lunedì 17 agosto 2020

L E 24 ORE DELLA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO




La Serva di Dio Luisa Piccarreta scrive „Le 24 Ore della Passione di N.S.G.C.’ contemplando il suo Sposo Crocifisso e condividendone le pene Leggiamo nell’epistolario di Luisa:


SETTIMA ORA 

Dalle 11 alla mezzanotte 

La terza ora di agonia nell ’Orto di Getsemani: l’agonia dei Giudei 


Dolce mio bene, il cuore più non mi regge: Ti guardo e vedo che continui ad agonizzare. Il Sangue a rivi Ti scorre da tutto il Corpo ed in tanta copia che, non reggendo più in piedi, ne sei caduto in un lago. O mio Amore, mi si spezza il cuore nel vederti sì debole e sfinito! Il tuo adorabile Volto e le tue mani creatrici poggiano in terra e s’imbrattano di Sangue. 
Parmi che ai fiumi di iniquità che le creature Ti mandano, Tu voglia dare fiumi di Sangue per fare che queste colpe restino affogate in esso, e così con esso dare a ciascuno il rescritto del tuo perdono. 

Ma, deh, o mio Gesù, sollevati! È troppo ciò che soffri! Basti fin qui al tuo Amore. E mentre pare che il mio amabile Gesù muoia nel proprio Sangue, l’Amore Gli dà nuova vita. Lo vedo muoversi stentatamente, Si alza e, così intriso di Sangue e di fango, par che voglia camminare, e, non avendo forza, a stento Si trascina. Dolce mia Vita, lascia che Ti porti fra le mie braccia. Vai forse dai cari discepoli? Ma quale non è il dolore del tuo adorabile Cuore nel trovarli di nuovo addormentati! E Tu, con voce tremula e fioca li chiami: 
 “ Figli miei, non dormite. L’ora è vicina. Non vedete come Mi sono ridotto? Deh, aiutatemi, non Mi abbandonate in queste ore estreme! ”. 

E quasi vacillante, stai per cadere vicino a loro, mentre Giovanni stende le braccia per sorreggerti. Sei tanto irriconoscibile che, se non fosse stato per la soavità e dolcezza della tua voce, non Ti avrebbero riconosciuto. Poi, raccomandando loro la veglia e la preghiera, ritorni nell’orto, ma con una seconda trafittura nel cuore. In questa trafittura vedo, mio Bene, tutte le colpe di quelle anime che, nonostante le manifestazioni dei tuoi favori in doni, baci e carezze, 
nelle notti della prova, dimenticando il tuo amore e i tuoi doni, sono rimaste come assopite ed assonnate, perdendo così lo spirito di continua preghiera e di veglia. 

Mio Gesù, è pur vero che dopo aver visto Te, dopo aver gustato i tuoi doni, rimanerne privi e resistere, ci vuol gran forza. Solo un miracolo può far che tali anime reggano alla prova. Perciò, mentre Ti compatisco per queste anime, le cui negligenze, leggerezze e offese sono le più amare al tuo Cuore, Ti prego che, qualora esse giungessero a dare un solo passo che possa menomamente dispiacerti, Tu le circondi di tanta grazia, da arrestarle, perché non perdano lo spirito di continua preghiera. Mio dolce Gesù, mentre ritorni nell’orto, pare che Tu non ne possa più: alzi al Cielo la faccia intrisa di Sangue e di terra, e ripeti la terza volta: 
“ Padre, se è possibile, passi da Me questo calice. Padre Santo, aiutami! Ho bisogno di conforto. E’ vero che per le colpe addossatemi sono nauseante, ributtante, l’ultimo fra gli uomini innanzi alla tua Maestà infinita. 

La tua Giustizia è sdegnata verso di Me. Ma guardami, o Padre, son sempre tuo Figlio, che formo una sola cosa con Te. Deh, aiuto, pietà, o Padre! Non Mi lasciare senza conforto!”. Poi mi pare di sentire, o dolce mio Bene, che chiami in aiuto la cara Mamma: 
“ Dolce Mamma, stringimi fra le tue braccia come Mi stringevi Bambino. Dammi quel latte che succhiai da Te, per ristorarmi e raddolcire le amarezze della mia agonia. Dammi il tuo Cuore, che formava tutto il mio contento. Mamma mia, Maddalena, cari Apostoli, voi tutti che Mi amate, aiutatemi, confortatemi, non Mi lasciate solo in questi momenti estremi. Fate tutti corona a Me d’intorno, datemi per conforto la vostra compagnia, il vostro amore!”. 

Gesù, Amore mio, chi può resistere nel vederti in questi estremi? Qual cuore sarà mai sì duro, che non si spezzi nel vederti così affogato nel Sangue? Chi non verserà a torrenti lacrime amare nel sentire gli accenti tuoi dolorosi che cercano aiuto e conforto? Mio Gesù, consolati: già vedo il Padre che Ti spedisce un Angelo per conforto ed aiuto, onde uscire da questo stato di agonia e poterti dare in mano ai giudei. E mentre starai con l’Angelo, io girerò cielo e terra. Tu mi permetterai di prendere questo Sangue che hai versato, affinché possa darlo a tutti gli uomini come pegno della salvezza di ciascuno, e portarti per conforto ed in ricambio i loro affetti, palpiti, pensieri, passi ed opere Celeste Mamma mia, vengo da Te per andare insieme da tutte le anime, dando loro il Sangue di Gesù. Dolce Mamma, Gesù vuol conforto, e il maggior conforto che Gli possiamo dare è portargli anime. Maddalena, accompagnaci. Angeli tutti, venite a vedere come è ridotto Gesù. Egli vuole da tutti conforto, ed è tale e tanto l’abbattimento in cui Si trova, che non rifiuta nessuno. 

Mio Gesù, mentre bevi il calice pieno d ’intense amarezze che il Celeste Padre Ti ha mandato, sento che più sospiri, gemi, deliri, e con voce soffocata dici: 
“ Anime, anime, venite, sollevatemi. Prendete posto nella mia Umanità: vi voglio, vi sospiro. Deh, non siate sorde alle mie voci, non rendete vani i miei desideri ardenti, il mio Sangue, il mio amore, le mie pene! Venite, anime, venite!”. 

Delirante Gesù, ogni tuo gemito e sospiro è una ferita al mio cuore che non mi dà pace, per cui faccio mio il tuo Sangue, il tuo Volere, l’ardente tuo zelo, il tuo amore e, girando cielo e terra, voglio andare per tutte le anime per dar loro il tuo Sangue come pegno della loro salvezza, e portarle a Te per calmare le tue smanie, i tuoi deliri e raddolcire le amarezze della tua agonia. E mentre ciò farò, Tu accompagnami col tuo sguardo. Mamma mia, vengo da Te, perché Gesù vuole anime, vuol conforto. Dunque, dammi la tua mano materna e giriamo insieme per tutto il mondo in cerca di anime. Racchiudiamo nel suo Sangue gli affetti, i desideri, i pensieri, le opere, i passi di tutte le creature, e gettiamo nelle loro anime le fiamme del suo Cuore, affinché si arrendano. E così chiuse nel suo Sangue e trasformate nelle sue fiamme, le condurremo intorno a Gesù, per raddolcire le pene della sua amarissima agonia. 

Angelo mio custode, precedici tu, va ’ disponendo le anime che devono ricevere questo Sangue, affinché nessuna goccia resti senza il suo copioso effetto. Mamma mia, presto, giriamo! Vedo lo sguardo di Gesù che ci segue, sento i suoi singhiozzi ripetuti che ci spingono ad affrettare il nostro compito. Ed ecco, o Mamma, ai primi passi già siamo alle porte delle case dove giacciono gli infermi. Quante membra straziate! Quanti, sotto l’atrocità degli spasimi, prorompono in bestemmie e tentano togliersi la vita! Altri sono abbandonati da tutti e non hanno chi presti loro una parola di conforto, i più necessari soccorsi, e perciò maggiormente imprecano e si disperano. 

Ah, Mamma! Sento i singhiozzi di Gesù che Si vede ricambiate in offese le sue più care predilezioni d’amore che fan patire le anime per renderle simili a Sé. Deh! Diamo loro il suo Sangue, affinché somministri ad esse gli aiuti necessari e con la sua luce faccia comprendere il bene che c ’è nel patire e la somiglianza che acquistano di Gesù. 

E tu, Mamma mia, mettiti vicino a loro e, come Madre affettuosa, tocca con le tue mani materne le loro membra addolorate, lenisci i loro dolori, prendile fra le tue braccia, e dal tuo Cuore versa torrenti di grazie su tutte le loro pene. Fa’ compagnia agli abbandonati, consola gli afflitti, a chi manca di mezzi necessari disponi Tu anime generose per soccorrerli; a chi si trova sotto l’atrocità degli spasimi impetra tregua e riposo, onde, rinfrancati, possano con più pazienza sopportare quanto Gesù dispone per loro. Giriamo ancora ed entriamo nelle stanze dei moribondi. Mamma mia, che terrore! Quante anime stanno per cadere nell’inferno! 

Quanti, dopo una vita di peccato, vogliono dare l ’ultimo dolore a quel Cuore ripetutamente trafitto, coronando l ’ultimo anelito con un atto di disperazione! Molti demoni stanno intorno ad essi, gettando nei loro cuori terrore e spavento dei divini giudizi, e così dar l’ultimo assalto per condurli all’inferno. Vorrebbero sprigionare le fiamme infernali per avvolgerli in esse e così non dar luogo alla speranza. Altri, allacciati dai vincoli della terra, non sanno rassegnarsi a dare l’ultimo passo. Deh, o Mamma, i momenti sono estremi, essi hanno molto bisogno di aiuto! Non vedi come tremano, come si dibattono tra gli spasimi dell’agonia, come chiedono aiuto e pietà? Già la terra è sparita per loro. Mamma Santa, metti la tua mano materna sulla loro gelida fronte, accogli tu gli ultimi loro aneliti, diamo a ciascun moribondo il Sangue di Gesù, e così mettendo in fuga i demoni, li disponga tutti a ricevere gli ultimi Sacramenti e ad una buona e santa morte. Per conforto diamo loro le agonie di Gesù, i suoi baci, le sue lacrime, le sue piaghe; rompiamo i lacci che li tengono avvinti, facciamo sentire a tutti la parola del perdono e gettiamo tale fiducia nel cuore, da farli slanciare nelle braccia di Gesù. Gesù, quando li giudicherà, li troverà coperti col suo Sangue, abbandonati nelle sue braccia e a tutti darà il suo perdono.

Giriamo ancora, o Mamma. Il tuo sguardo materno guardi con amore la terra e si muova a compassione di tante povere creature che hanno bisogno di questo Sangue. Mamma mia, mi sento spingere dallo sguardo indagatore di Gesù a correre perché vuole anime. 

