e la zizzania spuntare dai germogli del cinnamomo e del balsamo» (N° 23).
San Vincenzo, quindi, non esclude lo sviluppo dottrinale, ma ne fissa i limiti, affinché si collochi di sostanziale identità con l’antico!
Il Commonitorio, quindi, è ben lungi da una immobilità cadaverica, perché offre delle immagini efficienti e appropriate del carattere vivo della Tradizione e della sua sostanziale immutabilità.
Leggiamo quanto scrive San Vincenzo al N° 23: «Che la religione delle anime imiti il modo di svilupparsi dei corpi, i cui elementi, benché col progredire degli anni evolvano e crescano, rimangono, però, sempre gli stessi (…), e se qualche cosa di nuovo appare in età più matura già preesisteva nell’embrione, cosicché nulla di nuovo si manifesta nell’adulto che non si trovasse in forma latente nel fanciullo». 

In quelle righe, il Santo lerinese mostra l’intuizione dello sviluppo dottrinale come esplicazione omogenea del dato rilevato (explicatio Fidei). Se, invece, con l’aumento dell’età «la forma umana prendesse un aspetto estraneo alla sua specie, se le fosse aggiunto o tolto qualche membro, necessariamente tutto il corpo perirebbe e diventerebbe mostruoso o perlomeno si debiliterebbe».
«Le stesse leggi di crescita devono seguire il dogma cristiano… senza ammettere nessuna perdita delle sue proprietà, nessuna variazione di ciò che è definito». È, insomma, il grano di senape del Vangelo che, per diventare albero, resta sempre di senape.
Ora, questo è sempre il “principio di non contraddizione” o di identità sostanziale, che consente di distinguere tanto la verità cattolica dall’errore quanto il legittimo sviluppo della corruzione dottrinale.
Il Vaticano I, al capo 4, ha sancito questo principio, riprendendo testualmente dal N° 23 del “Commonitorio” la norma canonica dello sviluppo dottrinale “in eodem sensu, in eadem sententia” (Conf. Denz. 1800, 11 capo, p. 5-6).
È chiaro, perciò, che San Vincenzo di Lerino aveva un vivissimo senso della Chiesa.
Per Lui, la Sacra Scrittura va letta con la Chiesa, «perché la Scrittura, causa della sua stessa sublimità, non è da tutti intesa in modo identico e universale. Si potrebbe dire che tante siano le interpretazioni quanti i lettori (…). È dunque sommamente necessario, di fronte alle molteplici e aggrovigliate tortuosità dell’errore, che l’interpretazione dei Profeti e degli Apostoli si faccia a norma del senso ecclesiastico e cattolico» (N° 2). 
La Tradizione è “la Tradizione della Chiesa cattolica”, ossia è la fede della Chiesa universale, attestata dagli antichi Concilii ecumenici, dal consenso unanime dei Padri che «rimasero sempre nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa cattolica e ne divennero maestri approvati» (N° 3). Comunque, San Vincenzo ritiene anche che la ricerca di un criterio, per discernere la verità cattolica dall’errore, ha tutta la ragione di essere nella Chiesa, affinché il Magistero si possa pronunciare, così che il cattolico sia difeso dall’errore, magari proposte da persone investite di autorità nella Chiesa, fattesi “Maestri della Chiesa”, come Nestorio, patriarca di Costantinopoli; come Fotino, eletto alla sede episcopale di Sirmio (Pannonia) «con la più grande stima di tutti» (N° 11). Può anche darsi che novità eretiche tentino di «contagiare e contaminare la Chiesa intera», come nel caso dell’eresia ariana, in cui le verità più sicure vengono sovvertite, negate, messe in dubbio «per l’introduzione di credenze umane al posto del dogma venuto dal cielo», «per l’introduzione di un’empia innovazione, e così l’antichità, fondata sulle più sicure basi, viene demolita, vetuste dottrine vengono calpestate, i decreti dei Padri lacerati, le definizioni dei nostri maggiori annullate, per una sfrenata libidine di novità profane da annullare la Tradizione sacra ed incontaminata» (N° 4).
«L’antichità, quindi non può essere turbata da nessuna nuova menzogna» (N° 3).

