martedì 28 gennaio 2020

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



La Scuola, la prima Confessione e la prima Comunione  
(1794-1799).  

Giudicando da diversi fatti della fanciullezza, dobbiamo dire che nel piccolo Vianney la ragione si risvegliò molto presto; ma dobbiamo anche riconoscere che, all'età di nove anni, egli non sapeva nulla, all'infuori di alcune cognizioni di religione. Sua sorella maggiore, Caterina, gli aveva insegnato l'alfabeto ed egli sapeva leggere, sillabando, un libro di preghiere; ma era ormai tempo che frequentasse la scuola, e, disgraziatamente, a Dardilly, la scuola non vi era più.  
La legge del 19 dicembre 1793 (29 frimaio, anno II) esigeva che tutti i fanciulli di sei anni almeno o di otto anni al più tardi, frequentassero le scuole pubbliche per tre anni di seguito, e prevedeva per i parenti, nel caso contrario, una multa eguale ad un quarto delle loro imposte. L'istruzione si sarebbe impartita in comune e sarebbe stata obbligatoria per tutti; così, pensavano gli autori della Convenzione, l'istruzione si svilupperebbe anche in fondo delle più umili valli. Ma questo era un sogno irrealizzabile, perché, in Francia, la Rivoluzione aveva soppresso anche la sorgente della istruzione. La legge del 29 frimaio proclamava, nel suo primo articolo, la libertà di insegnamento, ma non concedeva a nessuno di aprire una scuola se non avesse antecedentemente prestato il giuramento ed ottenuto il certificato di civismo; di più, nessun membro di una Congregazione religiosa, nessun prete, anche se avesse consegnato le sue lettere di ordinazione, avrebbe potuto essere scelto come maestro.  
Ovunque vi fu scarsità di maestri giacobini e la piccola scuola di Dardilly, tenuta fino al 1791 da un buon cristiano, da quel momento fu chiusa, né fu più riaperta.  
Ma una felice reazione fu provocata nel dominio dell'istruzione primaria, dalla caduta di Robespierre, avvenuta il 27 luglio del 1794 (9 termidoro anno II), perché la Convenzione abolì tosto il giuramento di civismo, richiesto dai maestri e riconobbe a tutti i cittadini il diritto di insegnare (17 novembre 1794, 27 brumaio anno III). Fu in forza di questa tolleranza, che al principio del 1795, «il cittadino Dumas» aprì una scuola a Dardilly. Si era nella cattiva stagione, epoca in cui i fanciulli non sono trattenuti ai campi dai lavori agricoli, ed il nuovo maestro, un buon uomo, senza dubbio, vide giungere numerosi gli allievi. Erano materia d'insegnamento, oltre la lettura, anche la scrittura, il calcolo, la storia e la geografia. Anche qui Giovanni Maria si distinse tosto per la sua condotta e per la sua applicazione. «Il maestro Dumas - ha detto Margherita - era molto contento di lui e sovente diceva agli altri: Dovreste fare come il piccolo Vianney» 1. E veramente i suoi progressi dovettero essere ben sensibili, se lo si vedrà, nelle lunghe veglie d'inverno, ripassare il suo catechismo, spiegarlo a Gothon, sua sorella minore, od anche leggere ad alta voce la vita dei Santi, fra la religiosa attenzione dei suoi famigliari e dei poveri» 2  
* * * 
Disgraziatamente, la chiesa rimaneva sempre chiusa. Dopo la morte di Robespierre si aveva avuto un momento di speranza, poiché la persecuzione sembrava essere divenuta meno  violenta; difatti il «decreto di ventoso» (3 ventoso, anno III, 21 febbraio 1795) aboliva il culto dell'Ente Supremo, inaugurato dalla Convenzione e sopprimeva la Costituzione civile del clero. Ma appena tre mesi dopo, l'undici pratile (30 maggio), un nuovo decreto annunciava che nelle chiese che si sarebbero aperte nessuno poteva occupare posti di ministero religioso, in nessun culto, prima di avere prestato atto di sommissione alle leggi della Repubblica. Il vecchio parroco di Dardilly, abate Rey, non si vide più, né alcun prete libero dal giuramento si presentò mai per le funzioni religiose nella sua chiesa, e la famiglia Vianney, che non avrebbe gradito un pastore sottomesso al decreto dell'11 pratile, continuò ad assistere alla Messa che si celebrava nelle case private.  
Sino alla fine del 1794, i preti cattolici rimasti nella regione lionese, in numero minore di trenta, assicurarono il servizio religioso, senza ordine né continuità, passando nei diversi luoghi, perché nessuna residenza fissa era loro possibile: la Francia era diventata peggio di un paese di missione. Frattanto, sentendosi sempre più il bisogno di organizzazione, il Vicario generale, Mons. Linsolas, rimasto in Diocesi, nascosto e travestito, - mentre il Vescovo Mons. di Marbeuf aveva creduto bene salvarsi in esilio, - nella primavera del 1794 divise la Diocesi in gruppi di parrocchie, assegnando a ciascun gruppo dei missionari, aiutati da catechisti laici.  
Da quella divisione Ecully risultò un centro di missione, con annesso il villaggio di Dardilly. Ci fu tramandato il nome dei confessori della Fede, che esercitarono un così eroico ministero in questa regione, e si ricordano gli abati Royer e Chaillou, sulpiziani, già Superiori del Seminario maggiore; un religioso, scacciato dal suo convento dalla persecuzione, l'abate Carlo Balley, che avremo occasione di conoscere intimamente; e l'abate Groboz, vicario della parrocchia di Sainte-Croix, che, fuggito in Italia all'inizio della rivoluzione, aveva rivalicato le Alpi per prendere il posto di tanti suoi fratelli condannati a morte.  
Questi quattro preti dimorarono in Ecully, in posti diversi, e per precauzione assunsero un mestiere, che però non esercitarono: l'abate Balley era falegname e l'abate Groboz era cuoco.
Gli utensili del loro mestiere, che essi portavano, spiegavano al pubblico il motivo della loro presenza e le ragioni del loro andare e venire. Uscivano al crepuscolo e, per vie solitarie, si recavano al luogo stabilito per la celebrazione dei divini misteri.  
Questi uomini invecchiati prima del tempo, sul viso dei quali stavano impressi i segni di tante fatiche e privazioni, sostenute per le anime, erano contemplati all'altare dal piccolo Vianney con religioso rispetto e commozione. Ai loro occhi stessi però non sfuggì questo fanciullo dallo sguardo limpido, che dava alla sua preghiera così viva espressione di raccoglimento e di fervore. Nell'anno 1797 l'abate Groboz, passando per Dardilly, fece una visita alla casa dei Vianney, benedisse i figliuoli ad uno ad uno, e, arrivato a Giovanni Maria, gli rivolse queste parole:  
- Quanti anni hai?  
- Undici ...  
- Da quando non ti confessi più?  
- Non mi sono mai confessato, - rispose il fanciullo con meraviglia.  
- Ebbene, ti confessi ora!  
Giovanni Maria rimase solo col sacerdote e cominciò la sua prima confessione. «Mi ricordo sempre di questo fatto; - raccontava più tardi il Santo - mi confessai nella mia casa vicino all'orologio!» 3. - Che peccati avrà potuto confessare? Viene spontaneo il pensiero che il perfetto candore di quest'anima di fanciullo dovette destare viva meraviglia nel Sacerdote che i disegni della divina Provvidenza avevano colà inviato, perché ricevesse le sue intime confidenze: fu certo per lui una rivelazione. A questo fanciullo era però necessaria un'istruzione religiosa più completa e la potrebbe trovare presso le Dame-Catechiste, stabilite segretamente ad Ecully. All'abate Groboz non fu difficile renderne persuasi i genitori, che pensarono tosto alla possibilità di mandare Giovanni Maria per alcuni mesi in un villaggio vicino, in casa di Margherita Beluse, sorella di sua madre, passata a nozze con Francesco Humbert.  