Sento i suoi gemiti nel fondo del mio cuore che mi ripetono: 
“Figlia mia, aiutami, dammi le anime! ”. 
Ma vedi, o Mamma, come la terra è piena di anime che stanno per cadere nel peccato, e Gesù erompe in pianto nel vedere il suo Sangue subire nuove profanazioni. Ci vorrebbe un miracolo che ne impedisse la caduta. Perciò diamo loro il Sangue di Gesù onde trovino in esso la forza e la grazia per non cadere nel peccato. 

Un altro passo ancora, o Mamma, ed ecco anime già cadute nella colpa, le quali vorrebbero una mano per rialzarsi. Gesù le ama, ma le guarda inorridito perché infangate, e la sua agonia si fa più intensa. Diamo loro il Sangue di Gesù, onde trovino la mano che le rialzi. Vedi, o Mamma, sono anime che hanno bisogno di questo Sangue, anime morte alla grazia. Oh, com’è deplorevole il loro stato! Il Cielo le guarda e piange con dolore, la terra le mira con ribrezzo, tutti gli elementi son contro di loro e le vorrebbero distruggere, perché nemiche del Creatore. 
Deh, o Mamma, il Sangue di Gesù contiene la vita! Diamolo adunque, affinché al tocco di esso, queste anime risorgano e risorgano più belle da far sorridere tutto il Cielo e tutta la terra. 

Giriamo ancora, o Mamma. Vedi, ci sono anime che portano l ’impronta della perdizione, anime che peccano e fuggono da Gesù, che L’offendono e disperano del suo perdono. Sono queste i nuovi Giuda sparsi sulla terra e che trafiggono quel Cuore tanto amareggiato. Diamo loro il Sangue di Gesù, affinché questo Sangue cancelli l’impronta della perdizione e vi imprima quella della salvezza, vi getti nei loro cuori tale fiducia e amore dopo la colpa, da farle correre ai piedi di Gesù e stringersi a quei piedi divini, per non distaccarsene mai più. 

Vedi, o Mamma, vi sono anime che corrono all’impazzata verso la perdizione e non vi è chi arresti la loro corsa. Deh! Mettiamo questo Sangue avanti ai loro piedi, affinché al tocco e alla luce di esso, alle sue voci supplichevoli che le vuol salve, possano indietreggiare e mettersi sulla via della salvezza.

Continuiamo, o Mamma, a girare. Vedi, vi sono anime buone, anime innocenti in cui Gesù trova le sue compiacenze ed il riposo nella creazione, ma le creature stanno intorno a loro con tante insidie e scandali, per strappare questa innocenza e cambiare le compiacenze ed il riposo di Gesù in pianto e amarezze, come se non avessero altra mira se non quella di dare continui dolori a quel Cuore divino. Suggelliamo e circondiamo dunque la loro innocenza col Sangue di Gesù come un muro di difesa, affinché non entri in esse la colpa. Con esso metti in fuga chi vorrebbe contaminarle e conservale illibate e pure, affinché Gesù trovi il suo riposo nella creazione e tutte le sue compiacenze, e per amor loro si muova a pietà di tante altre povere creature. Mamma mia, mettiamo queste anime nel Sangue di Gesù, leghiamole e rileghiamole col santo Voler di Dio, portiamole nelle sue braccia e, con le dolci catene del suo amore, leghiamole al suo Cuore per raddolcire le amarezze della sua mortale agonia. 

Ma senti, o Mamma, questo Sangue grida e vuole altre anime ancora. Corriamo insieme, e portiamoci nelle regioni degli eretici e degli infedeli. Quanto dolore non sente Gesù in queste regioni! Egli, che è vita di tutti, non ha in contraccambio neppure un piccolo atto d’amore, non 
è conosciuto dalle sue stesse creature. Deh! O Mamma, diamo loro questo Sangue, affinché fughi le tenebre dell’ignoranza e dell’eresia, faccia comprendere che hanno un’anima ed apra ad esse il Cielo. Poi mettiamole tutte nel Sangue di Gesù, conduciamole intorno a Lui come tanti figli orfani ed esiliati che trovano il loro Padre, e così Gesù Si sentirà confortato nella sua amarissima agonia. 

Ma Gesù sembra che non sia ancora contento, perché vuole altre anime ancora. Le anime moribonde di queste regioni se le sente strappare dalle sue braccia per andare a cadere nell ’inferno. Già queste anime stanno per spirare e precipitare nell’abisso; nessuno è vicino a loro per salvarle; il tempo manca, i momenti sono estremi, si perderanno certo! No, Mamma, questo Sangue non sarà sparso inutilmente per esse! Perciò voliamo subito da loro, versiamo il Sangue di Gesù sul loro capo onde serva loro da battesimo ed infonda in esse fede, speranza ed amore. Mettiti, o Mamma, vicino a loro, supplisci a tutto quello che loro manca. Anzi fatti vedere: sul tuo Volto splende la bellezza di Gesù, i tuoi modi sono tutti simili ai suoi, e così, vedendo Te, con certezza potranno conoscere Gesù. Poi stringile al tuo Cuore materno, infondi in esse la vita di Gesù che Tu possiedi, dì che come loro madre le vuoi felici per sempre con Te in Cielo e così, mentre spirano, ricevile nelle tue braccia e fa’ che dalle tue passino in quelle di Gesù. E se Gesù, secondo i diritti di Giustizia, mostrerà di non volerle ricevere, ricordagli l’amore con cui te le affidò sotto la croce, reclama i tuoi diritti di madre, così che al tuo amore ed alle tue preghiere, egli non saprà resistere, e, mentre contenterà il tuo cuore, contenterà anche i suoi ardenti desideri. 

Ed ora, o Mamma, prendiamo questo Sangue e diamolo a tutti: agli afflitti, perché ne ricevano conforto; ai poveri, perché offrano rassegnati la loro povertà; ai tentati, perché ottengano la vittoria; agli increduli, perché trionfi in loro la virtù della fede; ai bestemmiatori, perché cambino le bestemmie in benedizioni; ai sacerdoti, acciocché comprendano la loro missione e siano degni ministri di Gesù. Con questo Sangue tocca le loro labbra, affinché non dicano parole che non siano di gloria a Dio, tocca i loro piedi, affinché li mettano in volo per andare in cerca di anime da condurre a Gesù.

Diamo questo Sangue ai reggitori dei popoli , perché siano uniti fra loro e sentano mitezza ed amore verso i propri sudditi. Voliamo ora nel Purgatorio e diamolo anche alle anime purganti, perché esse tanto piangono, e reclamano questo Sangue per la loro liberazione. 
Non senti, o Mamma, i loro gemiti, le smanie d ’amore, le torture, come continuamente si sentono attratte verso il Sommo Bene? Vedi come Gesù stesso vuole purgarle più subito per averle a Sé: le attira col suo amore, ed esse ne contraccambiano con continui slanci verso di Lui. 

E mentre si trovano alla sua presenza, non potendo ancora sostenere la purità dello sguardo divino, sono costrette ad indietreggiare ed a piombare di nuovo nelle fiamme. Mamma mia, scendiamo in questo carcere profondo e, versando su di esse questo Sangue, portiamo loro la luce, quietiamo le loro smanie d’amore, smorziamo il fuoco che le brucia, purifichiamo le loro macchie, e così, libere da ogni pena, voleranno tra le braccia del Sommo Bene. Diamo questo Sangue alle anime più abbandonate, affinché trovino in esso tutti i suffragi che le creature negano loro. A tutte, o Mamma, diamo questo Sangue, né priviamone nessuna, affinché tutte in virtù di esso trovino sollievo e liberazione. Fa’ da regina in queste regioni di pianto e di lamenti, stendi le tue mani materne, e ad una ad una mettile fuori da queste fiamme ardenti, e fa’ che tutte prendano il volo verso il Cielo. 

Ed ora facciamo anche noi un volo verso il Cielo. Mettiamoci alle porte eternali e permetti, o Mamma, che dia anche a Te questo Sangue per tua gloria maggiore. Questo Sangue Ti inondi di nuova luce e di nuovi contenti, e fa’ che questa luce scenda a prò di tutte le creature, per dare a tutti grazie di salvezza. 

Mamma mia, dà anche a me questo Sangue . Tu conosci quanto ne ho bisogno. Con le tue stesse mani materne ritoccami tutta con questo Sangue e, ritoccandomi, purifica le mie macchie, sana le mie piaghe, arricchisci la mia povertà. Fa’ che questo Sangue circoli nelle mie vene e mi ridoni tutta la vita di Gesù, scenda nel mio cuore e me lo trasformi nel Cuore stesso di Lui, mi abbellisca tanto che Gesù possa trovare tutti i suoi contenti in me. 

Infine, o Mamma, entriamo nelle Regioni Celesti e diamo questo Sangue a tutti i Santi, a tutti gli Angeli, affinché possano ricevere gloria maggiore, prorompere in ringraziamenti a Gesù e pregare per noi, onde in virtù di questo Sangue li possiamo raggiungere. 

E dopo aver dato a tutti questo Sangue, portiamoci di nuovo da Gesù. Angeli, Santi, venite con noi. Ah, Lui sospira le anime! Vuol farle rientrare tutte nella sua Umanità per dare a tutte i frutti del suo Sangue. Mettiamole intorno a Lui e Si sentirà ritornare la vita e ricompensare dell’amarissima agonia che ha patito. Ed ora, Mamma Santa, chiamiamo tutti gli elementi a fargli compagnia, affinché anche loro diano onore a Gesù. 

O luce del sole, vieni a diradare le tenebre di questa notte per dare conforto a Gesù . O stelle, coi vostri tremuli raggi, scendete giù dal cielo, venite a dar conforto a Gesù. Fiori della terra, venite con i vostri profumi; uccelli, venite coi vostri gorgheggi; elementi tutti della terra, venite a confortare Gesù. Vieni, o mare, a rinfrescare e a lavare Gesù. Egli è il nostro Creatore, la nostra vita, il nostro tutto. Venite tutti a confortarlo, a prestargli omaggio come a nostro sovrano Signore. Ma, ahi, ché Gesù non cerca luce, stelle, fiori, uccelli. Egli vuole anime, anime! 

Ecco, o dolce mio Bene, tutti insieme con me: Ti è vicina la cara Mamma, riposati pure fra le sue braccia, ne avrà conforto anch’Essa, stringendoti al seno, perché molta parte ha preso alla tua dolorosa agonia. E’ qui anche Maddalena, è qui Maria e tutte le anime amanti di tutti i secoli. Deh! O Gesù, accettale, e dì a tutte una parola di perdono e di amore, nel tuo amore legale tutte, affinché nessun’anima più Ti sfugga. Ma, ahi! A me sembra che Tu dica: 
“ O figlia, quante anime a forza Mi sfuggono e piombano nell’eterna rovina! Come potrà dunque calmarsi il mio dolore se un’anima sola Io amo tanto, quanto amo tutte le anime insieme?”. 

