martedì 28 gennaio 2020

Le grandezze di Gesù



Gesù è solo nel suo ordine e di una grandezza suprema

Dio ha stabilito nell’Universo tre ordini differenti: l’ordine della natura, della grazia e della gloria; in ciascuno di essi vi sono molti soggetti, dei quali la terra e il Cielo sono pieni, con una varietà di creature quasi infinita ed una ammirabile diversità di cose.
Ma Egli ha voluto costituirvi un ordine nuovo, nel quale non vi fosse che un solo soggetto, un soggetto che fosse senza esempio.
Se noi contempliamo l’ordine della natura, quanti astri nel Cielo, quante piante sulla terra, quanti pesci nelle acque, quanti animali nelle foreste, quanti milioni di uomini, quante migliaia di Angeli!
Se passiamo all’ordine della grazia, quanti giusti! Quanti profeti e patriarchi! Quanti martiri e confessori! Quante vergini e anime che servono Dio nella innocenza o nella penitenza!
Se ci innalziamo sino all’ordine della gloria, quanti Santi e quanta varietà nei Beati! Quanti Serafini, Cherubini e Troni! Quante Virtù, Dominazioni e Potestà! Quanti Principati ed altri cori angelici di cui il nome ci è sconosciuto ed è solo conosciuto in Paradiso!
Ma nell’Ordine della unione ipostatica, che è il supremo fra tutti gli ordini, non vi è che un soggetto solo. Così ci insegna la luce della fede, la quale, come ci fa conoscere che vi è un solo Dio, ci rivela pure che vi è un solo Dio Uomo, un solo Uomo Dio.
Come nel seno del Padre vi è un solo Figlio unico, così Dio ha voluto che non vi fosse pure che un sol Figlio dell’uomo che fosse Figlio di Dio, e che questo Figlio dell’uomo, nato dalla Vergine Maria, fosse unico e singolare, non già nel suo essere umano, ma nel suo stato divino; non già nella sua natura, ma nella sua dignità. Mentre ha voluto che ciascuno degli ordini della natura, della grazia e della gloria si divida e si comunichi a tanti soggetti infiniti di numero, Egli ha disposto che Gesù sia solo, in questo ordine ineffabile della unione personale colla divinità.
Gesù dunque solo entra in questo ordine ammirabile e non vi è nessuno, né uomo, né Angelo, che debba esservi associato. Negli ordini e gerarchie celesti, ciascuno degli Angeli riempie degnamente e completamente la sua specie, senza che vi si trovi altro individuo: così il Figlio unico della Vergine, l’Angelo del Gran Consiglio, riempie da solo l’ordine sublime della Unione ipostatica, senza che mai altro soggetto sia per esservi chiamato.
In Gesù, come nel suo capolavoro, Dio ha voluto chiudere il corso delle sue opere. In Lui ha voluto comprendere e condurre al loro ultimo termine la sua grandezza, la sua potenza, la sua bontà e l’ineffabile comunicazione di se stesso: non può far nulla di più grande, di più santo, di più divino, né mai vorrà far nulla di simile.
Gesù pertanto è solo, solo sulla terra, nel Cielo, nel tempo, nella eternità; tra molti che possiedono la grazia e la gloria, solo possiede l’Essere increato e infinito; solo possiede la divina essenza come una delle sue essenze, e la persona divina come sua propria persona.
Gesù solo siede alla destra del Padre, solo sta sul Trono della Divinità, solo degno di essere adorato da tutte le creature, solo degno di possedere i nostri cuori ed i nostri spiriti, i nostri sentimenti e i nostri pensieri, come solo possiede l’Essenza e la Persona Divina, in una maniera ineffabile a Lui propria e particolare, per il mistero santissimo della Incarnazione.

Card. Pietro de Bérulle

TESORI DI RACCONTI



Mezzo ingegnoso da una cattiva abitudine .  

Una religiosa del Buon Soccorso si trovava un giorno al capezzale d'un generale malato, ch'ella era chiamata a servire. Tutto ad un tratto ode uscire dalla bocca del vecchio soldato una di quelle parole che son troppo famigliari a tanti uomini di guerra. La religiosa strabilia:  

- Che c'è, signore?  

- Nulla, sorella, risponde il generale, la gotta mi fa orribilmente soffrire, e questa è la maniera di esprimere ciò che soffro. Un momento dopo, una bestemmia più orrenda ancora si fa sentire; la religiosa non può più:  

- Oh signore, esclama ella, nel mio convento non mi è stato insegnato a dire simili cose; se continuate ad usare di tali espressioni, io mi ritirerò e vi servirà chi vorrà!  

- Ma restate sorella.  

- A condizione che non bestemmierete più.  

- Ma non posso fare a meno; è una vecchia abitudine di caserma, non posso svezzarmene.  

- Voi potreste con un po' di buona volontà, ma giacché io sono qui, vi aiuterò... Ecco, signore, io vedo molte monete da cinque franchi nella vostra borsa, che sta qui su questa tavola: ne prenderò una se volete, per i poveri, ogni volta che vi succederà di bestemmiare.  

- Se non volete che questo, sia - rispose il generale, che non metteva una grande importanza alla proposizione. - Tutto andò bene per un po', ma ecco tutto ad un tratto la gotta si fa sentire, e il generale esprime il suo dolore con una moneta da cinque franchi.  

- Eh! che fate, sorella?... - esclamò il generale, che si era dimenticato di tutto.  

- Non vi ricordate, o signore, che secondo la nostra convenzione ciascuna delle vostre bestemmie deve fruttare cinque franchi ai poveri?  

- Il generale abbassò la testa; egli aveva acconsentito alla punizione, bisognava subirne le conseguenze. Sotto una tale impressione egli stette due ore senza dire alcuna parolaccia. Dopo questo tempo, gli sfuggì una bestemmia: la borsa si aprì ancora sotto i suoi occhi, e cinque franchi passarono in mano della religiosa. Per farla corta, malgrado l’attenzione che vi metteva il vecchio soldato, cinque o sei monete d'argento andarono così a profitto dei poveri. La sera esaminando la sua borsa trovò che le sue bestemmie costavano troppo, e si propose di diminuirle l'indomani: infatti due o tre solamente gli sfuggirono, e i giorni susseguenti appena gli succedeva di dirne una. Fu egli corretto del tutto? Non saprei dirlo; ma la penitenza ebbe sempre il meraviglioso effetto di correggerlo del maledetto vizio della bestemmia e dei cattivi discorsi per tutto il tempo che durò la malattia, e senza sapere ciò che avvenisse più tardi sarei inclinato a credere che avrà influito su tutto il resto della sua vita.  

Quante persone abbandonerebbero le male abitudini che hanno contratte, se di buon animo facessero la penitenza che il confessore, come buon medico, loro impone nella S. Confessione!  

DON ANTONIO ZACCARIA

LA VITA DELLA MADONNA



Secondo le contemplazioni
della pia Suora STIGMATIZZATA
Anna Caterina Emmerick


La festa della vestizione della Santa Vergine

Il 28 ottobre 1821, in stato estatico, la Veggente così descrisse le sue visioni sulla  piccola Maria: Alcuni anni dopo la Fanciulla era già preparata per essere condotta al tempio di Gerusalemme: Anna sedeva in una stanza della sua casa di Nazareth e  istruiva Maria Santissima alla preghiera, mentre si attendevano i sacerdoti che  dovevano esaminare la Fanciulla per ammetterla al tempio. Nella casa di Anna si  festeggiava la festa della preparazione e presso di lei vedevo raccolti tutti gli ospiti,  parenti, uomini, donne e perfino ragazzi. Vidi tre sacerdoti, tra i quali Sephoris, un nipote di Anna, un altro di Nazareth e l'ultimo di un paese di montagna distante circa  quattro ore da Nazareth. Erano venuti per esaminare se Maria Santissima fosse stata  idonea per essere presentata al tempio ed anche per istruire i genitori sui dettagli della  vestizione prescritta per quest'occasione dal tempio. Tre erano gli abbigliamenti di differenti colori e consistevano ciascuno in una piccola giubba, in una tunica e in un  mantello. Si aggiungevano due ghirlande aperte, una di seta e l'altra di lana e una  corona con sopra piccoli archi. il sacerdote tagliò alcune parti degli abiti e le adattò  insieme secondo la prescrizione di rito. 