* * * 
Per ragioni più gravi - forse perché Giovanni Maria potesse continuare i suoi studi alla scuola del maestro Dumas _ si differì fino all'anno seguente il progetto della sua educazione religiosa, e solo nel mese di maggio del 1798, Maria Vianney condusse ad Ecully il suo figlio prediletto. Le condizioni erano semplici: Margherita darebbe alloggio al nipote, ed i genitori provvederebbero il vitto ed i vestiti. Questa combinazione piacque a Giovanni Maria, il quale poteva recarsi sovente alla masseria Point-du-Jour (questo nome attraente stava scritto sulla casa), per trovare i suoi genitori e la famiglia intera.  
In quel frattempo, causa la distruzione del loro convento, avevano dovuto cercare asilo ad Ecully due Suore di San Carlo, Suor Combes e Suor Deville, che accettarono dai missionari il delicato incarico di preparare i fanciulli alla prima Comunione: a queste fu affidato Giovanni Maria con una quindicina di altri ragazzi.  
Il gran giorno fu preceduto da un ritiro, durante il quale il giovane Vianney sembrò completamente assorto in Dio. «A quella età - ha detto Fleury Véricel di Dardilly - noi già la consideravamo come un santo» 4. Pregava continuamente e non trovava più piacere in nessuna altra cosa. - «Guardate, dicevano i suoi compagni, dandogli un soprannome che forse era comune alla stirpe di Matteo Vianney - guardate il piccolo Gras, che gareggia col suo Angelo Custode» 5.  

 Si era al 1799, cioè all'epoca del «secondo Terrore» 6, nella stagione della raccolta del fieno. La calma, seguita alla caduta di Robespierre, era stata di breve durata, e si era ripresa la persecuzione contro i cattolici, che vedevano i loro preti morire a centinaia, deportati nella Guiana o internati nei forti di Rochefort, di Ré o di Oléron: lo stesso Pontefice Pio VI, vegliardo di 82 anni, era nelle mani dei rivoluzionari 7. Col calendario repubblicano, che rimaneva sempre in vigore, la domenica era sostituita dal decimo giorno della decade, e le belle feste religiose, tanto care al popolo, erano proscritte e sostituite con cerimonie ridicole 8.  
Per pregare si doveva quindi ancora ritirarsi nella solitudine. Dove celebrare la festa della prima Comunione? Ad Ecully la signora Pingon 9, molto conosciuta, possedeva una casa con vaste adiacenze e gli abati Caillou, Groboz e Balley decisero di celebrare ivi la festa dei bambini e festa di paradiso, radiosa e tranquilla in tempo di pace, e che doveva essere ignota alla Iolla in quei giorni di prova. Di buon mattino i sedici comunicandi di Dardilly, furono condotti a piccoli gruppi nei loro abiti ordinari in una vasta sala 10 dalle persiane ben chiuse, debolmente rischiarata da una piccola candela, che ogni fanciullo aveva seco, per evitare che la luce si vedesse all'esterno. Per maggior precauzione, davanti alle finestre si allinearono carri di fieno che vennero scaricati durante la funzione 11.  
Le madri avevano portato, ben nascosti sotto i loro lunghi mantelli, il velo per le bambine e la fascia per i fanciulli e, giunti al luogo sacro della cerimonia, disponevano i loro figli per la visita dell'Ospite divino.  
Giovanni Maria, che aveva compiuto i tredici anni, colla sua anima già ben preparata, sapeva apprezzare il grande dono che stava per ricevere. Sentiva la «fame di Dio», ancor più acuta per la lunga attesa imposta dalle circostanze, e ricevette l'Eucaristia con un cuore pieno di fede, di desiderio e di amore. «Ero presente anch'io - ha detto Margherita Vianney. - Mio fratello era così felice che non voleva più uscire dalla sala ove aveva avuto la fortuna di ricevere per la prima volta la santa Comunione» 12.  
Senza dubbio, egli già gustava allora il senso di quelle parole che un giorno usciranno infuocate dalle sue labbra sacerdotali: «Quando si riceve la Comunione si prova qualche cosa di straordinario ... una gioia, ... un balsamo, ... un benessere che passa per tutto il corpo e lo fa sussultare... Siamo costretti a ripetere come San Giovanni: È il Signore!... O mio Dio, ... che gioia per un cristiano, che, alzandosi dalla mensa eucaristica, se ne va col paradiso nel cuore! ...» 13.  
In seguito, non parlerà mai della sua prima Comunione senza che dai suoi occhi scendano lagrime di consolazione14, ed ancora cinquant'anni più tardi, mostrerà ai fanciulli d'Ars il modesto Rosario, ricordo della sua prima Comunione, esortando anch'essi a conservare il proprio 15.  

 Il giorno medesimo Giovanni Maria ritornò coi suoi genitori a Dardilly. Era ormai passata la sua fanciullezza e finito il tempo di dedicarsi allo studio. Quantunque piccolo di statura per la sua età, era robusto assai e diventava necessario per i lavori della casa e della campagna.  
Da quel giorno nella casa paterna si senti, più ancora di prima, il profumo delle sue virtù giovanili. Il suo carattere aperto, la perfetta cortesia, che lo portava a salutare tutti con somma gentilezza, servirono a guadagnargli in Dardilly, la simpatia d'ogni Cuore.  

Canonico FRANCESCO TROCHU

Cosa fare con questi diavoli



Flash - SEDOTTO MA NON ABBANDONATO 

«Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. 

Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. 

Mi dicevo: "Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!". 

Ma nel mio cuore c'era un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. 

"Ma il Signore è al mio f ianco come prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile» (Ger 20, 7.9.11). 

DOMANDA: È vero, come si vede nei film, che l’esorcista è duramente attaccato dai demoni, in qualche caso fino alla morte? 

R. - Lasciamo perdere la morte; è certo che nelle intenzioni di ogni buon diavolo c'è anche quella di far sparire fisicamente l'esorcista. Se però l'esorcista non è volontariamente imprudente, ma lavora in unione con la Chiesa, questo non può accadere. 

La sofferenza invece è indispensabile per questo ministero. Per capirci bene bisogna ricorrere al principio della fisica, che dice: «Ad ogni azione corrisponde una reazione di pari entità». Più è forte, più è radicata nel tempo la presenza di satana in una persona, più intensa è la reazione con cui satana attacca l'esorcista. Io ho avuto lo strano carisma, che donerei volentieri a qualche altro, di una grande sensibilità e recettività delle presenze negative. Già dalla telefonata o dalla suonata del campanello della porta, molto spesso avverto la qualità di dinamite malefica che mi scaricherà addosso chi viene da me per essere liberato. 