Agonizzante Gesù, pare che stia per spegnersi la tua vita: già sento il rantolo dell ’agonia, i tuoi begli occhi sono eclissati dalla vicina morte, tutte le tue membra sono abbandonate e spesso parmi che non più respiri. Mi sento scoppiare il cuore dal dolore. Ti abbraccio e Ti sento gelido, Ti scuoto e non dai segno di vita. Gesù, sei morto? Afflitta Mamma, Angeli del Cielo, venite a piangere Gesù e non permettete che io continui a vivere senza di Lui, ché già non posso. Me Lo stringo più forte e sento che dà un altro respiro, e poi di nuovo non dà segni di vita. Lo chiamo: “Gesù, Gesù, Vita mia, non morire!”. 

Ma già sento lo strepito dei tuoi nemici che vengono a prenderti. Chi Ti difenderà nello stato in cui Ti trovi? E Lui, scosso, pare che risorge da morte a vita, mi guarda e mi dice: 
“Figlia, sei qui? Sei stata dunque spettatrice delle mie pene e delle tante morti che ho subito. Or sappi, o figlia, che in queste tre ore d ’amarissima agonia nell’orto, ho racchiuso in Me tutte le vite delle creature, ed ho sofferto tutte le loro pene e la stessa loro morte, dando a ciascuna la mia stessa vita. Le mie agonie sosterranno le loro, le mie amarezze e la mia morte si cambieranno per loro in fonte di dolcezza e di vita. Quanto Mi costano le anime! Ne fossi almeno contraccambiato! Tu hai visto che mentre morivo, ritornavo a respirare: erano le morti delle creature che sentivo in Me”. 

Mio affannato Gesù, giacché hai voluto racchiudere in Te anche la mia vita e quindi anche la mia morte, Ti prego, per questa tua amarissima agonia, di venirmi ad assistere nel punto della mia morte. Io Ti ho dato il mio cuore per rifugio e riposo, le mie braccia per sostenerti e tutto il mio essere a tua disposizione, ed, oh, quanto volentieri mi darei nelle mani dei tuoi nemici per poter morire io in vece tua! 

Vieni, o Vita del mio cuore, in quel punto a ridarmi ciò che Ti ho dato: la tua compagnia, il tuo Cuore per letto e riposo, le tue braccia per sostegno, il tuo respiro affannoso per alleviare i miei affanni, in modo che io, respirando, respirerò per mezzo del tuo respiro che, come aria purificatrice, mi purificherà da qualunque macchia e mi disporrà all’ingresso della eterna beatitudine. 

Anzi, mio dolce Gesù, applicherai all ’anima mia la tua stessa santissima Umanità, in modo che Tu, guardandomi, mi guardi attraverso Te stesso e, guardando Te stesso, non trovi nulla di che giudicarmi. Poi mi bagnerai nel tuo Sangue, mi vestirai con la candida veste della tua Santissima Volontà, mi fregerai col tuo amore e, dandomi l ’ultimo bacio, mi farai spiccare il volo dalla terra al Cielo. E ciò che voglio per me, fallo a tutti gli agonizzanti; stringili tutti nel tuo amplesso d’amore e, dando loro il bacio dell’unione con Te, salvali tutti e non permettere che alcuno si perda. 

Afflitto mio Bene, Ti offro quest ’ora in memoria della tua Passione e Morte, per disarmare la giusta collera di Dio per i tanti peccati, per la conversione di tutti i peccatori, per la pace dei popoli, per la nostra santificazione ed in suffragio delle anime purganti. 

Ma vedo che i tuoi nemici sono vicini e Tu vuoi lasciarmi per andare loro incontro. Gesù, permettimi di darti un bacio sulle labbra, che Giuda ardirà baciare col suo bacio infernale, e di asciugarti il Volto bagnato di Sangue su cui ora pioveranno schiaffi e sputi. Stringimi forte al tuo Cuore e non permettere che io mi separi mai da Te. Ti seguo e Tu benedicimi. 

Riflessioni e Pratiche 

Gesù, in questa terz ’ora del Getsemani, chiese dal Cielo aiuto, ed erano tante le sue pene, che chiese conforto anche dai suoi discepoli. E noi, in qualunque circostanza, dolore, sventura, chiediamo sempre aiuto dal Cielo? E se anche ci rivolgiamo alle creature, facciamo ciò ordinatamente, presso chi può santamente confortarci? Siamo rassegnati almeno, se non abbiamo quei conforti che speravamo, servendoci della noncuranza delle creature per abbandonarci di più nelle braccia di Gesù? 

Gesù fu confortato da un Angelo. E noi, possiamo dire che siamo l ’angelo di Gesù con lo starci intorno a Lui per confortarlo e prendere parte alle sue amarezze? Ma, per poter fare da vero angelo a Gesù, è necessario prendere le pene come mandateci da Lui, perciò come pene divine; solo allora possiamo osare di confortare un Dio tanto amareggiato. Altrimenti, se le pene le prendiamo in senso umano, non possiamo servircene per confortare quest’Uomo-Dio, e quindi non possiamo fare da angeli. 

Nelle pene che Gesù ci invia, pare ci mandi il calice dove noi dobbiamo mettere il frutto delle medesime; e queste pene, sofferte con amore e rassegnazione, si convertiranno in dolcissimo nettare per Gesù. In ogni pena diremo: “Gesù ci chiama a fare l’angelo intorno a Lui; vuole i nostri conforti, e perciò ci fa parte delle sue pene”. 

Amor mio, Gesù, nelle mie pene cerco il tuo Cuore per riposo, e nelle tue intendo darti riparo con le mie pene, per scambiarcele insieme, ed io sia [così] il tuo angelo consolatore. 

Durante tutta la sua Passione Gesù fu sempre legato con funi e catene 
( Dal Volume 13 - 16 Novembre 1921 ) 

[ Scrive Luisa:] 

Gesù Si faceva vedere tutto legato, legate le mani, i piedi, la vita; dal collo Gli scendeva una doppia catena di ferro, ma era legato tanto stretto, da togliere il moto alla sua Divina Persona. Che dura posizione, da far piangere anche le pietre! Ed il mio Sommo Bene Gesù mi ha detto: “Figlia mia, nel corso della mia Passione tutte le altre pene facevano a gara, ma si davano il cambio, ed una dava il luogo all‟altra, quasi come sentinelle montavano a farmi il peggio, per darsi il vanto che una era stata più brava dell‟altra, ma le funi non Me le tolsero mai: dacché fui preso fino al monte Calvario fui sempre legato, anzi aggiungevano sempre funi e catene per timore che potessi fuggire, e per farsi più giuoco di Me; ma quanti dolori, confusioni, umiliazioni e cadute Mi procurarono queste catene! Ma sappi però che in queste catene c‟era gran mistero e grande espiazione: l‟uomo, nel cominciare a cadere nel peccato resta legato con le catene del suo stesso peccato, ed Io per spezzargli le sue catene volli essere legato, e non volli mai essere senza catene, per tenere sempre pronte le mie per spezzare le sue” 

IL CURATO D'ARS SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY



Il disertore di Noes (1809-1811).  

***
«Questo giovane - dicevano tra loro - non sarà mai un soldato, morirà prima di arrivare alla Spagna»; e lo compiangevano con pensiero più caritatevole che prudente, perché presto doveva ripartire. Ma egli rispondeva rassegnato:  

- Mie buone Suore, è ben giusto che io obbedisca alla legge.  

- Voi rendereste più servizio alla Francia, pregando che andando alla' guerra.  

- Vi sono riconoscente delle vostre buone parole; vogliate ricordarvi di me.  

Il 5 gennaio 1810, un'ordinanza del capitano di reclutamento Blanchard fece noto al soldato Vianney che farebbe parte del gruppo che il giorno seguente doveva partire per la Spagna, coll'ordine di passare ad un'ora fissa del pomeriggio nell'ufficio del capitano per ricevere il suo foglio di via: Giovanni Maria, inquieto e pensieroso, uscì dall'ospedale un poco prima dell'ora prescritta e, cammino facendo, vide una chiesa e vi entrò. Là il seminarista-soldato pregò, confidando a Dio tutte le preoccupazioni ed i desideri, e là, secondo le sue parole, «le pene si sciolsero come neve al sole», Intanto, gustando la felicità di questo novello Tabor, il santo giovane non si accorgeva del tempo che passava, e quando si presentò all'officio ne trovò la porta chiusa16.  

L'indomani, 6 gennaio, giorno dell'Epifania, Giovanni Maria non ancora troppo robusto si preparò per la partenza ed all'alba, col sacco sulle spalle, si congedò dalle buone Suore infermiere, che, colle lagrime agli occhi, lo accompagnarono fino al cancello esterno dell'ospedale 17. Si diresse di nuovo all'officio di reclutamento ed i primi soldati di servizio che incontrò gli resero noto che la sua compagnia era partita senza aspettarlo. Non mancarono scherzi di cattivo gusto sulla sua situazione, ma questo era ancora poco, perché un'accoglienza ben peggiore gli era riservata all'ufficio, ove il capitano Blanchard gli parlò di gendarmi e di catene. A queste minacce il nostro coscritto, che «compiangeva quei giovani disertori che venivano condotti incatenati, fra imprecazioni e grida» 18, si sentì fremere. Ma appunto in quel momento un subalterno interveniva in favore di lui: «È un povero giovane che non ha mai pensato a fuggire; è uscito ora dall'ospedale e si presenta spontaneamente ai suoi Superiori! ...». Blanchard non insistette, ma gli consegnò il foglio di via, intimandogli di raggiungere almeno la retroguardia 19.  

 Il pallido convalescente, sulla via di Clermont, tutto solo, non aveva neppure l'aspetto del soldato. Il sacco pesava sulle sue povere spalle e contribuiva a rallentare il suo passo ancora incerto. Vedendo l'impossibilità di raggiungere gli altri alla prima fermata, fu preso da estremo cordoglio, elevò il suo pensiero a Dio ed estrasse la corona del Rosario. «Forse non lo recitai mai più così volentieri» confidò egli alcun tempo dopo ad alcune persone d'Ars 20.  

