domenica 6 settembre 2020

Un Mondo secondo il Cuore di Dio



LA LIBERTA’ DELL’UOMO 

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Possiamo anche farci un’altra domanda: chi si d ecide a cercare Dio, lo fa per servire Dio o perché quel servizio gli porta un vantaggio? Non sarebbe ciò una forma di egoismo sottile, che cerca anzitutto la propria felicità, come altri la cercano in altra direzione? Questa felicità dev’essere una conseguenza, non un fine, di quel servizio libero e disinteres- sato al loro Creatore. L’uomo trova la felicità perché ha raggiunto il centro e la ragione della sua esistenza. Non è schiavo di nessuno, neppure di sé stesso; la sua libertà gli viene perché l’amore l’ha fatto schiavo del suo Signore, raggiungendo la meta per la quale è stato creato. Quanto più la creatura eserciterà la libertà in quella direzione, tanto più sarà perfetta sia la libertà come la creatura. Il contrario di quel che fece Lucifero e poi il primo uomo: una ribellione nella quale la libertà non seppe decidersi per la perfezione di sé stessa. Forse che il demonio è più libero per il fatto di voler tutto il contrario di quel che vuole Dio? È molto istruttiva la sua rappresentazione in catene. Forse che le catene gliele ha messe Dio? No, gliele ha messe il suo orgoglio; il demonio è l’eterno incatenato dal suo “amor-proprio”. Gli uomini, quanto più “amano” sé stessi disordinatamente, più vanno assomigliando al demonio. La vera libertà sarà sostituita da una schiavitù satanica, nella quale l’orgoglio li tiene prigio - nieri come in un inferno. 

Il servizio di Dio non deriva da nessun complesso – benché il demonio faccia credere questo agli uomini per farli suoi schiavi – ; il servizio di Dio deriva da un ordine giuridico e razionale reclamato dal diritto, per essere noi sue creature. 
È vero che Dio creò l’uomo libero, ma questa libertà, preceduta dalla conoscenza e dall’amore, gli è stata data affinché riconosca e abbracci liberamente quella dipendenza giuridica e razionale. Il contrario è ribellione, quindi una falsa libertà che tenta di instaurare un ordine antigiuridico. 

Ora ci si può domandare: come può esistere l’esercizio di una libertà, quando esiste un’unica direzione? Questo è radicato nell’essenza stessa della volontà, che tende natural- mente verso il Bene e quando sceglie il male lo fa sotto l’aspetto di bene. La libertà non si decide per un male o per un bene; essa decide tra due realtà che appaiono sotto l’aspetto di bene, benché una di esse non lo sia. Quando l’uomo cerca anzitutto il suo proprio bene, posponendo il Bene, allora, presto o tardi, sperimenterà che si è deciso per il male – questo è agire per “convenienza” – . Solo quando si agisce con una coscienza retta si sperimenta la sensazione di aver operato bene, perché se si è scelto una cosa cattiva, è stato perché in coscienza la si è vista come Bene. La tentazione del demonio al primo uomo in parte era vera: «Sarete come Dio, conoscitori del bene e del male». L’uomo non conosceva il male finché non l’ha sperimentato. I santi hanno conosciuto il male, ma l’hanno superato indirizzando la loro libertà al conseguimento del Sommo Bene. 

Il dolore, che è un male, come conseguenza del peccato, non entrava nella prima economia; ora la libertà non si purificherà se non attraverso il dolore, che è un male relativo, ma apre la via verso il Sommo Bene. Il ribellarsi contro il dolore è un nuovo peccato che fa scendere più in basso l’uomo. La libertà deve accettare il dolore come medicina di salvezza. Se lo rifiuta, sta rifiutando la cura, il che non è altro che ostacolare il ritorno al Paradiso perduto. Per condurci ad esso è venuto il Figlio di Dio e ci ha detto che Lui era la Via per andare al Padre: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». E a quel Padre, che abbiamo perduto nel Paradiso, non potremo tornare se non rassomigliamo al suo Figlio Unigenito. È dentro di Lui che dobbiamo vivere, perché il Padre ci veda attraverso suo Figlio. Vedendoci così identificati, possa Egli esclamare di ciascuno di noi: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto». Ma non possiamo stare entro suo Figlio se non percorrendo la via che Egli percorse: «Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato». La Volontà del Padre stava nella Croce, nel Calvario e nella Morte, per redimerci dai nostri peccati; non che la Volontà del Padre avesse scelto per suo Figlio la croce, il calvario e la Morte; fu l’uomo che fece questa scelta e la giustizia del Padre l’accettò. Rifiutare la croce che la giustizia del Padre stabilisce per ciascuno di noi è rifiutare la “Via” che ci conduce al Padre. Il Figlio Unigenito l’ha percorsa per nostra salvezza; noi dobbiamo percorrerla, non tanto per nostra salvezza, ma perché Lui l’ha percorsa per ciascuno di noi. Che profonde le parole di Gesù, attraverso queste considerazioni: «Io sono la via»! Mai saremmo usciti da noi stessi, neppure con la parte migliore della nostra volontà. Solo l’Amore di Gesù ci tirò fuori dalla condizione di ripiegamento su noi stessi in cui vivevamo, aprendoci la via – «facendo di una via ignominiosa, che gli diedero gli uomini, via di salvezza» – che percorriamo quando, spinti dall’amore, ci decidiamo a seguirlo. L’amore a noi stessi non avrebbe mai accettato il dolore per ritornare al Padre. Ma suo Figlio si fece dolore per ciascuno di noi perché, vedendolo, abbracciassimo il dolore. 