Concludendo, diciamo che la regola dataci da San Vincenzo di Lerino è una regola oggettiva, perché il giudizio che ne deriva è un giudizio cattolico, fondato sulla Fede costante e immutabile della Chiesa cattolica, ben diverso dal giudizio soggettivo protestantico.

Ascoltiamo ancora quest’altre parole di San Vincenzo:
«Ciò che dobbiamo massimamente notare, in questo coraggio quasi divino dei confessori della Fede, è che essi hanno difeso l’antica fede della Chiesa universale e non la credenza di una frazione qualunque (…). È nei decreti e nelle definizioni di tutti i Vescovi della Santa Chiesa, eredi della verità apostolica e cattolica che essi hanno creduto, preferendo esporre sé stessi alla morte piuttosto che tradire l’antica fede universale» (N° 5). 
E poi al N° 6 scrive: «Essi, raggiungendo a guisa di candelabro settuplo la luce settenaria dello Spirito Santo, hanno mostrato ai posteri, in maniera chiarissima come in futuro dinanzi a ogni iattanza parolaia dell’errore, si possa annientare l’audacia di empie innovazioni con l’autorità dell’antichità consacrata».
Sono parole di un teologo serio, preciso e ben informato, quale fu San Vincenzo di Lerino col suo “Commonitorio”, le cui pagine vigorose e vibranti di autentica fede cattolica ci spronano a collaborarci nella Fede, la prima virtù teologale, condizione indispensabile della nostra salvezza! (c.p. 6-7).