Il 6 gennaio, la sorella Margherita, dopo di avere fatto il viaggio da sola da Ecully fino a Roanne, si presentava all'ospedale per visitare Giovanni Maria, ma con affannosa sorpresa si sentiva dire che il fratello era partito in quel medesimo giorno 21 Giovanni Maria dopo di avere passato Villemontais, raggiunse i monti del Forez, ora squallidi ora ameni, ma sempre contemplati con piacere dal viaggiatore. La nostra giovane recluta era però animata da uno spirito ben diverso da quello d'ogni altro viaggiatore, e cedendo alla sua estrema stanchezza, che lo obbligava a camminare curvo sulle sue gambe attrappite, pensò di cercare un rifugio nel bosco vicino, ove sarebbe protetto dal gelido vento della stagione. Si allontanò un cento passi dalla strada maestra 22 ed attraversò un campo coltivato 23, e, sedutosi sul suo sacco, si concesse un istante di riposo, vicino ad un sentiero che conduceva alla montagna. Per allontanare un momento i suoi tristi pensieri prese di nuovo fra le mani la corona del Rosario ed incominciò a pregare con confidenza la Santa Vergine, suo rifugio, perché non lo abbandonasse24.  

Se ne stava appunto in questi pensieri ed in questa occupazione, quando, d'improvviso comparve uno sconosciuto che gli chiese: «Che fate voi qui?... venite con me», e, prendendogli il sacco pesante, gli indicò di seguirlo. I due viaggiarono a lungo nella notte oscura, attraverso gli alberi della montagna, con pena immensa di Giovanni Maria che già stanco seguiva il compagno a fatica 25.  

 Questo sconosciuto, vestito da contadino, si chiamava Guido ed era un disertore di Saint-Priest-la-Prugne nei monti di Bois-Noir, che viveva nei boschi di Forez 26, con altri compagni fuggiti per evitare la coscrizione: l'incontro casuale avrebbe determinato anche per il nostro coscritto, tutto solo, un destino simile. Giovanni Maria Vianney, stanco ed arso dalla febbre, lo seguì fidente, col desiderio e la speranza di avere un ricovero per la notte, rammaricandosi che il drappello di soldati, del quale faceva parte, fosse ancora molto lontano.  

I due viaggiatori si inoltrarono nei monti per gole sinuose, attraversate dal piccolo torrente delle Crèches, allora abbondante di acque per le piogge invernali. Passarono all'altezza del villaggio di Noés, lasciandolo alla loro destra e giunsero nella foresta della Madeleine, ai confini dell'Allier e della Loire. Oggi solo le cime sono coperte di alberi, ma allora Noés non era che un'isola sperduta in un mare di verde.  
Nel viaggio i due pellegrini non rimasero muti, e Guido,  per il servizio che rendeva a Vianney, portandogli il sacco, ne guadagnò quella fiducia che dispone alla confidenza, ed in breve fu a cognizione di una storia molto dolorosa.  

- Ma voi non avete l'aspetto di un soldato - gli osservò Guido.  

- È vero, ma io debbo obbedire.  

- Se volete seguirmi, potrete vivere in questo villaggio, ben nascosto dalle foreste.  

- Questo no, i miei genitori hanno già avuto abbastanza fastidi.  

- State pure tranquillo! Ce ne sono altri nascosti in questo luogo.  

Che fare? Il disgraziato ritardatario pensò di seguire Guido almeno per la notte, rimandando la decisione al giorno seguente e mettendosi nelle mani della Divina Provvidenza.  

 Il villaggio di Noes è situato a 660 metri sul livello del mare. Poiché Guido conosceva molto bene i sentieri 27, i due erranti poterono salire ancora finché giunsero alla capanna di uno zoccolaio, di nome Agostino Chambonnière, che abitava lassù in quella solitudine colla sua giovane sposa. Guido si annunciò bussando alla porta e dicendo il suo nome e tosto la porta della povera casupola si aprì. Gustin (lo zoccolaio era conosciuto con questo nome) diede subito qualche cosa da mangiare al giovane soldato affamato e stanco, e la sua sposa gli apparecchiò l'unico letto disponibile. Pochi minuti dopo Giovanni Maria dormiva profondamente nel letto preparatogli, mentre il padrone, la sua Sposa e Guido si rassegnavano a prendere il loro riposo sopra poca paglia. Il giorno dopo Guido  pensò di pone Giovanni Maria Vianney nella condizione di guadagnarsi il pane e lo condusse alla cascina di Claudio Tornaire, che impiegò entrambi a segare tronchi di faggio; due giorni dopo, tuttavia, benché avesse molto lavoro, non ritenne che il più forte, che era Guido 28, mentre Giovanni Maria fu costretto a cercare altrove lavoro. Discese allora al Pont, nel comune di Noés, e scelse per sé la professione di maestro) indirizzandosi ad Antonietta Mivière, vedova Préfolle, la quale con molto rincrescimento non lo poté accettare, avendo già un altro maestro.  

 La sua situazione intanto si complicava, perché, abbandonato e sperduto nelle montagne, era diventato, senza premeditazione alcuna, un disertore. Era sindaco a Noés il signor Paolo Fayot, semplice contadino che abitava sulla montagna, a due chilometri dal paese, nella cascina dei Robins ed è a lui che si rivolse Giovanni Maria Vianney. Paolo Fayot, sindaco, è ricordato a Noés come uomo distinto, unitamente alla sua discendenza ed al suo parentado nel quale si scelse la maggior parte dei suoi successori 29, ma aveva un modo tutto proprio e personale per applicare le leggi dell'impero. Nel 1810, quando dovette interessarsi di Giovanni Maria Vianney, nascondeva già nelle vicinanze della sua casa due disertori 30 e questa fu forse una delle ragioni per la quale la nuova visita non gli fu soverchiamente gradita. Aveva lui stesso una numerosa famiglia da mantenere, ma soprattutto temeva perché  i gendarmi esploravano ogni tanto quei boschi, rifugio di disertori, e si fermavano da lui, sindaco di Noés, per il riposo ed i pasti.  

Abbandonerebbe egli dunque il povero giovane senza asilo? Non pensava neppure alla possibilità di denunciarlo, in quanto, circa il servizio militare, condivideva le idee di molti suoi contemporanei 31. Le sorti di questo giovane stavano ora nelle sue mani ed egli lo rassicurò, spiegandogli che era troppo tardi perché tentasse di raggiungere il suo gruppo, che ormai veniva considerato come un disertore e che non gli rimaneva altro che sottrarsi colla vigilanza alle ricerche dei gendarmi. E con singolare e rinnovata audacia, gli assegnò come dimora la casa di sua cugina Claudina Fayot 32, vedova con quattro figli, di cui il maggiore aveva quattordici anni appena, ovunque conosciuta come donna buona e caritatevole, assicurandole che egli stesso le sarebbe di aiuto nel mantenere il suo protetto; - il quale però, per ragioni evidenti di prudenza' non si chiamerebbe più Giovanni Maria Vianney, ma Gerolamo Vincent 33.  
***
Canonico FRANCESCO TROCHU 

Un giorno saranno davanti al Signore faccia a faccia, e quel giorno sarà terribile.



Messaggio della Madonna del 15 agosto 2020 a Edson Glauber. 


Pace miei amati figli, pace!
Figli miei, gioite con la vostra Madre Immacolata, elevata al cielo in corpo e anima. La mia glorificazione nei cieli è l'anticipazione della gloria di ciascuno di voi e di tutti coloro che sono fedeli al Signore sino alla fine e che vivono in questo mondo, dedicandosi per la gloria del suo regno d'amore e compiendo la sua Divina Volontà.
La mia immacolata e gloriosa presenza nel mondo è un grande segno dell'amore di Dio per te. Non temere le prove e le sofferenze che devi sopportare, per amore di mio Figlio. Sarai in grado di sopportare tutto con amore e fede. Il mio Divin Figlio ti ha già dato le grazie in anticipo, quando sono venuto dal cielo per benedirti nelle mie apparizioni in mezzo a te, durante tutti questi anni passati, quando ti ho dato tante benedizioni e grazie dal cielo.
Beati coloro che hanno creduto senza aver visto e che hanno accolto queste benedizioni e grazie con la poca fede e l'amore dei loro cuori. Non saranno delusi o abbandonati dal Signore nei momenti difficili, perché non mi hanno abbandonato il Signore o la loro Madre del Cielo, nei momenti di dolore, prove e attacchi contro la mia opera d'amore. Ma guai ai miscredenti, guai a coloro che hanno perso la fede e che erano ingrati, disprezzando, perseguitando e distruggendo le sante opere di Dio con le loro parole e il loro cattivo esempio. Un giorno saranno davanti al Signore faccia a faccia, e quel giorno sarà terribile.
Ricordate, figli miei: molti sono chiamati, ma pochi sono scelti, perché tanti non credono e non hanno fede nel cuore. Le mie parole dette qui si avvereranno e quando si saranno adempiute molti miscredenti piangeranno amaramente per il tempo perduto e chiederanno perdono e misericordia quando vedranno i molti che credevano di essere stati ritirati davanti ai loro occhi al Signore e questi miscredenti rimarranno nel mondo da punire per la grande punizione che verrà su di loro, scendendo violentemente dal cielo per punire i peccatori. Pregate, pregate, pregate, perché l'ora decisiva sta arrivando.
Vi benedico tutti: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen!

Le Rivelazioni Celesti di Santa Brigida di Svezia



Parole della Vergine Maria alla figlia contenenti utili ammaestramenti di vita e molte cose 
mirabili sulla Passione di Cristo. 

Io sono la Regina del Cielo, la Madre di Dio. Ti dissi di aver sempre sul tuo petto la collana. Ora ti mostrerò meglio che io, fin dall'infanzia ascoltando e comprendendo che esiste Dio, fui sempre sollecita e timorata della mia salvezza e obbedienza. Come poi seppi che lo stesso Dio è mio Creatore e Giudice di tutte le mie azioni, Lo amai intimamente e sempre lo temetti e proposi di mai offenderlo né con parole né con azioni. Saputo poi che aveva data la Legge e i Suoi precetti al popolo e che aveva fatto in suo favore tanti prodigi, proposi fermamente di non amar altri che Lui e sommamente penose mi erano le cose mondane. Dopo di che, saputo anche che lo stesso Dio avrebbe redento il mondo nascendo da una Vergine, io L'amai tanto, che non pensavo che a Dio e non volevo che Lui solo. Io mi astrassi, per quanto possibile, dalle conversazioni e dalla presenza dei parenti e degli amici. E tutto quel che potei avere, lo diedi ai poveri. Non mi ritenni che un po' di nutrimento e di vestito. Niente più mi piacque che Dio. 

