martedì 25 febbraio 2020

Il problema dell'ora presente. Antagonismo tra due civiltà



PUNTO DI PARTENZA DELLA CIVILTA MODERNA

Nella sua ammirabile introduzione della Vita di Sant'Elisabetta, Montalembert disse del secolo XIII, che fu - almeno per ciò che riguarda il passato, - l'apogeo della civiltà cristiana: "Giammai forse la Sposa di Cristo aveva regnato con un impero così assoluto sul pensiero e sul cuore dei popoli...

Allora, più che in altro momento di questo fiero combattimento, l'amor de' suoi figli, il loro attaccamento senza limiti, il loro numero e il loro coraggio ogni di crescenti, i santi che ogni dì essa vedeva sorgere di mezzo ad essi, offrivano a questa Madre immortale tali forze e consolazioni che mai le maggiori, di cui fu dappoi crudelmente privata. Grazie ad Innocenzo III, che continua l'opera di Gregorio VII, la cristianità è una vasta unità politica, un regno senza frontiere, abitato da razze molteplici. I signori ed i re avevano accettato la supremazia pontificia. Ci volle il protestantesimo a distruggere quest'opera".

Anche prima del protestantesimo, un fiero colpo fu dato alla società cristiana fin dal 1308. Quello che ne formava la forza, era, come disse il Montalembert, l'autorità riconosciuta e rispettata del Sommo Pontefice. Questa autorità fu contraddetta, insultata e lacerata colla violenza e coll'astuzia: il re Filippo IV, colla sua persecuzione contro il papa Bonifacío VIII, preparò il grande scisma d'Occidente che decapitò per un istante il mondo cristiano alla fine del secolo XIV. Fin d'allora, la forza cominciò a padroneggiare il diritto, come prima di Gesù Cristo. Si videro le guerre riprendere il carattere pagano di conquista e perdere il carattere di liberazione. E la ragione di quello che vediamo ai nostri giorni, per non dire nulla di ciò che precedette: l'occupazione di Roma, l'ingrandimento della Prussia a spese de' suoi vicini, l'Europa impassibile davanti al massacro dei cristiani per mezzo dei Turchi e l'immolazione di un popolo alle cupidigie dell'impero britannico.

Il secondo colpo fu dato dai dotti, dagli artisti, dai filosofi. Questi intellettuali si diedero appassionatamente allo studio della letteratura e dell'arte pagana. Vissero collo spirito nell'ambiente della civiltà pagana, s'inebriarono di essa, ed allora, nella loro ebbrezza gettarono il disprezzo sulla civiltà cristiana e si sforzarono di farla sparire. "Gli antichi umanisti - dice assai bene Jean Janssen (L'Allemagne á la fin du Moyen áge, p. 50) - non avevano minor entusiasmo per l'eredità grandiosa lasciata dai popoli dell'antichità che non ne avessero più tardi i loro successori. Prima di loro,

avevano veduto nello studio dell'antichità uno dei mezzi più potenti ed efficaci di cultura per l'intelligenza umana. Ma nel loro pensiero, i classici greci e latini non dovevano essere studiati col fine di arrivare con essi e per mezzo di essi al termine di ogni educazione. Essi intendevano porli al servizio degli interessi cristiani; desideravano innanzi tutto pervenire, per loro mezzo, ad una intelligenza più profonda del cristianesimo e al miglioramento della vita morale. Mossi dai medesimi motivi, i Padri della Chiesa avevano raccomandato e incoraggiato lo studio delle lingue antiche. La lotta non incominciò e non divenne necessaria se non allorché i giovani umanisti rigettarono tutta l'antica scienza teologica e filosofica come barbara, pretesero che ogni idea scientifica si trovi unicamente contenuta nelle opere degli antichi, entrarono in lotta aperta colla Chiesa e col cristianesimo, e molte fiate gettarono una sfida alla morale".

La stessa osservazione rispetto agli artisti. "La Chiesa - dice il medesimo storico (Ibid. p. 130) - aveva messo l'arte al servizio di Dio, chiamando gli artisti a cooperare alla propagazione dei regno di Dio sulla terra ed invitandoli "ad annunziare il Vangelo ai poveri". Gli artisti rispondendo fedelmente a questo appello, non innalzarono il bello sull'altare per farne un idolo e adorarlo per se stesso; ma lavorarono "per la gloria di Dio". Coi loro capi d'opera bramavano di ridestare e aumentare negli uomini il desiderio e l'amore ai beni celesti. Finché l'arte conservò i principi religiosi che le avevano dato origine, fu in un continuo progresso. Ma in proporzione che svanirono la fedeltà e la solidezza dei sentimenti religiosi, vide pure dileguarsi da lei l'ispirazione. Più essa studiò le divinità straniere, Più volle risuscitare a dare una vita fittizia al paganesimo, e più ancora vide sparire la sua forza creatrice, la sua originalità; e cadde infine in una sterilità e aridità completa".

Sotto l'influenza di questi intellettuali, la vita moderna prese una direzione affatto nuova che fu l'opposto della vera civiltà. Poichè, come assai bene disse Lamartine: "Ogni civiltà che non viene dall'idea di Dio è falsa.
"Ogni civiltà che non mette capo all'idea di Dio non dura.
"Ogni civiltà che non è penetrata dall'idea di Dio è fredda e vuota.
"L'ultima espressione d'una civiltà perfetta è Dio meglio conosciuto, meglio adorato, meglio servito dagli uomini" (Citato da Mons. Perraud, vescovo d'Autun, nell'occasione delle feste del centenario del poeta).

Il cambiamento operossi da prima negli animi. Molti perdettero il concetto secondo il quale ogni fine è in Dio per adottare quello che vuole riporlo tutto nell'uomo.

"All'uomo decaduto e redento - dice assai bene il Bériot il Rinascimento oppose l'uomo nè decaduto, nè redento, che si eleva ad un'ammirabile altezza mediante le sole forze della sua ragione e del libera arbitrio". Il cuore non fu più per amare Iddio, la mente per conoscerlo, il corpo per servirlo, e in tal modo meritare la vita eterna. La nozione superiore che la Chiesa con tanta cura aveva cercato di stabilire, e per la quale le fu necessario tanto tempo, si cancellerà in questo ed in quello, nelle moltitudini; come al tempo del paganesimo, esse fecero del piacere, del godimento, il fine della vita; ne cercarono i mezzi nella ricchezza, e per acquistarla, non si tenne più tanto conto dei diritti altrui. Per gli Stati, la civiltà non fu più la santità del gran numero, e le istituzioni sociali mezzi ordinati a preparare le anime pel cielo. Di nuovo rinchiusero l'opera della società nel tempo senza riguardo alle anime fatte per l'eternità. Allora, come oggi, questo chiamarono il progresso! "Tutto ci annunzia - scriveva con entusiasmo Campanella - il rinnovamento del mondo. Niente arresta la libertà dell'uomo. Come arrestare la marcia e il progresso del genere umano?" Le nuove invenzioni, la tipografia, la polvere, il telescopio, la scoperta dei Nuovo Mondo ecc. venendo ad aggiungersi allo studio delle opere dell'antichità, provocarono un'ebbrezza d'orgoglio che fece dire: la ragione umana basta da sè per dirigere i suoi affari nella vita sociale e politica. Noi non abbiamo bisogno di un'autorità che sostenga o raddrizzi la ragione.

Così fu rovesciata la nozione onde la società era vissuta e per la quale aveva prosperato da N. S.
Gesù Cristo in poi.

Tuttavia ciò non si fece senza resistenza. Moltissime anime restarono e restano sempre attaccate all'ideale cristiano, e la Chiesa è sempre là per conservarlo e per lavorare al suo trionfo. Di qui, in seno della società, il conflitto che dura da cinque secoli e che, nell'ora presente, è giunto allo stato acuto.

Il Rinascimento è dunque il punto di partenza dello stato attuale della società. Di qui viene tutto ciò che soffriamo. Se vogliamo conoscere il nostro male, e trarne da questa cognizione il rimedio radicale alla situazione presente, bisogna risalire ad esso (Giovanni Guiraud, professore alla Facoltà delle lettere di Besancon il quale ha pubblicato un eccellente libro sotto questo titolo: L'Eglise et les Origines de la Renaissance, ci servirà di guida per richiamare sommariamente alla memoria ciò che avvenne in quell'epoca. Questo volume fa parte della Biblioteca dell'insegnamento di Storia ecclesiastica pubblicata dal Lecoffre).

I Padri della Chiesa, come dicemmo, avevano raccomandato lo studio delle letterature antiche, e ciò per due ragioni: essi trovavano in esse un eccellente strumento di cultura intellettuale, e ne avevano fatto un piedistallo alla Rivelazione; così la ragione è l'appoggio della fede.

Fedeli a questa direzione, la Chiesa, e particolarmente i frati, posero tutte le loro cure a salvare dal naufragio della barbarie gli autori antichi, a copiarli, a studiarli, a farli servire a dimostrazione della fede.

Era dunque affatto naturale che quando cominciò. in Italia la nuova epoca letteraria ed artistica, i Papi vi si mostrassero favorevoli.