Alcuni giorni dopo il 2 novembre, la narrazione della mistica continuò. 
Oggi ho visto di nuovo una gran festa in casa dei genitori della Santa Vergine. Non  posso dire se questa fosse una continuazione della festa che vidi o solo una ripetizione della mia visione, perché già da tre giorni mi si presenta la stessa immagine dinanzi  agli occhi. Ho visto ancora i tre sacerdoti, numerosi parenti e molti figli, come per  esempio Maria Heli con la figlia di sette anni, Maria di Cleofa, molto più forte e  robusta della Madonna. Maria Santissima infatti aveva un fisico molto delicato, aveva  i capelli biondi, un po' rossicci e ricci. La Santa Fanciulla sapeva già leggere e tutti si  meravigliavano della sapienza delle sue risposte. Era presente anche la sorella di  Anna, Maraha, venuta da Sephoris con le sue figlie; vidi altri parenti con le loro figliole. Dopo che i sacerdoti ebbero tagliato le vesti di Maria Santissima, le donne le  ricucirono insieme. Quegli abiti furono fatti indossare alla Fanciulla in differenti occasioni. Mentre si abbigliava delle sacre vesti le furono poste varie domande. La  cerimonia fu solenne. I vecchi sacerdoti guardavano sorridendo con santa soddisfazione la saggia Fanciulla ed i suoi genitori che piangevano di gioia. La funzione si  svolgeva in una camera quadrata, vicino alla sala dei banchetti, ed era illuminata da  un'apertura praticata nel soffitto e ricoperta da un velo. Un tappeto rosso era steso al  suolo dove s'ergeva l'altare addobbato di rosso e bianco. Una specie di tenda  nascondeva un piccolo armadio in cui stavano gli scritti sacri e le pergamene delle preghiere. Sulla tenda era ricamata o cucita un'immagine. Oltre ai tre abbigliamenti  liturgici, dinanzi all'altare erano state offerte molte stoffe donate dai parenti per la vestizione della Santa Vergine. Una specie di piccolo trono su alcuni gradini si vedeva  quasi al centro della sala e intorno vi erano radunati Gioacchino, Anna e tutti gli altri parenti; le donne stavano ritirate da un lato, ma le ragazzine invece circondavano  Maria Santissima e la guardavano ammirate. I sacerdoti camminavano a piedi scalzi.  Adesso erano cinque, ma tre soli vestivano paramenti sacerdotali durante la cerimonia.  Uno di questi prendeva i singoli pezzi del vestiario di Maria Santissima, e dopo averne  indicato l'uso e il suo significato li passava alla sorella di Anna, giunta da Sephoris, la  quale vestiva la piccola Maria. Prima di tutte le altre vesti la donna porse alla Santa  Vergine una tunica gialla con piccoli fiocchi e con uno scapolare o un ornamento sul  petto guarnito di nastri. Quest'abbigliamento veniva infilato prima intorno al collo,  quindi scivolava sul corpo coprendolo. Quindi Maria indossò un mantello scuro che  aveva fori per passarvi le braccia. Calzava dei sandali di colore marrone che avevano le suole alte di color verde. I capelli, arricciati alle estremità, erano ben pettinati. Si  pose poi attraverso la testa della pia Bambina un gran panno di forma quadrangolare di  color cenere che poteva passare fin sotto i gomiti, permettendo alle braccia di riposare  fra le due grandi pieghe. Sembrava che fosse un mantello da utilizzare in viaggio o per la preghiera o da penitenza. Quando Maria Santissima fu così completamente  abbigliata, i sacerdoti la istruirono e le rivolsero varie domande sul metodo di vita che  dovevano tenere le ancelle del tempio, fra le altre cose le dissero: "Quando i tuoi  genitori ti hanno consacrata al tempio, hanno fatto voto per te che non avresti assaggiato né vino, né aceto e nemmeno uva o fichi; vuoi aggiungere tu stessa a questo  voto un altro? Pensaci durante il banchetto". Bisogna sapere che gli Ebrei e specialmente le donne amavano assai l'aceto, e Maria pure lo gradiva moltissimo.  Perciò la rinuncia al medesimo costituiva da parte di un ebreo un vero sacrificio. Dopo simili interrogazioni fecero cambiare a Maria il primo abbigliamento e le si fece  indossare il secondo. Questo consisteva in una veste color celeste, un corpetto molto più pesante del primo e un mantello di colore azzurro-chiaro, un altro di seta scintillante e formato a pieghe era assicurato sulla testa da una coroncina di foglie verdi.  Poi i sacerdoti la rivestirono di un velo bianco, annodato superiormente come un  cappuccio. Tre fibbie lo tenevano unito in modo che il cappuccio si fosse potuto alzare  dal viso per un terzo, per una metà o interamente. La Bambina venne istruita sull'uso  che doveva fare di questo velo: doveva alzarlo mentre mangiava ed abbassarlo quando  rispondeva alle domande dei sacerdoti, e così via. Inoltre venne istruita su tutte le altre  pratiche da osservarsi durante il pranzo; poi tutti passarono in una sala vicina dove  avrebbero pranzato. Durante il banchetto il posto di Maria Santissima fu in mezzo a  due sacerdoti, l'altro le sedeva dirimpetto. Le donne e le fanciulle sedevano separate  dagli uomini all'altra estremità del tavolo. Durante il pranzo Maria fu interrogata più  volte sull'uso del velo, poi le dissero che poteva gustare ogni cibo e le presentarono  diverse vivande per tentarla, ma la pia fanciulla non cadde nell'inganno e prese solo  una piccola porzione di alcune vivande. Con i suoi assennati ragionamenti fece  meravigliare tutti. Vidi che durante il banchetto fu ispirata dagli Angeli. Più tardi tutti ritornarono dinanzi all'altare. Maria indossò allora il terzo indumento, che era il  paramento solenne. Questo consisteva in una veste di color violetto scuro a fiori gialli,  e un corsetto ricamato a vari colori. Sopra indossava un mantello color violaceo, più  adorno e pomposo degli altri, che terminava nella parte posteriore con uno strascico  ricurvo. Le falde del manto avevano sul davanti tre strisce in argento e tra queste si  vedevano rose dorate come bottoni. All'altezza del petto il manto era tenuto da una  sciarpa che passava per un nodo del corsetto. Degli uncini tenevano unito il manto  nella parte inferiore del corpo, e lungo i lembi si scorgevano cinque linee di ricami.  Anche l'orlo era adorno di ricami. Lateralmente nella direzione delle braccia il manto  pendeva in ricche pieghe. Infine le si pose sul capo un gran velo scintillante, bianco da  una parte e violaceo dall'altra. La corona questa volta consisteva in un cerchio piccolo  e leggero di cui l'arco superiore, che era più ampio di quello inferiore, era formato a  punte ed adornato di nodini lucenti e da cinque pietre preziose. il cerchio risplendeva  internamente d'oro. Superiormente alla corona si congiungevano cinque piccoli fili di  seta che la chiudevano sul capo formando un nodo piuttosto grande. Così  solennemente abbigliata, e dopo essere stata sufficientemente istruita sull'uso speciale  di ciascuna parte dell'abbigliamento, Maria fu condotta sul piccolo palco dinanzi  all'altare. Le altre giovinette rimasero vicino a lei. Allora Ella manifestò le rinunce che  intendeva sostenere nel tempio. Disse che mai avrebbe mangiato carne né pesce e non  avrebbe bevuto latte, che sarebbe stato sostituito da una bevanda consistente in succo  di canna palustre con acqua e qualche volta si sarebbe permessa di aggiungere a quella  pozione un po' di succo di terebinto. Le famiglie povere nella Terra Promessa usano  quella bevanda pressappoco come da noi si usa l'acqua di orzo. Il succo di terebinto è  una specie di olio glutinoso assai rinfrescante, sebbene non sia pregevole come il  balsamo. Maria rinunciò a qualunque specie di radice e alla frutta, con la sola eccezione di alcune bacche gialle, le quali crescono in grappoli e servono di nutrimento alla  povera gente. La pia fanciulla disse che avrebbe voluto dormire sulla terra nuda, e che  tre volte ogni notte si sarebbe alzata per pregare. Le altre novizie non si alzavano che  una volta per notte. I genitori di Maria furono intimamente commossi dalle sue parole.  Gioacchino l'abbracciò esclamando: "Oh! Mia diletta figliola, questa vita è per te  troppo severa ed il tuo vecchio padre forse non ti rivedrà più". I sacerdoti le dissero  che bastava si alzasse una sola volta per notte come tutte le altre. Inoltre mitigarono anche i suoi proponimenti mistici, per esempio permettendole di mangiare pesce  nei giorni di grande solennità. A questo punto vidi il grande mercato del pesce situato  in uno dei quartieri più bassi di Gerusalemme. Vidi pure un rivolo d'acqua proveniente  dal lago di Bethseda che forniva l'acqua al quartiere. Quando una volta il rivolo si essiccò, Erode il grande pensò di costruire una fontana ed un acquedotto; per sostenerne  le spese pensò di vendere i paramenti sacri ed i vasi del tempio; quando si diffuse tra il  popolo la notizia poco mancò che non scoppiasse una sommossa. Gli Esseni, che avevano gran considerazione e devozione per gli abiti sacerdotali, si riunirono e si  recarono a Gerusalemme per opporsi chiaramente al disegno di Erode. Dopo queste visioni rividi Maria in mezzo ai sacerdoti. Essi le dissero: "Molte novizie che non  possono sostenersi e non hanno corredo vengono ugualmente ricevute al tempio,  devono però corrispondere alle spese di mantenimento lavando i sacri abbigliamenti  cosparsi dal sangue sacrificale delle vittime. Inoltre, in un'età più matura e appena le  loro forze lo concederanno, devono lavare le altre ruvide stoffe di lana. Quest'ultimo è  un lavoro molto duro e faticoso, spesso le mani sanguinano, ma tu non hai bisogno di  farlo poiché i tuoi parenti hanno la possibilità di mantenerti al tempio". Maria allora,  senza esitazione alcuna, dichiarò che si sarebbe assunta volentieri anche quell'incarico  se i sacerdoti l'avessero creduta degna di adempierlo. Con questi colloqui, ai quali  Maria partecipò con molta umiltà e saggezza, si concluse la festa della vestizione.  Durante la sacra cerimonia, l'immagine di Maria Santissima appariva al mio sguardo  gigantesca in mezzo ai sacerdoti che la circondavano. Ciò mi parve un simbolo della  sapienza e della grazia di cui Dio la colmava. Vidi i sacerdoti pieni di santa  ammirazione. Appena la cerimonia ebbe termine, il loro superiore imparti a Maria la  benedizione. Due sacerdoti stavano ai fianchi della Santa Vergine che sedeva su un  piccolo alto trono. Mentre costoro pregavano, secondo le pergamene su cui erano  scritte le preci, il capo dei sacerdoti benedisse la Santa Vergine stendendo su di lei la  mano. Nello stesso momento ebbi un'altra visione in cui vidi le condizioni dello spirito  della Santa Fanciulla. Fu uno spettacolo meraviglioso: la benedizione del sommo sacerdote penetrò di luce la futura Madre del Redentore e sotto il suo cuore vidi che le  si manifestò, circondato da una luce indescrivibile, quello splendore che avevo già veduto nell'Arca dell'Alleanza. Ebbi poi una visione in cui il frumento ed il vino, la  carne ed il sangue si fondevano insieme. Vidi infine il cuore della Madre di Dio aprirsi  a questa fusione, come la porta di un tempio. L'apertura del suo cuore era circondata  da pietre preziose di ogni genere. Fu come se avessi visto l'Arca entrare nel santuario  del tempio. Vidi infine il cuore della divina Fanciulla chiudersi dopo aver raccolto in  sé il supremo bene della terra. Mi restò dinanzi agli occhi la divina Fanciulla penetrata  dal favore della Grazia e mi parve che, illuminata da Dio, s'alzasse aleggiante dal  suolo. Nello stesso momento vidi cadere su uno dei sommi sacerdoti un raggio di  quella Grazia ricevuta dalla Vergine. Così egli fu convinto che Maria Santissima fosse  l'eletto Vaso della salvezza. Quando Maria fu abbigliata solennemente, i sacerdoti la  condussero alla presenza dei suoi genitori. Anna strinse la figlioletta al petto materno e  la baciò con fervore devozionale. Gioacchino, profondamente commosso, le strinse  con rispetto la mano. La sorella maggiore di Maria abbracciò la Santa Vergine con  molta più vivacità di Anna, che era in tutte le cose prudente e moderata. Maria di  Cleofa, la piccola nipote, anch'essa piena di spontaneità, le gettò le braccia al collo.  Quando tutti gli astanti se ne andarono, la Fanciulla si spogliò delle sacre vesti ed  indossò il suo solito abbigliamento. Gli ospiti, e fra questi alcuni sacerdoti, prima di  ritornarsene alle proprie abitazioni presero un piccolo pasto con frutta e pane e  bevvero tutti da un solo bicchiere in segno di fraternità; le donne, come era d'uso,  erano rimaste separate dagli uomini. 