Desiderai sempre nel mio cuore di esser viva al tempo della Sua nascita e meritare possibilmente di essere la serva della Madre di Dio. Feci anche voto, in cuor mio, di conservarmi vergine e di non possedere mai nulla al mondo. E se Dio avesse voluto altrimenti, si facesse la sua volontà e non la mia, perché credevo che Egli può tutto e non vuole se non ciò che mi è utile e perciò Gli affidai tutta la mia volontà. Giunto poi il tempo in cui le vergini dovevano per Legge essere presentate al Signore nel Tempio, fui anch'io tra loro per obbedienza ai miei genitori, pensando tra me che a Dio nulla è impossibile, e, giacché sapeva che io altro non desideravo e nient'altro volevo che Lui, Egli poteva custodire la mia verginità, se così a Lui piaceva, o altrimenti si compisse in me la sua volontà. Apprese poi nel Tempio tutte le cose da fare, tornai a casa e mi accesi d'amor di Dio più di prima ed ero ogni giorno investita di nuove fiamme e desideri d'amore. Perciò mi ritrassi più del solito da tutti e notte e giorno fui nella solitudine, temendo fortemente di aprir bocca od orecchio a cosa contraria al mio Dio o gli occhi miei a cose dilettevoli. Pur nel silenzio fui presa da timore e da molta ansia che mi accadesse di tacere cose di cui avrei piuttosto dovuto parlare. Stando così perplessa nel mio cuore e riponendo tutta la mia speranza in Dio, subito mi venne di pensare alla grande potenza di Dio, come a Lui servono gli Angeli e tutte le creature, e come la sua gloria è ineffabile e interminabile. E considerando ciò, vidi tre cose meravigliose. Vidi infatti una stella, ma non di quelle che splendono in cielo. Vidi una luce, ma non di quella che risplende nel mondo. Sentii un profumo non come di erbe o cose simili, ma soavissimo e quasi ineffabile, del quale ero tutta ripiena, ed esultavo per la gioia. E subito udii una voce, ma non di bocca umana. E uditala, temetti fortemente al pensiero che potesse essere un'illusione: ma subito apparve davanti a me l'Angelo di Dio, sotto l'espetto di uomo bellissimo ma non in carne, il quale mi disse: Ti saluto, o piena di grazia, ecc. Ciò udito, io cercavo di capire cosa volesse significare e perché mi avesse rivolto quel saluto. Mi sapevo infatti e credevo indegna a qualcosa di simile o a qualcosa di bene. Tuttavia sapevo che a Dio nulla è impossibile. Allora l'Angelo disse: Quello che in te nascerà è Santo e sarà chiamato Figlio di Dio e come a Lui piacerà così avverrà. E tuttavia non credevo di esserne degna, né gli chiesi perché o quando accadrebbe, ma chiesi come accadrebbe, per il fatto che non sono degna d'essere madre di Dio e non conosco uomo. E l'Angelo rispose come già ho detto: Nulla a Dio è impossibile, ma tutto ciò che Egli vuole avverrà, ecc. Udite queste parole dell'Angelo, ebbi un fortissimo sentimento d'essere Madre di Dio e l'anima mia diceva con amore: Eccomi, si faccia la volontà tua in me. A queste parole immediatamente il figlio mio era concepito nel mio grembo con indicibile consolazione dell'anima mia e di tutti i miei sensi. E avendolo in grembo, lo portavo senza dolore, senza aggravio e senza noia del corpo. Mi umiliavo in tutto, sapendo che era l'Onnipotente Colui che io portavo in grembo. Quando poi lo partorii senza dolore e senza peccato, così come lo avevo concepito, fu tanta l'esultanza dell'anima e del corpo che non sentivo la terra ove stavo con i piedi. E come entrò nelle mie membra con gioia di tutta l'anima mia, così ancora nella gioia di tutti i sensi e nel gaudio ineffabile dell'anima ne uscì senza ledere la mia verginità. Vedendo e considerando la sua bellezza, l'anima mia stillava come rugiada per la gioia, sapendo d'essere degna d'un tal Figlio. Quando poi consideravo i luoghi dei chiodi nelle mani e nei piedi, che come avevo udito dai Profeti dovevano essere crocifissi, gli occhi miei si riempivano di lacrime e il cuor mio quasi si spezzava di dolore. E come mio Figlio mi vedeva piangere, si rattristava quasi da morirne. 

Considerando però la potenza della sua Divinità, mi consolavo ancora sapendo che così Egli voleva e così era conveniente e conformai pienamente la mia volontà alla Sua, in modo che la mia gioia era sempre unita a dolore. Venuto il tempo della Passione del Figlio mio, lo catturarono i suoi nemici, percuotendolo in faccia, sul volto e sputacchiandolo. Condotto poi alla colonna, Egli da se stesso si spogliò delle vesti. Da sé poi applicò le mani alla colonna, che i nemici gli legarono senza pietà... Così legato, non aveva niente che lo ricoprisse, ma stava così come era nato, soffrendo la vergogna della sua nudità. Insorsero allora i suoi nemici che, fuggiti gli amici, erano dovunque e ne flagellavano il corpo, mondo da ogni macchia e peccato. Al primo colpo io, che gli stavo più vicina, caddi come morta; poi, ripreso animo, vidi il suo corpo percosso e flagellato fino alle costole, sicché esse si vedevano. E ciò che era più triste, i flagelli, ritraendosi, facevano solchi nelle carni. E mentre il Figlio mio stava tutto sanguinante e lacero, in modo che non v'era più in Lui parte sana né ancora flagellata, uno domandò con animo agitato: « L'ucciderete dunque senza giudicarlo? » E subito lo slegò. Poi il Figlio mio si rivestì e vidi allora le orme dei suoi piedi piene di sangue e conoscevo da questi segni il percorso di mio Figlio. Dovunque andava, infatti, appariva la terra bagnata di sangue. Né essi pazientavano che si rivestisse; ma lo costrinsero e spinsero a far presto. E mentre era condotto come un ladro, il Figlio mio si asciugò gli occhi del sangue. E dopo essere stato giudicato, gli imposero la croce da portare. Dopo averla trascinata un poco, venne uno a sollevarlo e la portò lui.

Frattanto mentre il Figlio mio si avviava al luogo della Passione, alcuni lo percossero sul collo, altri in faccia. E fu colpito sì fortemente e violentemente che sebbene io non vedessi l'autore, udivo però chiaramente il rumore delle percosse. Quando giunsi con Lui al luogo della Passione, vidi ivi preparati tutti gli strumenti per la sua morte. E il mio Figlio, arrivato, si spogliò da sé delle sue vesti, mentre i servi dicevano fra loro: « Queste vesti sono nostre, non le riavrà, perché è condannato a morte. » Stando poi il Figlio mio com'era nato a corpo nudo, accorse qualcuno a portargli un velo ed Egli internamente contento ne coprì le intimità. Dopo, i crudeli carnefici lo presero e lo distesero sulla croce. Per prima crocifissero la mano destra allo stipite, dove già c'era il foro per il chiodo; perforarono la mano nella parte dov'era più dura. Tirando poi con una fune l'altra mano, la confissero allo stesso modo allo stipite. Poi crocifissero il piede destro e sopra vi misero il sinistro, con due chiodi, sicché i nervi e le vene si tendevano e si spezzavano. Ciò fatto, gli posero la corona di spine così fortemente che punse l'adorabile capo del Figlio mio, si riempirono gli occhi di quel sangue scorrente, si ostruirono le orecchie e si imbrattò tutta la barba. E mentre era così sanguinante e piagato alla mia dolorosa presenza gemente, guardò con quegli occhi insanguinati Giovanni, figlio di mia sorella, ed a lui mi raccomandò. Allora udii alcuni affermare che il Figlio mio era un ladro, altri che era un mentitore, altri che nessuno più di lui era degno di morte; e all'udire queste cose mi si rinnovava la pena. 

Ma, come ho detto, appena gli fu infisso il primo chiodo, io al primo colpo caddi svenuta come morta, mi si oscurò la vista, mi tremavano le mani e i piedi e non ripresi i sensi prima che fosse tutto crocifisso. Alzatami, vidi il Figlio mio miserabilmente appeso e io, Madre mestissima e costernata, a malapena resistetti al dolore. Il Figlio mio poi, vedendo me e i suoi amici piangere inconsolabili con flebile voce, alzò la voce al Padre suo e disse: Padre, perché mi hai abbandonato? Quasi a dire: Non v'è alcuno, se non tu, Padre, che abbia compassione di me. Allora gli occhi suoi parvero semimorti, le sue guance smunte, smarrita la faccia, la bocca aperta e la lingua insanguinata, il ventre, come privo di viscere, attaccato al dorso. Tutto il corpo era pallido ed emaciato per la gran perdita di sangue; le sue mani e i suoi piedi erano irrigiditi distesi e allungati sulla forma della croce; la barba e i capelli erano tutti intrisi di sangue. Mentre il Figlio mio era piagato e livido, solo il cuore gli reggeva, perché forte e sano di costituzione. Dalla mia carne infatti aveva preso un corpo mondissimo e di ottima complessione. La sua pelle tanto tenera e fragile, che mai era stata lievemente toccata, spillava subito sangue. E così vivido era il sangue, che poteva scorgersi sotto la purissima pelle. Giacché era di forte fibra e natura, nel suo corpo piagato combattevano la vita e la morte. Difatti il dolore dalle membra e dai nervi del corpo piagato a volte saliva al cuore, c'era sanissimo e immacolato e lo riempivano di strazi e di sussulti. Altre volte dal cuore lo strazio scendeva alle membra piagate e così ne ritardava con amarezza la morte. In mezzo a tanti dolori, il Figlio mio guardò ai suoi amici che piangevano e avrebbero preferito soffrir loro quelle pene col suo aiuto o soffrire un inferno eterno piuttosto che vederne straziato lui. Il dolore, che gli proveniva dalla sofferenza degli amici, superava ogni amarezza e tribolazione che Egli poté sopportare nel corpo e nell'animo, perché li amava teneramente. Perciò, a motivo della troppa sua umana angoscia, esclamò al Padre: O Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito. Come ebbi udito ciò, a me, sua afflittissima Madre, tremarono tutte le membra, con grande amarezza. E tutte le volte poi che quella voce mi ritornava alla mente, era come se risuonasse ancora nel mio orecchio e fosse attuale. Mentre poi all'avvicinarsi della morte gli si spezzava il cuore per i violenti dolori, tutte le membra tremarono ed Egli, sollevato appena il capo, lo reclinò. Si vedevano la bocca aperta e la lingua sanguinante. Le mani si rilassarono alquanto sulla loro piaga e il peso del corpo cadde maggiormente sui piedi. Le dita e le braccia in qualche modo si allungavano e la schiena aderiva fortemente allo stipite della croce. Allora alcuni mi dissero: Maria, il Figlio tuo è morto. Altri soggiungero: È morto, ma risorgerà. E mentre tutti parlavano, venne un tale che con la lancia lo ferì nel costato così violentemente, che per poco non lo trapassò da parte a parte. E ritraendosi, la lancia apparve con la punta rossa di sangue. Allora, vedendo ferito il cuore del mio carissimo Figlio, mi sembrò che quasi fosse stato ferito il mio. Fu poi deposto dalla croce ed io lo ricevetti in ginocchio, come fosse un lebbroso, tutto pieno di lividi. I suoi occhi erano chiusi, colmi di sangue; la bocca era gelida come la neve; la barba ispida, il viso contratto, le mani ritratte verso l'ombelico. Com'era stato in croce, così lo ricevetti sulle ginocchia, rattrappito in tutte le sue membra. Poi lo deposero in un lenzuolo pulito. Ed io col mio ne astersi le piaghe e le membra. E gli chiusi gli occhi e la bocca, che morendo gli erano restati aperti. Poi lo posero nel sepolcro.