Ai vantaggi più sopra ricordati, essi vedevano aggiungersene altri d'un carattere più immediatamente utile in questa epoca. Alla metà dei secolo XIII, relazioni continue erano state iniziate tra il Papato e il Mondo Greco per ottenere il ritorno delle Chiese d'Oriente alla Chiesa Romana. Da una parte e dall'altra s'inviarono ambasciatori: quindi la cognizione del greco era necessaria per discutere cogli scismatici e dar battaglia sul loro proprio terreno.

La caduta dell'Impero bizantino diede occasione, per questo genere di studi, ad un nuovo e decisivo impulso. I sapienti greci portando in Occidente i tesori letterari dell'antichità, destarono un vero entusiasmo per le lettere pagane, e questo entusiasmo in niuna parte manifestossi più vivo che tra le persone di Chiesa. La tipografia venne a buon punto per moltiplicare e per renderne l'acquisto infinitamente meno oneroso.

In fine l'invenzione dei telescopio e la scoperta del Nuovo Mondo aprivano al pensiero più larghi orizzonti. Qui ancora vediamo i Papi, e in primo luogo quelli d'Avignone, mercè il loro zelo iniziare dei missionari nei paesi lontani e recare un nuovo stimolo al fermento degli spiriti, buono nel suo principio, ma che l'orgoglio umano deviò, come lo vediamo deviare ai giorni nostri nei progressi delle scienze naturali.

I Papi adunque furono condotti, da ogni genere di circostanze provvidenziali, a chiamare e stabilire presso di sè i rappresentanti più distinti del movimento letterario ed artistico di cui erano testimoni. Se ne fecero anzi un dovere ed un onore. Essi prodigarono le ordinazioni, le pensioni, le dignità a quelli che vedevano, per i loro talenti, elevarsi sopra gli altri. Disgraziatamente, tenendo fisso lo sguardo al fine che volevano raggiungere, non furono abbastanza oculati rispetto alle doti morali delle persone che in tal modo incoraggiavano.


Il Petrarca, che si è d'accordo nel chiamarlo "il primo degli umanisti", trovò alla Corte di Avignone la più alta protezione, e vi ricevette la carica di segretario apostolico. Fin d'allora si stabilì la tradizione nella Corte pontificia di riservare gli alti uffici dì segretari apostolici agli scrittori più rinomati, di guisa che questo collegio divenne ben presto uno dei più attivi focolari dei Rinascimento. Vi si videro dei santi religiosi, come il camaldolese Ambrogio Traversari, ma disgraziatamente anche dei grossolani epicurei, come il Poggio, il Filelfo, l'Aretino ed altri molti. Malgrado la pietà e la stessa austerità personale, onde i Papi di quell'epoca edificarono la Chiesa (1) non seppero, a motivo dell'atmosfera che li avvolgeva, difendersi da una condiscendenza eccessiva per scrittori, i quali, sebbene al loro servizio, divennero ben presto, per la tendenza a cui s'abbandonarono. i nemici della morale e della Chiesa. Questa condiscendenza si estese alle stesse opere, sebbene in sostanza fossero la negazione del cristianesimo.

Tutti gli errori che di poi hanno pervertito il mondo cristiano, tutti gli attentati alle sue istituzioni, trassero da ciò la loro origine; si può dire che tutto questo fu preparato dagli umanisti. Il Petrarca aveva già attinto nel commercio dell'antichità sentimenti ed idee che avrebbero afflitto la Corte pontificia, se ne avesse misurate le conseguenze. Egli, è vero, s'inchinò sempre dinanzi alla Chiesa, alla sua gerarchia, ai suoi dogmi, alla sua morale; ma non fu così di coloro che lo seguirono, e si può dire esser lui che lì mise sulla mala via in cui si smarrirono. Le sue critiche contro il governo pontificio autorizzarono il Valla a scalzare il potere temporale dei Papi, a indicare in essi i nemici di Roma e dell'Italia, a presentarli come i nemici dei popoli. Egli giunse perfino a negare l'autorità spirituale dei Sommi Pontefici nella Chiesa, negando ai Papi il diritto di chiamarsi "i vicari di Pietro".

Altri fecero appello al popolo o all'imperatore per ristabilire, sia la Repubblica romana, sia l'unità italiana, sia un impero universale; tutte cose che vediamo ai nostri giorni o tentate (1848), o attuate (1870), o presentate come la meta delle aspirazioni della framassoneria.

Alberti preparò un'altra specie di attentato, il più caratteristico della civiltà contemporanea. Giurista insieme e letterato, compose un trattato di diritto. Egli proclamava "che a Dio devesi lasciare la cura delle cose divine, e che le cose umane sono di competenza del giudice". Era, come osserva Guiraud, proclamare il divorzio della società civile dalla società religiosa; era aprire le vie a coloro i quali vogliono che i governi non cerchino se non i fini temporali, e restino indifferenti rispetto agli spirituali, difendano gli interessi materiali, e lascino da parte le leggi soprannaturali della morale e della religione; era un dire che i poteri terreni sono incompetenti, o devono essere indifferenti in materia religiosa, che non hanno` il dovere di conoscere Dio, nè di far osservare la sua legge Era, in una parola, formulare la grande eresia sociale del tempo presente e rovinare nella sua base la civiltà dei secoli cristiani. Il principio proclamato da questo segretario apostolico racchiudeva in germe tutte le teorie mercè le quali i nostri moderni si dichiarano "i difensori della società laica" Bastava lasciare che questo principio si svolgesse per arrivare a tutto ciò di cui oggi siamo dolenti testimoni.

Attaccando così nella base la società cristiana, gli umanisti sconvolgevano in pari tempo nel cuore dell'uomo l'idea cristiana del suo destino. "Il Cielo - scriveva Coluccio Salutati ne' suoi Travaux d'Hercule - appartiene di diritto agli uomini energici che sostennero grandi lotte o compirono grandi opere sopra la terra". Da questo principio trassero le conseguenze che ne derivavano. L'ideale antico e naturalista, l'ideale di Zenone, di Plutarco e d'Epicuro, era di moltiplicare all'infinito le energie del proprio essere sviluppando armoniosamente le forze dello spirito e del corpo. Questo divenne l'ideale che i seguaci del Rinascimento sostituirono nella loro condotta, come nei loro scritti, alle aspirazioni soprannaturali del cristianesimo. Questo fu ai giorni nostri l'ideale che Federico Nietzsche spinse all'estremo predicando la forza, l'energia, il libero svolgimento di tutte le passioni per far giungere l'uomo ad uno stato superiore a quello in cui si trova, come quello che doveva produrre il superuomo (La glorificazione di ciò che gli americanisti chiamano "virtù attive" sembra venga da ciò per mezzo del protestantesimo).

Per questi intellettuali, e per quelli che li ascoltarono, e per quelli che fino ai nostri giorni si sono fatti loro discepoli, l'ordine soprannaturale fu, più o meno completamente, messo da un canto; la morale divenne la soddisfazione accordata a tutti gl'istinti; il godimento sotto tutte le forme divenne l'oggetto delle loro aspirazioni. La glorificazione del piacere, era il tema favorito delle dissertazioni degli umanisti. Lorenzo Valla affermava nel suo trattato De voluptate, che "il piacere è il vero bene, e che non ci sono altri beni che il piacere" . Questa convinzione condusse lui e molti altri a fare oggetto di poesia le peggiori dissolutezze. Così erano prostituiti i talenti che avrebbero dovuto essere adoperati a vivificare la lettura e l'arte cristiana.

Su tutti i punti si faceva dunque il divorzio fra le tendenze del Rinascimento e le tradizioni del cristianesimo. Nel mentre la Chiesa continuava a predicare la decadenza dell'uomo, ad affermare la sua debolezza e la necessità d'un soccorso divino per compiere il dovere, l'umanesimo preveniva G. G. Rousseau per proclamare la bontà della natura: esso deificava l'uomo. Nel mentre la Chiesa assegnava alla vita umana una ragione e uno scopo soprannaturale, ponendo in Dio il termine del nostro destino, l'umanesimo, ritornato pagano. limitava a questo mondo e al medesimo uomo l'ideale della vita.

Dall'Italia, il movimento penetrò nelle altre parti delI' Europa.

In Germania, il nome di Reuchlin fu, senza che quel dotto lo volesse, il grido di guerra di tutti coloro che si travagliavano per distruggere gli Ordini religiosi, la Scolastica, e in fin dei conti, la Chiesa stessa. Senza lo scandalo che si fece intorno a lui, Lutero e i suoi discepoli non avrebbero osato mai sognare ciò che hanno compiuto.

Nei Paesi Bassi, Erasmo preparò, anch'egli, le vie alla Riforma col suo Eloge de la Folie. Lutero non fece che proclamare altamente ed eseguire arditamente ciò che Erasmo aveva incessantemente insinuato.

La Francia erasi parimenti affrettata ad accogliere presso di sè le umane lettere; ma non vi produssero, almeno nell'ordine delle idee, effetti così funesti. Non fu però lo stesso riguardo ai costumi. "Dappoichè i costumi degli stranieri cominciarono a piacerci - disse il grande cancelliere di Vair, testimone di quanto dice - i nostri (costumi) si sono talmente pervertiti e corrotti che possiamo dire: "E' già molto tempo che non siamo più francesi"".