Qui la libertà ha un ruolo di somma importanza, deve decidersi per realtà profonde che le propone la fede, e non lasciarsi soggiogare dalla resistenza di una natura decaduta, utilizzata costantemente dal demonio. Se nel Paradiso l’uomo ha abbracciato il male senza conoscerlo, ora deve abbracciare il dolore, coscientemente, perché nasconde un bene: la sua purificazione e la sua salvezza. Questo è ciò che hanno fatto i santi. Quando, per mezzo del dolore, sarà stato purificato il nostro egoismo, l’anima uscirà dalla sua schiavitù, l’attaccamento a sé stessi, ricuperando la sua autentica libertà: la perfetta scelta del Bene. 

JOSÉ BARRIUSO

Benedetto sia Dio Padre



Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei Cieli, in Cristo.
In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua Volontà.
E questo a lode e gloria della sua Grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto;
nel quale abbiamo la Redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua Grazia.
Egli l'ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché Egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua Volontà...: il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del Cielo come quelle della terra. ... In Lui, dopo aver ascoltato e creduto la parola della Verità, il vangelo della nostra salvezza, abbiamo ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, caparra della nostra eredità, a lode della sua Gloria. cfr. Ef 1,3-14


Solamente con la preghiera, con il digiuno e con la penitenza, con il sacrificio offerto con il cuore, si riesce a rompere queste catene indistruttibili



Messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo ricevuto da Discipulo – il 14 ottobre 2018 – nella Cattedrale di San Luis Potosì

Nostro Signore Gesù dice che la via della Sua Croce è un cammino angusto, attraverso il quale si giunge alla Vita Eterna.

Invece la strada della perdizione è ampia e molti stanno camminando su questa strada. Hanno perso la speranza e la fede e non vivono più per Me, ma per loro sessi, per le comodità e per i piaceri, perché hanno rifiutato Me, che Sono il Dio della Vita ed hanno riposto la loro fiducia nelle cose, nelle persone, negli oggetti che non garantiscono loro la Salvezza Eterna, ma che li incatenano e li intrappolano, talvolta con catene indistruttibili.

Ah… figli Miei, solamente con la preghiera, con il digiuno e con la penitenza, con il sacrificio offerto con il cuore, si riesce a rompere queste catene indistruttibili, perché la forza del sacrificio, del digiuno e della preghiera, hanno grande importanza e valore alla Mia Presenza.

Amati figli Miei, il profeta, colui che ha ricevuto questo Dono per mezzo del Mio Spirito, trasmette fedelmente quello che il Cielo desidera dire ad ogni anima sulla terra ed il sacerdote è colui che spiega il senso del messaggio con parole umane, comprensibili ad orecchi umani.

I messaggi che Io do attraverso i Miei profeti e strumenti, vanno però direttamente all’anima e al cuore… e ci si attende una risposta nello stesso modo in cui ci si attende una risposta dalla terra, quando viene bagnata dalla rugiada del cielo che la rende fertile e produttiva.

Quando un profeta parla, lo fa nel Mio Nome, ma quando si spiega il senso del Messaggio o dell’avvertimento in modo umano, in cui gli uomini lo possono capire… allora… si realizza esattamente il Mio Piano ed il Piano di Mio Padre, vostro Padre.