“Signore, insegnaci a pregare!”



preghiere della Serva di Dio LUISA  PICCARRETA 

La preghiera che cerca solo la Divina Volontà 

“Figlia mia, come mi ferisce il Cuore la preghiera di chi cerca solo il mio Volere!  Sento l’eco  della mia preghiera, che feci stando Io sulla terra. Tutte le mie preghiere si riducevano ad un  punto solo: che la Volontà del Padre mio, tanto su di Me quanto su tutte le creature, si compisse  perfettamente. Fu il più grande onore per Me e per il Celeste Padre: che in tutto feci la sua SS.  Volontà...”  (Vol. 17°, 22.02.1925). 

a cura di D. Pablo Martín 

L’UOMO NEL DISEGNO DI DIO



4a MEDITAZIONE

Per capire il significato della nostra vocazione come creature di Dio, accanto a quei racconti, quei  messaggi di creazione che abbiamo letto nei capitoli 1 e 2 della Genesi, ci debbono essere anche altre  dimensioni che la rivelazione biblica ci presenta.
Una di queste, fondamentale e forse non semplicissima per certi aspetti, è quella che va sotto il nome  di elezione.
Elezione vuol dire scelta, scelta di uno in mezzo agli altri, scelta di uno come unico, con un aspetto  inevitabile di preferenza. Proprio per questo, dicevo, un tema non semplicissimo perché le preferenze  ci sembrano avere il sapore della ingiustizia; però il tema della elezione nella Bibbia cʼè e ha un suo  significato notevole. Allora, volevo provare a leggere qualche cosa e ad entrare dentro a questo universo  che il tema della elezione ci presenta.

Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai e la moglie di Nacor Milca, ch`era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. Sarai era sterile e non aveva figli.
Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Lʻetà della vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì in Carran.

Il Signore disse ad Abram:

«Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria
 e dalla casa di tuo padre,
 verso il paese che io ti indicherò.
 Farò di te un grande popolo
 e ti benedirò,
 renderò grande il tuo nome
 e diventerai una benedizione.
 Benedirò coloro che ti benediranno
 e coloro che ti malediranno maledirò
 e in te si diranno benedette
 tutte le famiglie della terra».

Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 (Gen 11,27-32; 12,1-4)

Questo è il brano della vocazione di Abramo, della elezione di Abramo. Abramo viene scelto, chia- mato come unico, per una promessa e per un compito.
Primo problema: chi è Abramo? Sono partito dalla discendenza di Terach proprio perché sia chiaro:  Abramo non è un semidio, non è un eroe. Attribuire lʼorigine della propria stirpe a semidei o a eroi era  abbastanza normale nella antichità: Roma, Enea, Venere; andiamo verso qualche cosa di semidivino  e lo stesso per tante altre storie di origine. Per Abramo no: Abramo è semplicemente un uomo della  discendenza di Terach, uno in mezzo agli altri, uno come tutti gli altri inserito nella trama dei rapporti  normali tra le persone. Anzi, se qualche cosa il nostro testo sembra sottolineare, è una condizione di povertà, perché la moglie di Abram, Sarai, era sterile, non aveva figli e Abram comincia ad essere  anziano; quindi si può dire è una persona che dal punto di vista mondano non ha futuro.
Il non avere discendenza vuol dire, nellʼantichità, il non avere speranza, il non avere futuro.
Eppure il Signore chiama proprio lui: “Il Signore disse ad Abram”.
La domanda è inevitabile, perché Abram? Perché ha scelto lui, perché non Lot o perché non  qualcuno di qualche altra famiglia, di qualche altra stirpe? E questa è, evidentemente, una di quelle  domande a cui non cʼè risposta. Non ci sono motivi intrinseci, di merito. Può anche darsi che il signor  Abramo fosse una persona particolarmente intelligente, o particolarmente santa, che avesse qualche  dote speciale, ma il Libro della Genesi non lo dice e quindi non spiega la scelta. Vuol dire che per il  Libro della Genesi la scelta deve apparire così: inspiegata.
Ci saranno nella tradizione ebraica successiva dei tentativi di spiegazione. Ci saranno racconti che  diranno, per esempio, che Abramo, in Mesopotamia, era lʼunico monoteista: mentre intorno a lui cʼera  fiorente il politeismo, Abramo aveva conosciuto il Signore, lui solo. E questi sono tentativi significativi,  ma che vanno al di là della Bibbia. Per la Bibbia non cʼè spiegazione, o, se volete, la spiegazione è  nella libertà di Dio. Dio ama, ama liberamente, non è una forza di natura, non è un destino anonimo  – questo lo abbiamo ricordato allʼinizio – ama liberamente e gli è venuto in mente di amare quel tizio  lì che si chiamava Abram. Questo pone il problema sul quale poi torneremo.
Si rivolge ad Abram e lo chiama con alcune parole che sono significative. La prima: “Vattene”. “Vattene  dalla tua terra, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.
Può darsi che dietro a questa espressione e alla esperienza originaria di Abramo ci stia qualche cosa di  culturalmente comprensibile: Abramo è una specie di seminomade, quindi i cambiamenti di ambiente  sono abbastanza normali. Può darsi che la spiegazione culturale della migrazione di Abramo ci sia,  cioè che Abramo sia semplicemente un migrante come tanti altri nella storia e che quindi avesse i suoi  motivi per muoversi e fosse giustificatissimo questo movimento di Abramo. Però non cʼè dubbio che  raccontandolo così, il libro della Genesi vuole insistere sul distacco. Vattene. Vattene dalla tua terra. E  non si ferma lì: dalla tua patria. E non si ferma lì: dalla casa di tuo padre. Quindi va sempre più verso  il concreto, lʼimmediato, fino alla famiglia.
Cʼè un distacco che viene chiesto ad Abramo. Vuol dire il passato; cioè quel passato che ha dato la  vita, la forma, la lingua, che ha dato il patrimonio ad Abramo, interessante e importante quanto potesse  essere, che adesso viene abbandonato.
Ricordavamo stamattina lʼimportanza del distacco nella crescita della persona umana: la vita comporta  questi, ed è solo attraverso i distacchi che possono verificarsi davvero delle esperienze di crescita. E  per Abramo la questione sta esattamente così. “Vattene!”.
La cosa interessante è che gli viene detto: “Vattene dalla tua terra, verso una terra che io ti indicherò.”  Quindi, da una terra a unʼaltra terra. Con quale differenza? Perché abbandonare una terra per averne  unʼaltra? È più ricca? È più interessante? È più gradevole per Abramo? Non è detto: la Mesopotamia,  almeno nellʼantichità, era fertile (poi il terreno si è salinizzato ed è diventato sterile, ma nellʼantichità  era fertile), quindi non cʼera un vantaggio economico in questo, e in ogni modo il vantaggio economico  se cʼè stato, non è la motivazione che viene presa dal testo. Il testo dice solo: “Vattene dalla tua terra,  verso la terra che io ti indicherò”.
La terra di Abramo deve essere lasciata e gli viene promessa la terra di Dio. Il cambiamento è tutto lì.  Deve abbandonare la vita che Abramo sperimenta come possesso per ricevere una vita che gli apparirà  come un dono, come il compimento di una promessa.
Sʼintende che a uno viene da dire: “E che cosa ci guadagno? Cosa cʼè di meglio nella terra che mi  viene dal Signore, rispetto alla terra che io possiedo?”. Evidentemente, di meglio cʼè una cosa sola: il  Signore. Nella terra che io possiedo ci sono io e il mio patrimonio, la mia terra, con quello che questo  comporta; nella terra che mi dà il Signore ci sono io, la terra e il Signore. Perché me la da Lui, quindi  quella terra porta lʼimpronta del Signore, porta la fisionomia del dono di Dio.
Il cambiamento è lì: da una vita percepita come possesso, a una vita ricevuta come dono. È il primo  aspetto, con la differenza fondamentale che il dono porta sempre con sé il donatore. Se cʼè un dono cʼè anche un donatore; se cʼè un possesso cʼè solo un proprietario, nientʼaltro.
Non solo: a questa promessa fondamentale di una terra, ne vengono aggiunte altre. “Farò di te un  popolo grande e ti benedirò”: promessa di una discendenza, promessa della fecondità della vita di  Abramo. Era uno dei suoi problemi come ricordavo prima: Sarai è sterile e Abramo sembra senza  futuro. Gli viene promessa una discendenza e una discendenza numerosa, un grande popolo.
E insieme con questo, ancora: “Renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione”. “Renderò  grande il tuo nome” vuol dire che Abramo diventerà una persona importante, la sua vita avrà valore,  spessore, densità, forza.

La cosa interessante è che qui viene ripresa, esattamente, lʼespressione che nel capitolo 11, ver- setto 4, era stata ricordata nella costruzione della torre di Babele. Quando gli uomini vanno nella  pianura di Sennaar e lì incominciano ad edificare una torre, la famosa torre di Babele, dicono (Gen  11,4): “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome,  per non essere dispersi su tutta la terra”. Facciamoci un nome: cioè il desiderio, che per lʼuomo è  naturalmente istintivo, di una vita che diventi solida, che si manifesti significativa. Il nome vuol dire  questo. La differenza è che nella torre di Babele gli uomini vogliono procurarsi un nome, ad Abramo  il nome viene promesso da Dio.
Per quello che riguarda il nome non cʼè una grande differenza, ma per lʼesperienza personale cʼè,  eccome, perché vale il discorso di prima: un conto è la vita intesa come conquista, io conquisto le mie  realizzazioni, i miei obiettivi, e un conto è la vita ricevuta come un dono del Signore, ricevo da Lui  un nome grande.