In niuna parte i capi della società ebbero sufficiente chiaroveggenza per fare la separazione di ciò che eravi di sano da ciò che v'era di sommamente pericoloso nel movimento di idee, di sentimenti, di aspirazioni, ch'ebbe il nome dì Rinascimento.


 NOTA

(1) Martino V ebbe un'inclinazione costante per la giustizia e la carità. Grande era la sua devozione; ne diede in più occasioni delle prove luminose, soprattutto allorchè fece trasferire da Ostia le reliquie di Santa Monica. Egli sopportò con una rassegnazione profondamente cristiana le disgrazie che vennero a colpirlo successivamente nelle sue più care affezioni. Fin dalla sua giovinezza aveva distribuito la maggior parte de suoi beni ai poveri.
Eugenio IV conservò sul trono pontificio le sue abitudini austere di religioso. La sua semplicità e frugalità gli fecero dare da' suoi famigliari il soprannome di Abstenius. A ragione Vespasiano celebra la santità della sua vita e de' suoi costumi.

Nicolò V volle avere nella sua intimità lo spettacolo continuo delle virtù monastiche. Perciò chiamò presso di sè Nicola da Cortona e Lorenzo da Mantova, due certosini coi quali godeva intrattenersi delle cose del cielo in mezzo ai dolori della sua ultima malattia.

Delasuss, Henri;

La Fine verrà certamente



Ad ogni grande catastrofe precedono anche i Miei Annunci. Io avvertirò gli uomini e li  ammonirò, in modo che Io ho perciò bisogno di veggenti e profeti che devono diffondere questi Annunci fra gli uomini. Perciò è sbagliato rifiutare tutte le profezie o di presentarle  come irreali, anche se queste non si compiono immediatamente, perché ci vuole il suo tempo e  sovente Io ho già indicato tanto tempo prima l’avvenimento, ma gli uomini non credono a queste  Parole.

E così anche ora Io vi annuncio la vicina fine di un periodo della Terra e l’ho già sempre fatto, in  modo che persino i Miei discepoli si aspettavano questa fine ancora durante la loro vita terrena. Ma  le Mie Profezie erano sempre tenute in un modo che agli uomini non è stato comunicato un tempo  preciso, affinché potessero anche sempre contarci, e questa è sempre stata la Mia Intenzione: di  tenere una vicina fine sempre davanti agli occhi degli uomini. Ma il tempo non sta fermo, e dato che  la Mia Parola si adempirà inevitabilmente, anche questa fine annunciata deve una volta arrivare.

 Chi dunque è iniziato nel Mio Piano di Salvezza dall’Eternità riconosce anche la necessità di una  fine per tutto lo spirituale ancora legato nella Creazione. Perché dato che sa del costante sviluppo  verso l’alto dello spirituale gli è anche chiaro che da tempo in tempo che per voi è infinitamente  lungo, deve svolgersi una trasformazione totale della superficie della Terra, affinché anche allo  spirituale legato nella materia più dura venga data la possibilità di uno sviluppo verso l’alto. Se  dunque una tale violenta distruzione della superficie della Terra sembra dubbiosa agli uomini, allora questi sono stati lasciati scientificamente nell’ignoranza dal mondo degli spiriti che li ammaestrano.  Ed allora Io devo correggere questi errori, perché proprio la fine della Terra che sta arrivando nella  sua attuale forma è estremamente significativa per l’intera umanità, dato che si trova nel pericolo di  fallire completamente nella sua ultima prova di volontà e poi di nuovo prendere su di sé un  terrificante destino.

quindi per questo i Miei servi ricevono l’incarico di annunciare questa fine, ma non soltanto  comunicare sul fatto della fine ma anche per le Mie Motivazioni per tutto affinché gli uomini non  debbano soltanto credere ciecamente, ma ricevano per tutto una giusta spiegazione secondo Verità.  Perché il Mio Amore va a t u t t o lo spirituale caduto, non soltanto agli uomini. E proprio per lo  spirituale ancora legato nella dura materia deve anche una volta arrivare l’ora della liberazione dalle  catene più dure, che a già tempo infinitamente lungo ha languito, per poter essere messo una volta  in una forma più leggera, dove gli viene reso facile il servire.

E se voi uomini sapete t u t t o , quando il Padre Stesso vi insegna dall’Alto, allora non avete  davvero nulla da dubitare. Potete accettare tutto come la purissima Verità, anche se Io indugio  ancora con questo Atto della distruzione della vecchia Terra. Ma il giorno arriva irrevocabilmente.

Purtroppo ci sono purtroppo troppi uomini che non credono in una totale trasformazione della  superficie della Terra, che attribuiscono piuttosto credibilità a quelle notizie che provengono da  quegli uomini o anche da esseri spirituale privi di ogni conoscenza del Mio Piano di Salvezza. Però  Io n o n posso f a r e d i p i ù che parlare Io Stesso dall’Alto a voi uomini e spiegarvi tutto ciò che  Mi provoca al Mio Governare ed Agire e devo lasciare a voi come vi disponete nei confronti della  Mia Parola. Ma non è facile per i Miei servi sulla Terra che si accetti da loro questa Parola come “la  Mia Parola”, in particolare quando si tratta di affrontare l’errore, quando ognuno crede di essere  nella Verità e la ‘Mia Parola ’ non gli significa di più che la parola d’uomo o parole dal mondo degli  spiriti, che sono incontrollabili finche chiedono aiuto a Me Stesso e che voi venite veramente istruiti  solamente da esseri di Luce attraverso i quali può fluire la Corrente del Mio Spirito. Poi coincidono  anche tutti i risultati, voi p e r c e p i r e t e l a V e r i t à - premesso che voi pretendiate seriamente  la Verità.

Amen.

Bertha Dudde 4 luglio 1965

Ogni giorno la provvidenza di Dio sorge prima del Sole.



Nella vita del santo Padre Pio di Pietrelcina si racconta che molte volte aveva problemi per pagare le spese degli operai del grande complesso ospedaliero della Casa Sollievo della Sofferenza che si stava costruendo a San Giovanni Rotondo. Ma lui confidava sempre nella divina provvidenza e non fu mai deluso. Guglielmo Sanguinetti o Carlo Kisvarday, suoi intimi collaboratori, erano testimoni di come, frequentemente, all’ultimo momento arrivava un aiuto per posta o si presentava qualche benefattore. Non mancò mai l’essenziale per trovare una soluzione ai problemi più urgenti. Per questo, confidare nella divina provvidenza è sempre un buon affare, poiché Dio non si lascia mai vincere in generosità né permetterà che siamo defraudati. A volte può tardare, per farci sentire di più la necessità di ricorrere a lui, ma, alla fine, tiene sempre fede alla sua promessa e viene sempre in nostro soccorso in tutte le nostre necessità. 

Signore mio Dio, eleva la mia anima da queste tenebre alla Tua luce



Signore mio Dio, 
eleva la mia anima
da queste tenebre alla Tua luce,
avvolgi la mia anima 
nel Tuo Sacro Cuore,
nutri la mia anima con la Tua Parola,
ungi la mia anima 
col Tuo Santo Nome,
prepara la mia anima 
ad udire la Tua parola,
soffia il Tuo dolce profumo 
sulla mia anima, vivificandola,
incanta la mia anima per dilettare 
la Tua Anima;
Padre, adorna me, Tua figlia,
distillando la Tua mirra pura sopra di me,
Tu che mi hai preso 
nella Tua Corte Celeste
dove sono assisi tutti gli Eletti,
Tu mi hai mostrata ai Tuoi angeli,
ah, che cosa può chiedere di più la mia anima?
il Tuo Spirito mi ha donato la vita
e Tu, che sei il Pane Vivente,
mi hai ridonato la vita,
Tu mi hai offerto da bere il Tuo Sangue
perché possa partecipare eternamente
con Te al Tuo regno
e vivere sempre e per sempre;
Gloria all’Altissimo! 
Gloria al Santo dei Santi,
Lodato sia nostro Signore,
Benedetto sia nostro Signore,
poiché la Sua Misericordia 
ed il Suo Amore
si estendono di generazione in generazione e per sempre;
amen;

lunedì 24 febbraio 2020

SULLA PREGHIERA



LA PREGHIERA VOCALE 

***
I quattro tipi di preghiera vocale 


a)  L’Adorazione 

Magnus Dominus et laudabilis nimis, et magnitudinis eius non est finis: Grande è il Signore e grandemente da lodare, e della Sua grandezza non c’è fine (Sal. 144). Il primo sentimento che ci è necessario, quando innalziamo il cuore a Dio, è l’adorazione, perché l’adorazione è nient’altro che ‘il riconoscimento della Sua altissima sovranità e della nostra più profonda dipendenza’ (Bossuet in conformità alla Tradizione). 