Parole in lingua…

La voce del pastore è la voce di colui che spiega con chiarezza ai Miei figli sulla terra, quello che il messaggio e l’avvertimento vogliono dire.

Amati figli Miei, state in allerta e vigili in ogni tempo ed in ogni momento, perché gli eventi tragici che stanno succedendo, uno dopo l’altro, qui sulla terra, sono segnali della fine prossima della storia di una generazione adultera e perversa, che ha tolto la Legge di Mio Padre dal proprio cuore per impiantarvi la sue proprie leggi e le fa come un carico difficile e impossibile da sopportare per le anime docili, pure e limpide, che nella loro coscienza e dentro di loro riconoscono quando il Vero Dio sta parlando ai loro cuori o quando lo spirito della menzogna le tocca e le fa dubitare della Mia Parola.

Si sta perdendo la fiducia in Me ed è per questo che il Mio nemico riesce a intrappolare più anime nella rete sottile delle sue macchinazioni perverse, per portare le anime alla condanna eterna, dalla quale non torneranno mai più.

In Europa, Io ho destinato solo 3 nazioni, per preservare le Vera Fede nel mondo.
Ho dato una discendenza santa e pura, attraverso San Luigi, Re di Francia, una discendenza che raggiungerà i Paesi Bassi dell’Est, il Portogallo, la Spagna e la Francia.

Io Sono il Giusto Giudice di tutte le Nazioni.

Il Mio Giudizio sarà implacabile contro le generazioni colpevoli, quelle che si sono allontanate del Vero culto al Mio Padre Celeste, da quello che è il culto in Spirito e Verità, affinché tutti gli esseri umani vivano nell’amore.

Era necessario che comprendeste Chi è l’Amore!

Io Sono l’Amore Vero disceso dal Cielo, nella Sua Totalità, nella Sua Pienezza. Ricevendo il Mio Corpo ed il Mio Sangue, vi santificate quotidianamente.

Vi amo e vi benedico!

CHIAMAMI PADRE



NELL'UNICO FIGLIO DIVENTIAMO TUTTI FRATELLI

Nell'unico Figlio diventiamo, dunque, tutti fratelli.
Tutti: cioè gli uomini che, senza alcuna distinzione, liberamente accettano di diventare partecipi dell'unica natura divina.
E diventando figli, diventano fratelli, perché acquistano la generazione dal Padre e la comunione col suo unico Figlio.
È dunque questo l'autentico fondamento della cristiana fraternità: la comune dignità di figli.
Siamo tutti fratelli perché diciamo "Padre" alla stessa Persona, e perché il Primogenito, Gesù, ci unisce in Lui in un unico Corpo, in un'unica realtà divina.



"CIO’ CHE SAREMO NON È ANCORA RIVELATO"

Ma non tutto è ancora stato rivelato, e quindi non tutto è ancora evidente.
Occorre fare un arduo passaggio da ciò che è visibile a ciò che è invisibile.
Ogni realtà sensibile è segno di una realtà sopra-sensibile. Occorre fare un balzo nella fede per riuscire a immaginare ciò che è ancora nascosto.
Il Regno di Dio sulla terra, la Chiesa, racchiude realtà divine, ma agli occhi terreni, queste realtà sono ben poca cosa~ Basta pensare all'Eucaristia: che cosa c'è di più umile di quella piccola ostia? Eppure è segno e presenza del Corpo di Gesù!
Noi siamo una realtà fragile e mortale, ma già possediamo una tale dignità che ci farà esplodere di gioia nel momento nel quale essa ci sarà pienamente e definitivamente rivelata. È celebre la frase di J. H. Newman: «Grace is glory in exile. Glory is grace at home» (La grazia è la gloria in esilio. La gloria è la grazia giunta a casa).



"GIÀ" E "NON ANCORA"

Il Padre fa di noi dei figli.
Nati da un padre e da una madre che ci hanno trasmesso le realtà terrene, nel Battesimo siamo rinati a figli delle realtà celesti.
Ora siamo come un feto immaturo, a mezza strada:
-     fra il passato e il futuro,
-     fra le cose che vediamo e quelle che non vediamo,
-     fra il bene e il male,
-     fra il rischio di accogliere il dono divino o di rifiutarlo,
in una lotta perenne con le nostre cattive tendenze e con l'azione di Satana che ci ostacola, con ogni mezzo, nel nostro cammino incontro alla piena e perfetta figliolanza divina.
Non siamo in una posizione né facile né comoda, e per questo soffriamo:
- di incompletezza, perché non abbiamo ancora la maturità definitiva;
di cecità, perché siamo chiusi nelle cose, non vediamo ancora con chiarezza;
di nostalgia, perché abbiamo già nelle vene il sangue di Dio e siamo costretti a sopportare il sangue turbolento e malato di uomini.'


TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO



« Dopo il peccato, il mistero dell' Incarnazione fu creduto con una fede esplicita, non solamente quanto all' Incarnazione del Verbo, ma ancora quanto alla passione ed alla resurrezione, che doveano liberare l'uomo dal peccato e dalla morte. Altrimenti gli uomini non avrebbero anticipatamente figurata la passione di Gesù Cristo mediante sacrifìci, tanto innanzi che dopo Mosè. I più istruiti conoscevano perfettamente il significato di questi sacrifizi. Gli altri credendo questi sacrifizi istituiti dallo stesso Dio, aveano per mezzo loro una conoscenza velata del futuro Redentore. Questa conoscenza più oscura nei remoti tempi, divenne più chiara via via che il Messia si avvicinava.

 « Se si tratta dei pagani, la rivelazione del mistero dell' Incarnazione fu fatta ad un gran numero. Testimone fra gli altri, Giobbe, che dice: Io so che il mio Redentore è vivo. Testimone la Sibilla citata da sant'Agostino. Testimone quell’ antica tomba romana, scoperta sotto il regno di Costantino e dell'Imperatrice Irene, in cui trovossi un uomo che aveva una lamina d'oro sul petto con questa iscrizione: Cristo nascerà da una vergine, ed io credo in lui. 0 sole, tu mi rivedrai sotto il regno di Costantino e $ Irene. Se vi ebbero di quelli che furono salvati senza questa rivelazione, non lo furono però senza la fede del mediatore. Certo, essi non ebbero la fede esplicita, ma ebbero quella implicita nella divina Provvidenza, credendo che Dio fosse il liberatore degli uomini, con mezzi ad esso noti e manifesti a coloro, che il di lui spirito avea degnato ammaestrarne.1 » 

Trovasi inoltre in tutte le epoche e sotto tutti i climi, l’uso dei sacrifizi, delle purificazioni, delle adorazioni, delle preghiere conservate presso i popoli pagani come presso gli Ebrei. Chi potrebbe affermare che ognuno di questi atti, manifestazione di una fede qualunque, non avesse in ogni circostanza una relazione più o meno compresa, tra l’espiazione del peccato in generale e il peccato originale in particolare? Non trovasi egli scritto del centurione Cornelio tuttora pagano, che le di lui preghiere e le sue elemosine erano accette a Dio?  Parlando ai pagani del tempo suo, sepolti nella più rozza idolatria, Tertulliano non dice ad essi: « Nella prosperità voi fissate i vostri sguardi al Campidoglio, ma nell’avversità, voi gli alzate al cielo, dove sapete che risiede il vero Dio? » Sarebb’egli pure di una necessità invariabilmente assoluta, che il fanciullo fosse nato per trar benefìcio dalla fede dei suoi genitori? « È vero, risponde un gran teologo, che in nessun luogo si legge che tali sacrifizi siano stati-offerti o ricevuti per i bambini tuttora nel seno materno. Cosi in virtù di un ordine provvidenziale, legalmente stabilito, nessun bambino prima di nascere, non ha mai ottenuto con sacrifizi esteriori, la remissione del peccato originale. Parecchi hanno ricevuto questa grazia per uno special privilegio, come Geremia e san Giovan Batista. Tuttavia non dobbiamo disapprovare nè le preghiere, nè i voti, nè le buone opere esterne dei genitori, per i loro figli nati o da nascere, e che si trovano in pericolo di morte. Imperocché Iddio non ha incatenato la sua onnipotenza ai sacramenti. 

« Possono essi dunque pregare, affinchè egli si degni nell’infinita sua misericordia condurli al battesimo, o rimetter loro il peccalo originale. Allora Iddio che è infinitamente buono, potrà salvarli. Ciò sarà non in virtù di una legge, ma unicamente per grazia. Perciò, senza una rivelazione, non bisogna affermare eh’ essi sieno salvi, e il corpo loro non deve essere sepolto in terreno sacro,1 » Fin dove si estendeva e fin dove si estende ancora questa possibilità della salute per gli infanti sopraccitati, come per gli altri, mediante le preghiere, le opere buone, i sacrifizi, la fede, insomma, de’genitori tuttora idolatri? Chi può ancora qui rispondere? Tutti questi dubbi e altri pure che possono, senza offendere l'insegnamento cattolico, essere risoluti nel senso della misericordia, permettono di diminuire, forse infinitamente più che non si creda, il numero dei soggetti, e soprattutto delle vittime eterne dello Spirito maligno. Se ella ne avesse bisogno, questo solo basterebbe per giustificare, agli occhi di ogni uomo imparziale, l'infinita sapienza, e l'infinita bontà dell'eterno amatore delle anime, specialmente di quelle dei bambini.1

