Ogni giorno più si faceva grande la pena mia, e anelante desideravo di possedere l’amato mio Signore. Finalmente, il 4 giugno dalla bontà di Dio fu rimosso l’ostacolo. Oh, come tutto ad un tratto là si slanciò lo spirito! Godei del sommo bene, con sommo contento del povero mio cuore; perché la pena mia era di non stare in grazia sua. Si degnò di accertarmi in quel felice istante, il suo cuore amante di intima unione mi favorì. La sua nobile voce mi fece udire, non con parole, ma in una maniera che io non so dire. Queste parole significò: «Sorella mia sposa, il cuor mi hai ferito! Amante ti invita, chi ti ama, ad amar».
A queste sue parole si accese nel mio cuore una viva fiamma di celestiale amore. Qual gioia, qual gaudio inondò il mio cuore, non è possibile poterlo ridire. L’anima mia, piena di affetto di dare all’amore qualche compenso, ma nel vedermi tanto meschina, mi volgevo tutta fiducia alla Madre divina e a lei cercavo il suo santo amore, per poter amare il mio Signore. Questa divina Madre mi volle consolare, prese dal suo nobil cuore una preziosa gemma, e la pose nel mio cuore; piena di amore mi disse: «Prendi, o diletta figlia, questa preziosa gemma; è questa una scintilla della mia carità. Non altro devi fare che cooperare al dono, molto potrai amare l’immensa maestà».
A queste sue parole la gemma si distese, e padrona si fece del povero mio cuor. Oh, forza prodigiosa, tu mi rapisti il cuore e arder lo facesti del tuo santo amore! Oh, come in quel momento più non si distingueva il mio dal suo bel cuore! In quel felice momento partecipai della sua carità. Se poi dovessi dire i prodigiosi effetti che sperimentai nel cuore e nelle mie potenze, padre, io non lo so quali fossero, per la sublimità, solo le posso dire che il celeste fuoco spandeva nel mio cuore dolcezza e soavità.
Beata Elisabetta Canori Mora
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