Tutto questo si lega con lʼaltro termine di cui abbiamo già parlato. Nei tre versetti che ho letto viene  ripetuta per cinque volte la radice della parola “benedire”, benedizione. “Diventerai una benedizione;  benedirò coloro che ti benediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Abbiamo  ricordato più volte che questa radice ebraica – “barac”, è quella da cui viene Baruc; Baruc è il bene- detto – indica fondamentalmente la potenza di vita che Dio possiede e che Dio dona. Quando si dice  “ti benedirò”, vuol dire che la vita di Abramo viene dilatata, diventa più grande, diventa più degna,  diventa più significativa.
E non solo la vita di Abramo perché gli viene detto: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della  terra”. In qualche modo la benedizione di Abramo è lʼinizio di un processo, di un movimento, di un  dinamismo che di per sé tende a essere universale. Tutte le famiglie della terra in Abramo, attraverso  Abramo.

“Abram partì, come gli aveva detto il Signore”. Abramo diventa nomade (adesso non mi interessa  la questione sociologica se lo fosse anche prima: mi interessa il significato del racconto), nomade verso  una promessa, verso un compimento.
Verso una promessa e un compimento è prezioso perché un filosofo contemporaneo dice che lʼuomo di  oggi è naturalmente un nomade, ma ci sono due tipi di nomadismo. Uno è il nomadismo del pellegrino,  lʼaltro è il nomadismo del girovago, del “girandolone”. Vagano tutti e due, ma il pellegrino ha una  meta, si muove verso quel traguardo, verso lʼincontro con il Signore. Il girovago gira, ma senza meta,  va un poʼ da una parte, un poʼ dallʼaltra, può ritornare al punto di partenza, lʼessenziale è muoversi,  come diceva Kerouac, in “On the road”: dove vai? via di qui! Lʼimportante è andare via, abbando- nare, lasciare. Dove non si sa, non importa, lʼimportante è camminare. Per lʼuomo di oggi cʼè questa  esperienza qui. Ma è diversa: un conto è il pellegrino, e un conto è il girandolone, il girovago.
Abramo diventa un pellegrino. A dire la verità, è un pellegrino un poʼ strano, perché non si sa in  realtà dove debba andare. “Verso una terra che io ti mostrerò”: quindi Abramo non la conosce ancora,  è misteriosa. Il quando, il come, il dove si realizza la promessa di Dio, Abramo non lo sa. Però certa- mente non è uno senza meta: la promessa di Dio gli indica un itinerario, un cammino.
Il risultato di tutto questo è il cambiamento di una esperienza di esistenza da esistenza solitaria (io) a sistenza di comunione: io davanti a Dio, io con il Signore.
Nel Libro della Genesi, al capitolo 17, versetto 1, cʼè unʼaffermazione che abbiamo riletto tante  volte perché ci sono molto affezionato, mi sembra che sia stupenda:

Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse:

 «Io sono Dio onnipotente:
 cammina davanti a me
 e sii integro». (Gen 17,1)

Io sono el Shaddai il Dio Onnipotente, o il Dio delle montagne, cammina davanti a me, alla mia pre- senza, e sii integro. Inevitabilmente, camminare davanti al Signore non è possibile se uno non fa un  cammino di integrità, di giustizia, di verità. Cammina davanti a me, come amico di Dio, sostenuto  dalla fiducia in Dio.
E Abramo inizia il suo pellegrinaggio che non avrà mai termine, perché quelle promesse che gli  sono state fatte, sono promesse di cui Abramo vedrà solo un piccolo anticipo. Gli è stata promessa  una terra e ci camminerà sopra, ma diventerà proprietario solo della tomba per sua moglie, di quel  pezzettino di terra che riesce a comperare da Efron lʼHittita: per il resto è uno straniero, è un ospite,  in casa dʼaltri, non è sua la terra, quindi non avrà la terra che Dio gli aveva promesso. La discendenza  gli arriva ma, come vedremo, gli arriva molto tardi e gli arriva nella figura di un figlio e non ancora in  quella del grande popolo. Non appare ancora molto di quella discendenza numerosa come le stelle del  cielo e come la sabbia che è sulla riva del mare, Abramo ne vede solo un piccolo scampolo. E tutta la  sua vita deve giocarsi sulla fiducia, sulla speranza: deve essere una vita di fede.
Al capitolo 15 si legge così:

Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose  Abram: «Mio Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco a me non hai dato di- scendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo  accreditò come giustizia. (Gen 15,1-6)

È la prima volta nella Bibbia che viene fuori il verbo credere: il primo a credere nella storia della fede  è il signor Abramo. Ed è in questa occasione, quando il Signore gli rinnova la promessa e Abramo  oppone alla promessa la sua esperienza: e la sua esperienza è che è senza figli, è vecchio; fa fatica a  sperare a questo punto. Ormai è rassegnato a lasciare i suoi beni al suo fattore. Eliezer di Damasco è il  factotum, lʼamministratore dei beni di Abramo, e Abramo lo ha adottato giuridicamente, in modo che  possa ricevere il suo patrimonio, perché ci sia il futuro in qualche modo. Ma questo per Abramo è un  disastro, è il disastro della sua vita, è la sua delusione. “Che mi darai, Signore Dio, che mi darai?”:  puoi darmi quel che vuoi ma è un figlio che io cercavo, è un figlio di cui ho bisogno, è un futuro. Che  mi darai? “Io me ne vado senza figli e lʼerede della mia casa è Eliezer di Damasco”.
Il Signore gli rinnova la promessa, anzi gliela allarga tanto da diventare incredibile. “Abramo credette  al Signore”.
Il verbo credere in ebraico è la forma causativa di una radice che indica la fermezza, la solidità: è la  radice da cui viene la parola amen: è così, è solido, è fermo. E una forma causativa dovrebbe indicare,  secondo gli esperti, qualche cosa del genere: il collocare su qualcosa, su qualcuno, la propria sicurez- za, la propria fermezza. Io in me stesso non sono solido, sono sottomesso agli alti e bassi della vita, ai momenti di esaltazione e a quelli di depressione, alla ricchezza e alla povertà, non posso trovare in  me stesso quella fermezza e saldezza di cui ho bisogno, la devo cercare in qualcun altro. In Dio. Dio  è una roccia eterna, Dio è una fortezza inespugnabile, Dio è uno scoglio al quale posso aggrapparmi  sicuro di non essere trascinato via dalla forza delle onde. Dio è questo, e credere significa aggrapparsi  a Dio, collocare in Dio la propria fiducia, la propria sicurezza. “E Abramo credette al Signore”. Proprio perché crede al Signore la promessa si compirà: la promessa di un figlio. Ma prima che la pro- messa di un figlio si compia cʼè quellʼepisodio che abbiamo letto qualche domenica fa dellʼapparizione  alle Querce di Mamre, quando Abramo, seduto allʼingresso della tenda nellʼora più calda del giorno,  vede tre uomini che stanno in piedi presso di lui. Questi tre uomini sono camminatori di passaggio,  e bisogna vedere se Abramo è capace di giocare bene il gioco dellʼospitalità. Il brano insiste molto  proprio su questo gioco, che Abramo vive in un modo splendido, proprio da orientale pulito, bello:

«Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un poʼ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto lʼalbero. Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Faʼ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne  focacce». Allʼarmento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentrʼegli stava in piedi presso di loro sotto lʼalbero, quelli mangiarono. (Gen 18,3-8)