Monsignor GAUME

«LISTA NERA» DELLE ETEROSOSSIE, CRIPTO-ERESIE E AFFERMAZIONI EQUIVOCHE DI PAPA BERGOGLIO



28 novembre 2015 : "In tasca porto sempre con me la storia del fallimento di Dio. È una via Crucis, una piccola via Crucis".


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1 ottobre 2013: "Non esiste un Dio cattolico"

20 dicembre 2013: "La Madonna ha sempre taciuto, anche ai piedi della Croce... Il Vangelo non ci dice nulla: se ha detto una parola o no. Era silenziosa, ma dentro il suo cuore, quante cose diceva al Signore! 'Tu, quel giorno - questo è quello che abbiamo letto - mi hai detto che sarà grande; tu mi ha detto che gli avresti dato il Trono di Davide, suo padre, che avrebbe regnato per sempre e adesso lo vedo lì!'. LA MADONNA ERA UMANA! E FORSE AVEVA VOGLIA DI DIRE: 'BUGIE! SONO STATA INGANNATA!'..."

7 luglio 2014: “Vivi e lascia vivere è il primo passo per la felicità” (11° comandamento?..., ndr).

11 maggio 2015“Le religioni ci aiutano tutte perché tutte hanno un Comandamento che è comune: amare il prossimo” (Giovanni 14, 6 “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me", ndr)

29 maggio 2015: "Se una persona è gay chi sono io per giudicare"?

17 novembre 2015: “[NEL GIORNO DEL GIUDIZIO] NON TI SARÀ CHIESTO SE SEI ANDATO A MESSA […] MA SE LA TUA VITA L’AVRAI USATA PER FARE MURI O PER SERVIRE […] Tutti noi battezzati, luterani e cattolici, siamo in questa scelta: il servizio, l’essere servo” (S. Bernardo: "si merita di più ascoltando devotamente una S. Messa, che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando su tutta la terra"; S. Curato d'Ars: "Il martirio non è nulla in confronto alla Messa, perché il primo è il sacrificio dell'uomo a Dio, mentre la seconda è il sacrificio di Dio per l'uomo!", ndr.).

San Pio V il Pontefice della battaglia di Lepanto La vittoria della fiducia eroica



San Pio V e la visione della vittoria a Lepanto
(Lazzaro Baldi - 1673, Collegio Ghislieri di Pavia)

Le fonti cattoliche che raccontano la battaglia di Lepanto spesso non menzionano un dato importantissimo, che è presente in alcune fonti musulmane. Queste ultime dicono – e fin qui tutte le fonti cattoliche sono d’accordo – che ci fu un determinato momento in cui la situazione dei cattolici sembrava disperata. C’era stato uno scontro terribile fra le due armate a bordo delle navi, e in questo scontro, a un certo momento, noi cattolici stavamo battendo in ritirata e la situazione sembrava completamente persa.

All’improvviso, quando meno lo si attendeva, i musulmani cominciano a indietreggiare, e qualcuno di loro ai quali si chiede che cosa stia succedendo risponde che è apparsa in cielo una Signora in abiti da regina e li ha guardati con uno sguardo così terribile che è mancato loro del tutto il coraggio e sono fuggiti.