Dio ha creato tutto per Sé Stesso ( Prov. 16.4). Per questo, tutto ciò che esiste, esiste unicamente per Lui: per glorificare la Sua infinita grandezza. L’universo irrazionale Lo glorifica partecipando alle Sue infinite perfezioni – come il Suo essere e la Sua bellezza – mentre gli esseri razionali Lo glorificano anche, e soprattutto, adoperando le loro facoltà spirituali, che sono l’intelligenza e la volontà, per conoscerLo e per amarLo. L’adorazione è un tipo di amore per Dio; di fatti, come abbiamo appena accennato, è il primo atto che conviene a colui che prega. 

Gli essere razionali sono in dovere di adorare e di lodare Dio non solo per conto loro, ma anche in nome dell’universo irrazionale intiero, prestandogli una lingua, per così dire, per glorificare il loro Creatore e Dio in modo più adeguato e degno. I santi del Cielo, prostrati davanti al trono del Padre Eterno, tremando di un santo e gioioso timore, Gli offrono onore e gloria per tutta l’Eternità; gli angeli, velandosi la faccia colle ali, tutti penetrati di uno spirito irresistibile di amore e riverenza, cantano l’inno che non cadrà mai silenzioso: Sanctus Sanctus Sanctus! Finalmente la santissima Madre di Dio, l’Immacolata e tutta Pura Madonna, Regina degli uomini e degli angeli, canta il Magnificat, Lei il cui essere tutto e la vita tutta non fu, e non è altro che un unico atto di adorazione umile e reverenziale di Dio (Padre Nikolaus Gihr nel suo libro insigne Il Santo Sacrificio della Messa). 

‘Glorificate il Signore quanto potete, poiché Egli supererà la nostra lode di gran lunga, e la Sua magnificenza è ammirevole. Benedicendo il Signore, esaltateLo quanto potete, poiché Egli è al di sopra di ogni lode’ (Ecclesiasticus 43.32-33). Dio merita di fatti un’adorazione infinita, che può offrirGli solo il Suo Divin Figlio. Le Sue creature, essendo finite, non sono in grado di prestarGliela, ma solo di unirsi all’atto di adorazione infinita del Padre da parte del Figlio Suo, ossia a quell’atto che è la Santa Messa: il Santo Sacrificio del monte Calvario prolungato attraverso il tempo, dove l’adorazione culmina nel suo atto principale che è il sacrificio. 

Ripetiamo ora ciò che abbiamo già scritto nel prefazio, che cioè ciascuno dei tipi di preghiera si può concretizzare anche in modo puramente meditativo, cioè come intenzione di azione. Scrive Padre Gihr in merito all’adorazione in particolare: ‘In tutti i tempi ed in tutti i luoghi bisogna tenere Dio davanti agli occhi, essere consapevoli della Sua benedetta presenza, ed in seguito essere profondamente penetrati di uno spirito di riverenza e di adorazione profondo. Allora le nostre preghiere saranno ripiene di raccoglimento e di devozione, le nostre opere perfette e sante, la nostra conversazione circospetta ed edificante, i nostri pensieri nobili e casti, i nostri desideri puri e celesti, il nostro intiero comportamento sarà modesto e senza alcuna pretesa’. 

b)  La Petizione 

i)  In genere 

Il Catechismo di Trento distingue due parti principali della preghiera: ‘la domanda ed il ringraziamento da cui, come dal capo, derivano le altre’. Questi due tipi di preghiera, uno che anticipa un beneficio di Dio, e l’altro che lo segue, sono come i due bracci di una bilancia che devono essere in equilibrio. È un difetto umano di chiedere una cosa, anche con insistenza e con fervore, e, quando viene data, di afferrarla senza molto ringraziare, o senza ringraziare affatto. Dei dieci lebbrosi è tornato solo uno per ringraziare il Signore.  

All’inizio di questo saggio abbiamo presentato come definizione della petizione la parola di san Giovanni Damasceno: ‘La preghiera è… la domanda a Dio di beni convenienti’. 

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: ‘Dio sa tutto ed è buono; Egli sa ciò che mi occorre e vuole darmelo, perché bisogna chiederGlielo?’. Bisogna rispondere, come s’è detto sopra, che Dio ci ha comandato esplicitamente di chiedere, colle parole: ‘Chiedete e vi sarà dato’. A ciò siamo quindi obbligati in giustizia. Difatti, vi sono molte cose che Dio ci dà senza che Gliele domandiamo, ma vi sono anche molte altre cose che Dio vuole darci, ma unicamente se Gliele domandiamo. Questi benefici sono, per così dire, legati alle domande.  

Se ci chiedessimo perché Dio ha voluto così, dovremmo rispondere che è probabilmente a causa delle molte virtù che ci acquistiamo tramite la preghiera di petizione. 

Ai motivi per pregare sopra enumerati aggiungiamo questi del Beato Charles de Foucauld: ‘E’ una conseguenza dell’amore esporre con semplicità e abbandono tutte le nostre faccende, tutti i nostri pensieri al nostro Beneamato, e quindi anche i nostri bisogni e i nostri desideri; poi… è ancora una conseguenza dell’amore che si ami ricevere dal proprio Beneamato, che si ami vedere moltiplicarsi smisuratamente i propri debiti verso di Lui, che si ami dovere tutto a Lui, ricevere tutto da Lui e niente da nessun altro, il che comporta naturalmente che si chieda; poi… se il cuore che ama trova la sua gioia nel dare a quest’essere amato, gli è ancora più dolce dare a quest’essere amato quando chiede, piuttosto che quando non c’è domanda da parte sua: noi quindi dobbiamo fare questo favore al Cuore di Nostro Signore Che ci ama tanto. Il cuore di chi ama non conosce nulla di più dolce che l’esaudire le domande di colui ch’egli ama’. 

ii)  L’oggetto della Petizione 

Torniamo alla definizione di san Giovanni Damasceno e chiediamoci: cosa conviene domandare? Come abbiamo già osservato, la Gloria di Dio è il fine ultimo e la ragione di essere di tutte le cose, anche della preghiera; quindi dev’essere questo il primo scopo del nostro pregare. Ciò è già chiaro nella preghiera che il Signore Stesso ci ha dato personalmente, il Pater Noster, in cui le prime tre petizioni sono per la Gloria di Dio, e le seconde tre per le necessità degli uomini. Anche la soddisfazione di queste necessità, infatti, avrà l’effetto di accrescere la Sua propria gloria. 

Ma cosa deve chiede re per sé stesso l’uomo? Cosa gli conviene? In ultima analisi, conviene Dio Stesso, ossia, nelle parole del certosino Padre Augustino Guillerand: ‘EsserGli uniti, essere trasformati in Lui, possederLo ed esserNe posseduti, essere con Lui nei rapporti d’intimità che Lo uniscono a Lui Stesso, divenire Suo figlio attraverso una comunicazione quanto più completa possibile del Suo Spirito d’Amore, e partecipare alla gioia e alla vita che è la Loro gioia e la Loro vita, la Gioia Stessa e la Vita Stessa’. 

Questo ci conviene dunque come nostro fine ultimo (il nostro fine ultimo ‘soggettivo’); ma ci convengono anche i mezzi per raggiungere questo fine, ossia ‘la Fede, il timore, e l’amore di Dio’ nelle parole del Catechismo di Trento, o, concretamente, la Sua grazia: la Sua luce per conoscere, e la Sua forza per compiere la Sua volontà. 

In una p arola, come dice sant’Agostino: ‘Chiedi la gloria del Cielo e quelle cose che ti aiutano a raggiungerla: chi desidera altro desidera nulla’. Osserva il beato Ludolfo il certosino: ‘Dal trono della Sua gloria ci accorda tutto ciò che chiediamo nel Suo nome, ossia per la nostra salvezza, poiché il Suo nome significa Salvatore’. 

Chiaramente la Sua Volontà comprende non solo la pratica della Carità verso di Lui e verso di noi stessi, ma anche verso il prossimo. In questa ottica, il Catechismo di Trento esprime l’oggetto della preghiera di petizione nei termini seguenti: ‘Il nostro bene spirituale, e quanto utile ai comodi della vita, viene chiesto solo in quanto necessario; e chiediamo non solo per noi, ma per tutti: la Chiesa, il clero, i governanti, i parenti, gli estranei, i fedeli, gli infedeli, gli amici, e i nemici’. 

Occorre essere ambiziosi nella preghiera. Sant’Agostino domanda: ‘Quanto chiederesti se un re ti dicesse: ‘Chiedi tutto ciò che vuoi’? Ma adesso te lo chiede Iddio, Che è infinitamente potente e ricco’. San Matteo scrive (Mt. 21.22): ‘Tutto quello che chiederete con Fede nella preghiera, lo otterrete’. ‘Se non riceviamo, è perché ci è mancata la Fede’, fa notare il Beato Charles de Foucauld, ‘o perché abbiamo pregato troppo poco, o perché sarebbe male per noi che la nostra domanda venisse esaudita, o perché Dio ci dà qualcosa di meglio di ciò che chiediamo… mai però accade che noi non riceviamo ciò che chiediamo perché la cosa è troppo difficile ad ottenersi: nulla è impossibile… non esitiamo a chiedere a Dio le cose più difficili, come la conversione dei grandi peccatori, di popoli intieri: tanto più, anzi, chiediamoGliele quanto più sono difficili, con la Fede che Dio ci ama appassionatamente e che più un dono è grande, più colui che ama appassionatamente ama farlo: e chiediamo con Fede, con insistenza, con amore, con buona volontà… E stiamo sicuri che se chiediamo così e con sufficiente costanza noi saremo esauditi, ricevendo la grazia domandata oppure una migliore… Chiediamo dunque arditamente a Nostro Signore le cose più impossibili a ottenersi, quando esse sono per la Sua gloria, e stiamo sicuri che il Suo Cuore tanto più ce le concederà quanto più umanamente s embrano impossibili: perché dare l’impossibile è dolce al Cuore di Chi ama, e quanto non ci ama Lui?’ 

iii)  I benefici della Preghiera di Petizione  

Abbiamo già parlato del beneficio della preghiera in genere per il soggetto; adesso vogliamo parlare del beneficio della preghiera (di petizione) per altri. 