sac. dott. Luigi Villa

INTERVISTE COL MALIGNO



QUINTO INCONTRO: I SUOI BERSAGLI PREFERITI

Questa volta passò un'intera settimana senza che il Maligno desse segno della sua  presenza. Tra noi non tutto era stato detto, per cui volentieri ne attendevo il ritorno. 
Un pomeriggio mi accingevo alla recita dei Vespri quando il grosso calendario olandese  appeso alla parete di fronte cominciò a sventagliare i suoi fogli come investito da una  folata di vento. 
- "Nel nome di Maria, dimmi da dove vieni."  
- "La tua è una domanda stupida." 
- "Perché stupida?" 
- "Perché io non sono in nessun luogo; non sono un corpo, una carogna come te; sono  spirito." 
- “E l'inferno?” 
- "L'inferno non è come voi pretonzoli lo andate descrivendo."  
- "Ma tra voi spiriti dannati vi conoscete?" 
- "Certo, ci conosciamo e ci odiamo come odiamo tutti voi, come odiamo lui. Viviamo  avviluppati ognuno in una solitudine eterna, ma siamo d'accordo nel lavorare ai vostri  danni." 
- "Non vivete che di questo." 
- "La nostra essenza è il male, è il rifiuto di lui, è odiare tutto e tutti."  
- "La sola miserabile soddisfazione che vi resta!" 
- "Nessuna soddisfazione!"  
- "Non capisco, spiegati." 
- "Voi immaginate che per noi odiare, far del male, rovinare le opere di lui ci dia una  soddisfazione, una specie di sollievo, una gioia. Il nostro nemico ci ha negato anche  questo. Noi facciamo il male per il male. Intralciare il disegno di lui, strappargli anime,  specialmente quelle a lui più care, non procura a noi nessuna soddisfazione, anzi lui ce  lo fa pesare come un castigo; ma esercitare il nostro odio, la nostra natura maligna è una  necessità, tuttavia agiamo a suo dispetto, per far dei male alle sue creature." 
- "Tutte queste belle cose le sappiamo. II primo a definirti quello che sei è stato Gesù. La  Chiesa ce lo ripete nei suoi insegnamenti e anche i santi ci mettono in guardia. Sappiamo  che sei 'il Maligno', che sei 'il nemico per eccellenza', che sei 'omicida fin da principio',  che sei 'il padre della menzogna', che sei 'un mistero di iniquità', che sei 'il principe di  questo mondo', finché Dio te lo consentirà. Può bastare per il tuo ritratto?" 
- "Forse, ma con ciò?..." 
- “Vuoi dire che gli uomini, nonostante questo, si lasciano adescare dalle tue arti... Lo  so... Se riflettessero su quello che sei e quello che trami contro di loro, starebbero in  guardia... Perciò, da padre della menzogna e da spirito delle tenebre, ti trasfiguri in  angelo di luce, ti presenti loro non come sei: un maestro di corruzione, ma come un abile  consigliere. Ma dimmi un po': hai parlato di anime a Lui più care; quali sono?” 
- "Dovresti saperlo! Quelle più legate alla sua amicizia. Quelle che egli riesce a tener  sempre legate a sé. Quelle che lavorano e si consumano per i suoi interessi, che hanno a  cuore la sua gloria. Un malato che per anni soffre e si offre per gli altri. Un prete che gli  si conserva fedele, che prega molto, che non siamo mai riusciti a contaminare, che si  serve della messa - di quella tremenda maledetta messa - per farci un male immenso e  strapparci moltitudini di anime. Questi sono per noi gli esseri più odiosi, quelli che più  rovinano gli affari del nostro regno." 
- "Sentirlo dalla tua bocca è per me una gioia immensa." 
- "E' quella là che me lo fa dire, che mi fa rispondere alle tue stupide domande." 
- "E allora continua a parlare. A tuo dispetto non puoi farmi che del bene. Dunque,  dicevi: le anime che tu odii di più..." 
- "Sono anche quelle che prendiamo più fortemente d'assalto. Far cadere un prete ci  ricompensa di mille anime strappateci da un altro. Travolgere un prete e poi mandarlo,  insozzato, a celebrare la messa è tra i dispetti più grossi che miriamo a infliggere al  nostro grande nemico. E ci riusciamo più di quanto non si creda." 
- "Purtroppo. Ma accanto a queste anime elette cadute, so che Lui, nel silenzio e nel  nascondimento, ne suscita molte altre che si immolano, che riparano e gli danno una  gloria più grande di quella che tu hai creduto di strappargli." 
- "Non importa. A me preme incrementare il numero dei preti che passano dalla mia  parte. Sono i migliori collaboratori del mio regno. Molti o non dicono più messa, o non  credono a ciò che fanno all'altare. Alcuni di essi li ho attirati nei miei templi, al servizio  dei miei altari, a celebrare le mie messe. Vedessi che meravigliose liturgie ho saputo  imporre loro a sfregio di quella che celebrate nelle vostre chiese! Le mie messe nere:  celebrazioni di lussuria, profanazione di ostie e di altre cose sacre... insozzàti in modo  che quella non mi permette di descriverti. Che belle nefandezze! Leggi i miei rituali,  intanto!" 