Riflettiamo su questa situazione. Si tratta di una battaglia navale, la maggiore fino ad allora combattuta nella storia, che creava una “suspense” in tutta la Cristianità, perché lì si giocava in un certo senso il futuro dell’Europa. L’Europa era miseramente divisa fra cattolici e protestanti: i protestanti avevano aperto una breccia nel seno della Cristianità e i Paesi cattolici, già provati dalla lotta contro i protestanti, non sarebbero riusciti a resistere se nel Sud dell’Italia fossero sbarcate forze musulmane importanti. Roma sarebbe caduta nelle mani dei musulmani e non si sa chi avrebbe potuto fermare la loro avanzata. Umanamente parlando, la causa cattolica sembrava perduta. In questa immensa battaglia navale combattevano quattro potenze cristiane convocate da San Pio V: - la Spagna, la maggiore potenza del tempo; - Venezia, che era una potenza navale apprezzabile ma soprattutto aveva molto denaro, con cui contribuiva a questa crociata; - Genova, che offriva un grande ammiraglio, Andrea Doria, per guidare le sue navi nella battaglia: - e una piccola squadra del Papa, che era quanto poteva mettere in campo perché tutte le forze cattoliche fossero presenti di fronte a un nemico tanto potente e brutale. Le sorti della battaglia erano incerte. Le descrizioni concordano nel dirci che fu terribile, una carneficina tremenda. I cattolici abbordavano le navi musulmane, alcuni musulmani erano già sulle barche cattoliche, si uccideva e si moriva da una parte e dall’altra, le navi si scontravano e alcune andavano in pezzi. Navi che affondano, gente gettata in mare con l’armatura che dopo qualche tentativo di restare a galla annega. Tuonare di cannoni, rumori tremendi, confusione. E i cattolici che arretrano… 

In questo momento della lotta, il comandante Don Giovanni d’Austria invoca l’aiuto di Nostra Signora e le forze cattoliche fanno ricorso alla fede, chiedendo alla Madonna che scenda in campo al loro fianco.

Possiamo immaginare lo sforzo di Don Giovanni d’Austria per raccogliersi e prendere, per così dire, le distanze dalla battaglia. Sta in mezzo alla lotta, con un nemico alle spalle e uno di fronte, colpendone uno che gli arriva contro e non sapendo da che parte voltarsi. A questo punto tuttavia prende una distanza mentale dall’avvenimento per volgersi alla sua fede, per guardare alle sorti generali della battaglia e accorgersi che la sta perdendo, benché i cattolici moltiplichino i loro sforzi con grande zelo.

Immaginiamo lo spirito di fede di chi lotta e non si arrende, di chi dà la vita per una causa che dal punto di vista umano sembra molto compromessa. Ma questo prima che intervenga Nostra Signora! Si può dire che sperò contro ogni speranza, che ebbe fiducia contro le ragioni che lo inducevano a disperare. In effetti umanamente non c’era speranza e non fu per ragioni umane che i musulmani si ritirarono. Ma nello stesso tempo fu per la fiducia che avevano nell’intervento di Nostra Signora che Ella apparve nel punto più alto del cielo.

Curiosamente sembra che l’abbiano vista i nemici ma non i cattolici. Le truppe islamiche comunque fuggirono. Questo significa che quei combattenti cattolici ebbero il merito della fede pura, della fede oscura: non videro il miracolo, ma sentirono gli effetti del miracolo. Fu necessario che il nemico raccontasse del miracolo, che i nemici spiegassero perché erano fuggiti per rendersi conto che in effetti la preghiera era stata esaudita.

Quanta fede in questa situazione critica, in questa giornata storica! La battaglia era persa, o quasi persa. Avrebbero potuto pensare: “Salviamo almeno la pelle, arrendiamoci. Se combatto sono morto, se mi arrendo diventerò schiavo dei musulmani ma qualcuno pagherà il riscatto per me e dopo qualche mese sarò libero”. Non lo pensarono. Ciascuno si disse: “Vedo in mare come si dibattono nelle ultime angustie uomini che stanno morendo della stessa morte che mi attende. Ho fiducia che se muoio volerò in Cielo come martire, ma ho anche fiducia nella possibilità della vittoria”.

Di fatto questa fiducia fu premiata, e vinsero la battaglia.


Raffigurazione dell'Apparizione della Madonna durante la battaglia a Lepanto (Veronese