Evidentemente avevano tutto il tempo per i riti nellʼantichità, non hanno fretta e si fanno tutti i riti  dellʼospitalità. Perché? Perché Abramo sta per ricevere un dono e deve in qualche modo dimostrare  di esserne degno, ma degno non nel senso che il dono poi me lo merito, ma nel senso che mi mostro  capace di apprezzarlo ed è capace di apprezzare il dono solo chi è capace di farne un dono, solo chi è  capace di essere generoso con gli altri sa gustare la generosità di Dio nei suoi confronti. Allora Abra- mo deve fare vedere che lui, quanto a dono, se ne intende, lo gusta, tanto che lo comunica a questi tre  misteriosi personaggi di passaggio che sono poi alla fine il Signore stesso. Quindi, accogliendo lʼospite  Abramo ha accolto il Signore e il Signore alla fine gli fa quella promessa:

«Tornerò da te fra un anno a questa data [è la prima volta che viene dato un termine preciso] e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». (Gen 18,10)

Nasce il figlio ma la storia non è finita. Non è finita perché, cresciuto questo figlio, che è il figlio della  promessa (Abramo ha qualche altro figlio, ha il figlio di Agar la schiava, ma non è il figlio della pro- messa: il figlio della promessa è il figlio di Sara, Isacco, lui solo), andiamo al capitolo 22 del Libro  della Genesi che dice:

Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!».  Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».  Abramo si alzò di buon mattino, sellò lʼasino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per lʼolocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva  indicato. Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Allora  Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con lʼasino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Abramo prese la legna dellʼolocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tuttʼe due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose:  «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dovʼè lʼagnello per  lʼolocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà lʼagnello per lʼolocausto, figlio mio!». Proseguirono tuttʼe due insieme; così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì lʼaltare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sullʼaltare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per  immolare suo figlio. Ma lʼangelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Lʼangelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere lʼariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». Poi lʼangelo del Signore chiamò dal cielo  Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, io ti  benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si  impadronirà delle città dei nemici. Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea. (Gen 22,1-19)

È uno dei brani più misteriosi della Bibbia e che colpiscono in fondo, nel cuore del lettore. Che  significato ha un racconto di questo genere? Ne ha tanti di significati, dal punto di vista antropologico,  dal punto di vista etnografico, etc., che adesso non mi interessano. Mi interessa dentro al messaggio  della vita di Abramo.
Dio ha fatto una promessa e la promessa riguarda Isacco. Adesso chiede il sacrificio di Isacco, figlio  della promessa, quindi Dio appare in contraddizione con sé stesso. Cʼè nel racconto lʼinsistenza sul  sacrificio grande che viene chiesto ad Abramo, sul rapporto affettivo, perché il testo dice: “«Prendi tuo  figlio, il tuo unico figlio, quello che ami, Isacco»”. Ci sono quattro espressioni per dire il bambino e  queste quattro espressioni vogliono insistere sul fatto che cʼè qualcosa di immenso in questa richiesta  che il Signore fa ad Abramo; e il Signore lo sa e lo ricorda ad Abramo.

Ma in questo cʼè qualcosa di più, perché come dicevo Isacco è il figlio della promessa, quindi  sacrificare Isacco vuol dire annullare la promessa. Quello che viene chiesto ad Abramo è continuare  ad avere fede quando Dio è in contraddizione con se stesso. Quando il Signore gli dice: “«Prendi tuo  figlio, vaʼ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto»”, quel vaʼ è simile al vaʼ della vocazione. Ma  mentre il primo vaʼ, quello del capitolo 12, era un andare verso il compimento della promessa, questo  è un andare verso la distruzione della promessa, la promessa viene distrutta. E ad Abramo viene chiesto  di avere fede in Dio contro Dio, contro quella che è lʼapparenza delle richieste del Signore nei suoi  confronti. “«Vaʼ e offrilo in olocausto»”.
Perché questo? Che cosa ci sta dietro a un racconto di questo genere, che vantaggio cʼè in questa  incredibile prova a cui Abramo viene sottoposto?
Leggo nella Lettera agli Ebrei, al capitolo 11, quello che viene detto proprio a proposito del sacrificio di Isacco: 

Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto 
le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una  discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo. (Eb 11,17-19)

Tradotto, questo vuol dire: Abramo ha sacrificato Isacco. È vero che materialmente lʼuccisione non è  avvenuta, ma Abramo, nel suo cuore, lʼobbedienza a Dio lʼha portata fino allʼestremo. Abramo con- sidera Isacco come dono di Dio e Abramo consegna il dono a Dio.
Quindi il sacrificio in Abramo è avvenuto. Ma come è possibile che Abramo abbia compiuto questo  sacrificio custodendo la fede? la fede è la fede nelle promesse e Dio certamente non smentisce le sue  promesse. Dice la lettera agli Ebrei “Perché Abramo credeva nella risurrezione”, cioè credeva che  Dio è capace di far risuscitare anche dai morti, perché Dio certamente non cancella le sue promesse,  non è infedele. Se ha promesso un nome ad Abramo in Isacco, Isacco vive, Isacco vivrà; in qualche  modo che Abramo non può conoscere, non può controllare, Isacco vivrà.
E vuol dire che dentro a ogni atto di fede cʼè alla fine, implicita, la fede nella risurrezione. Cioè  la fede nella potenza di Dio più grande della realtà del mondo. Perché si può dire che credere vuol  dire avere più fiducia in Dio di quanto si abbia paura del mondo, delle cose, degli avvenimenti, della  storia, degli altri, di se stessi.
Abramo si manifesta in questo modo. In modo tale che lʼIsacco che scende dal monte non è più lʼIsacco  che è salito: è un Isacco ricevuto come dono una seconda volta da Abramo. Consegnandolo a Dio,  Abramo si è manifestato degno di essere il padre della promessa. Ma degno non nel senso che se lo  poteva meritare, ma nel senso che lo riconosce in fondo, fino in fondo, come dono del Signore.
La logica della elezione è questa. È una logica stupenda, perché vuol dire che Abramo è unico davanti  a Dio e Dio lo ama con un amore indiviso. Ma vuol dire anche che Abramo deve consegnare tutto, ma  proprio tutto, a Dio e che in questa consegna di tutto e solo nella consegna di tutto, Abramo diventa  davvero il destinatario delle promesse di Dio, quello nel quale le promesse di Dio si compiono.

Ora proviamo a raccogliere tutte queste cose per capire il significato della elezione.
Lʼelezione ci pone qualche problema perché dice preferenza di qualcuno rispetto agli altri; natural- mente dietro a questo ci sta, e lʼabbiamo ricordato, lʼamore di Dio. La formula dellʼamore, una delle  formule dellʼamore, è quella che dice “tu sei per me lʼunico al mondo”, almeno così spiegava la volpe  al piccolo principe. Quando uno si innamora lʼaltro diventa unico e non cʼè dubbio che la elezione  esprime questo.
È un fatto gratuito, nel senso che non è meritato e non è meritabile. Però, se uno entra dentro al  dinamismo della elezione, entra nel dinamismo del dono e non è più proprietario di sé, della sua vita  e di quello che ha ricevuto dal Signore. Tutta la sua vita diventa dono a sua volta, testimonianza a sua  volta, comunicazione a sua volta. Insomma, la elezione di Dio è lʼinizio di un movimento che vuole  coinvolgere poco alla volta tutte le persone che liberamente accolgono il dinamismo della elezione  stessa.
Faccio degli esempi per intenderci. Leggevamo oggi il vangelo di Giovanni, al capitolo 13, ver- setto 34: “«Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato»”. Allora lʼamore di Gesù dà inizio ad un  movimento dʼamore che vuole coinvolgere i discepoli e vuole dilatarsi allʼinfinito, dallʼuno allʼaltro.  Non ci deve essere nella logica di Dio, nella logica di Gesù, un limite.
Al capitolo 13, versetto 14 cʼè quellʼaltra espressione: “«Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate  Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri  piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri»”. Che Gesù si chini a lavare i piedi dei suoi  discepoli è un gesto di servizio e di amore, di onore incredibile fatto ai discepoli. Però se lo accettano  devono lavarsi i piedi gli uni gli altri, debbono chinarsi a lavare i piedi degli altri. La logica è quella  lì, non puoi lasciarti lavare i piedi e rifiutarti di servire il tuo fratello. Questo vorrebbe dire bloccare il  dinamismo del servizio. Il dinamismo del dono vuole essere senza limiti.
Ancora. Lettera ai Romani, capitolo 15, versetto 7: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cri- sto accolse voi, per la gloria di Dio”. Cristo vi ha accolto peccatori come eravate. Eravate peccatori: bene, se Cristo vi ha accolto come peccatori, voi dovrete accogliere gli altri anche se sono peccatori.  Il dinamismo dellʼaccoglienza è ancora un dinamismo dello stesso genere.
E, finalmente, ricordate quel discorso che abbiamo commentato varie volte, alla fine del capitolo 18 del Vangelo di Matteo:

«Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette  volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse  venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti  rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto lʼaccaduto. Allora il padrone fece chiamare quellʼuomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse  restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». (Mt 18,21-35)

Detto in altri termini: ci arriva un perdono incredibile di diecimila talenti, dono gratuito; ma questo  dono gratuito deve suscitare lʼamore per gli altri e il perdono degli altri.

Spero di spiegarmi. Lʼelezione di Dio è gratuita nel senso che non si può meritare, ma non è gratuita  nel senso che la si può godere senza lasciare che la propria vita sia compromessa. Se uno riceve la  elezione deve concepire e vivere la sua vita come un dono da consegnare; deve trasmettere quellʼamore  che ha ricevuto, così come lo ha ricevuto, verso gli altri; deve prolungare il dinamismo perché se non  lo prolunga il dono stesso appassisce e muore.
È quello che abbiamo ricordato lʼanno scorso quando dicevamo che il dono è gratuito nel senso che  non è meritabile, ma è impegnativo, eccome! Perché il dono chiede un dono di ritorno. Se io faccio  un dono in qualche modo ti sollecito a rispondere perché è solo se tu mi rispondi che si stabilisce il  legame, il rapporto. Altrimenti tu ti porti a casa il valore venale del dono, ma non ti porti a casa quello  che è lʼessenziale del dono: il legame di amicizia. Se non mi rispondi con il tuo dono, non mi sei amico  in fondo. E con il Signore la questione è così.
Sei eletto perché il Signore ti ha guardato e ti ha voluto bene, gratis. Sei unico al mondo. Ma se sei  unico al mondo, appartieni totalmente al Signore e la tua risposta deve essere una risposta totale. Se  non gliela dai, hai bloccato lʼelezione, hai bloccato lʼamore.
Se invece rispondi, la tua vita diventa significativa non solo per te, ma anche per gli altri, perché  quel dinamismo di amore si allarga, fai entrare anche gli altri, anzi, lʼumanità intera. La logica è quella  lì: il Signore ha benedetto Abramo perché la benedizione attraverso Abramo arrivi a tutti gli uomini.  Ma diventa benedizione per tutti gli uomini se Abramo riesce a vivere la sua vita come dono, e riesce  a vivere la sua vita come dono se riesce a donarla al Signore e quindi a tutti.
Nella logica di Dio, Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, dice la prima lettera a Timoteo, e  diventare partner di Dio attraverso lʼelezione significa fare nostro il disegno di Dio per la salvezza degli uomini. Significa che la nostra vita in qualche modo non ci appartiene più del tutto: appartiene  al Signore per la vita del mondo, per la vita degli altri.
Naturalmente, ci mettiamo subito la riserva, in un certo senso: la nostra vita appartiene al Signore per  la vita degli altri in modo progressivo, perché questa appartenenza dipende dalla maturazione della  fede e la maturazione della fede è lenta, non avviene di colpo, per cui non siamo di colpo perfetti nel  dono della nostra vita. Però il dinamismo è quello lì: sei scelto e amato dal Signore e quindi chiamato  a vivere la tua vita come dono.
Se la vivi come dono, la tua vita la restituisci al Signore attraverso lʼamore degli altri: se fai questo  tu dilati quel dinamismo che da Dio è arrivato alla tua vita e lo dilati provocando anche gli altri a fare  lo stesso, a credere nellʼamore di Dio, a riceverlo e a diventare portatori di questo amore, perché si  allarghi allʼinfinito fino a raggiungere tutti gli uomini.
E allora avviene una cosa stranissima: che la elezione, che partiva come una esperienza di unicità  “tu sei per me unico al mondo”, finisce nel suo dinamismo con il massimo di universalità, vuole coin- volgere tutti e colloca la persona eletta al servizio di tutti. La logica della Bibbia è quella lì.

Lʼesercizio è molto semplice: è il riuscire a vedere dentro alla vostra vita quellʼamore unico che il  Signore ha avuto per ciascuno di voi, perché per ciascuno di voi il Signore ha espresso il suo amore  con dei segni unici, a partire dalla famiglia in cui siete nati e dalle esperienze che avete fatto. Questi  segni di unicità provate a rivederli nella vostra vita: quei momenti, quegli incontri, quelle esperien- ze, a volte anche quelle sofferenze, dove però il segno della vicinanza del Signore, e della vicinanza  personale, cʼè stato, perché partendo di lì la vostra vita può assumere quel significato di servizio al  disegno di Dio che dicevamo.

S.E. Mons. LUCIANO MONARI

Un Mondo secondo il Cuore di Dio



L’ANGELO CADUTO 

Per conoscere la causa dell’esistenza del male in questo mondo, bisogna uscire fuori di esso, se si vuol trovare una spiegazione adeguata. Nel mondo, così come lo voleva e come lo decise Dio, non sarebbe esistito il male. Lo scrittore sacro insiste sulla compiacenza di Dio nel creato: «E Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco, era molto buono». E doveva essere così, poiché tutta la creazione era stata destina- ta al Dio umanato. 

Abbiamo detto che la causa del male va cercata fuori del mondo “creato” e voluto da Dio. Prima che questo mondo “creato” da Dio diventasse “sensibile”, Dio aveva creato degli spiriti chiamati angeli. Ce ne fu uno, il più pieno di luce - Lucifero – che, conoscendo i disegni di Dio, desiderò per sé la creazione che era stata destinata al Dio umanato; a lui si unirono altri angeli. Dio li aveva creati liberi. Egli mantiene, non distrugge questa libertà angelica, benché con essa si scelga una cosa sproporzionata alla propria natura creata, come è sproporzionato che tutta la creazione fosse per una semplice creatura. In base a questa inviolabilità della libertà creata, essendo Dio fedele nelle sue opere, Egli non si disdice. Nella sua giustizia perfettissima Dio accetta quel desiderio che procede dalla sua creatura libera: l’angelo desidera per sé la creazione che è stata destinata all’Altro. Gli pone soltanto una condizione: che l’essere libero, l’uomo che abiterà nel mondo, lo accetti. 

Il simbolo biblico di un albero proibito non ha altra finalità che farci comprendere questa idea fondamentale: quell’albero è il simbolo della presenza dell’angelo che desidera per sé la creazione. L’uomo è stato avvertito: «Quando tu ne mangias- si, certamente moriresti». Ma Dio non svela all’uomo che lì si nascondono le pretese di un usurpatore che desidera impadronirsi della creazione. Dio nasconde questo all’uomo per giustizia verso l’angelo caduto, perché diversamente l’uomo non accetterebbe mai l’angelo. La prova dell’uomo consiste nell’obbedienza a Dio che è il Bene. L’anima dell’uomo era inondata da questo Bene infinito che avrebbe dovuto diffondere in tutta la creazione, nel cui seno veniva operando come un fermento, per permissione divina, lo spirito del male . 