Nella Sacra Scrittura leggiamo come Dio ha misericordia di una moltitudine di persone a causa di un piccolo numero di giusti che trattengono la sua ira con la loro buona vita e la loro preghiera.  

Vogliamo citare due passi della Sacra Scrittura in proposito. In Genesi 18.23 leggiamo le parole seguenti sulla distruzione di Sodoma: ‘Abramo Gli si avvicinò e Gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?» …Finalmente il Signore dice: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci»’. 

Si può osservare a quel punto che forse, se il Signore avesse trovato un giusto solo nella  città, l’avrebbe risparmiata. 

In Ezechiele 22.30-31 il Signore parla: ‘Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e lo ergesse sulla breccia di fronte a Me, per difendere il paese perché Io non lo devastassi, ma non l’ho trovato. Io rovescerò su di essi il mio sdegno: li consumerò con il fuoco della mia collera: la loro condotta farò ricadere sulle loro teste’. 

San Giovanni d ’Avila si riferisce a questo brano dicendo che nell’ora della nostra morte sapremo che, se il Signore ci ha mandato la peste, le sconfitte per mano degli infedeli, le eresie, e tanti mali corporali e spirituali, la ragione è che, avendo cercato uomini di preghiera che si mettessero tra Lui e il Suo popolo per addolcire la Sua ira, non li ha trovati. 

A questo riguardo vogliamo richiamare il libro di Esther, la regina che, solo tramite la preghiera, ha potuto salvare tutto il popolo ebreo. Secondo l’interpretazione spirituale dei Padri della Chiesa, Esther, il cui nome significa ‘nascosta’, rappresenta l’anima santa che porta tutta la sua bellezza all’interno dove è ignorata dagli uomini, e che abita nel palazzo del gran Re, cioè nell’intimità di Dio. Ogni volta che c’è bisogno, l’anima santa si reca accanto a Lui, appoggiata come Esther su una serva che è la purezza, e seguita da un’altra che è l’umiltà, e la loro potenza presso il loro Signore è tale che riescono ad ottenere ciò che sembrava impossibile agli altri. 

Nelle vite dei santi vediamo esempi notevoli della potenza della preghiera. Santa Geltrude chiese al Signore di non condannare alcuna anima in un certo giorno. Il Signore rispose: ‘Sai quanto è grande il favore che mi chiedi?’ Ma le ha accordato quel favore. Un altro esempio notevole si legge nella Vita di santa Teresa d’Avila che tramite una sola preghiera infuocata ha convertito diecimila eretici. 

Un esempio meno conosciuto è la salvezza della città francese d’Anvers nell’anno 1622, quando fu minacciata da una flotta del principe Maurizio di Nassau. La madre superiora del convento delle Carmelitane di quella città, informata miracolosamente del pericolo, chiamò le sue figlie per pregare con lei durante la notte. Dopo un certo tempo rinviò le suore nelle loro celle e continuò a pregare da sola. All’indomani mattina una delle suore andò a trovare nella sua cella la madre superiora, che le disse: ‘Ahimè figlia mia, come sono affaticata, mi pare che il mio corpo sia tutto rotto: ho combattuto tutta la notte, mi hanno sforzato a pregare; non potevo più sostenere le mie braccia verso il cielo e comunque mi ripetevano incessantemente: “Prega ancora, ancora, ancora”. Se io avessi sconfitto tutta una milizia non sarei più esaurita’. Continuò a pregare fino a quando sentì una voce dal cielo che disse: ‘È fatto’. Poi rimase calma e tranquilla. 

Due ore più tardi si venne a sapere che durante questa preghiera fervente si era alzata una tempesta così violenta ed un vento così gelido che la flotta nemica che minacciava la città era perita in un attimo. Il principe di Nassau fu stranamente sorpreso che, essendo partito con un tempo calmo e sereno, si fosse alzato in un solo attimo una tempesta così violenta ed un gelo così acuto. Il naratore di questo episodio, tratto dalla vita della venerabile madre Anna di san Bartolomeo, termina con queste parole: ‘La città di Anvers ha visto, tramite questo avvenimento felice, come un’anima santa sia più potente con la forza delle sue preghiere che una milizia con le sue armi’.  

Non pretendiamo di essere al livello di queste sante, ma occorre pregare molto, e pregare molto per la salvezza degli altri. Solo sull’orlo dell’eternità sapremo quante persone abbiamo potuto salvare in collaborazione con la Grazia di Dio. 


c)  Il Ringraziamento 

Come osserva Padre Nikolaus Gihr, ci sono varie circostanze che aumentano il valore di un beneficio ed obbligano il recipiente ad una maggiore gratitudine: la nobiltà ed il pregio del dono, la sua utilità, la frequenza con cui viene dato; la dignità, la generosità, e l’amore del donatore; la viltà, la miseria, e l’indegnità del recipiente. Tutte queste circostanze caratterizzano in modo eccelso i benefici che Dio elargisce ogni giorno sugli uomini: i benefici naturali, ma soprattutto quelli sovrannaturali che culminano nel dono del Suo Stesso Figlio. ‘Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma Lo ha dato per noi’, scrive san Paolo (Rom. 8.32), ‘come potrà non donarci ogni cosa insieme con Lui?’  

Questi benefici non ridondano in alcun modo a Suo vantaggio, in quanto Lui è infinitamente ricco di ogni bene e felicità, bensì vengono elargiti dalle viscere della Sua infinita Bontà e Misericordia unicamente per rendere felici le Sue creature nel tempo e nell’Eternità.  

L’ oggetto principale del nostro ringraziamento dev’essere dunque il dono che l’Uomo-Dio ha fatto di Sé Stesso a noi; tutte le Grazie che ci ha dato, cominciando col santo battesimo; tutti i doni naturali come la nostra famiglia, i nostri amici, i nostri talenti; tutte le nostre gioie, ma anche le nostre sofferenze, poiché anche queste vengono previste da Dio per il nostro maggior bene. 

Comunque possiamo dire con Padre Gihr (nello stesso libro) che un oggetto di ringraziamento ancor più sublime del dono del Divin Figlio a noi è la Gloria stessa di Dio. Questo è di fatti l’oggetto di ringraziamento che ci viene proposto nella preghiera Gloria in excelsis Deo durante la Santa Messa: Gratias agimus Tibi propter magnam gloriam Tuam 1 . ‘Dio è di per Sé Stesso’ scrive l’autore, ‘cioè secondo la Sua natura, infinitamente glorioso, infinitamente degno di gloria, assolutamente glorioso, la stessa Gloria increata. È questa Gloria interna di Dio eternamente immutabile ed impenetrabile che dobbiamo ammirare, lodare, adorare; può costituire anche un oggetto di ringraziamento per noi, in quanto mediante l’amore perfetto di Dio, la divina Gloria diviene in un certo qual modo nostro possesso e fonte per noi di una santa gioia… Niente piace o diletta di più un’anima amante che la considerazione dell’infinita Maestà, Bellezza, Bontà, Santità, Saggezza, Potenza, e Misericordia di Dio; quindi non ci deve sorprendere che l’anima prorompa in un canto gioioso di gratitudine a causa della grande, cioè eterna ed infinita gloria di Dio’.      

Occorre dunque ringraziare Dio, anzi ringraziarLo sempre e dappertutto: dignum et justum est, aequum et salutare, semper et ubique gratias agere; occorre vivere in un atteggiamento costante di gratitudine. ‘In ogni cosa rendete grazie’, ci ammonisce san Paolo (1Tess. 5.18), ‘questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi’.  


d)  L’Espiazione 

Da quando il peccato è entrato nel mondo, occorre espiare (o riparare) l’offesa che ha recato all’infinita Maestà di Dio. L’espiazione adeguata e definitiva per il peccato, quello Originale e tutti i peccati successivi ad esso, fu compiuta da Nostro Signore Gesù Cristo sul duro legno della Croce, ma ogni singola persona è tenuta ad espiare personalmente i propri peccati unendosi a quell’espiazione. 

L’espiazione personale si compie in primo luogo nel sacramento della Penitenza mediante la confessione e la contrizione; in secondo luogo nelle preghiere per la misericordia di Dio e negli atti di contrizione al di fuori del sacramento, come l’Atto di dolore. La contrizione si può concretizzare anche in quell’atteggiamento di umiliazione e di dolore costante per i propri peccati che si chiama ‘compunzione’: un atteggiamento salutare che fa riversare sull’anima la Misericordia infinita di Dio: Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. 