Plinio Corrêa de Oliveira

SAN PIO V IL PONTEFICE DELLE GRANDI BATTAGLIE



IL SOVRANO DI ROMA 

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Nel cuore di S. Pio V più che la giustizia poteva la carità. Le testimonianze a questo riguardo abbondano, e sono decisive, commoventi. Tutta Roma era veramente edificata nel vedere nel Giovedì Santo il Papa lavare e baciare rispettosamente i piedi a dodici poveri, senza che le loro ulceri destassero in lui alcuna ripugnanza. 
   Visitava volentieri gli ospedali; all'ospedale di Santo Spirito donò duemila scudi, e non giudicava cosa indegna d'un Papa pigliarsi cura degli ammalati, esortare alla rassegnazione i moribondi, e alleggerire la sorte dei ricoverati con generose elemosine. Nella bolla d'istituzione dei Fratelli di S. Giovanni di Dio chiama i poveri “poveri di Cristo”, e per poterli soccorrere prega i novelli religiosi di fondare un ospizio a Roma. 
   Questa sua carità diventava più ardente e generosa nell'occasione di pubblici flagelli. La carestia del 1566, elevando il prezzo delle derrate, aveva ridotta la popolazione alla fame. Il Papa fece copiose provvigioni di frumento in Francia e in Sicilia, e lo distribuì a bassissimo prezzo, quantunque il suo tesoriere gridasse allo sperpero. E avendo saputo che certi speculatori coi loro trust antelitteram provocavano la penuria di viveri, li obbligò a vendere le riserve a prezzo ragionevole. 
   La denutrizione produsse nel 1566 e 1568 varie epidemie, che decimarono soprattutto la classe povera. Migliaia di famiglie, prive di cure e di cibo, giacevano abbandonate. Pio V affidò ai cardinali Gambara ed Amulio e a dodici gentiluomini la missione di distribuire somme considerevoli per i casi più urgenti, ed egli stesso con S. Francesco Borgia 11 volle organizzare il servizio sanitario. Con uguale spirito di carità dotò il monastero di S. Caterina, destinato a raccogliere ed educare le fanciulle povere, e aperse in diversi quartieri della città delle scuole gratuite per l'istruzione dei figli del popolo. 
   Per far fronte a tante spese Pio V non ricorse, come qualcuno gli suggeriva, a mezzi che, se possono essere scusati dall'intenzione, non possono però essere giustificati. Ben lontano dall'accettare aiuto dai capitalisti, ch'egli conosceva inclinati a spremere il popolo, e meno ancora ad acconsentire ad alienazioni, dietro rimborso, di benefici e prebende, si mostrava addolorato che gli venissero suggerite simili misure, o che si potesse credere ch'egli in qualche modo vi potesse acconsentire. Ma prelevava il denaro necessario a tante liberalità, da un'attenta amministrazione, ed evitando le spese superflue. 
   Ai Papi-gran signori, che davano alla corte pontificia una nomina di sontuosità che risuonava in tutta Europa, era succeduto un Papa-monaco, desideroso di conciliare la maestà regale con le abitudini conventuali. Sotto i vestiti richiesti dall'etichetta portava la tonaca domenicana di grossa lana. In questo punto seppe dimenticare talmente se stesso, che fece adattare alla propria persona le vesti del suo predecessore, e volle che dai suoi appartamenti privati fosse esclusa qualsiasi comodità. Dormiva spesso vestito su un letto da campo, per poter più facilmente durante la notte attendere alla preghiera. 
   La frugalità della sua tavola faceva stupire i contemporanei, e non si spendeva quotidianamente per suo uso più d'un “testone italiano”, circa diciassette soldi francesi. E siccome sapeva che i maligni avevano falsamente accusato Paolo IV di assaporare gelosamente il magnaguerra e di bere volentieri “il forte vino nero del Vesuvio” 12 , non volle bere che acqua, a cui mescolò verso la fine della sua vita qualche goccia di vino, tanto per obbedire agli ordini reiterati dei medici. Ma considerò questa piccola condiscendenza come un atto di debolezza verso se stesso e minacciò di licenziare un domestico, il quale, per sostenere le forze visibilmente indebolite del Papa, ne aveva un giorno aumentato alquanto la dose. 
   Questo genere di vita senza alcun esteriore apparato e tanto mortificata divenne la regola nel suo palazzo. Tutto ciò che aveva apparenza di lusso disparve. “Il Papa, scriveva il 2 novembre 1566 San Francesco Borgia al cardo d'Hozius, essendo entrato nell'appartamento del card. Alessandrino e avendo veduto sul suo letto una tendina di seta, non poté trattenersi dall'esclamare: Quid tibi, pauperi monacho, cum huiusmodi ornatu? Il cardinale gli fece notare che era stata collocata dal maggiordomo senza il suo permesso. Ma il Papa volle che fosse subito rimossa. Egli, senza dare ordini, mostra molto bene come la pensi”. 
   Metà della servitù della corte pontificia fu congedata e il numero delle guardie fu assai ridotto. Il tesoro si trovava oppresso dalle spese di molte cariche avventizie; un controllo esatto fece abbassare le paghe stabilite per certi impieghi. 
   Allorché Annibale Altemps rivendicò i centomila scudi che Pio IV, suo zio, nonostante le rimostranze dell' Alessandrino, gli aveva assegnato sulla Camera Apostolica, Pio V gli fece cortesemente osservare che tale munificenza era di aggravio alla Santa Sede, e che non poteva approvarla senza sentire un intimo rimorso di coscienza. Ma, per rispetto alla memoria del suo predecessore, venne a una transazione e consenti che gliene fossero consegnati cinquantamila. 