O quanto volentieri mi sarei posta viva col Figlio mio, se questa fosse stata la sua volontà. Ciò fatto, venne il buon Giovanni e mi condusse a casa sua. Ecco, figlia mia, che cosa patì per te il Figlio mio. 

Santi Martiri del I – II e III Secolo



Dalla Gerarchia Cardinalizia di  Carlo Bartolomeo Piazza e dalle Rivelazioni Private 
  della mistica Maria Valtorta


S. Messa di Papa Clemente I, morte di S.  Petronilla (figlia spirituale di S. Pietro) e martirio  di S. Fenicola. 

Dagli scritti di Maria Valtorta veniamo a conoscere santi mai  sentiti nominare o perché poco famosi o proprio perché di loro  nessuno ne ha mai parlato, come del piccolo Castulo.  
Qui di seguito vi riporto ora il martirio di Santa Fenicola che  ebbe per maestra Petronilla, la figlia spirituale di S. Pietro, come  ci riporta lo stesso Gesù . 50 

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4 marzo 1944, ore 9.  

Mi dice Gesù: 
«Molto lavoro oggi per riprendere il tempo, non perduto ma usato  altrimenti secondo il mio volere. 
Sai dalla prima ora di questo giorno (ore 1 ant.ne) su cosa terrò fissa la tua mente, perché il primo e unico punto che ti s’è illuminato ti ha già detto su che poserai gli occhi dello spirito. E quel nome femminile e sconosciuto che t’è rimbombato dentro come campana  che chiami e non si placa che quando s’è risposto, ti ha detto che conoscerai anche questo. Ma fra la mia vergine e il Maestro devi  scegliere il Maestro e far precedere il mio punto a quello. 
Te ne farò conoscere molte di creature celesti. Hanno tutte il loro  ammaestramento, utile per voi divenuti consci di tutto, lettori di  tutto, ma non di quello che è scienza per conquistare il Cielo. 
Scrivi.» 
Scrivo, anzi descrivo. 
Questa notte, mentre fra dolori da impazzire mi chiedevo come ha fatto Gesù a sopportare quel gran male al capo - e glielo chiedevo  perché a me era tormento tale da farmi stringere i denti per non  urlare al minimo rumore o tentennamento al letto, e mi pareva di  avere tanti cuori che battessero veloci e dolenti per quanti denti  avevo, per la lingua, le labbra, il naso, le orecchie, gli occhi, e in  mezzo alla fronte mi pareva avere un groviglio di chiodi che mi  penetrassero nel cranio, e dalla nuca saliva e si irraggiava una fascia di  fuoco e di dolore stringente come una morsa, e nel parietale destro  mi pareva che ogni tanto urtasse contro un colpo di oggetto pesante  a conficcarmi vieppiù quella fascia nella testa e a rimbombarmi tutta  - e nel mio spasimo lo contemplavo dall’Orto al Calvario, ecco che,  proprio dopo la terza caduta, ho avuto una sosta di sollievo fisico e  spirituale, perché mi apparve bello, sano, sorridente sulle acque irate  del Mar di Galilea. 
Poi il tormento è ricominciato, finché verso le due, cessata la  contemplazione della Passione del Signore e calmato un pochino (poco, sa?) il tremendo dolore al capo, m’è suonato dentro un nome: 
Santa Fenicola. 
Chi è? Sconosciuta. Ci è proprio stata? Mah! Chi l’ha mai sentita! 
E cercavo dormire. Macché! Santa Fenicola. Santa Fenicola. Santa  Fenicola. 
Qui non si dorme, mi sono detta, se prima non so chi è. E in  grazia del diminuito dolore, che mi permetteva ora di muovermi  mentre dalle 15 alla mezzanotte e oltre mi aveva abbattuta e resa  inerte, corpo che soffriva spasmodicamente ma non poteva neppur  aprire gli occhi - Paola51 glielo può dire - ho preso un indice dei santi  e ho trovato che porta, insieme a S. Petronilla v., porta S. Felicola  v.m. Io ho sentito dire: Fenicola, ma forse ho capito male. 
Contemporaneamente a questa scoperta ho visto una giovane donna nuda, legata ad una colonna in maniera atroce. Poi nient’altro.  E ora per ubbidienza scrivo ciò che il Maestro mi mostra, senza rimandare, per quanto ho la testa che gira come una trottola. 

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4 marzo 1944. 

Vedo due giovani donne in preghiera. Una preghiera ardentissima  che deve proprio penetrare nei cieli. Una è più matura. Pare quasi sui trent’anni; l’altra deve da poco aver passato i venti. Sembrano in perfetta salute tutte e due. Poi si alzano e preparano un piccolo altare  su cui dispongono lini preziosi e fiori. 
Entra un uomo vestito come i romani dell’epoca, che le due giovani salutano con la massima venerazione. Egli si leva dal petto  una borsa dalla quale trae tutto quanto occorre per celebrare una  Messa. Poi si riveste delle vesti sacerdotali e inizia il Sacrificio. 
Non comprendo benissimo il Vangelo, ma mi pare sia quello di Marco: “E gli presentarono dei bambini... chi non riceverà il regno di  Dio come un fanciullo non c’entrerà”.52 Le due giovani,  inginocchiate presso l’altare, pregano sempre più fervorosamente. 
Il Sacerdote consacra le Specie e poi si volge a comunicare le due  fedeli, cominciando dalla più anziana, il cui volto è serafico di ardore. 
Poi comunica l’altra. Esse, ricevute le Specie, si prostrano al suolo in  profonda preghiera e sembra restino così per pura devozione. 
Ma quando il Sacerdote si volge a benedire e scende dall’altare collocato su una pedana di legno - dopo la celebrazione del rito, che  è uguale a quella di Paolo nel Tullianum.53 Solo qui il celebrante parla  più piano, date le due sole fedeli; ecco perché capisco meno il Vangelo54 - una soltanto delle giovani si muove. L’altra55 rimane  prostrata come prima. La compagna la chiama e la scuote. Si china  anche il Sacerdote. La sollevano. Già il pallore della morte è su quel viso, l’occhio semispento naufraga sotto le palpebre, la bocca respira a fatica. Ma che beatitudine in quel viso! 
La adagiano su una specie di lungo sedile che è presso una  finestra aperta su un cortile, in cui canta una fontana. E cercano  soccorrerla. Ma, radunando le forze, ella alza una mano e accenna al cielo e non dice che due parole: “Grazia... Gesù” e senza spasimi spira. 
Tutto ciò non mi spiega che c’entra la giovane legata alla colonna che ho visto questa notte e che, per quanto molto più pallida e  smagrita, spettinata, torturata, mi pare assomigli tanto alla superstite  che ora piange presso la morta. E resto così, nella mia incertezza, per  qualche ora. 
Soltanto ora che è sera ritrovo la giovane piangente prima, ora  ritta presso la fontana del severo cortile nel quale sono coltivate solo  delle piccole aiuole di gigli e sui muri salgono dei rosai tutti in fiore.  
La giovane parla con un giovane romano: “È inutile che tu insista, 
o Flacco. Io ti sono grata del tuo rispetto e del ricordo che hai per la  mia amica morta. Ma non posso consolare il tuo cuore. Se Petronilla  è morta, segno era che non doveva essere tua sposa. Ma io neppure.  Tante sono le fanciulle di Roma che sarebbero felici di diventare le  signore della tua casa. Non io. Non per te. Ma perché ho deciso di non contrarre nozze”. 
“Tu pure sei presa dalla frenesia stolta di tante seguaci di un pugno d’ebrei?”.  
“Io ho deciso, e credo non esser folle, di non contrarre nozze”. 
“E se io ti volessi?”. 
“Non credo che tu, se è vero che mi ami e rispetti, vorrai forzare  la mia libertà di cittadina romana. Ma mi lascerai seguire il mio desiderio avendo per me la buona amicizia che io ho per te”.  
“Ah, no! Già una m’è sfuggita. Tu non mi sfuggirai”. 
“Ella è morta, Flacco. La morte è forza a noi superiore, non è fuga di uno ad un destino. Ella non s’è uccisa. È morta...”. 
“Per i vostri sortilegi. Lo so che siete cristiane e avrei dovuto denunciarvi al Tribunale di Roma. Ma ho preferito pensare a voi  come a mie spose. Ora per l’ultima volta ti dico: vuoi esser moglie del nobile Flacco? Io te lo giuro che è meglio per te entrare signora  nella mia casa e lasciare il culto demoniaco del tuo povero dio,  anziché conoscere il rigore di Roma che non permette siano insultati  i suoi dèi. Sii la sposa mia e sarai felice. Altrimenti...”. 
“Non posso esser tua sposa. A Dio sono consacrata. Al mio Dio. 
Non posso adorare gli idoli, io che adoro il vero Dio. Fa’ di me quello che vuoi. Tutto puoi fare del corpo mio. Ma la mia anima è di  Dio ed io non la vendo per le gioie della tua casa”. 
“È la tua ultima parola?”.  
“L’ultima”.  
“Sai che il mio amore può mutarsi in odio?” 
“Dio te ne perdoni. Per mio conto ti amerò sempre come fratello e pregherò per il tuo bene”. 
“Ed io farò il tuo male. Ti denuncerò. Sarai torturata. Allora mi  invocherai. Allora comprenderai che è meglio la casa di Flacco alle dottrine stolte di cui ti nutri”. 
“Comprenderò che il mondo, per non avere più dei Flacchi, ha bisogno di queste dottrine. E farò il tuo bene pregando per te dal Regno del mio Dio”. 
“Maledetta cristiana! Alle carceri! Alla fame! Ti sazi il tuo Cristo se lo può”. 
Ho l’impressione che le carceri siano abbastanza prossime alla casa della vergine perché la strada è poca, e che il nobile Flacco sia né più né meno che un segugio del Questore di Roma perché,  quando la visione, mutando aspetto, mi riporta la sala già vista con la  giovane legata alla colonna, vedo che è un tribunale come quello in  cui fu giudicata Agnese56. Ben poche sono le differenze e che, anche  qui, vi è un brutto ceffo che giudica e condanna, e che Flacco gli fa  da aiutante e aizzatore. 
Fenicola, estratta dalla muda dove era, viene portata in mezzo alla  sala. Appare sfinita di forze ma ancor tanto dignitosa. Per quanto la luce l’abbacini, debole come è e abituata ormai al buio carcere, si  tiene eretta e sorride. Le solite domande e le solite offerte seguite dalle solite risposte: “Sono cristiana. Non sacrifico ad altro Dio che  non sia il mio Signore Gesù Cristo”. 
Viene condannata alla colonna. 
Le strappano le vesti e nuda, alla presenza del popolo, la legano con  le mani e i piedi dietro ad una delle colonne del Tribunale. Per fare ciò le  slogano le anche e le slogano le braccia. La tortura deve essere atroce. E  non basta, ma torcono le funi ai polsi e alle caviglie, la percuotono sul  petto e sul ventre nudo con verghe e flagelli, le torcono le carni con  tenaglie e altri così atroci supplizi che non sto a ridire. 
Ogni tanto le chiedono se vuol sacrificare agli dèi. Fenicola, con  voce sempre più debole, risponde: “No. Al Cristo. A Lui solo. Or che lo comincio a vedere, ed ogni tortura me lo rende più vicino,  volete che io lo perda? Compite la vostra opera. Che io abbia il mio  amore compiuto. Dolci nozze di cui Cristo è sposo ed io sposa sua!  Sogno di tutta la mia vita!”. 
Quando la slegano dalla colonna, ella cade come morta per terra.  Le membra slogate, forse anche spezzate, non la reggono più, non  rispondono a nessun comando della mente. Le povere mani, segate  ai polsi dalla fune che ha fatto due braccialetti di sangue vivo,  pendono come morte. I piedi, pure lacerati ai malleoli sino a  mostrare i nervi e i tendini, appaiono chiaramente spezzati dal modo come stanno ripiegati in modo innaturale. Ma il volto è pieno di una felicità d’angelo. Scendono le lacrime sulle gote esangui, ma l’occhio  ride assorto in una visione che l’estasia. 
I carcerieri, meglio i boia, la colpiscono di calci, e a calci la  spingono, come fosse un sacco tanto immondo da non poter esser  toccato, verso la predella del Questore. 
“Ancor viva sei?”. 
“Sì, per volontà del mio Signore”. 
“Ancora insisti? Vuoi proprio la morte?” 
“Voglio la Vita. Oh! mio Gesù, aprimi il Cielo! Vieni, Amore eterno!”.  
“Gettatela nel Tevere! L’acqua calmerà i suoi ardori”. 
I boia la sollevano con mal garbo. La tortura delle membra  spezzate deve essere atroce. Ma ella sorride. La avvolgono nelle sue  vesti, non per pudicizia ma per impedirle di reggersi in acqua. Inutile  cura! Con degli arti in quello stato, non si nuota. Solo la testa emerge  dal viluppo delle vesti. Il suo povero corpo, gettato sulle spalle di un  carnefice, pende come fosse già morta. Ma ella sorride alla luce delle  fiaccole, perché ormai è sera. 
Giunti al Tevere, come fosse un animale da sopprimersi, la prendono e dall’alto del ponte la precipitano nelle acque scure, sulle  quali ella riaffiora due volte e poi si inabissa senza un grido. 