- "Sei I'eterna scimmia di Dio..." 
- "Ho aspettato questi ultimi tempi per fare le mie più grosse conquiste: preti, frati,  verginelle consacrate a lui. E il loro numero cresce in modo che, se fossi capace di  gioirne, sarebbe la mia gioia più grande." 
- "Ciò che dici è triste. Ma, ripeto, io so che una sola Messa, offerta a Dio in riparazione  di tutte queste orribili cose, gli darà sempre una soddisfazione infinitamente più grande.  II valore infinito del sacrificio di Cristo supera le tue profanazioni!" 
- "Parli sempre di anime riparatrici, ma anche queste so io come trattarle, come sfogare  su di esse il mio furore. Scarico su di loro un odio che mi ripaga di tutto il danno che  recano ai miei interessi." 
- "Lo so: la storia della santità è piena - nella misura in cui Dio lo permette - di questi  tuoi interventi malvagi. Ma con quale risultato? Che cosa ne ottieni?" 
- "Che posso stancarle, abbattere la loro resistenza e portarle al fallimento." 
- "E ci riesci? Dio te lo consente? Per il solo fatto che Egli ti lascia sfogare il tuo  odio contro queste anime, è segno che le ha rese invincibili. E tu, con i tuoi attacchi,  collabori soltanto all'accrescimento dei loro meriti e lavori contro te stesso. Contribuisci  solo a renderle più sante, più ricche di efficacia riparatrice e conquistatrice nel mondo  delle anime. Quanti peccatori non ti hanno strappato Caterina da Siena, Teresa d'Avita, il  Curato d'Ars, Don Bosco, Padre Pio?" 
- "Almeno mi vendico e faccio loro pagar caro il danno che mi infliggono." 
-"Lo fai da pessimo calcolatore! Dio te lo permette perché tu collabori a dimostrare la  potenza della sua grazia e per la tua maggiore umiliazione, perché tutte le volte che  prendi di mira queste anime il vinto sei tu."  
- “Tu però, denunciando questi miei interventi, otterrai solo di far ridere i teologi e i  sapienti.” 
- "Ridano pure... fin che possono!" 
A questo punto i fogli del calendario si misero di nuovo a sfarfallare. Pensai che il  Maligno li agitasse per darmi il suo commiato, ma mi sbagliai, perché riprese a parlarmi  con una nuova carica di odio e di disprezzo. 
- "Tu non potrai mai capire quanto io odio voi uomini. Quanto vi detesto e quanto siete  detestabili. Voi vi vantate di avere un primato di dignità sulle bestie e non vi rendete  conto che siete le bestie più abominevoli. II vostro essere mi fa schifo. Vi considero al di  sotto dei porci. Credete di essere intelligenti, ma vi dimostrate stupidissimi. Basta vedere  quello che vi faccio ingoiare per mezzo di tanti sapienti messi al mio servizio e che io vi  regalo gonfi di superbia e di menzogna. Pensa a quello che vi faccio bere e digerire con  la mia stampa! Voi la più nobile creatura di lui? Ma se bastano poche porcherie per  comprarvi?! Vi arrendete facilmente alle lusinghe dei miei messaggeri. Ci tenete tanto  alla vostra libertà e poi vi lasciate incatenare dai miei più feroci schiavisti. Oh, le beffe  che vi sto giocando in nome di questa libertà! Mostrate orrore per ciò che è sporco e poi,  succubi delle vostre passioni, vi avvoltolate nelle vostre sozzure come porci nel fango.  Per una donna e per un pugno di soldi voi mi vendete la vostra anima che è un piacere.  Ci ha guadagnato motto quello li a versare il suo sangue per redimervi! Redimervi da  che cosa? Dal peccato? Ma se ci guazzate dentro da affogarci! E che dire quando scateno  tra voi lo spirito di invidia, di maldicenza, di odio, di rivalità, di vendetta?!" 
- "Taci, stai esagerando. Tu generalizzi troppo. E' la rabbia invidiosa che ti tiene  inchiodato per l'eternità alla tua dannazione. Ti basti questo: pur con tutti i nostri peccati  Dio ci ama ancora. Cristo ci ha redenti e una goccia sola del suo Sangue ci purifica da  tutti i nostri peccati. E noi possiamo contraccambiare il suo amore. Contale, se puoi, le  anime che lo amano. Per una sola di esse darebbe volentieri ancora una volta la sua vita.  Mentre tu, maledetto, crepi nel tuo odio per l'eternità. Già, dimmi, che cos'è I'etemità?"  - "L'eternità? Adesso!... E' un adesso sempre fermo!...” E scomparve. 