Un altro modo per espiare è di vivere, cioè di agire e di patire, con un’intenzione espiatoria. Possiamo distinguerne due livelli. Il primo livello è la coraggiosa accettazione di tutti i disagi e contrattempi della vita, di tutte le tribolazioni e le sofferenze che Dio nella Sua Divina Saggezza vorrà mandarci; il secondo livello è l’offerta a Dio di tutte le nostre sofferenze e gioie, di tutta la nostra vita passata, presente, e futura. Si ricorda la parola di san Paolo (Rom. 12.1): ‘Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Questa offerta è un sacrificio, quindi, che si accompagna, nel caso di alcune anime generose, col voto di vittima: cioè il voto di immolarsi completamente a Dio come vittima di espiazione’.   

Il momento ed il luogo più adatti per esprimere esplicitamente l’intenzione espiatoria è il Santo Sacrificio della Messa. In questa circostanza il fedele, sia celebrante sia assistente, può unire sé stesso e tutta la sua vita all’atto supremo di espiazione del monte Calvario. L’intenzione viene espressa idealmente all’offertorio; e/o all’immolazione e all’elevazione della Vittima Divina durante il canone; e/o al tempo della Santa Comunione e del ringraziamento come scambio di amore con Dio Che a Sua volta Si è dato completamente a noi. 

Vivere coll’i ntenzione espiatoria è vivere nello spirito di sacrificio. In questo modo di vivere si uniscono due forme di preghiera vocale, cioè l’espiazione e l’adorazione, in quanto, come abbiamo già fatto notare, l’adorazione culmina nel sacrificio. 

Abbiamo già osservato che la Santa Messa è la preghiera vocale per eccellenza, in quanto comprende in modo eccelso tutti e quattro i tipi di tale preghiera. Aggiungiamo ora che essa è questo pure nell’unico modo veramente degno di Dio, cioè in modo infinito, in quanto la Santa Messa rende a Dio, da parte del Suo Divin Figlio, un’opera infinita di adorazione, di petizione, di ringraziamento, e di espiazione. Di questa opera si rende partecipe la Chiesa nella persona del suo ministro, il sacerdote. Quanto alla nostra preghiera vocale personale, essa ha valore solo in quanto unita alla Sua. Per questo conviene unirla alla Sua in modo anche consapevole: durante la Santa Messa e poi nel corso della nostra vita intiera. 

Padre Konrad zu Loewenstein

LA VITA DELLA MADONNA



Secondo le contemplazioni 
della pia Suora STIGMATIZZATA 
Anna Caterina Emmerick 


In viaggio verso il tempio 

Sull'arco della porta della casa di Anna vedemmo il gruppo partire alla volta di  Gerusalemme. Era ancora notte. La Santissima Vergine indossava quell'abito gialliccio  ricevuto dai sacerdoti per la prima fase d iniziazione, e si era avvolta nel suo gran velo  che circondandole strettamente il corpo formava due rigonfiamenti in cui manteneva le  braccia distese. Gioacchino conduceva l'asino dov'era seduta Maria Santissima, mentre  si appoggiava ad un alto bastone alla cui sommità aveva un gran nodo di forma  circolare come il classico bastone dei pellegrini. Anna lo precedeva di alcuni passi con  la piccola Maria di Cleofa e una serva. Altre donne e ragazzi, tutti parenti,  accompagnarono Anna per un tratto di cammino; poi, man mano, li vidi prendere la  loro strada. Era con loro anche uno dei sacerdoti. Il piccolo corteo illuminava il  tragitto tenendo le fiaccole accese. il chiarore delle fiamme si perdeva nello splendore della sacra Famiglia. Mi sembrò di camminare a fianco di Maria Santissima e dei  fanciulli-profeti che spesso intonavano il salmo: Eructavit cor meum verbum; ed il  nono: Deus deorum dominus locutus est, che dovevano essere cantati da due cori  quando la fanciulla sarebbe entrata nel tempio. Quando si affacciò l'alba, la comitiva si  fermò ai piedi di una collina, nei pressi di una fonte che dava vita ad un ruscelletto vicino ad un prato. In questo luogo i viaggiatori si riposarono presso un cespuglio di  erbe balsamiche, che dopo raccolsero in alcuni vasi. Mangiarono col pane della frutta  o bacche che crescevano sulle vicine siepi. Frattanto i fanciulli-profeti erano scomparsi  dalla mia vista interiore. Compresi però che la piccola Vergine continuava a vederli  con la fantasia propria di tutti i fanciulli, o come alcuni casi di adulti che vedono  comparire le immagini dei Santi e delle Sante senza che siano visibili agli altri. il  gruppo entrò in una casa isolata nella campagna, abitata dai parenti che accolsero i  viaggiatori affettuosamente, offrendo loro cordiale accoglienza e rinfreschi. La piccola  Maria di Cleofa fu rimandata indietro alla sua abitazione; non ne conosco il motivo.  Dopo poco i viaggiatori ripresero il faticoso cammino sui monti e attraverso le valli  nebbiose e ingombre di vapore, dove non si conserva traccia alcuna di vegetazione, al  di fuori di alcuni rari luoghi su cui splende la luce del sole. Essi tennero durante il  viaggio la stessa direzione che avrà Gesù tempo dopo, quando nel settembre del suo  trentesimo anno partirà da Nazareth alla volta di Betania per farsi battezzare da  Giovanni. Sempre la stessa direzione terrà anche la Sacra Famiglia nella fuga da  Nazareth verso l'Egitto. Questo tragitto è disseminato da numerosi paesi sparsi nella  vastità del paesaggio. La Famiglia si riposò a Nazara, un piccolo villaggio fra  Massaloth ed una città posta sopra un alto monte. Questa fu la prima tappa. La città  aveva mancanza d'acqua e perciò gli abitanti erano costretti a portarla dalla pianura  con delle vasche legate da funi. L'ospizio dove i viaggiatori chiesero alloggio era posto  ai piedi del monte. 

Il 4 novembre 1821 Suor Emmerick proseguì il suo raccontò. 
Questa sera vidi giungere ad una locanda non molto distante da Gerusalemme  Gioacchino, Anna e la Beata Vergine Maria, erano preceduti da un'ancella e dal servo.  Quest'albergo era solito ospitare i mandriani che conducevano al tempio le offerte  sacrificali di Gioacchino. Vidi Maria Santissima dormire insieme con la madre. In  questo giorno fui tanto occupata nel pensare alle anime infelici dei peccatori che  dimenticai molte cose relative al viaggio di Maria. 

Il 5 novembre 1821, Anna Caterina disse: 
"Questa sera ho veduto i santi Viaggiatori giungere nella città di Bethoron che si trova  vicinissima a Gerusalemme. La città sorge ai piedi di un monte. Prima di arrivarvi  attraversarono un fiume che sbocca in mare, in vicinanza di un paese dove Pietro  predicherà poco dopo la discesa dello Spirito Santo. Questa città è a sei ore di  cammino da Gerusalemme. Bethoron è abitata da leviti; nei suoi dintorni vegetano  rigogliose viti e piante da frutta. La santa Famiglia fu ospitata da amici; il padrone era  un maestro che teneva nella sua casa una scuola di leviti. Fu grande il mio stupore nel  veder qui riuniti nuovamente tutti i parenti di Anna e molte di quelle donne partite da  Nazareth, Sephoris e Zabulon; essi, dopo aver assistito all'esame della Santa Vergine,  si erano affrettati per vie più brevi a raggiungere Gerusalemme per preannunciarvi e prepararvi l'arrivo della santa Famiglia. Vidi pure la sorella maggiore della  Madonna con Maria di Cleofa, partite da Sephoris, altre persone e numerosi fanciulli.  Maria fu fatta sedere su una specie di trono e venne interrogata dal maestro della  scuola e da altri astanti su diversi argomenti, dopo di che le posero una corona sul  capo. Ascoltai che discorrevano anche di un'altra fanciulla molto savia di nome Susanna, che poi sarà tra le pie donne che seguiranno il Redentore. Questa ragazza aveva  lasciato il tempio proprio in quei giorni per ritornare dai suoi genitori, Maria  Santissima l'avrebbe sostituita coprendo il numero ammesso delle fanciulle. Susanna  aveva lasciato il tempio all'età di quindici anni, aveva circa dodici anni più di Maria;  era entrata nel tempio come Anna all'età di cinque anni. La Santa Vergine si sentiva  molto felice di trovarsi così vicina al tempio. Suo padre piangeva e se la stringeva al  petto continuando a dire: "Oh! Figlia mia, forse non ti rivedrò più". Frattanto il  banchetto era pronto e tutti presero posto, vidi la piccola Maria che correva per la sala  e spesso cingeva al collo sua madre con le sue deliziose manine". 
Il 6 novembre Anna Caterina comunicò il seguito delle sue visioni: 
"La santa Famiglia riparti per Gerusalemme, muovendo da Bethoron. Ad essa si  associarono i parenti con i rispettivi figli, portando con loro i doni per Maria, vestiti e  frutta. Mi sembrò che in quei giorni si svolgesse a Gerusalemme una grande festa. Nel  viaggio non passarono né da Ussen Scheera e neppure da Gofria, bensì nelle vicinanze  di questi luoghi". 