Notizie sulla vita di S. Petronilla 

Dice Gesù: 

«Ti ho voluto far conoscere la mia martire Fenicola per dare a te  ed a tutti qualche insegnamento.  
Tu hai visto il potere della preghiera nella morte di Petronilla,  compagna e maestra di Fenicola di cui era molto più anziana, e il  frutto di una santa amicizia. 
Petronilla , figlia spirituale di Pietro, aveva assorbito dalla viva  parola del mio Apostolo lo spirito di Fede. Petronilla. La gioia, la  perla romana di Pietro. Sua prima conquista romana. Quella che, per la sua rispettosa e amorosa devozione all’Apostolo, lo consolò di tutti i dolori della sua evangelizzazione romana. 
Pietro per amore mio aveva lasciato casa e famiglia. Ma Colui che  non mente gli aveva fatto trovare in questa fanciulla - e in maniera sovrabbondante, colma, premuta, secondo le mie promesse -58  conforto, cure, dolcezze femminili. Come Io a Betania, egli in casa di  Petronilla trovava aiuti, ospitalità e soprattutto amore. La donna è  uguale, nel suo bene e nel suo male, sotto tutti i cieli e in tutte le  epoche. Petronilla fu la Maria59 di Pietro, con in più la sua purezza di fanciulla che il Battesimo, ricevuto mentre ancora l’innocenza non aveva conosciuto oltraggio, aveva portato a perfezione angelica.  Maria, ascolta. Petronilla, volendo amare il Maestro con tutta se  stessa senza che la sua avvenenza e il mondo potessero turbare  questo amore, aveva pregato il suo Dio di fare di lei una crocifissa. E  Dio la esaudì. La paralisi crocifisse le sue angeliche membra. Nella  lunga infermità sul terreno bagnato dal dolore fiorirono più belle le virtù e specie l’amore per la Madre mia. Ascolta ancora, Maria. 
Quando fu necessario, la sua malattia conobbe una sosta. Per  mostrare che Dio è padrone del miracolo. E poi, finito il momento,  tornò a crocifiggerla. 
Non conosci nessun’altra, Maria, alla quale il suo Maestro, come  Pietro a Petronilla, non dica, quando gli occorre: “Sorgi, scrivi, sii  forte” e cessato il bisogno del Maestro non torni una povera inferma  in perpetua agonia? 
Morto l’Apostolo e guarita Petronilla, ella trovò che la sua vita non era più sua. Ma del Cristo. Non era di quelle che, ottenuto il  miracolo, se ne servono per offendere Dio. Ma la salute la usò per l’interesse di Dio. 
La vita vostra è sempre mia. Io ve la do. Ve lo dovreste ricordare.  Ve la do come vita animale facendovi nascere e conservandovi vivi.  Ve la do come vita spirituale con la Grazia e i Sacramenti. Dovreste  ricordarvelo sempre e farne buon uso. Quando poi vi rendo la salute,  vi faccio rinascere quasi dopo malattia mortale, dovreste ancor più  ricordarvi che quella vita, rifiorita quando già la carne sapeva di tomba, è mia. E per riconoscenza usarla nel Bene. 
Petronilla lo seppe fare. Non si è assorbita per niente60 la mia  Dottrina. Essa è come sale che preserva dal male, dalla corruzione, è  fiamma che scalda e illumina, è cibo che nutre e fortifica, è fede che fa sicuri. Viene la prova, l’assalto della tentazione, la minaccia del mondo. Petronilla prega. Chiama Dio. Vuol essere di Dio. Il mondo  la vuole? Dio la difenda dal mondo. 
Il Cristo l’ha detto: “Se avete tanta fede quanto un granello di  senape, potrete dire ad un monte: ‘Levati a va’ più in là’”.61 Pietro glie l’ha detto tante volte. Ella non chiede al monte di muoversi. Chiede a  Dio di levarla dal mondo prima che una prova superiore alle sue forze la schiacci. E Dio l’ascolta. La fa morire in un’estasi. In  un’estasi, Maria, prima che la prova la schiacci. Ricordala questa cosa,  piccola discepola mia.62  
Fenicola era amica, più che amica figlia o sorella, data la poca differenza d’età di una diecina d’anni circa. Non si convive senza santificarsi con chi è santo. Come non ci si guasta convivendo con  chi è guasto. Se il mondo se la ricordasse questa verità! Ma il mondo  invece trascura i santi o li sevizia, e segue i satana divenendo sempre  più satana. 
La fermezza e la dolcezza di Fenicola l’hai vista. Che è la fame per chi ha Cristo a suo cibo? Che è la tortura per chi ama il Martire del  Calvario? Che è la morte per chi sa che la morte apre la porta alla Vita? 
È sconosciuta dai cristiani d’ora la mia martire Fenicola. Ma essa è ben conosciuta dagli angeli di Dio che la vedono ilare in Cielo dietro l’Agnello divino. Ho voluto renderla nota a te per poterti parlare  anche della sua maestra di spirito e per incuorarti al patire.  
Ripeti con lei: “Ora sì che fra questi dolori comincio a vedere il mio sposo Gesù, nel quale ho posto tutto il mio amore”, e pensa che anche per te ho suscitato un Nicomede63, per salvare dalle acque  delle passioni il tuo io che volevo per Me, e per raccogliere quanto di te merita d’esser conservato, ciò che è mio, ciò che può operare del  bene all’anima dei fratelli.» 

A cura di Mario Ignoffo 

Spirito di desiderio



Tu sei il desiderio d'amore che unisce il Padre e il Figlio: oh! riempi anche noi di un desiderio che esprima l'amore più puro.  
Ispiraci i desideri più elevati e preservaci da quelli che avviliscono.  
Bandisci dal nostro cuore ogni desiderio egoista, qualsiasi avida ricerca della propria soddisfazione.  
Aiutaci a desiderare il Salvatore con un desiderio tale che trascini tutto il nostro essere infiammando tutta la nostra vita. Fa' che desideriamo il bene del Regno di Dio anziché il possesso dei beni terreni.  
Donaci di desiderare il progresso spirituale della umanità, grazie all'abbondanza dei tuoi doni;  
l'espansione della Chiesa, la diffusione della carità di Cristo.  
Dacci la grazia di desiderare, per gli altri e per noi, il bene soprannaturale promesso nelle beatitudini, quel bene che si ottiene a prezzo di gravi rinunce.  
Fa 'che desideriamo tutto quello che vuoi darci e soprattutto l'abbraccio di Dio nell'al di là.  

TUTTI I POPOLI DELLA TERRA PASSERANNO SU QUESTO COLLE!



Maria SS.ma dice:
Dio ama i suoi figli!Eccomi a voi quale Madre di tutti i popoli, vengo a deliziarvi del mio amore, vengo con Gesù sulle mie braccia, vengo a portarvi il Cielo sulla Terra.

Amati figli, o voi che Mi ascoltate e Mi seguite con amore vero, ecco che Io, l’Ancella del Signore, vi porto le delizie del Signore.
Come Madre di Gesù e Madre vostra desidero ardentemente portarvi in Cielo, desidero aprirvi le porte dell’arca! Io Sono l’arca dell’alleanza, … la nuova Eva, Colei che vi rigenererà in Sé, e vi donerà a Gesù nuovi in amore infinito.
Con il santo Vangelo tra le mani e il santo Rosario, pregate e portate avanti l’Opera di Dio!
Questo Colle, questa terra benedetta verrà calpestata da tanti pellegrinaggi. Dio ha stabilito questo: tutti i popoli della Terra passeranno su questo Colle!
La grotta attende i figli di Dio per spalancarsi a loro.