Card. GIORGIO GRENTE

ADAMO E LA SUA VITA NELL’UNITA’ DEL SUO CREATORE E PADRE



Iddio creò l’uomo per tenerlo sulle sue ginocchia e fargli fare il ripetitore degli atti

(Volume 23 - Marzo 8, 1928)
Continuavo a starmi tutta abbandonata nel Santo Voler Divino - scrive Luisa -, seguendo i suoi innumerevoli atti come più potevo, ché son tanti, [è tanta] la loro molteplicità che molte volte non posso né seguirli né numerarli tutti e devo contentarmi di guardarli, ma non di abbracciarli; la sua attività supera in modo incredibile l’attitudine umana, e perciò alla mia piccolezza non mi vien dato di tutto fare, ma di fare quanto più posso e di non mai uscire da dentro le opere del Fiat Divino. Onde mentre la mia mente si sperdeva nelle opere del Voler Divino, il mio dolce Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, la nostra paterna Bontà creò l’uomo per tenerlo sulle nostre paterne ginocchia, per godercelo continuamente, e lui per godersela in modo perenne col suo Creatore; e per essere stabili i suoi ed i nostri godimenti lo tenevamo sulle nostre ginocchia. E siccome la Volontà nostra doveva essere anche la sua, Essa portava l’eco di tutti i nostri atti nel fondo dell’uomo, che amavamo come figlio nostro, ed il nostro figlio nel sentire l’eco nostro faceva il ripetitore degli atti del suo Creatore. Quali contenti non si formavano tra lui e Noi, nel risuonare nel fondo del cuore del nostro figlio questo nostro eco creante, che formava in lui l’ordine degli atti nostri, l’armonia delle nostre gioie e felicità, l’immagine della nostra Santità. Che tempi felici per lui e per Noi! Ma sai tu chi strappò dalle nostre ginocchia paterne questo figlio tanto da Noi amato? Il voler umano; Ce l’allontanò tanto, che [l’uomo] perdette il nostro eco creante e non ne seppe più nulla [di] che cosa faceva il suo Creatore, e Noi perdemmo la felicità di vedere il nostro figlio felice e trastullarsi sulle nostre ginocchia paterne; perché in lui sottentrò l’eco del suo volere che lo amareggiava, tiranneggiava, con passioni le più degradanti, da renderlo tanto infelice da far pietà. È proprio questo che significa vivere nel nostro Volere: vivere sulle nostre ginocchia paterne, a cura nostra, a spese nostre, nell’opulenza delle nostre ricchezze, gioie e felicità. Se tu sapessi il contento che sentiamo nel vedere la creatura vivere sulle nostre ginocchia, tutta attenta a sentire l’eco della nostra parola, l’eco delle nostre opere, l’eco dei nostri passi, l’eco del nostro Amore per farne la ripetitrice, tu saresti più attenta per fare che nulla ti sfuggisse dell’eco nostro per darci il contento di vedere la tua piccolezza far da ripetitrice agli atti del tuo Creatore!” […]

Scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta


Spirito d'unione



Poiché ogni unione si compie in te e per te, uniscimi sempre più intimamente a Cristo.  
Fammi aderire a lui con un amore affamato di assoluto. Insegnami a contemplarlo in un abbandono totale del mio spirito e del mio cuore.  
Fammi penetrare sempre più intimamente nei pensieri e nei desideri del Salvatore.  
Concentra sopra di lui tutte le mie aspirazioni, in maniera che io non viva ed operi se non per lui, col solo scopo di piacergli.  
Spingimi a cercare la sua presenza, a rallegrarmi di starmene solo con lui nella preghiera.  
Offrigli tutto il mio essere, con quanto v'è in me di così profondo che sfugge anche alla mia coscienza ma non già al tuo influsso divino.  
Dammi di gustare l'amicizia che il Maestro ha voluto stabilire coi suoi discepoli e di approfondirla sempre più. Riconcilia con lui ciò che in me se ne è distolto e fammi riparare con un accrescimento d'amore i miei rifiuti e le mie reticenze.  
Uniscimi a lui con una unione definitiva, che comporti la fusione delle persone e il loro mutuo compiacimento per tutta l'eternità.