Vieni a Me prima del tramonto e prima che le ombre della notte cadano come un velo su di te, vieni a Me, non lasciarMi ancora nello sgomento fino a domani;



Generazione! come un amante che insegue la sua amata, Io vado dovunque cercando con quali mezzi potrei farvi Miei per l’Eternità; generazione, mostraMi che dietro il tuo muro posso ancora trovare un amico fedele ... anche se non trovo nessuno, un titubante amico ... e Io cambierò la tua falsità in parole sincere così che il Giorno della calamità non ti colpisca; amico! tu che ancora esiti tra il male ed il bene, non essere tiepido! non hai ancora capito che il Mio Cuore soffre per Amore? vieni e ascolta i Battiti del Mio Cuore, ogni Battito è un magnifico cantico d’Amore per te, amico; un richiamo d’Amore Geloso dell’Amore;

vieni a Me prima del tramonto e prima che le ombre della notte cadano come un velo su di te, vieni a Me, non lasciarMi ancora nello sgomento fino a domani; vieni prima che la Tempesta ed il Fuoco vengano a spargervi come paglia al vento; vieni a Me e Io veglierò su di te, anima, nei giorni di sgomento; lascia che ti senta, anima, lasciaMi sentire il rumore del tuo passo, lasciaMi udire la tua voce prima del crepuscolo…2 il fico è maturo e presto mangerete i suoi primi frutti... beato te che ora hai fame, perché sarai saziato;

l’Amore vi ama, la Mia Casa è la vostra Casa; gettatevi fra le Mie Braccia e colmerò la vostra aridità con la Mia ondata d’Amore;

venite, Io, Gesù, vi amo senza limiti;

3 Aprile, 1990

SAN PIO V IL PONTEFICE DELLE GRANDI BATTAGLIE



IL CARDINALE 

***
Affari molto complicati richiedevano allora l'intervento del cardo Alessandrino. Parecchi vescovi francesi non rifuggivano dal compromettersi cogli Ugonotti; anzi nell'adunanza di Poissy avevano si debolmente difesa la verità e tradito a tal punto il loro dovere, che l'ambasciatore fiorentino dovette esclamare: “Non si sa, se questi vescovi francesi amino tanto essere sconfitti, quanto desiderano i protestanti vincere” 1 . 
   Otto di essi attiravano in modo speciale l'attenzione degli inquisitori: Giovanni di Chaumont, di Aix; Caracciolo, di Troyes; Giovanni di Montluc, di Valence; quelli di Chartres, di Dax, d'Oloron, d'Uzès, anch'essi favorevoli alla Riforma, e infine Louis d'Albret, vescovo di Lescar, che il clero e i fedeli denunciavano come transfuga, per il fatto che osava far predicare in sua presenza un domenicano spretato, Henri de Barreau, adultero ed eretico. Il Nunzio aggiungeva ai suoi rapporti ufficiali questo particolare piccante: era andato egli stesso a Pau, vestito da borghese, allo scopo di ascoltare questo religioso deviato e gli aveva fatto delle obiezioni, mettendo in evidenza i suoi errori. 
   A Roma si conoscevano pienamente le cose già da quattro anni. Pio IV non cedette di certo a un'impressione subitanea, quando sul principio del 1563 “ammoni i cardinali dell'Inquisizione di procedere contro i vescovi francesi, accusati d'eresia” 2 . I lamenti assai forti del nunzio Prospero di S. Croce, che si faceva portavoce del malcontento dei cattolici francesi per la lentezza della S. Sede, e la gravità dei documenti raccolti dal Grande Inquisitore, indussero il Papa a prendere le debite misure. Un conflitto tra il re di Francia e il capo della cristianità era inevitabile. 
   Appena il Ghislieri (13 aprile 1563) ebbe citati canonicamente gli otto vescovi “a presentarsi entro sei mesi presso il S. Ufficio per discolparsi del sospetto d'eresia, sotto minaccia di scomunica, sospensione e privazione di ogni beneficio”, entrò in gioco Caterina de' Medici. Essa invocò “le franchigie e la libertà della Chiesa gallicana”, e tendeva a trasformare una questione puramente religiosa, in una questione politica, che metteva in gioco l'onore e i diritti della corona. Invano il Nunzio sosteneva, col diritto del buon senso, che un vescovo non poteva essere calvinista, e che il Concordato riservava alla S. Sede il giudizio delle cause più gravi; Caterina replicava che “fuori di Francia non s'era mai fatto alcun processo d'un vescovo e suddito francese, e quand'anche l'accusato ammettesse una cosa simile, il re non vi avrebbe mai acconsentito”, Del resto, soggiungeva, manderemo a Roma un ambasciatore, per trattare la questione. 
   Per colmo d'impudenza, fu scelto come ambasciatore Noailles, uno dei vescovi accusati. Come a Roma fu saputa la cosa, il cardo Alessandrino persuase il Papa a non ricevere come ambasciatore una persona che era accusato dall'Inquisizione, e a non accordargli gli onori e le immunità, se non dopo una sentenza d'innocenza. 
   Questo fatto indusse Filiberto de la Bourdaisière, cardinale francese residente a Roma, a scrivere (9 ottobre 1563) al Noailles che si fermasse a Lione o si rifugiasse nella Savoia, dicendogli, che se voleva essere suo amico, non si recasse a Roma. 
   Frattanto Carlo IX, informato delle intenzioni della S. Sede, con una lettera piuttosto forte incaricò il Bourdaisière di far le sue rimostranze. Ma il cardinale e il suo collega de Lorraine, più circospetti, si limitarono a presentare delle osservazioni piene di ossequio, e a far abilmente capire che non conveniva alla dignità del Papa pronunziare una sentenza che poteva essere revocata “a tutti i parlamenti del regno”. L'Alessandrino aveva però già premunito il Pontefice contro ogni sentimento di timore. Noailles non fu riconosciuto come ambasciatore, e gli inquisitori ebbero facoltà di proseguire nelle loro citazioni. 
   La questione fu dunque proposta nel nuovo concistoro. Il 22 ottobre 1563 Pio IV radunato il Sacro Collegio, diede subito la parola al cardo Alessandrino. 
   Questi si scusò di non avere un'eloquenza proporzionata all'importanza degli incidenti che si dovevano deplorare e, dopo aver tracciato un triste quadro dei progressi fatti dal calvinismo in Francia, discusse giuridicamente il caso specifico dei vescovi accusati. Constatò anzitutto che i vescovi citati regolarmente a comparire, non si erano presentati nel termine prefisso, riassunse per sommi capi l'accusa, e fece presenti le gravi deposizioni fatte da numerosi testimoni degni di fede. Come conclusione, propose che Caracciolo, Montluc, e D'Albret fossero ufficialmente dichiarati eretici e privati della dignità episcopale, e che Chaumont, Guillard, Saint-Gelais e Régin non potessero più governare le loro diocesi, qualora non avessero prima scontata la loro contumacia e dimostrato un vero pentimento 3 . 
   Gli argomenti del Grande Inquisitore furono cosi serrati e convincenti, che Bourdaisière scrisse al Noailles: “Il Papa non avrebbe potuto sospendere la sentenza, senza suscitare rumore e scandalo”. Il Sacro Collegio, tranne due cardinali, approvò quanto aveva detto l'Alessandrino, e allorché Bourdaisière propose una dilazione, la proposta fu respinta. Lo stesso Pontefice volle quindi confutare le obiezioni gallicane. Egli non intendeva già di violare il Concordato, ma aveva avocato la causa al S. Ufficio, perché non vedeva esservi in Francia alcun uomo capace di esaminarla con competenza e con la dovuta libertà; e ai diritti degli accusati opponeva giustamente l'interesse superiore dei fedeli, corrotti dalle loro dottrine. 
   I cardinali consultati risposero a Pio IV che “agisse secondo le prescrizioni del diritto”, ma sospendesse la promulgazione della sentenza, finché l'Alessandrino e gli inquisitori avessero di nuovo esaminato, quali dei vescovi fossero eretici notori e quali soltanto contumaci. 
   Allora il S. Padre, dopo aver solennemente ratificate le proposizioni del Ghislieri, in tono scherzevole gli fece notare le contraddizioni del suo protettore Paolo IV, lasciandosi andare a queste parole ironiche o almeno inattese: “Il cardinale di Napoli (il futuro Paolo IV) non si oppose alla promozione del Caracciolo, suo parente, a vescovo di Troyes, perché quel censore tanto severo verso gli altri, era poi tutto dolcezza e debolezza verso i suoi” 4 . 
   Il card. Alessandrino tacque: gli importava una cosa sola, l'aver guadagnata la causa. L'avvenire del resto gli riservava una pronta rivincita proprio sul terreno su cui Pio IV s'era messo. 
   Ma la sua parte in questa questione non era ancora finita. Il 2 novembre il cardo de Lorraine con una lettera pressante tentò di compiere presso il Papa uno sforzo supremo. 
   Il S. Padre che in fondo in fondo, secondo quanto disse l'ambasciatore di Venezia, amava poco l'Inquisizione 5 , fu impressionato da questo passo, e convocò il Sacro Collegio per vedere il da farsi. Ma l'Alessandrino intervenne di nuovo energicamente, e il Papa rispose al card. de Lorraine, che il Vicario di Cristo non poteva in coscienza lasciare in mano d'un eretico il governo d'una diocesi. 
   La Bourdaisière aveva però notato nel Papa e anche nel card. Alessandrino qualche segno di condiscendenza; cosi il 13 novembre scrisse al Noailles in termini familiari: “Il card. Alessandrino non è cosi indiavolato, come vi è forse stato dipinto. Questi signori dell'Inquisizione suggeriscono al Papa di rimettere al Concilio la vostra questione, e dicono che questo partito dovrà piacervi, atteso che voi godete l'amicizia di molti prelati francesi”. 
   Ma Noailles, stimandosi più sicuro lontano da Roma, pensò bene di non farsi vedere. Carlo IX non volle accettare per il suo suddito le decisioni della Curia romana. 
   Per suo ordine fu spedito al Papa un memoriale piuttosto complicato; il redattore del memoriale elencò con sovrabbondanza di particolari e di considerazioni storico-giuridiche i privilegi della Chiesa gallicana, terminando con questa malcelata minaccia: “Il Papa non se l'abbia a male, se il re vieta la promulgazione delle censure nel suo regno, e se permette che i prelati suoi sudditi si difendano come possono e devono contro le dette censure, in forza del diritto e secondo l'usanza dei loro predecessori” 6 . La questione si prolungò sino alla morte di Pio IV. 

