LA MESSA ECUMENICA
DI PAOLO VI
Se ritorno a parlare della “Messa di Paolo VI” che Egli ha
sostituito a quella antica di 15 secoli, è perché ci sono in causa delle “ragioni”, più o meno intuibili, che la fecero apparire alla massa dei fedeli cattolici quasi come una rivelazione.
Invece, fu come lacerare il cuore, messo a nudo, della Chiesa
di Cristo!
Per questo, basti ricordare il processo usato da Paolo VI,
durato quattro anni, per preparare insensibilmente i fedeli a
quella Sua Messa, a duplice senso, condotto avanti con la
riforma dei Seminari, delle Università cattoliche, degli Ordini
Religiosi, dei libri di teologia e di catechismi, della stessa Gerarchia… È proprio il caso di dire, oggi: «quidquid latet apparebit!»...
Con una fretta che è difficile spiegare, Paolo VI aveva gettata la maschera, come se avesse intuito che ormai la massa
dei fedeli era pronta a ricevere le Sue dichiarazioni contradditorie, le Sue promesse finte, le “esperienze” e i sondaggi
d’opinione, le statistiche, il tutto coronato dagli inevitabili riferimenti al Vaticano II, il quale, però, non aveva mai pensato a un tale ribaltone della Liturgia, ma che servì, però, a dare il
pretesto a certe formule “aperte” il cui senso velato era sfuggito anche ai nove decimi dell’episcopato!
Da qui l’origine di quella “rivoluzione” post-conciliare.
Lo ha affermato anche l’arcivescovo di Birmingham, mons.
Dwyer:
«La riforma liturgica è, in senso profondo, la chiave dell’Aggiornamento. Non ingannatevi: è là che è incominciata la rivoluzione!»1.
E fu davvero... rivoluzione!
Nella Santa Messa, infatti, non c’è stato solo un rimaneggiamento, ma ce ne sono stati cento e più, in tre tappe:
– La prima; è stata “desacralizzata” la Santa Comunione: presa in piedi, in mano, distribuita da laici (anche
donne e ragazze!), fatto passare anche di mano in mano
(come anche nella celebrazione di Paolo VI, a Ginevra!2) e
anche a tavola, in pic-nic! Oh, quante e quali profanazioni
dell’Eucarestia! E questo per “permissione ufficiale” di Paolo VI!
– La seconda tappa: fu attaccato il “Sacrificio Propiziatorio”. Nel “Novus Ordo Missae”, infatti, di prima mano,
all’articolo 7, Paolo VI aveva scritto:
«La Cena del Signore, o Messa, è la santa
sinassi o assemblea del popolo di Dio che
si riunisce sotto la presidenza del sacerdote per celebrare il memoriale del Signore.
Perché vale, sopratutto, per la locale assemblea della Santa Chiesa, la promessa
di Cristo: là, dove due o tre saranno uniti
nel mio nome, Io sarò tra loro (Mt. 18,
20)».
Questa definizione (?!) della Sua “Nuova Messa” fu scritta direttamente da Lui, o, al certo, da Lui accettata e ratificata senza denunciare l’errore-eresia che conteneva quella
formula! “La Messa, cioè, è e rimane il memoriale dell’Ultima Cena” (19 novembre 1969). Una definizione di Messa,
quella di Paolo VI, che corrompeva la fede dei sacerdoti e
dei fedeli!
Inoltre, con quella definizione, Paolo VI fissava la distinzione del Sacerdozio, perché affermava che il “Sacerdozio
comune” fa del popolo di Dio il “consacratore”, mentre, invece, colui che svolge le “funzioni di prete” non è che il
“Presidente”, il direttore del rito!
Quindi, Paolo VI, vietando la celebrazione della Santa
Messa secondo l’antico rito romano, marcava la Sua volontà
di “mutamento” del rito eucaristico tradizionale per far
entrare Roma nella tradizione protestante. Una volontà,
perciò, la Sua, di far sparire la Messa di S. Pio V per ricongiungersi con le comunità protestanti.
L’idea e il progetto ecumenico furono certamente i veri
moventi di quel rovesciamento della Messa di S. Pio V, tanto
odiata da Lutero! I sei “Osservatori” non cattolici, partecipanti all’ultima riunione del “Consilium” liturgico, tutti sorridenti accanto a Paolo VI - pure sorridente! - testimoniano
quella perversa volontà di Paolo VI a rompere con la Tradizione cattolica per allineare la Chiesa Cattolica alle tradizioni protestanti!