P. Domenico Mondrone S. J.

ILDEGARDA DI BINGEN



Le opere di Ildegarda

La prima è lo Scivias, in tre libri, che tratta nel primo libro sei visioni della storia del mondo e della la creazione, per la quale nel dodicesimo secolo ci fu un grandissimo interesse. Il secondo libro tratta i sacramenti e la vita religiosa e il terzo libro tratta le virtù, gli angeli, l’influsso delle virtù sulla vita dell’uomo e come bisogna servirsi delle virtù per vivere secondo Dio. Per Ildegarda la storia del mondo non era la storia umana, ma la storia dell’uomo con Dio e tutta la storia è storia sacra che procede attraverso tante vicende, cominciando con il peccato dell’uomo, poi la redenzione che dev’essere realizzata e vissuta dagli uomini e si conclude con la celeste armonia. Vedremo poi quale importanza ha il concetto dell’armonia per Ildegarda. Il libro finisce con la descrizione di come tutte le anime sono unite nell’armonia celeste e si rallegrano e gioiscono davanti a Dio. Il concetto di armonia vuole dire per Ildegarda tutto: il ritorno al disegno iniziale di Dio; egli ha fatto tutto bene, l’uomo ha sciupato questo bene con il peccato, non ha voluto osservare la legge di Dio. 

È anche interessante come Ildegarda considera la legge: non è la legge esterna, è data dalla natura di ogni cosa, per l’uomo e per le varie cose; vuol dire scoprire l’interiorità delle cose, la nostra interiorità e la nostra armonia e quanto si sciupa la nostra armonia. Il nostro sforzo dev’essere di riportare l’armonia alla nostra vita. Armonia vuol dire ordine, vuol dire anche cosmo. Ogni cosa deve aver il suo posto e l’uomo deve avere il suo posto, che è voluto da Dio, secondo Ildegarda, prima del peccato e ancor prima della creazione. Dio ha sempre pensato all’uomo come all’essere al centro della creazione, il quale, attraverso malgrado il peccato, doveva ritornare alla sua posizione iniziale. L’uomo riassume in sé il mondo, è un piccolo mondo, perché è l’unica creatura dotata di ragione e avvalora tutto quello che Dio ha creato. Non è il centro del mondo, il centro del mondo è Dio; però è al centro del mondo, se è in Dio. Ed essendo in Dio, tutto diventa armonia, tutto diventa cosmo. E così finisce lo Scivias.

Nel Liber vitae meritorum ci sono vari motivi che si intrecciano, il motivo della creazione, quello degli elementi, il motivo di Dio, centro del mondo, il motivo della lotta fra il peccato, i vizi, e le virtù. Le virtù e i vizi si affrontano; la cosa interessante è che la virtù è semplice nel suo modo di esposizione, mentre il vizio parla bene, si presenta bene, dà buoni consigli, ma la descrizione che Ildegarda ne fa è orrenda: del vizio sentiamo gli allettamenti, ma non ne vediamo la realtà com’è. Ildegarda ce lo dimostra in questo modo.

Il terzo libro è il più bello, il più interessante e certamente il più difficile: è il Libro delle operazioni di Dio, in cui fa vedere come l’uomo è in rapporto con tutto il mondo. Il mondo non è indifferente a come l’uomo si comporta e l’uomo è legato in certo senso con il mondo, perché, secondo Ildegarda e gli altri autori del suo secolo, la creazione stessa, essendo opera di Dio, è un libro che va letto e la creazione ci può istruire sugli intenti di Dio. Ed è per questo che si trova un linguaggio simbolico in lIdegarda, perché, guardando il mondo e vedendo, per esempio, le costellazioni delle stelle, lei capisce che queste sono una parola di Dio che bisogna cercare di comprendere e interpretare.

Queste sono le grandi opere, ma scrive ancora delle Vite di santi, di San Disibodo, di San Ruperto, un’interpretazione della Regola di San Benedetto, non completa, scrive anche delle risposte a questioni teologiche che le vengono poste dai monaci del monastero di Villers, e settanta canti con la musica; dice di non aver mai imparato la musica, però scrive una musica eccezionale, bella, che presenta, come tutti gli scritti di Ildegarda, anche moltissimi problemi, perché sono sempre una fonte di ricerche. C’è sempre da scoprire qualcosa su Ildegarda; è talmente ricca in quello che dice, riassume sempre diversi aspetti, che si riesce a capire solo poco per volta.