*** 
Card. GIORGIO GRENTE 

I Dieci Comandamenti



Alla luce delle Rivelazioni a Maria Valtorta


Il Quinto Comandamento: “Non uccidere”.


Come viene giudicato da Dio chi abortisce? Dipende: se si pente o non si pente. 

A questo riguardo vorrei che meditaste attentamente questo stralcio di catechesi che Gesù fa quando spiega le Opere di Misericordia corporale e spirituale, a proposito del visitare i carcerati 80 , dal quale si evince che cosa è per Dio chi commette il peccato di aborto e poi lo confrontaste con lo stralcio di dialogo fra Gesù e la samaritana Fotinai, al pozzo di Sichem 81 .


8 settembre 1945. 

«[…] Perciò, non giudicando mai, siate pietosi ai carcerati. Pensate sempre che, se dovessero venire puniti tutti gli omicidi e i furti dell'uomo, pochi uomini e poche donne non morirebbero nelle galere o sul patibolo.  
Quelle madri che concepiscono e che poi non vogliono portare alla luce il loro frutto, come si chiameranno? Oh! non facciamo giuochi di parole! Diciamo sinceramente ad esse il loro nome: "Assassine".  
Quegli uomini che rubano reputazioni e posti, che li diremo? Ma semplicemente ciò che sono: "Ladri".  
Quegli uomini e donne che essendo adulteri o tormentatori famigliari dei loro congiunti li spingono all'omicidio o al suicidio, e così quelli che, essendo i grandi della Terra, portano a disperazione i soggetti, e con la disperazione alla violenza, che nome hanno?  
Eccolo: "Omicidi".  
Ebbene? Nessuno fugge? Voi vedete che fra questi galeotti evasi alla giustizia, che empiono case e città e si strusciano a noi per le strade, e dormono negli alberghi con noi, e con noi dividono la mensa, si vive senza pensarci.  
Eppure, chi è senza peccato?  
Se il dito di Dio scrivesse 82 sulla parete della stanza dove convitano i pensieri dell'uomo - sulla fronte - le parole accusatrici di ciò che foste, siete o sarete, poche fronti porterebbero scritta, in carattere di luce, la parola "innocente".  
Le altre fronti, a caratteri verdi come l'invidia, o neri come il tradimento, o rossi come il delitto, porterebbero le parole di "adulteri", "assassine","ladri", "omicidi".  
Senza superbia siate dunque misericordiosi ai fratelli meno fortunati, umanamente, che sono nelle galere, espiando ciò che voi non espiate, per la stessa colpa. Ne avvantaggerà la vostra umiltà. […] ». 

22 aprile 1945.  

[…] «Dammi di quest'acqua, se è vero che la possiedi. Io mi stanco a venire fin qui. L'avrò e non avrò più sete, e non diverrò mai malata né vecchia».  
«Di questo solo ti stanchi? Non di altro? E non senti bisogno che di attingere per bere, per il tuo misero corpo? 
Pensaci. Vi è qualcosa da più del corpo. Ed è l'anima. Giacobbe non dette solo l'acqua del suolo a sé e ai suoi. Ma si preoccupò di darsi e di dare la santità, l'acqua di Dio».  
«Ci dite pagani, voi... Se è vero ciò che voi dite, noi non possiamo essere santi...».  
La donna ha perduto il tono petulante e ironico ed è sottomessa e lievemente confusa.  
«Anche un pagano può essere virtuoso. E Dio, che è giusto, lo premierà per il bene fatto. Non sarà un premio completo, ma, Io te lo dico, fra un fedele in colpa grave e un pagano senza colpa Dio guarda con meno rigore il pagano.  
E perché, se sapete d'esser tali, non venite al vero Dio? Come ti chiami?».  
«Fotinai».  
«Ebbene, rispondi a Me, Fotinai. Te ne duoli di non potere aspirare alla santità perché sei pagana, come tu dici, perché sei nelle nebbie di un antico errore, come dico Io?».  
«Sì, che me ne dolgo».  
«E allora perché non vivi almeno da virtuosa pagana?».  
«Signore!...».  
«Sì. Puoi negarlo? Va' a chiamare tuo marito e torna qua con lui».  
«Non ho marito...».  
La confusione della donna cresce.  
«Hai detto bene. Non hai marito. Hai avuto cinque uomini ed ora hai teco uno che non ti è marito. Era necessario questo? Anche la tua religione non consiglia l'impudicizia. 
Il Decalogo lo avete voi pure.  
Perché allora, Fotinai, tu vivi così? Non ti senti stanca di questa fatica di essere la carne di tanti e non l'onesta moglie di uno solo?  
Non ti fa paura la tua sera, quando ti troverai sola coi ricordi? con i rimpianti? con le paure? Sì. Anche quelle.  
Paura di Dio e degli spettri.  
Dove sono le tue creature?». 
La donna abbassa del tutto il capo e non parla.  
«Non le hai sulla Terra. Ma le loro piccole anime, alle quali tu hai impedito di conoscere il giorno della luce, ti rimproverano. Sempre.  
Gioielli... belle vesti... casa ricca... nutrita mensa... Sì. Ma vuoto, e lacrime, e miseria interiore. Sei una derelitta, Fotinai. E solo con un pentimento sincero, attraverso il perdono di Dio, e per conseguenza il perdono delle tue creature, puoi tornare ricca».  
«Signore, io vedo che Tu sei profeta. E ne ho vergogna...».  

«E del Padre che è nei Cieli non ne avevi vergogna quando facevi il male?  
Non piangere di avvilimento davanti all'Uomo...  
Vieni qui, Fotinai. Vicino a Me. Io ti parlerò di Dio. Forse non lo conoscevi bene. E per questo, certo per questo, tu hai tanto errato 83 .  
Se avessi conosciuto bene il vero Dio non ti saresti avvilita così.  
Egli ti avrebbe parlato e sorretto...». […]. 

a cura del Team Neval 

Riflessioni di Giovanna Busolini 

PREGHIERE ALLA S. FAMIGLIA PER I BISOGNI DELLA CHIESA



O Famiglia augusta, Gesù, Maria e Giuseppe, volgete pietosa dal cielo gli sguardi della vostra pietà sulla Chiesa cattolica che attraversa al presente una tempesta così lunga e furiosa, che appena trova il riscontro nell'età passata.
O Santi Personaggi, se voi non accorrete in nostro soccorso, come potremo risorgere dal profondo abisso in cui siamo caduti? O Gesù, non sei tu il Nocchiero Maestro che guidi la grande nave? Destati dunque dal tuo sonno: comanda ai venti, e si farà una tranquillità grande. O Maria, tu sei la Regina della Chiesa, e hai avuto sempre l'ufficio di difenderla: sgomina pertanto tutte le falangi infernali e ricacciale nell'abisso; o Immacolata, fa' sentire la forza del piede verginale al drago dell'abisso, e calpestagli la superba cervice; o trionfatrice su tutte le eresie, il mondo aspetta ansioso da te la grande vittoria.

O Giuseppe, e non sei anche tu il Patrono potentissimo della fede cattolica? E può patire di più il tuo cuore di vederla così oppugnata? Tu che salvasti Gesù dalle mani di Erode, salva la Chiesa dai nuovi persecutori; tu che mandasti a vuoto le frodi di un potente, manda a vuoto le frodi di tutte le potenze, collegatesi contro la Cristianità.
O Gesù, o Maria, o Giuseppe, venite che è tempo, venite in aiuto della Chiesa, e coronatela di un trionfo così glorioso che sia proporzionato alla persecuzione fierissima che sopporta. Pater, Ave, Gloria.