L’uomo, obbedendo a Dio, avrebbe redento la creazione, soggetta alla vanità per la ribellione dell’ angelo, spirito del male. Ma l’uomo invece disobbedì, restando prigioniero nella stessa “vanità” della creazione intera. E, anziché redimere, ebbe la necessità di essere redento. 

Ma la giustizia perfettissima di Dio fa un nuovo passo in questa situazione nuova cagionata dalle creature libere, il demonio e l’uomo. Il peccato del demonio è irreparabile perché è sgorgato da “dentro”, nella pienezza della luce; il peccato dell’uomo invece è riparabile perché è stato l’accettazione di un suggerimento venuto da “fuori”, senza conoscenza del male. Dio, non solo per misericordia, ma anche per giustizia, annuncia all’uomo una promessa di redenzione dalla schiavitù in cui è caduto: «Io porrò – dice Dio – inimicizia tra te – riferendosi al nemico, l’angelo caduto – e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa...». 

Fino a che non si compia questa profezia, la quale dipende dalla libertà umana, il nemico del Dio umanato e del genere umano realizzerà una azione devastatrice. Il nemico ha ora diritto ad introdurre il suo spirito quando gli uomini sono generati alla vita naturale; è una conseguenza del peccato originale commesso dal primo uomo. Il lavoro degli uomini consisterà nell’espellere quello spirito con la fede nel Messia promesso e operando con una grande rettitudine. Ambedue le cose dipendono dall’orientamento che prende la libertà dell’anima umana. Lo vediamo subito nei due primi figli dell’uomo (Adamo), Caino e Abele. Ambedue sono venuti con le conseguenze del peccato originale. Tuttavia Dio gradisce i sacrifici del minore, Abele, ma non quelli di Caino. Dio, che è la perfetta giustizia, ha visto una differenza nell’offerta dei due, a causa della diversa purezza del cuore. Questo fa camminare Caino a testa bassa: «Se tu fai bene, forse non potrai tenere alta la testa? Ma se non agisci bene il peccato ti sta alla porta». Se si tiene presente che anche Caino fa la sua offerta a Dio, c’è da supporre in essa qualcosa di non retto, di cui egli era cosciente e che lo faceva cammi- nare a testa bassa. Cioè, Caino con la sua libertà si era deciso per una accettazione “personale” di una ispirazione dello spirito del male, una sollecitazione priva di purezza e di rettitudine. A misura che quella accettazione diventava più profonda, lo spirito del male andava impadronendosi delle sue facoltà, fino ad arrivare un giorno a concepire la morte di suo fratello Abele. 

Questa idea fu ispirata dallo stesso demonio. Ce lo dice testualmente San Giovanni nella sua prima lettera, nel raccomandarci la carità fraterna, stigmatizzando la condotta di Caino: « Non come Caino che, ispirato dal maligno, uccise suo fratello». 

Questa ispirazione diabolica è più profonda di quanto sembri a prima vista; l’angelo caduto aveva desiderato per sé la creazione destinata al Dio umanato. Ciò dipendeva dalla libertà dell’uomo; è certo che il primo uomo, Adamo, accettò l’azione dello spirito del male col disobbedire a Dio. Ma la sua accettazione non fu totale, né pienamente cosciente. Non conosceva il male nel primo peccato. Dopo di esso restò con una libertà, che se è vero che fu indebolita, poteva rifarsi con la grazia del futuro Messia, aspettandolo con fede e con una vita retta. Abele agisce così e perciò la sua offerta è gradita a Dio. A misura che lo spirito del male si va impadronendo delle facoltà di Caino, perché egli accetta la sua azione, esso gli va ispirando un profondo odio contro suo fratello. Qual è l’esatta ragione di quell’odio? In un linguaggio corrente si direbbe che la condotta di Abele è un rimprovero per Caino. Ed è certo. Ma se andiamo più a fondo, tenendo presente il piano divino, si deve dare un’altra ragione; tenendo anche presente che l’ispirazione di Caino ad uccidere suo fratello viene dal demonio, nel demonio si deve trovare una ragione più profonda. All’uomo caduto è stato promesso un Redento- re, che arriverà quando la libertà dell’uomo lo accetterà pienamente. Abele comincia ad accettarlo con una condotta gradita a Dio. Il “nemico” “vede” in ciò il germe del Frutto; per questo lo affoga nel sangue e si vale per ciò di una libertà umana che si è inclinata alla sua azione. 

Bisogna tener presente che il demonio, direttamente, può soltanto ispirare o spingere verso il male ciascun uomo; ma per la sua opera distruttrice e corruttrice dell’umanità si serve degli uomini che hanno accettato e accettano le sue ispirazio- ni. Questi uomini sono coloro che formano ciò che si è venuto a chiamare “spirito del mondo”, collaboratori fedeli e inco - scienti del loro proprio nemico, lo spirito del male. Si nota, fin dall’inizio dell’umanità, in questo “spirito del mondo”, un desiderio prepotente di dominare, di scoprire e di impadronir- si della creazione con dimenticanza totale di Dio. È come una eco, o meglio, come una realizzazione del desiderio dell’angelo caduto di volere per sé la creazione destinata al Dio urnanato. In realtà il demonio non potrebbe realizzare quel desiderio se non per mezzo di quegli uomini che com- pongono lo spirito del mondo. Costoro hanno preparato e preparano l’incarnazione del demonio stesso, ispiratore di tutte le loro opere, opere che Dio permette nella sua giustizia perfettissima, per la libera scelta delle sue creature. I discen- denti di Caino formano il primo nucleo di quello “spirito del mondo”: essi sono gl’inventori di strumenti musicali, di strumenti da taglio, ecc., e più tardi questo stesso spirito sarà quello che costruirà la famosa Torre di Babele. 

Questo “spirito del mondo” è l’opposizione al primitivo piano del Creatore: l’uomo ha perduto quella semplicità che gli facilitava il contatto col suo Padre e Signore. Questi è giustissimo; perciò il suo modo di agire è diverso dal modo di agire del demonio. Caino in una giustizia umana meriterebbe la morte, ma Dio sa che è strumento cieco dello spirito del male e gli mette un segno affinché nessuno lo uccida, nono- stante si sia inclinato verso l’azione dello spirito del male. Dio continua a proteggerlo fino a che la sua giustizia glielo permetta. Dio dà un nuovo figlio alla prima coppia umana: Set. C’è tutta una gioia profonda nella espressione di Adamo: 
« Dio mi ha dato un altro discendente al posto di Abele ucciso da Caino». 

Siamo spesso molto leggeri nel giudicare il primo uomo. Dimentichiamo con una grande noncuranza tutti i suoi aneliti per il Messia promesso. Se egli udì la grave sentenza che avrebbe pesato su tutta la sua discendenza, ascoltò pure la promessa di un Salvatore. Egli che fu personalmente causa del peccato originale, dovette sentire un vivissimo desiderio di dare il massimo apporto affinché il Salvatore arrivasse. Siamo troppo superficiali per immaginarci il profondo dolore di Adamo, quando trovò morto Abele, il figlio fedele a Dio, dal quale doveva venire il Salvatore promesso. E per la stessa ragione non possiamo neppure immaginare la nuova gioia che gli procurò la nascita di Set. Parliamo facilmente del peccato del primo uomo, ma dimentichiamo che un pentimento inconcepibile per noi contribuì a che il Salvatore promesso arrivasse nella pienezza dei tempi. 
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presentato da JOSÉ BARRIUSO