L'attacco, come regola generale, viene sferrato sui punti più deboli: chi, come me, ha un fisico e una psicologia fragili, lo riceve soprattutto nel corpo. Non è facile descrivere cosa avviene. Ci sono delle ore in cui il mio corpo, internamente, dalla testa ai piedi, sembra essere un laboratorio di forze invisibili. 

Poi viene rivolto anche su tutti i fronti: sugli affetti, sugli affari, nel lavoro, nei rapporti coi superiori, nella guida della macchina, negli oggetti che non funzionano mai, e chi ne ha più ne metta. Riesce a muovere insieme un'infinità inimmaginabile di concause, cioè di cause che concorrono insieme, fino a darti il senso della distruzione totale e di una potenza che non puoi superare. 

Il giornalista Renzo Allegri, nel libro Cronista all'inferno, riporta un'intervista col noto esorcista romano Padre Germano Ventura. 

«L'esorcista deve essere un uomo di grande fede perché solo con l'aiuto di Dio sconfigge il demonio. Durante il rito, a volte, il maligno si rivolta contro l'esorcista rinfacciandogli peccati nascosti, colpe segrete commesse anche molti anni prima, che solo l'interessato può conoscere. Dopo essere stato cacciato da qualche persona, il demonio si vendica sempre. Tutti noi che facciamo questa professione siamo allenati ai dispetti del diavolo. Dopo aver liberato un ossesso, mi aspetto di tutto: febbri, dolori, incidenti, notti insonni popolate da incubi, da rumori. Guai spaventarsi. Bisogna tener testa al maligno, altrimenti prende il sopravvento e non obbedisce più» (R. Allegri, Cronista all'inferno, A. Mondadori, Milano 1990, p. 95). 

DOMANDA: Quando ti senti così fortemente attaccato, in che modo cerchi di difenderti? 

R. - Col tempo si imparano delle tecniche di difesa che riparano solo parzialmente. La vera difesa si trova solo nella preghiera. Bisogna pregare tante ore al giorno e con tanta metodicità; dico a volte che sono come una persona in dialisi: se non si è precisi negli orari della cura, si rischia il coma. Non posso neppure per mezza giornata venir meno al tempo da dedicare alla preghiera: mi assale un qualcosa che sembra mi distrugga; se è necessario salto un pasto, ma non la preghiera; se viaggio in macchina da solo, mi debbo fermare per pregare. 

Ogni giornata, anche se vado all'estero, debbo programmarla secondo questa esigenza. Una volta, in un convegno di medici cattolici che mi ponevano domande su queste cose, dissi: «C'era una volta un dentifricio che veniva reclamizzato come il "dentifricio del dentista". Ora vi rivelo l'esorcismo che usa un esorcista per se stesso. Quando mi sento fortemente attaccato da satana, mi metto immobile in adorazione dinanzi a Gesù Eucaristia, finché non se ne va via». Nell'arco dell'anno mi prendo un lungo periodo fuori dal mio ambiente, che chiamo "ferie", anche se in realtà sono momenti di intensa preghiera e meditazione. 

Se i Vescovi potessero immaginare questa realtà, invece di tante difficoltà, nominerebbero una decina di esorcisti per diocesi: così, almeno avrebbero un gruppetto di preti di intensissima vita spirituale. 

Sacerdote Esorcista Raul Salvucci

“Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi insegnerà tutta la verità”. (Giovanni 16,13)



… VIENE A INSEGNARE LE COSE DI DIO

Vieni, vieni, Spirito d'amore,
ad insegnar le cose di Dio,
vieni, vieni, Spirito di pace,
a suggerir le cose che Lui
ha detto a noi.

Noi ti invochiamo, Spirito di Cristo,
vieni tu dentro di noi.
Cambia i nostri occhi,
fa’ che noi vediamo
la bontà di Dio per noi.

Vieni, o Spirito, dai quattro venti
e soffia su chi non ha vita.
Vieni, o Spirito, e soffia su di noi
perché anche noi riviviamo.

Insegnaci a sperare, insegnaci ad amare, insegnaci a lodare Iddio.
Insegnaci a pregare, insegnaci la via, insegnaci tu l'unità.

Geremia


Ammonimenti contro la superbia

15Popolo d'Israele, non essere arrogante,
ascolta attentamente
quel che ti dice il Signore.
16 Rendi onore al Signore tuo Dio,
prima che faccia scendere l'oscurità
e i tuoi piedi inciampino sui monti
quando viene la notte.
Tu aspetti un nuovo giorno
ma egli lo trasformerà
in oscurità profonda,
piena di pericoli mortali.
17 Se tu non ascolterai
piangerò in segreto per la tua arroganza.
Verserò lacrime amare
perché il popolo del Signore sarà deportato.
18Il Signore mi disse: 'Ordina al re e alla regina madre di scendere dal loro trono perché la corona preziosa è già caduta dalle loro teste. 19Le città del Negheb sono assediate e nessuno può liberarle. Tutta la popolazione di Giuda è condotta lontano in esilio'.
20Alza gli occhi, Gerusalemme, e guarda! I tuoi nemici vengono dal nord. Dov'è il popolo che ti era stato affidato, il gregge che era il tuo vanto? 21Tu credevi di esserti assicurata l'amicizia degli stranieri. Che cosa dirai quando ti conquisteranno e comanderanno su di te? Ti lamenterai come una donna colta dalle doglie del parto. 22Allora ti domanderai perché ti sono accadute queste disgrazie. È stato a causa delle tue grandi colpe che i nemici ti hanno spogliata e violentata. 23Può un uomo di colore cambiare la sua pelle o un leopardo cancellare le sue macchie? Così i tuoi abitanti, abituati a comportarsi male, si illudono forse di poter fare qualcosa di buono? 24Il Signore li disperderà come paglia spazzata via dal vento del deserto. 25È questo il tuo destino, Gerusalemme! Il Signore ha deciso di trattarti così perché lo hai messo da parte e ti sei affidata alla protezione di idoli falsi. 26Il Signore stesso ti strapperà i vestiti e ti esporrà nuda alla vergogna. 27Egli ha visto il tuo comportamento osceno quando ti sei prostituita sulle alture e nei campi per onorare i tuoi idoli vergognosi. Gerusalemme, per te è finita! Quando deciderai di purificarti?

lunedì 27 gennaio 2020

TRATTATO SULL’INFERNO



ESORCISMO DEL 29/9/1984 

TROPPO TARDI, TROPPO TARDI!


Esorcista - In nome della SS.ma Trinità parla e di' solo la verità.

Demonio - E' penoso per voi che il Cielo, in questo tempo di demonismo e di  grande malvagità, per aprirvi gli occhi sul serio pericolo che correte di cadere nella dannazione eterna, debba ricorrere a noi. Il Cielo costringe sempre più spesso noi, spiriti malvagi, a parlare, perché nessuno meglio di noi può sapere quanto è spaventoso l'inferno. Questa è un'altra tremenda tortura che si aggiunge alle sofferenze che già ci affliggono, un nuovo tormento a cui ci costringe la volontà dell'Altissimo. Con rabbia e umiliazione infinita siamo obbligati a collaborare alla vostra salvezza, ma ci conforta la constatazione che voi continuate a rifiutare questi avvertimenti, continuate a sottovalutare e a ridicolizzare questi richiami. E' per un puro atto di misericordia verso di voi che il Cielo ha costretto me, Belzebub, il secondo per dignità, a parlarvi della dannazione eterna. Ma io non volevo parlare. Basta (Urla), basta, non voglio più parlare!