Scrive anche, un problema ancora scottante di cui mi sto occupando, ma di cui sono ancora lontana dal trovarne una risoluzione, quasi mille parole in una lingua ignota che usa un alfabeto ignoto, di cui lei dà la traduzione in latino e tedesco medioevale. Per quale motivo aveva scritto queste mille parole, tutte sostantivi, e le aveva difese in una lingua che lei stessa forma? Cerchiamo di studiarlo e capirlo senza finora riuscirci, certamente non senza motivo, perché Ildegarda è una persona estremamente pratica, ogni cosa che fa ha uno scopo. Se lei scrive questa lingua ignota, certamente lo fa con uno scopo, per aiutare a far capire certe cose.  Delle volte pensavo che forse fosse una reazione al movimento filosofico dei nominalisti, per cui le cose non avevano valore in sé, ma il mistero rimane.

Scrive la spiegazione del Simbolo di Sant’Atanasio e infinite lettere, un piccola dramma teatrale,
Ordo virtutum,(= Il coro delle virtù), che è stata rappresentata varie volte, forse anche a Milano, in Germania molte volte, anche in Inghilterra, in Italia a Siena. Presenta l’assalto che il Diavolo fa all’Anima e la difesa che l’Anima trova nelle Virtù. Le Virtù cantano, mentre il Diavolo grida soltanto, non conosce la musica, perché per lui l’armonia non esiste.

Riassumendo cercheremo la volta prossima di vedere del XII secolo quali elementi Ildegarda accolga in sé dei movimenti, delle aspirazioni, dei nuovi indirizzi di questo secolo aureo, che è quasi il rinascimento del Medioevo. Sono i nuovi aspetti, le nuove tendenze che Ildegarda in sé assume, perché in ciascuna delle sue opere c’è qualcosa di queste nuove aspirazioni che commuovono e muovono la sua epoca.

Una precisazione sulle Lettere di Ildegarda

Nel Medioevo la lettera come genere letterario era sempre una cosa pubblica, sarebbe stata una vergogna, un’offesa, una cosa inaudita se uno avesse ricevuto una lettera, l’avesse presa e letta per sé. Quello che noi possediamo delle lettere di Ildegarda sono lettere ufficiali. Le lettere personali, in cui, per esempio, lei chiedeva dei manoscritti da leggere, o riferiva una necessità pratica, non esistono. Abbiamo solo lettere ufficiali  e forse già corrette per pubblicazione, perché esiste di lei un libro di lettere, emendate e corrette ad uso per la lettura.

La grande difficoltà dell’edizione delle sue lettere era appunto questa: abbiamo parecchi manoscritti, ma nessuno ha tutte le lettere e le redazioni sono molto diverse, per cui si vede la lettera come doveva essere all’inizio e poi nel famoso Riesenkodex, ancora conservato a Wiesbaden, in cui c’è la redazione ufficiale, il libro delle Lettere, che va letto per aver consigli, ma non si tratta delle lettere stesse originali che Ildegarda scriveva a Federico Barbarossa, all’abate di Disibodenberg e così via. È quindi molto interessante il confronto tra queste varie redazioni di lettere, un lavoro fatto con molti anni di grande fatica, che in parte è ormai concluso; manca ancora la Vite di Disibodo e di Ruperto, che inizia con una lettera di presentazione, queste non sono state ancora edite, ma il lavoro verrà completato.

A proposito delle traduzioni integrali in italiano delle opere di Ildegarda

C’è una traduzione integrale del Libro dei meriti di vita e un’altra della breve trattazione sulla
Regola di San Benedetto. Ci sono traduzioni integrali in tedesco e in inglese, ma non di tutte le opere. Tradurre Ildegarda rappresenta una fatica enorme! Quando devo preparare una conferenza, ci vuole più tempo per tradurre le brevi citazioni, che per fare il resto, perché il testo è talmente condensato, il latino è medioevale, ma esprime tutto quello che lei vuole esprimere. Bisogna leggere i testi nell’originale per quanto possibile, o ci sono delle buone traduzioni in tedesco, alcune, però, non complete.

Nell’introduzione al “Libro dei meriti di vita” – Liber vitae meritorum – (1158-63), la seconda grande opera dopo lo Scivias, Ildegarda elenca gli scritti composti nel periodo che va dal 1151, fine dello Scivias, al 1163.