Infatti, il “Novus Ordo” di Paolo VI è un rito polivalente, tale da essere utilizzato tanto dai cristiani cattolici che da
cristiani di altre confessioni. Tutto ciò è ormai ben noto e ben
documentato con inoppugnabili testimonianze che testificano il ruolo essenziale che quei “sei protestanti” hanno svolto nella realizzazione della riforma liturgica.
Ora, è noto che quei “sei” Osservatori protestanti3 erano stati invitati al “Consilium” incaricato della riforma liturgica, e che il 10 aprile 1970, Paolo VI s’era congratulato
con tutto il “Consilium” per aver portato felicemente a termine i lavori. Si osservi la “foto” dei “sei” con Paolo VI, e
si legga il Suo discorso con cui illustrava il senso della riforma compiuta4.
Possiamo dire, perciò, che questo “fatto” evidenzia che
la “nuova Messa” era una tappa decisiva della marcia dell’ecumenismo; un’evidenza che fu poi confermata da numerose testimonianze di protestanti che si congratularono per il
“Nuovo Ordo Missae”, proprio perché cancellava, o almeno
attenuava l’idea di “sacrificio”. I cattolici, così, si trovarono
in presenza di un rito equivoco, ma accettabile, per ragioni diverse, da cattolici e da protestanti.
Comunque, l’influenza di quegli “Osservatori protestanti” fu grande, come fu detto e ridetto. Ad esempio: sul libro:
“Rome and Canterbury through four centuries” di Bernard
Pawley, edito a Londra nel 1974, si può leggere che gli “Osservatori”, durante il Concilio furono oggetti di grandi premure e che potevano disporre di qualsiasi momento per le comunicazioni e gli scambi, come risulta appunto dai “documenti” (p. 343). In quanto alla Liturgia, l’Autore scrive:
«Il contenuto e il risultato del Decreto sulla riforma della
Liturgia hanno completamente cambiato i rapporti (“out of al
recognition”). Poiché la Liturgia Romana riveduta, ben
lungi dall’essere causa di dissenso, rassomiglia, ora, molto
da vicino alla Liturgia Anglicana. Essa ha anche dimostrato il valore, in certi casi, di un governo autoritario, perché, invece delle sofferenze e della angoscie connesse alle esperienze,
alle obiezioni e contro-obiezioni, e alla moltitudine di revisioni parallele esistenti allo stesso momento, la nuova Liturgia
Romana è sbocciata simultaneamente in tutto il mondo. Ma i
laici della Chiesa cattolica romana, tra i quali alcuni trovano i
cambiamenti troppo radicali e troppo repentini, invidiano il
laicato anglicano di avere almeno qualche possibilità di far
sentire la propria voce nel processo di cambiamento. Tra i tanti nuovi più importanti vi sono le strette corrispondenze e le
reciproche influenze in tutte le discussioni sull’argomento.
Degli Anglicani sono stati invitati a partecipare al “Consilium
liturgico”.
Il Decreto del Concilio riguardava soltanto i principii: essi corrispondono ampiamente al “Libro della Preghiere
Comune” (= Book of Common Prayer”). Tali principii sono:
a) la traduzione delle funzioni liturgiche in lingua volgare;
b) la revisione dei testi con referenza ai modelli scritturali e patristici;
c) la fine del predominio (“dominance”) del Rito Romano;
d) la “declarizzazione” dei riti e l’incoraggiamento alla
partecipazione attiva dei laici;
e) una minimizzazione (= playing-down) dell’influenza
monastica, ed un rafforzamento dei legami con il
mondo contemporaneo.
Alcune tra le osservazioni fatte dai vescovi durante i dibattiti sulla riforma del Breviario, indussero uno degli Osservatori a notare che “se dovesse continuare di questo passo,
a lungo, finiranno per scoprire che hanno inventato il
‘Book of Common Prayer!’”. Ma, in molti punti, la nuova
Liturgia, nella sua modernità, è andata oltre la Liturgia di
Crammer, malgrado un ritardo di 400 anni. E vi sono degli Anglicani che ritengono l’inglese di Crammer, tesoro della letteratura del suo tempo, tanto lontano dai modi odierni di
espressione e, di conseguenza, tanto incomprensibile, quanto
il latino liturgico. La liturgia, da motivo di dissaccordo che
era, si è così trasformata in possibilità di stimolo reciproco».