Esorcista - Continua, te lo ordino in nome di...

Demonio - Anche dopo questi richiami voi continuate a non credere al pericolo che correte.  Che al termine della vita non ci siano che due sbocchi: la gloria o la dannazione, il paradiso o l'inferno, un'eternità di gioia, di amore e di pace o un'eternità di tormenti, di odio e di disperazione, tutto questo per tanti di voi è l'ultimo pensiero: non cercate altro che le gioie della terra. Questa è una gravissima ingratitudine verso l'Altissimo e verso l'Alta (Si riferisce alla Madonna), che pur di salvarvi sono ricorsi ad ogni mezzo. Nella loro bontà si sono serviti perfino di noi, con nostra grande rabbia, e per mezzo nostro vi stanno dando, da qualche tempo, dei chiari avvertimenti che dovrebbero toccarvi il cuore. Ma quasi tutta l'umanità continua a vivere come se l'inferno non ci fosse. Un giorno tutti ci crederanno, ma per tanti sarà troppo tardi (Urla), troppo tardi! L'ingratitudine degli uomini attira sulla terra i castighi del Cielo.

NEL FUOCO ETERNO SENZA AMORE
Tratto dalla rivista mensile “Papa Giovani” – Sacerdoti del Sacro Cuore (Dehoniani)

L’INFERNO E IL MISTERO DEL MALE

Seguendo l'esempio di Cristo, la Chiesa ha ammonito i fedeli, durante tutto il corso della sua storia, "della triste realtà della morte eterna". La Sacra Scrittura parla di questo castigo eterno e ci mette in guardia contro la malizia deliberata che distrugge una persona interiormente e conduce alla morte eterna. C'è un nesso essenziale tra l'inferno e il mistero del male, e in ultima analisi, tra l'inferno e la libertà dell'uomo. Il rifiuto di credere all'inferno equivale al rifiuto di prendere Dio sul serio, e anche al rifiuto di considerare seriamente l'uomo, la sua libertà e la sua responsabilità di compiere il bene. Per questa ragione, una certa conoscenza dell'inferno è necessaria per comprendere come si conviene il senso dell'uomo e il suo posto in questo mondo, secondo il piano di Dio.

Nelle prime tappe della storia della salvezza, la realtà dell'inferno non è stata concretamente intuita come lo fu invece nella rivelazione posteriore. Si concepiva lo "Shéol" come il luogo ove sia i buoni che i cattivi dimoravano dopo morte, e dove avevano una forma di esistenza oscura e insoddisfacente. Si capiva che Dio avrebbe severamente punito chi era ostinatamente cattivo, ma molti restavano perplessi, perché i malvagi parevano prosperare tanto quanto i giusti. La rivelazione che lo "Shéol" fosse un luogo di punizione riservato ai malvagi non avvenne che gradualmente. Da essa deriva una comprensione più piena della responsabilità personale di ciascuno riguardo ai suoi atti. Il castigo divino del male nulla ha a che fare con la vendetta; è piuttosto una questione di giustizia e di misericordia da parte di un Dio amante e onnipotente, che mantiene e ristabilisce un ordine universale che qualunque colpa di qualsiasi uomo scompiglia. L'uomo deve prendere se stesso sul serio, perché Dio lo prende sul serio. Col passare del tempo ci fu una crescente comprensione del genere di castigo dovuto al peccato.

All'inizio del tempo dell'Antico Testamento, il castigo era concepito sotto forma di immagini materiali, come malattie, prove, accorciamento della vita. Solo a poco a poco divenne chiaro che il castigo più grave era implicito nella natura stessa del peccato; che rifiutare Dio voleva dire separare se stesso dalla infinita bontà di cui il cuore ha una fame insaziabile (cf Sal 62, 1). Nell'Antico Testamento, con l'idea dell'inferno, era unita l'immagine del fuoco fisico, con riferimento alla "Geenna", la "Valle di Ben-Hinnom", dove, in sacrifici umani interdetti, alcuni bambini erano stati consumati dal fuoco. Più tardi, i rifiuti della città erano bruciati in detta valle, ove il fuoco era alimentato giorno e notte. Isaia allude a questa valle, senza tuttavia nominarla, come al luogo dove giaceranno i corpi di coloro che si sono ribellati contro Dio (cf Is 66,24). Nella letteratura rabbinica, la "Geenna" divenne il pozzo di fuoco dove i cattivi sono puniti dopo la morte.

Gesù Cristo ha parlato spesso dell'Inferno. Quando parlò "dell'inferno... il fuoco inestinguibile" (cf Mt 25,31), Egli lo fece spinto da un senso di compassione, per mettere in guardia gli uomini da questa tragedia irreparabile, da questa "seconda morte" (Ap 21,8), con la sua permanente separazione dalla vita eterna di Dio, per la quale l'uomo è stato creato.

Cristo parlò energicamente con immagini comuni in quel tempo, di "inferno, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue" (Mc 9,47-48). Usando tali immagini Cristo non stava dandoci una descrizione letterale dell'inferno, perché il male della separazione da Dio non può mai essere adeguatamente descritto. Cristo invece voleva richiamare alla necessità della conversione ed avvertire che quelli, che deliberatamente persistono nel male, andranno alla completa rovina.

Il Nuovo Testamento frequentemente si è riferito al castigo infernale come castigo senza fine. "E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Mt 25,46). Questo ha fatto parte dell'ordinario insegnamento della Chiesa fin dal principio. Alcuni teologi antichi, soprattutto Origene al terzo secolo, hanno affermato che tutti i peccatori, Satana compreso, avrebbero potuto eventualmente essere portati alla salvezza. Ma la Chiesa ha sempre respinto vigorosamente questo modo di pensare ed altri simili come incompatibili con la verità rivelata, ed ha solennemente confermato la dottrina secondo cui il castigo infernale è eterno.

METTICI IL CUORE ....e Dio farà miracoli



LA FORZA DELL’AMORE - una mamma in pena

Carla ho bisogno di tante preghiere, mio figlio è di nuovo in carcere. Io sono appena uscita dall’ospedale per un’operazione al cuore, ma il mio male è niente, purchè mio figlio si liberi dalla droga, quel verme che gli uccide l’anima.
Questa è la mia croce prego Dio che mi dia la forza di portarla, lo prego così: 
Per le tue piaghe Signore sana quelle di mio figlio.      