Essi sono: un trattato di scienze naturali e di medicina (Subtilitates naturarum diversarum creaturarum), una raccolta di canti ed una sacra rappresentazione (Symphonia harmoniae caelestium revelationem; Ordo virtutum), una raccolta di lettere (Responsa et admonitiones tam minorum quam maiorum plurimarum personarum), l’elenco di quasi mille vocaboli di una lingua ignota con il rispettivo alfabeto (ignota lingua et litterae), lettere con alcune esposizioni (litterae cum quibusdam expositionibus), sotto il cui nome s’intendono probabilmente le cinquantotto esposizioni dei Vangeli delle domeniche e di alcune feste (Exposisitiones evangeliorum) e vari scritti minori, cioè: la Spiegazione della Regola di San Benedetto (Explanatio Regulae S. Benedicti), la Spiegazione del Simbolo di Sant’Anatasio (Explanatio Symboli S. Athanasii); la Vita di San Disibodo (Vita Sancti Disibodi) e la Vita di San Ruperto/Roberto (Vita Sancti Ruperti); le Soluzioni delle trentotto questioni su argomenti riguardanti per lo più la Sacra Scrittura (Solutiones triginta octo quaestionum). Non abbiamo l’originale del Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, di cui ci sono pervenute redazioni più tarde, mentre la parte riguardante le scienze naturali è stata divisa da quella sulla medicina; possediamo così, giunte per tradizioni diverse, due opere: l’una, la più ampia, con il titolo di Fisica (Physica); l’altra sotto quello di Cause e cure (Hildegardis causae et curae). Della numerosa corrispondenza sono rimaste trecentonovanta lettere.

 La terza grande opera della cosiddetta Trilogia, e senz’altro la più significativa ed importante, in cui Ildegarda mostra la piena maturità del suo pensiero e la straordinaria ricchezza delle sue conoscenze, è il “Libro delle opere divine”, Liber divinorum operum, che va anche sotto il titolo di “Libro dell’operare di Dio”, Liber de operatione Dei. Nel capitolo introduttivo ne viene datata la composizione (1163-1170). Ma la redazione finale deve essere più tarda. Ildegarda, insicura delle sue conoscenze di grammatica latina, faceva rivedere i suoi scritti dal monaco Volmaro, perché ne correggesse gli eventuali errori e nel 1175, alla morte del fedele segretario, aveva ancora bisogno di aiuto per poter portare a termine l’opera. Lei stessa ricorda in seguito con riconoscenza i nomi di chi fu pronto a prestarglielo.