A questo punto, c’è da chiederci: ma è possibile favorire il
ritorno alla unità cristiana con una liturgia ecumenica, e cioè
equivoca e polivalente? Ma è possibile credere di poter rifare
la Chiesa partendo ancora da zero? Per noi, no! perché è da
“mens defìciens” contestare l’incontestabile! Ed è anche, tra
l’altro, un trattare la comunità cattolica da ignorante con questo imporre, arbitrariamente, una “nuova liturgia” che sa,
lontano un miglio, di ignoranza teologica e di nessuna serietà!
Non occorre, al certo, avere il genio di un San Tommaso
d’Aquino per vedere nella riforma di questa “cena” di Paolo VI - così detta, ormai, la “Messa” di Paolo VI! - la distruzione intenzionale del concetto e del valore intrinseco
del “Sacrificio Eucaristico”, della “Presenza Reale” e della
“sacramentalità” del sacerdozio ministeriale; vale a dire, in
una parola, della distruzione di ogni valore dogmatico essenziale della Santa Messa!
Mentre il Concilio Tridentino, “de fide” - durato 18 anni!
- ha impiegato, poi, oltre un secolo ad estendere la “ControRiforma”, ora, il Vaticano II, con Paolo VI, in meno di un decennio, ha liquidato tutta la Chiesa precedente e poi quella
susseguente fino a Pio XII!
E noi possiamo dire, ora, che l’“Ordo Missae” di Paolo
VI è, nel Suo senso, luterano! Il giornale “La Croix” del 26
ottobre 1967 dava questa informazione: «450 ans apres les
theses de Luther - Message de Paul VI à la Federation
Lutheriènne mondiale».
Infatti, il 31 ottobre 1517, Martin Lutero affiggeva alle
porte d’una chiesa di Wittenberg le sue tesi sulle indulgenze,
e questo suo gesto fu considerato come il punto di partenza
della Riforma protestante. Ora, il 450° anniversario di quell’avvenimento venne commemorato in tutto il mondo. La Federazione luterana mondiale lo celebrò, dal 29 al 31 ottobre, a
Lund, in Svezia. Mons. Willebrands, allora segretario del Segretariato per l’Unità, vi RAPPRESENTÒ LA CHIESA CATTOLICA, tenendo una conferenza nell’aula magna dell’Università. In quella occasione, Paolo VI inviò al Presidente
della Federazione, Dott. Schiotz, un messaggio in cui diceva:
«Come ciascuno di Voi, NOI siamo dispiaciuti che la cristianità occidentale sia stata divisa per 450 anni. NOI NON BIASIMIAMO ALCUNO DI NOI PER QUESTO TERRIBILE SCISMA. Noi, piuttosto, proveremo di trovare il mezzo di restaurare l’unità perduta».
Com’è chiaro, qui, Paolo VI non parla di un Lutero responsabile di quello “scisma”, e neppure di una responsabilità divisa con la Chiesa cattolica, ma dice solo di “trovare un
mezzo per restaurare l’unità perduta”; e lo dice Lui, Capo
della Chiesa cattolica, di questa nostra Chiesa che il monaco
apostata chiamava la “grande prostituta”, la “Babilonia infame”!.. Ergo, erravimus?.. Ma allora, “a chi noi andremo?”..
noi, povere pecore disorientate dallo stesso Pastore?..
Ma questo è l’ecumenismo di Paolo VI! Un pastore protestante, A. Dumas, diceva:
«È alla base che bisogna fare il riavvicinamento, se no l’ecumenismo resterà un
lavoro di specialisti!»5.
Già!.. ma la “base” ignora, o disprezza le combinazioni
delle Commissioni e dei Segretariati. La “base”, cioè, non ha affatto bisogno di “esperti” per definire la sua Fede. Essa rimane attaccata alle testimonianze dei suoi padri. È risalendo,
quindi, a loro, che si può trovare chi è che ha fatto la rottura,
separando le loro membra dal corpo. Gli “esperti”, invece,
stanno solo perdendo il tempo per scoprire come si possa fare
uno pur restando in “due”!
***
sac. Luigi Villa