Una mamma che prega


Cara mamma, sono appena tornata da Messa e lì, come faccio ogni giorno, ho pregato con te e per te, fra noi c’era Gesù come quando sulla via del Calvario, incontrò le donne di Gerusalemme, che piangevano con e per lui.Le donne... ci hai fatto caso? Sono le “uniche fedeli” a tener compagnia a Gesù fin sul Calvario, senza paura. Il calvario di ieri, di oggi, di domani, di sempre.
Finchè ci sarà umanità, ci saranno, sia Betlemme che la trasfigurazione, sia l’ingresso glorioso di Gesù in Gerusalemme che il tradimento, fino al Calvario. Ma l’ultima parola è RESURREZIONE. Prego perchè questo tempo d’attesa per la riabilitazione di tuo figlio  si “accorci” e che tu possa sorridere per la sua rinascita. Ciao 

Tutti ci possono deludere, ingannare, abbandonare,
Lui no. Lui, Signore della vita,
è pronto a tenderci una mano sempre.
Nel buio più completo, nell’angoscia più totale,
Lui ci cerca e continua a ripeterci:
“Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi,
e io vi ristorerò”. (Mt. 11,28)                                     

Carla Zichetti


Per illuminare le anime delle autorità che governano il mondo



O caro Gesù, Ti prego di illuminare le anime dei governanti del mondo. 
Mostra loro la prova della Tua Misericordia. 
Aiutali ad aprire il loro cuore e a mostrare una sincera umiltà, in onore del Tuo Grande Sacrificio quando sei morto sulla Croce per i loro peccati. 
Aiutali a capire chi è il loro vero Signore, chi è il vero Creatore  
e colmali delle Grazie per vedere la Verità. 
Ti preghiamo di impedire che si realizzino i loro piani per fare del male a milioni di persone attraverso le vaccinazioni, la mancanza di nutrimento, l’adozione forzata di bambini innocenti e la divisione delle famiglie. 
Guariscili. Ricoprili con la Tua Luce e conducili nel seno del Tuo Cuore  
per salvarli dalle insidie del maligno. 
Amen. 

PIO IX



La nostra biografia di Pio IX comincia il 16 giugno 1846, giorno dell'elevazione di Giovanni Maria Mastai Ferretti al soglio pontificio.

Sui cinquanta quattro anni precedenti, molto può essere ed è stato scritto ma poco può essere trattenuto dalla storia. Nella vita di Giovanni Maria Mastai Ferretti ciò che conta sono i trentadue anni di pontificato, il più lungo nella storia della Chiesa dopo quello di san Pietro.

Pontificato non solo lungo ma denso di avvenimenti, di lotte, di contrasti. Se è vero che nella storia della Chiesa non esistono pontificati tranquilli, è certo che quello di Pio IX ha qualcosa che lo distingue tra tutti gli altri. Esso riassume lo scontro tra la Chiesa cattolica e la civiltà moderna sorta dalla Rivoluzione francese: uno scontro che, nei primi tre anni di pontificato di Pio IX, il triennio centrale dell'Ottocento, esplode in tutta la sua drammaticità, costringendo il Papa neo-eletto a una difficile scelta, tra i principi e le istituzioni che egli incarna, e le idee del secolo, verso cui sente un'indubbia attrazione.

 La scelta di Pio IX produrrà tra il Papato e la Rivoluzione uno "strappo" che è all'origine della "leggenda nera" destinata ad avvolgere il nome del Pontefice. Egli viene presentato come un "nemico dell'Italia" e contrapposto al quadrilatero dei Padri della patria: Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi e Mazzini. In realtà Pio IX amò profondamente l'Italia e se, in un primo tempo, pensò che il pensiero politico di Gioberti potesse offrire un fondamento ideologico a questo sentimento, si rese ben presto conto del radicale equivoco del "neo­guelfismo". La rottura, avvenuta a Gaeta nel 1849, con Gioberti, Ventura e Rosmini, tre punti di riferimento del suo triennio filo-liberale, costituì un punto di non ritorno del suo pontificato. Pio IX comprese infatti la portata della posta in gioco, che andava ben al di là dell'unificazione della penisola e rimandava all'essenza del conflitto tra la Chiesa e il risorgimento italiano, e ne trasse le conseguenze.

Un grande filosofo scomparso, Augusto Del Noce 1, descrivendo l'itinerario intellettuale di questa "Rivoluzione italiana", ha mostrato l'esistenza di una linea culturale egemone in epoche storiche e forme politiche diverse quali il risorgimento, il fascismo, l'antifascismo repubblicano. L'elemento di continuità di questo filone culturale è costituito, secondo Del Noce, dall'idea che il processo storico non possa venir altrimenti compreso che come un'inarrestabile tendenza verso l'immanenza e la secolarizzazione, in ogni caso verso la definitiva eliminazione del soprannaturale e del trascendente dalla storia.

 Dall'hegelismo di De Sanctis al neomarxismo gramsciano, tale linea di pensiero ha condizionato non solo la riflessione filosofica, ma anche quella storica in Italia, per lo stretto nesso che l'immanentismo postula tra la storia e la filosofia, tra la praxis e la teoria che in essa si invera. In particolare, l'intera cultura italiana, dominata da quello che Del Noce ha definito il "crocio-gramscismo" accademico 2, fu condizionata, fin dal suo inizio, dal problema delle origini e dello sviluppo del risorgimento e del suo rapporto, storico e ideologico, con la Rivoluzione francese.

Nella prospettiva immanentistica fino a oggi dominante, la Rivoluzione francese è vista infatti come la tappa ineliminabile di un processo di secolarizzazione e di "autoliberazione" dell'umanità di cui Antonio Gramsci ha indicato le altre fasi salienti nel Rinascimento e nella Riforma, nella filosofia tedesca, nella economia classica inglese, nel liberalismo laico e nello storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. «La filosofia della praxis - ha scritto Gramsci - è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale. (...) Corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese» 3.

La prospettiva di Pio IX può dirsi esattamente antitetica a quella gramsciana. Essa si presenta come una visione della storia e della società intimamente contro­rivoluzionaria secondo la quale il Rinascimento, il protestantesimo e la Rivoluzione francese costituiscono le tappe di un processo plurisecolare che si propone come fine la liquidazione della Civiltà cristiana e l'edificazione, sulle sue rovine, di una Repubblica universale, anarchica e ugualitaria 4.

A questo processo rivoluzionario, Pio IX contrappose non solo la sua testimonianza personale di fedeltà alla Chiesa, ma la coerenza di un'azione pubblica vasta e articolata. È questa azione pubblica dopo l'elezione al pontificato, non la vita privata di Pio IX, a costituire l'oggetto del mio studio.

Pio IX venne definito come personalmente santo, ma politicamente sprovveduto. A questo cliché, fondato sulla separazione nell'uomo tra la dimensione privata, santa, e quella pubblica, peccaminosa, si ispira ancora oggi la storiografia più accreditata. Ma Pio IX non può essere scomposto: la politica in lui non si può scindere dalla religione, la vita privata da quella pubblica. Il suo pontificato è intimamente legato agli avvenimenti storici del suo tempo e di essi ci offre una profetica chiave di lettura.

 La sua visione politica, non priva di ingenuità agli esordi del suo pontificato, si fece via via più lucida, soprattutto dopo le "svolte" storiche del 1848 e del 1859. Questa visione politica presupponeva una grande teologia della storia, fondata sull'antagonismo morale delle due città destinate a lottare fino alla fine dei tempi: la Civitas Dei, incarnata dalla Chiesa cattolica, e la Civitas Diaboli, che nel secolo di Pio IX aveva assunto il ruolo della Rivoluzione italiana ed europea.

Pio IX comprese l'impossibilità di una conciliazione tra l'istituzione divina, a cui Gesù Cristo aveva affidato la missione di annunciare la Verità, e quelle forze rivoluzionarie, che si facevano portatrici di una radicale negazione della legge naturale e cristiana. Egli visse questo antagonismo come la scelta inconciliabile tra Cristo e Belial.