Sr. ANGELA CARLEVARIS osb

SOTTO LA GUIDA DELLO SPIRITO IN STATO DI CONVERSIONE



L'uomo restaurato

Abbiamo appena letto sotto la penna di Evagrio che l'akedia deve trasformarsi in uno stato di pace e in una gioia inesprimibile". E la condizione della pienezza umana e spirituale verso la quale non cessiamo mai di crescere, la misura dell'uomo perfetto in Gesù Cristo (cf. Ef 4,13). Evagrio e tutta la tradizione dei padri greci la chiamano apdtheia, Cassiano usa il termine integritas, integrità. Quest'ultima espressione è forse preferibile. Non si tratta infatti di uno stato dove le passioni dell'uomo sono annientate, bensì, al contrario, dove ritrovano la loro integrità delle origini: è la condizione primitiva in cui l'anima non era ancora ferita dalle passioni che la lacerano in tutte le direzioni. Le potenze e i desideri dell'anima, che all'origine sono state stornate dal peccato e che rischiavano di disintegrarsi sotto la violenta tempesta dell'akedia, ritrovano la loro unità. L'uomo può nuovamente essere tutto di Dio. Non bisogna però mai dimenticare che questa grazia viene accordata nell'abisso dell'akedia e della disperazione, in un momento in cui la preghiera sale de profundis, dalle profondità di un insondabile sconforto. Non fa altro che aprire questo sconforto: invoca aiuto e implora perdono. A mano a mano che il cuore è purificato dalla preghiera, raggiunge il riposo e si riconcilia con la debolezza e il peccato. Ancora meglio: finisce per distogliere gli occhi dalla propria miseria per contemplare unicamente il volto della misericordia di Dio. La contrizione allora si trasforma impercettibilmente in gioia umile e serena, in amore e in azione di grazie. Nessuna colpa, nessun peccato viene negato o scusato, ma vengono annegati e inghiottiti nella misericordia. Dove abbondava il peccato, la grazia non cessa di sovrabbondare (cf. Rm 5,20). Tutto ciò che il peccato aveva infranto viene restaurato in meglio, molto meglio di prima, dalla grazia. La preghiera porta ancora le tracce del peccato e della miseria - e senza dubbio le porta per sempre - ma la colpa è da quel momento beata, una felix culpa, come cantiamo a ogni veglia pasquale, una colpevolezza che viene inghiottita nell'amore. Tra la contrizione e l'azione di grazie non c e quasi più differenza: le due si compenetrano e le lacrime del pentimento sono anche lacrime d'amore. Poco alla volta questo sentimento gioioso di contrizione finisce per prevalere nell'esperienza spirituale. Da questa ascesi di povertà - patientia pauperum - si leva ogni giorno un uomo nuovo che è interamente pace, gioia, bontà, mitezza. Un uomo segnato per sempre dal pentimento, ma un pentimento pieno di gioia e di amore che affiora sempre e ovunque e che rimane come sottofondo della sua ricerca di Dio. Un simile uomo ha ormai raggiunto una pace profonda perché è stato spezzato e riedificato in tutto il proprio essere, per pura grazia. Stenta a riconoscersi, è diventato diverso: ha toccato da vicino l'abisso profondo del peccato, ma nello stesso istante è stato fatto precipitare nell'abisso della misericordia. Ha finalmente imparato a deporre le armi davanti a Dio, a non più difendersi da lui: resta là, disarmato e indifeso, ha rinunciato a ogni giustizia personale e non ha più progetti di santità. Le sue mani sono vuote, anzi: non contengono altro che la sua miseria, ma ora osa esporla davanti alla misericordia. Dio è finalmente diventato vero Dio per lui, e nient'altro che Dio. Il che significa Salvator, Salvatore dal peccato. L'uomo è addirittura quasi riconciliato con il proprio peccato, come Dio si è riconciliato con esso. E’ felice e riconoscente di essere debole, non è più alla ricerca della propria perfezione: "Eravamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia" (Is 64,5). La propria giustizia la possiede in Dio solo: a lui restano solo le sue ferite, ma curate e guarite dalla misericordia, e che si sono sviluppate in meraviglie. Non sa far altro che rendere grazie e lodare Dio, che è sempre all'opera in lui per compiere meraviglie. Per i fratelli e i familiari è diventato un amico, buono e mite, che capisce le loro debolezze. Non ha più fiducia in se stesso, ma in Dio solo. Vive interamente afferrato dall'amore di Dio e dalla sua onnipotenza. Perciò è anche povero, veramente povero - un povero in spirito - e vicino a tutti i poveri e a tutte le forme di povertà, spirituale e materiale. E’ il primo di tutti i peccatori - pensa tra sé - ma un peccatore perdonato: ecco perché sa stare insieme, come uno di loro, un fratello, con tutti i peccatori del mondo. Si sente vicino a loro perché non si sente migliore degli altri; la sua preghiera preferita è quella del pubblicano, diventata come il suo respiro e come il battito del cuore del mondo, il suo desiderio più profondo di salvezza e di guarigione: "Signore Gesù, abbi pietà di me, povero peccatore!". Gli resta un solo desiderio: che Dio lo metta ancora una volta alla prova per scoprire sempre meglio la sua vicinanza, per abbracciare ancora una volta l'umile pazienza con ancor più amore: quella pazienza e quell'umiltà che lo rendono così simile a Gesù e permettono a Dio di rinnovare in lui le sue meraviglie.