Dio attende con impaziente amore di accogliere tutti i suoi figli!
Attende aprire loro le porte del nuovo Paradiso.
La terra della Sardegna è terra benedetta da Dio, qui si realizzerà il Progetto di Dio, … si avvierà una nuova storia, una vita senza fine, senza ostacoli e senza dolore.
Abbracciati all’amore del Padre sarete belli in Lui e nella sua stessa divinità entrerete per godere del suo infinito Bene e vivere nel suo Tutto.
L’Immenso, oggi dichiara il suo prossimo intervento su questa Umanità infedele dedita alle cose del mondo, lontana dal suo Dio Creatore.
Un’Umanità senza scrupoli, affossatasi nelle falsità del Demonio. Questa Umanità infedele dovrà molto soffrire perché ha rifiutato il suo Dio, … ha operato contro il suo Dio dando vantaggio a Satana nel suo piano malvagio.
Amati figli, ancora vengo a voi nelle vesti di Maria, Madre del Divino Amore, ma a breve Mi conoscerete e Mi vedrete come Donna vestita di Sole, … Colei che vi spalancherà le braccia per portarvi alla vita nuova in Sé.
Benedico questo Colle e benedico voi che calpestate questo suolo, voi che in fedeltà e amore seguite Colui che vi ha scelti per il suo disegno di salvezza! Non abbiate paura di nulla, voi siete i soldati di Gesù, avete risposto il vostro sì in fedeltà e amore e avrete la grazia della Bellezza in Sé.
Poveri sono coloro che si sono messi contro questa Opera, che hanno rinnegato il volere di Dio per esprimere il proprio.
Dice il Signore Gesù:
Tanto vi amai! Tanto vi amai! Tanto vi amai! Oggi attendo il vostro sì fedele, attendo con ansia il vostro ravvedimento!

Giuda, quello che devi fare fallo subito, Dio ha fretta di determinare il suo Basta.
La giustizia di Dio è già in atto, non permettete, o uomini, di essere travolti dalle macerie.
Il tempio è crollato, il re è alla sua fine perché Dio dice il suo Basta.

Non c’è più nessun ponte tra Cielo e Terra, l’uomo ha rinnegato Dio nel suo servo fedele, colui al quale Dio mise le chiavi della sua Chiesa.
Tutto è compiuto, questo autunno sarà molto caldo. … Preparatevi!
La battaglia ora si infiammerà, una miccia sarà accesa e il fuoco divamperà come mai.
State saldi nella fede in Cristo Gesù, operate solo per Lui e seguiteLo come Egli vi comanda attraverso i suoi profeti.

Siate pronti, con il bastone in mano, i fianchi cinti, i calzari ai piedi, … Dio manda il suo Angelo sterminatore degli empi.
Amen.
Carbonia 15-08-2020

IL PAPA



Figli cari, il nocchiero della grande barca, quello visibile, è anziano e tremante, ma la sua forza è ancora intatta: egli attinge ad una Fonte Inesauribile; porterà avanti bene l’opera sua fino a quando Dio stabilirà; egli deve compiere l’opera sua, quella voluta da Volontà Divina, deve compierla fino in fondo; dopo scenderò Io a prendere l’anima sua per condurla alla Pace del Paradiso... (11-02-1999)
Stringetevi attorno all’Angelo Bianco a Me donato, ascoltate le sue parole guida... Gesù parla attraverso il Suo Vicario in terra, istruisce, ammonisce, annuncia ma a che serve l’istruzione se solo pochi la seguono? A che serve l’ammonimento se non viene accolto?... (11-08-98)
Ho messo le mie parole in bocca al mio Vicario, egli non tace ma parla, insegna, guida: perché le sue parole non vengono ascoltate? perché i suoi insegnamenti non vengono colti?... (27-10-98)
Quello che dice è verità, quello che annuncia è profezia, quello che insegna è luce... (29-10-98)
II Vicario da Me amato e protetto in modo speciale, non continuerà a lungo a guidare la Chiesa: la Madre Mia Santissima prenderà la sua bella anima per farla godere ed il popolo santo perderà il suo grande pastore... (27-10-98)
Il suo giorno è ormai assai vicino, il giorno nel quale devo scendere per condurlo con Me Mi è stato ormai comunicato. La sua missione sta per concludersi, il premio è pronto, la sua dipartita imminente; la chiesa subirà una tremenda scossa... (18-03-98)

Opera della Divina Sapienza per gli Eletti degli ultimi tempi.

SAN PIO V IL PONTEFICE DELLE GRANDI BATTAGLIE



IL SOVRANO DI ROMA 

***
L'esercizio del potere sovrano imponeva al Papa una vigile amministrazione dei suoi Stati. Nonostante le preoccupazioni spirituali, i conflitti politici e i preparativi per la guerra contro i turchi, che mobilitavano tutti i suoi sforzi, Pio V si interessava di tutto, tanto delle cose più minute di Roma, quanto dei grandi affari della Chiesa. Ma lo storico, per apprezzare i suoi atti, deve tener conto del pensiero e dell'indole del tempo.  
   Per esempio, le misure adattate verso gli ebrei sono cosi lontane dai nostri costumi da sembrare severe. Le usanze del tempo e tutto un passato di strozzinaggio, tuttavia, le mettono in salvo da un' assoluta sconfessione. Questi, espulsi si può dire da tutti gli Stati, vennero accolti dai Romani Pontefici; ma essi approfittarono di questa caritatevole ospitalità, per arricchirsi a danno del popolo e corromperlo. Per via di prestiti a usura riducevano le famiglie alla miseria, fomentando nello stesso tempo la disonestà; celavano le ruberie, nascondevano i malfattori, e col pretesto di esercitare la medicina, s'abbandonavano a delle pratiche occulte che pervertivano la gente.  
   Senza paura di eccitare il loro sdegno, Pio V li bandì dai suoi Stati, concedendo loro il solo territorio di Roma e Ancona, ma a patto che fosse sorvegliata la loro andata e venuta. Confinati nei dintorni del teatro Marcello, dopo che da Paolo IV erano stati costretti a passare dal quartiere di Trastevere a quello del Ghetto, dovevano secondo il costume medioevale portar una berretta color d'arancio e non recarsi di notte presso qualsiasi cristiano. Per temperare gli effetti di questo rigore il Papa s'occupava vivamente della loro conversione, e la gioia da lui provata nell'abiura fatta dal rabbino Carcossi dimostra che più che punirli egli desiderava beneficarli. 
   Il suo amore per la giustizia lo rendeva inesorabile con tutti i malfattori. Le calamità di quei tempi favorivano la violenza; le battaglie erano cosi frequenti che il gusto di combattere era diventato un'abitudine, e il più piccolo urto bastava a suscitarle. Le querele si tramutavano in risse, che finivano in omicidi. 
   Per mettere un freno a simili uccisioni, Pio V proibì il porto dei piccoli archibugi, dei pugnali, degli stiletti, che si potevano facilmente nascondere. Rese più severa la repressione del brigantaggio, e volle soprattutto che si eseguissero le sentenze di condanna. E siccome quest'opera di preservazione interessava tutti i paesi, egli mise in relazione tra loro i comuni, dichiarandoli responsabili delle aggressioni che avvenivano nel loro territorio, e ottenne dalla Toscana e da Napoli la estradizione dei colpevoli. 
   Costoro trovavano spesso rifugio presso autorità pusillanimi; il Papa interdisse ai feudatari della Santa Sede di metterli in salvo. Ma s'egli voleva che gli assassini fossero consegnati alla giustizia, esigeva una cattura legale, non permettendo che venissero loro tese delle imboscate. 
   Il capo dei banditi che infestavano la Marca di Ancona, Mariano d'Ascoli, era riuscito a sottrarsi alle ricerche della polizia. Un contadino, suo parente, si offerse a tendergli un'insidia, invitandolo a desinare. Pio V disapprovò un simile tradimento. Saputo questo, Mariano volle vincere il Papa in generosità, lasciando immediatamente gli Stati Pontifici, seguito dai complici dei suoi misfatti. 
   Presso le coste trafficavano numerosi corsari. Avveniva alle volte che delle navi, inseguite dai pirati e sbattute dalle tempeste, riparassero presso le sponde o si fracassassero contro gli scogli. I rivieraschi del luogo, approfittando della disgrazia, depredavano le merci e facevano pagare ai passeggeri il riscatto. Pio V rimise in vigore gli editti di Giulio III e Leone X. D'accordo coi principi italiani armò delle galee le quali incrociando l'Adriatico e il Mediterraneo davano la caccia ai pirati e assicuravano la libera navigazione. 
   Che i giudici commettessero talvolta degli sbagli nei processi non era una novità. Il Papa approvò lo Statuto del popolo romano, codice redatto da due eminenti giureconsulti, Antonio Vellio e Marc'Antonio Borghese. Quindi incaricò degli ispettori  che controllassero gli atti e rivedessero le sentenze; e qualche buona punizione inflitta a magistrati oppressori fece ritornare l'ordine e prevenne gli abusi. Pio V ascoltava paternamente e di persona le lamentele del popolo. L'udienza, cominciata di buon mattino a lume di candela, malgrado il dispiacere degli officiali, proseguiva sino a tre ore dopo mezzogiorno, senza che il Santo Padre prendesse alcuna refezione, fuorché un po' di minestra o qualche frutto. 
   I poveri avevano sempre la preferenza. Egli ascoltava i loro lamenti, li confortava con buone parole, li sovveniva con elemosine, e se la miseria e non già la sregolatezza li aveva costretti a far debiti, dava loro dei sussidi; liberava quelli che si trovavano in prigione per cagione di creditori inesorabili, e non tollerava che si lasciassero deperire per mancanza di alimenti e di medicinali. Assegnò anzi per essi degli avvocati, pagati a sue spese, e stabili che i loro piccoli crediti avessero diritto di prelazione nelle liquidazioni giudiziarie. 
   Se puniva i delinquenti, non mancava di mostrare verso di loro una sincera compassione. Qualora fossero caduti ammalati, li faceva togliere dalla prigione, e ricoverare nell' ospedale annesso alle carceri. 
   Avendo saputo che certi capitani di galee non davano la libertà ai prigionieri, prescrisse ad Andrea Doria di lasciare sul campo di battaglia ogni combattente che fosse stato fatto prigioniero contro i regolamenti di guerra. 
   Gli stessi condannati a morte sperimentarono la clemenza del Papa; non già che fossero sempre graziati, perché dovevano pur servire di esempio agli altri, ma nel senso che il Papa volle prendere sotto la sua tutela la Confraternita della Misericordia, stabilita a Firenze, per assisterli nella loro triste sorte. Concesse loro un'indulgenza plenaria, e permise che prima dell'esecuzione capitale si celebrasse per essi una messa prima dell'aurora. Diede ordine al suo Nunzio a Madrid di far revocare dal re un decreto che vietava loro la comunione, e alla chiesa della Decollazione di S. Giovanni Battista concesse la prerogativa dell'altare privilegiato in loro favore. 

***
Del Card. GIORGIO GRENTE