Pio IX fu oggetto, durante la vita e dopo la morte, di giudizi disparati, di sentimenti di amore e di ammirazione, e di attacchi passionali, di odio e di disprezzo 5. Nessuna figura storica degli ultimi due secoli può dirsi forse tanto discussa, ma allo stesso tempo tanto poco conosciuta dagli stessi ambienti cattolici.

Per fare conoscere Pio IX occorre discuterlo; discuterlo significa interpretarlo, dare un significato alla sua vita pubblica sullo sfondo degli avvenimenti del suo tempo. Parlare di Pio IX significa dunque, necessariamente, interpretare attraverso la sua figura la storia dell'Ottocento.

Una biografia di Pio IX, oggi, non può che essere una lettura critica del suo pontificato. È questo il fine del mio studio, la cui prima parte consiste in una ricostruzione storica del pontificato di Pio IX sul grande sfondo della lotta tra la Chiesa cattolica e le forze rivoluzionarie nel XIX secolo; la seconda parte si sofferma sul suo magistero, culminato in tre atti supremi: la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione (1854), il Sillaba (1864) e il Concilio Vaticano I (1869-70).

Dei tre atti di Pio IX, quello che ha dato luogo a maggiori polemiche è indubbiamente il Sillabo, di cui pure con ammirevole coraggio non è mancato chi ha reso un pubblico elogio 6.

Il Sillabo appartiene ai documenti destinati a entrare nella storia per il loro carattere simbolico: sancisce l'antitesi tra la concezione cristiana della società e la visione relativista e secolarizzata che poi prese il sopravvento. In questo senso esso può essere considerato un documento profetico. Lo è nella misura in cui la Civiltà moderna, nata dalla Rivoluzione francese, scossa da intime e violente contraddizioni, attraversa oggi una terribile crisi. Le radici del naufragio della nostra epoca stanno nel secolo che l'ha preceduta e il Sillabo ce ne offre una lucida diagnosi su cui occorrerebbe meditare.

Il dogma dell'Immacolata Concezione costituisce la premessa teologica del Sillabo ed è a esso intimamente connesso. Il Concilio Vaticano I apporta la soluzione ai mali denunciati dal Sillabo, presentando il Papato romano come l'unica forza in grado di combattere e vincere la Rivoluzione e di promuovere la rinascita di un'autentica civiltà universale. Questi atti illuminano e giudicano il risorgimento italiano.

Gli eventi dell'ultimo trentennio ripropongono, a distanza di centocinquant'anni, il Magistero e la teologia della storia di Pio IX. La sua figura, apparentemente sommersa dalle rovine del potere temporale nel XIX secolo, grandeggia oggi sulle ben più vaste macerie della civiltà del XX secolo che si chiude. La solenne beatificazione di Pio IX, il 3 settembre 2000, non celebra solo l'eroicità delle sue virtù, ma innesca inevitabilmente un'analisi retrospettiva del ruolo storico del suo pontificato. E se l'eroismo nella vita privata viene chiamato santità, quello nella vita pubblica si chiama grandezza.

Roberto De Mattei

SULLA PREGHIERA



Dio, Dio mio, a Voi dallo spuntare della luce io veglio. Ha sete di Voi la mia anima, in quanti modi di Voi la mia carne. In una terra deserta, senza cammino, e senza acqua: così nel santuario sono apparso davanti a Voi, per vedere la Vostra potenza e la Vostra gloria (Salmo 62.1-3). 


LA PREGHIERA IN GENERE 

Chiediamoci cos’è la preghiera, perché pregare, come pregare, ed il rapporto tra la preghiera e la vita. 


1. Cos’è la Preghiera? 

Una definizione classica della preghiera ci è data da san Giovanni Damasceno (Expositio Fidei 68; De Fide Orthodoxa 3.24) con la parola: ‘La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti’. Vogliamo proporre la prima parte di questo enunciato come definizione della preghiera in genere, e la seconda parte come definizione della preghiera di petizione.  

Il pregare in genere, dunque, può essere inteso come l’azione di elevare l’anima a Dio, o di alzare il cuore a Dio. 

2.  Perché pregare? 

La risposta più facile a questa domanda è: perché il Signore ci comanda di pregare, ossia di pregare sempre, colle parole: ‘Bisogna sempre pregare’ (Lc. 18.1), e ancora: ‘Vegliate e pregate in ogni momento’ (21.36). Similmente dice san Paolo: ‘Pregate incessantemente’ (1Tess. 5.17). 

Vediamo dunque che la preghiera è un’opera di giustizia, in quanto viene comandata da Dio. In quanto riguarda Dio costituisce la virtù della religione. Ma è anche un’opera di altre virtù, soprattutto dell’umiltà, che pratichiamo quando ci sottomettiamo a Dio nella preghiera; della Fede; della fiducia nella Sua tutela e provvidenza; e dell’amore verso di Lui ‘che cresce con ogni colloquio’, come ci insegna il Catechismo di Trento. San Pietro d’Alcantara scrive che lo scopo immediato della preghiera è di farci ottenere la devozione e la facilità di superare le conseguenze del Peccato originale: la pigrizia, la malizia, e la ripugnanza a fare il bene.  

In breve allora, la preghiera ci aiuta a praticare parecchie virtù e, di conseguenza, a crescere nella santità. Ma anche ci protegge dal peccato, dall’ira divina, e dal demonio. Quanto alla preghiera di meditazione ed al peccato mortale, sant’Alfonso Maria de’ Liguori ci insegna che è impossibile meditare e peccare mortalmente allo stesso tempo: chi pecca mortalmente e comincia a meditare ‘o rinuncia al peccato o rinuncia alla preghiera’. Chi non prega, invece, è spinto verso il peccato mortale. Dunque la domanda per noi è semplice: vogliamo essere salvati o non lo vogliamo? Se vogliamo essere salvati: preghiamo! 

Ci sono persone che dicono: ‘Conduco una vita buona ma non prego’. Questo però non è possibile perché non agiscono in modo giusto verso Dio: non agiscono con la giustizia, né con le altre virtù enumerate sopra. Non rivolgono mai uno sguardo su Dio. Ma che preparazione è questa per la vita eterna, cioè per la visione beatifica di Dio? Come possono aspettarsi di essere accolti a braccia aperte da Dio nel Regno dei Cieli dopo la morte, se non Gli hanno dedicato neanche un pensiero sulla terra? O se non hanno fatto lo sforzo minimo di assistere alla Santa Messa la domenica? Se ciononostante muoiono in istato di Grazia, sicuramente dovranno aspettare la Visione beatifica per lungo tempo in Purgatorio come hanno fatto aspettare Dio a lungo in terra.  

Ci sono altre persone che dicono: ‘Sì! Prego, certo!’. Ma la preghiera consiste in un ‘Padre Nostro’ o in una ‘Ave Maria’ nel letto mentre si addormentano. Ma quando le cose non vanno bene nella loro vita, si ricordano di Lui per supplicarLo di rimediare ai loro errori, se non per accusarne Lui. 


3.  Come pregare? 

Occorre pregare con umiltà, perché sta scritto nel Salmo 101 che: ‘Iddio guarda all’orazione degli umili e non disprezza la loro preghiera’ e ‘l’umiliazione di chi si umilia andrà oltre le nubi’ (Ecclesiasticus 35.21). ‘L’umile che prega si presenta con la forza di attrazione del vuoto per l’Essere che vuole riempirlo’ dice Padre Augustin Guillerand, certosino. ‘Nessuna resistenza da abbattere, nessuna presenza da eliminare, nessuna trasformazione da operare. Non vi è che da entrare, prendere il posto, rispondere ad un’attesa e colmarla’. 

Occorre pregare con fervore, come dice sant’Agostino: ‘Di solito la preghiera si fa più con gemiti che con parole, più con lagrime che con formule. Iddio pone le nostre lagrime al Suo cospetto e il nostro gemito non è nascosto a Lui, Che tutto ha creato per mezzo del Verbo, e non ha bisogno di parole umane’. 

Occorre pregare con fiducia, con la sicura speranza di essere esauditi, come ci ammonisce san Giacomo (1.6), chiedere ‘con fede, senza affatto esitare’; inoltre col cuore aperto, come insegna di nuovo il Catechismo romano: ‘Chi viene a pregare nulla tace, nulla nasconde, ma tutto svela fiduciosamente, rifugiandosi nel grembo di Dio dilettissimo Padre’. 

Bisogna pregare in modo raccolto, interiore, ed intimo come il Signore ci rappresenta con l’immagine della camera chiusa (Mt. 6.6): ‘Ma tu quando preghi, entra nella tua camera e, chiuso l’uscio, prega il Padre tuo in segreto e il Padre tuo, che vede in segreto, te ne renderà la ricompensa’.  

Commenta san Giovanni Cassiano : ‘Preghiamo nella nostra camera quando ritiriamo il nostro cuore intieramente dal tumulto e dal chiasso dei pensieri e delle preoccupazioni, e, in una sorta di cuore a cuore segreto e di dolce intimità, riveliamo al Signore i nostri desideri. Preghiamo con uscio chiuso quando supplichiamo senza aprire le labbra ed in un silenzio perfetto Colui Che non si cura delle parole, ma guarda il cuore. Preghiamo in segreto quando parliamo a Dio solamente attraverso il cuore e la devozione dell’anima, e non manifestiamo che a Lui le nostre domande; così che gli stessi poteri avversari non ne possano indovinare la natura’. 

Infine, si deve pregare con assiduità, come la vedova che vinse il giudice ingiusto con la sua assiduità e insistenza. ‘E se talvolta viene meno la volontà, dobbiamo chiedere a Dio la forza di perseverare’, dice il Catechismo. 


4.  Il rapporto tra la preghiera e la vita 

Abbiamo visto brevemente cos’è la preghiera, perché pregare, e come pregare. Osserviamo adesso che la preghiera deve far parte di una buona vita, poiché più amiamo Iddio nel compiere i Suoi comandamenti e più amiamo il prossimo con la benevolenza, l’aiuto benefico, e la dimenticanza delle offese, più efficace sarà la nostra preghiera. Come scrive san Giovanni Evangelista: ‘Tutto ciò che chiediamo riceveremo, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo le cose che sono gradite ai suoi occhi’ (1Gv. 3.22); e come dice il Signore: ‘Se rimanete in Me e le Mie parole rimangono in voi, chiedete quanto vorrete e vi sarà concesso’ (Gv. 15.7). 

Proviamo dunque a condurre una buona vita facendo tutto per Dio e ritirandoci da tutto ciò che è male e che ci distrae da Lui. Pensiamo a Lui, facciamo brevi preghiere giaculatorie, come: ‘Signore Mio Dio abbi misericordia di me’ durante la giornata, offrendo a Lui tutte le nostre gioie e sofferenze. Proviamo a vivere nella Sua Presenza, perché così possiamo alzare il cuore a Dio e pregarLo sempre, come ci ha comandato. 

Padre Konrad zu Loewenstein

Regina della Famiglia



Apparizioni a Ghiaie


Undicesima apparizione, lunedì 29 maggio 

Il dott. Giulio Loglio che ieri era assente, oggi è presente all'apparizione. Egli scrive nella relazione: 
"Una folla imponente l' attendeva e numerosi erano gli  infermi. Alle 18,10 la piccola Adelaide fu portata sul luogo dell'apparizione e dopo 20 minuti di preghiera iniziò la visione, e  precisamente alle 18,32. Eccone i rilievi: il polso da 80, dopo 10  minuti, ridiscende a 70; riflesso corneale presente; ammiccamento presente; anestesia alle punture di spillo; non reagì ad un  colpo di rivoltella sparatole vicino; ha invece risposto ad una  domanda sussurratale dalla dott.ssa Maggi di Pontida. La visione  termina alle 18,50. Non fu possibile interrogare la fanciulla". 
La dott.ssa Maggi, alle osservazioni del dott. Loglio, aggiunge: 
"Come nella precedente visione la bimba ebbe timore della folla che la subissava. La visione ebbe luogo alle 18,32 e durò  ancora 18 minuti. 
Recitò il Rosario e si ripeté il bisbiglio: le chiesi se era venuta la Madonna ed essa mi rispose: "Sé, l'è riada". La risposta non fu pronta ma si fece aspettare qualche secondo. 
Così non batté ciglio a tutti i colpi d'arma da fuoco sparatile vicino dalla G.N.R. per far indietreggiare la folla che ci travolgeva e schiacciava. 
Pregò muovendo ad intervalli le labbra; il polso ebbe lo stesso comportamento delle sere precedenti: 80 prima della  visione, 70 durante questa; l'occhio fu sempre limpido, lucente,  splendente, si velò a volte di tristezza fugace e di pace serena  guardando sempre ad oriente fissamente in avanti". 

Dal quaderno di Adelaide: 
"Anche in questa apparizione la Madonna apparve con gli angioletti; vestiva di rosso col manto verde e la sua manifestazione fu preceduta da due colombi e dal punto luminoso. Fra le  mani aveva ancora due colombi dalla piuma oscura e sul braccio la corona del Rosario. 
La Madonna mi sorrise e nei disse: "Gli ammalati che vogliono guarire devono avere maggiore fiducia e santificare la loro sofferenza se vogliono guadagnare il Paradiso. 
Se non faranno questo, non avranno premio e saranno severamente castigati. Spero che tutti quelli che conosceranno la  mia parola faranno ogni sforzo per meritarsi il Paradiso. Quelli  che soffriranno senza lamento otterranno da me e dal Figlio mio  qualunque cosa chiederanno. Prega molto per coloro che hanno  l'anima ammalata: il Figlio mio Gesù è morto sulla croce per salvarli. Molti non capiscono queste mie parole e per questo io  soffro. 
Mentre la Madonna portava la mano alla bocca per mandarmi un bacio con l'indice e il pollice uniti, le due colombine  le svolazzarono d'intorno e accompagnarono la Madonna mentre  si allontanava adagio adagio". 

Severino Bortolan 

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO



Divisione del Mondo Soprannaturale.

***
E il combattimento ebbe luogo nel cielo, in Coelo.  Qual’è questo cielo? Sonovi tre cieli o tre sfere di ve­rità: il cielo delle verità naturali; il cielo della visione beatifica; il cielo della fede, intermediario tra i due  primi. Abbiamo visto già che fino dal primo istante  della loro creazione, gli angeli conoscono perfettamente  nel loro insieme e nelle loro ultime conseguenze, tutte  le verità dell'ordine naturale. Questa conoscenza forma  la loro gloria, statuendo l’immensa superiorità di que­sti sull'uomo,. Così non havvi, da parte loro nessun  interesse a protestare contro alcuna di queste verità.  Nessuna possibilità di farlo ; imperocché ogni essere  ripugna invincibilmente alla sua distruzione. Le verità  dell’ordine naturale essendo connaturali agli angeli,  protestare contro di esse sarebbe stato un protestare  contro l'essere proprio: il negarle poi, sarebbe stato una  specie di suicidio: dunque la battaglia non ebbe luogo  nel cielo delle verità naturali.
Tanto meno ebbe per teatro il cielo della visione  beatifica; poiché questo, come ricompensa della prova, è  l’eterno soggiorno della pace. Ivi, tutte le -intelligenze  angeliche ed umane, poste in faccia alla verità con­templata da esse senza velo, confermate nella grazia,  unite in carità e confermate nella gloria, vivono della  stessa vita, senza opposizioni, senza divisioni e senza  possibili gare.
Qual’è dunque il cielo del combattimento? Evidente­ mente la dimora, o lo stato nel quale gli angeli dove­ vano, come l’uomo, subire la prova per meritare la  gloria. In che questa consisteva? certamente ancora  nell’ammissione di qualche mistero sconosciuto dell’or­dine soprannaturale. Questa ammissione, per essere me­ritoria dovea costare. Essa ebbe dunque per oggetto  qualche mistero il quale, al cospetto degli angeli, sem­brava urtare la loro ragione, derogare alla propria ec­cellenza e nuocere alla gloria loro.
Ammettere umilmente questo mistero sopra la parola  di Dio, adorarlo a malgrado delle sue oscurità e delle ri­pugnanze della loro natura, a fine di vederlo dopo averlo creduto; tale era la prova degli angeli. Con quest'atto  di sottomissione, queste intelligenze sublimi, curvando  la loro fronte luminosa dinanzi all'Altissimo, gli dice­vano: « Noi non siamo che creature; voi solo siete  l'Essere degli esseri. La vostra sapienza è infinita;  grande com’ essa, la nostra non è. La vostra carità ag­guaglia la vostra saggezza; noi abbracciamo nella pie­nezza dell'amore il mistero che vi degnate rivelarci. »  Nei consigli di Dio, quest'atto di adorazione, che im­plica l'amore e la fede, era decisivo per gli angeli, come  un atto simile lo fu per Adamo, come lo è per ognuno  di noi: chiunque non crederà, sarà condannato.1
« E Michele e gli angeli suoi combatterono contro  il Dragone. Michael et angeli ejus praelìabantur cum Bracone. Appena venne proposto di credere a questo  domma, uno degli arcangeli più luminosi, Lucifero,  mandò il grido della ribellione: « Io protesto: ci si vuol  far discendere, ed io salirò. Si vuole umiliare il mio  trono, io lo innalzerò al di sopra degli astri. Io sederò  sul monte dell’alleanza, ai fianchi dell'Aquilone. Io e  nessun altro, sarò simile all' Altissimo.% » Una parte  degli angeli, ripete: « noi protestiamo.3 »
A queste parole, un arcangelo, luminoso quanto Lu­cifero, esclama: «Chi è simile a Dio? chi può rifiutarsi  di credere, di adorare ciò che propone alla fede e al­l’adorazione delle sue creature? Io credo e adoro.1 »  La moltitudine delle celesti gerarchie ripete: « Noi cre­diamo e adoriamo. »
Lucifero ed i suoi aderenti non appena commessa la  colpa essendo stati puniti, si viddero cangiati in de­moni orribili, e furono precipitati negli abissi di quel-  l’inferno, che il loro stesso orgoglio avea scavato.2 Spaventevole severità della giustizia di Dio! Quale  n’è la causa, e donde viene ch’egli abbia avuto mise­ricordia per l’uomo e non per un angelo? La ragione  sta nella superiorità della natura angelica. Gli angeli  sono immutàbili, mentre l’uomo non lo é. San Tom­maso dice: « essere un articolo della fede cattolica,  che la volontà degli angeli buoni è confermata nel bene,  e la volontà dei cattivi, ostinata nel male. La causa di  questa ostinazione non è nella gravità della colpa, bensì  nella condizione della natura. Fra l'apprensione dell’angelo e l’apprensione dell’uomo avvi questa differenza, che l’angelo comprende o afferra immutabilmente  col suo intelletto, come noi stessi afferriamo i primi  principii che conosciamo. Al contrario l’uomo, con la  sua ragione, apprende o afferra la verità, in una ma­niera variabile, andando da un punto all’altro, avendo  pure la possibilità di passare dal si al no. Di guisa  che la sua volontà non aderisce a una* cosa che in un  modo variabile, conservando essa altresì la facoltà di  distaccarsene, e di appigliarsi alla cosa contraria. Di­verso è il caso della volontà dell'angelo: essa aderisce  stabilmente e immutabilmente.1 »
Noi conosciamo l’esistenza, il luogo ed il risultato  della prova; ma qual ne fu la natura? In altri termini:  qual’è il domina preciso, la cui rivelazione diventò la  pietra d’inciampo, per una parte delle celesti intelli­genze? 

Monsignor GAUME

SUPREMO APPELLO



... Ecco la mia vera Mammola: si è messa nell'ombra per secoli, per lasciar tutta la luce al mio Vangelo. Che è mai la gloria che le si rende, in paragone di quella che merita? Imparate da Lei, che è stata davvero dolce ed umile di cuore, come Me. Lei, sì, è stata un altro Gesù. Essa si è annientata per Me! Il suo Cuore ed il mio sono una cosa sola. Non separate quello che Dio ha unito! Come vorrei vederlo onorato accanto al Mio! ... Chi parla del Cuore della Madre mia? E' ancora poco amato perché è poco conosciuto. Lo presentano troppo teologicamente, o troppo sentimentalmente. La verità è semplice, figliuolini miei, ed è genuina come il Vangelo. Il Cuore di Maria è una miniera dalla quale non si è ancora estratto il vero tesoro. Sono fiumi di santità. Passerà il mondo, prima che l'abbiate approfondito. Il mio Cuore è uscito dal suo Cuore ...il Sangue di cui vi abbevero è il sangue suo verginale, immacolato. Le mie Carni che vi ho immolate, le ho prese da Lei. « Tutta la bellezza della figlia del Re le viene dall'interno ». La gloria di quel Cuore sono Io, il frumento degli eletti e il vino che fa germogliare i vergini. Madre del Dio e Madre della Chiesa, Io l'ho costituita Madre di ogni anima. A lei affido i cuori dei miei figli. Andate a Maria! Anime « mariane » Io voglio anime formate da Lei. E' Lei la donna del Vangelo a cui è stato affidato il lievito della grazia e tre misure di farina perché le lavori e faccia levare «tutta la pasta».
Oh! se lavora la Madre mia! Essa ha mescolato le lagrime sue e il Sangue del suo Figlio alla pasta affidatale. Che mai uscirà da quelle mani, da quel lavoro? ... E v'impiega i secoli ... La Madre mia lavora sempre ... lavorerà finché vi sarà ancora un atomo di farina, un'anima sola da salvare e una stilla di lievito, una goccia sola del Sangue mio divino, ansiosa di comunicare la virtù sua fecondatrice.