domenica 17 maggio 2020

Comunione sulla mano? NO! é sacrilegio!



Le “ragioni” essenziali del dogma eucaristico

Analizziamo, ora, le “ragioni teologiche” che ci hanno spinto a questa nostra reazione contro la “concessione” di distribuire la “Comunione sulla mano”, concessione che noi crediamo arbitraria e sacrilega.

Come abbiamo dimostrato nel primo capitolo, anche nella Chiesa antica fu sempre in uso il costume di amministrare e di ricevere la “Comunione nella bocca”, distribuita dalle mani consacrate del sacerdote, dispensatore dei Sacramenti, per cui agisce “in persona Christi”. Ebbene, la “ragione teologica” principale di questa azione liturgica è sempre stata la “Presenza Reale” di Cristo anche nelle particelle, o “frammenti” di pane, che si possono staccare dalla Particola consacrata. Difatti non sono estranee, a questa introduzione della “Comunione sulla mano”, le controversie e gli influssi della teologia protestante, proprio sulla dottrina della “Presenza Reale” di Cristo nel SS. Sacramento.

Si rifà, cioè, alla mentalità di Lutero, il quale si diceva convinto che «è impossibile riformare la Chiesa se la teologia e la filosofia scolastica non sono strappate fino alle radici…»59. E per questo diceva che l’Aquinate «non ha mai capito un capitolo del Vangelo»60. Ed è per questo che Lutero respinse San Tommaso, la sua filosofia e la sua “metafisica”, chiamandolo «il più feroce nemico di Dio»!61

Ma con questo, però, Lutero si condannò a non comprendere più il Magistero della Chiesa e, quindi, anche le definizioni riguardanti il Mistero eucaristico.

Ora, il Concilio di Trento usò proprio la terminologia della “filosofia perenne” e particolarmente quella “tomistica”, per cui è solo alla luce della metafisica dell’Aquinate che si può comprendere le parole “sostanza-accidenti” e, soprattutto, la parola “transustanziazione”, che è appunto la parola-chiave di tutto il Mistero eucaristico, alla quale la Chiesa rimase sempre fedele62.

Per quasi tutto il primo millennio della storia della Chiesa - come abbiamo già dimostrato! - la fede nella “Presenza Reale” era indiscussa. I primi attacchi vennero da Berengario di Tours (1000-1088) che anticipò le negazioni di Calvino e di Zuinglio. Ma fu contraddetto da Lanfranco di Pavia.

L’eretico Berengario fu poi condannato da un Sinodo del Laterano63 e, in un altro Sinodo dell’11 febbraio 1079, fu obbligato a firmare un giuramento in cui si parlava di “sostanziale conversione” del pane e del vino nella carne e sangue di Gesù Cristo64.

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del sac. dott. Luigi Villa

Signore mio e Dio mio, io imploro la tua misericordia per me e per tutta l'umanità!



Signore mio e Dio mio, io ti chiedo perdono, imploro la tua misericordia per me e per il mondo intero, per tutta 1'umanità peccatrice, perché tante sono le offese che vengono fatte al Tuo Cuore di Padre, tante sono le infedeltà dei tuoi figli, tanti sono i sacrilegi che vengono fatti alla Vittima divina, al Figlio Tuo dolcissimo, tanti sono i peccati contro lo Spirito Santo, tante sono le bestemmie, che feriscono il Cuore della più tenera delle Madri!

Io, Padre Santo, io, Gesù mio, io, o Divino Spirito, voglio riparare, voglio compensare, voglio amare per tutte le volte che ho peccato e per i peccati dei miei fratelli, voglio offrirti ogni palpito del mio cuore, ogni ringraziamento e lode per il mio stanco e mancato tributo di amore e per tutto il disamore che dilaga nel mondo, voglio dare tanto amore, nel resto del mio umano andare, per quanto non ho saputo dare, nella mia vita passata, e per l'assenza di amore in tanti cuori aridi e indifferenti!

Voglio adorare Te, Dio Uno e Trino, voglio amare, venerare e ringraziare la Madre Santissima, voglio ripetere con l'avvocata dei peccatori: ti amo, ti adoro, ti lodo, ti glorifico, mio Dio, mio Signore, mia Vita, mio Tutto! Amen!

Il grande castigo: fuoco verrà dal cielo!



LEGGENDA PERUGINA



( COMPILAZIONE DI ASSISI )


A MENSA CON IL LEBBROSO

 Altra volta, essendo tornato un giorno Francesco alla Porziuncola, vi incontrò frate  Giacomo il semplice, in compagnia di un lebbroso sfigurato dalle ulceri, capitato colà lo  stesso giorno. Il Santo aveva raccomandato a frate Giacomo con insistenza quel  lebbroso e tutti quelli che erano più corrosi dal male. A quei tempi, infatti, i frati  abitavano nei lazzaretti. Giacomo faceva da medico ai più colpiti, e di buon grado  toccava le loro piaghe, le curava, ne mutava le bende.

Francesco si rivolse a frate Giacomo con tono di rimprovero: «Non dovresti condurre  qui i fratelli cristiani, poiché non è conveniente per te né per loro». Il Santo chiamava  «fratelli cristiani» i lebbrosi. Fece questa osservazione perché, pur essendo felice che  frate Giacomo aiutasse e servisse i lebbrosi, non voleva però che facesse uscire dal  lazzaretto i più gravemente piagati. In più, frate Giacomo era molto semplice, e spesso  andava alla chiesa di Santa Maria con qualche lebbroso. Oltre tutto, la gente ha orrore  dei lebbrosi sfatti dalle ulceri.

Non aveva finito di parlare, che subito Francesco si pentì di quello che aveva detto e  andò a confessare la sua colpa a Pietro di Catanio, ministro generale in carica: aveva  rimorso di aver contristato il lebbroso, rimproverando frate Giacomo. Per questo confessò la sua colpa, con l’idea di rendere soddisfazione a Dio e a quello sventurato. 

Disse quindi a frate Pietro: «Ti chiedo di approvare, senza contraddirmi, la penitenza  che voglio fare». Rispose frate Pietro: «Fratello, sia come ti piace». Talmente egli  venerava e temeva Francesco, gli era così obbediente, che non osava mutare i suoi  ordini, benché in questa e in molte altre circostanze ne restasse afflitto in cuore e anche  esteriormente.

Seguitò Francesco: «Sia questa la mia penitenza; mangiare nello stesso piatto con il  fratello cristiano». E così fu.
Francesco sedette a mensa con il lebbroso e gli altri frati, e fu posta una scodella tra loro  due. Ora, il lebbroso era tutto una piaga; le dita con le quali prendeva il cibo erano  contratte e sanguinolente, così che ogni volta che le immergeva nella scodella, vi colava  dentro il sangue.

Al vedere simile spettacolo, frate Pietro e gli altri frati furono sgomenti, ma non  osavano dir nulla, per timore del padre santo. Colui che ora scrive, ha visto quella scena  e ne rende testimonianza.

Traduzione di VERGILIO GAMBOSO

IL MISTERO DEL SANGUE DI CRISTO



Deponiamo il Sangue su ogni piaga


Da tutte le membra perfettissime, santissime, delicatissime di Gesù, stilla per noi il Sangue del dolore e dell'amore. Raccogliamolo devotamente, adorando il prezzo della nostra vita spirituale, e offriamolo a Gesù per Gesù; deponiamo il suo Sangue su ogni piaga, il suo dolore su ogni dolore per avere, in cambio, la fiamma viva della purezza e della carità. q. 14

SR. M. ANTONIETTA PREVEDELLO

Tu sei per me madre spirituale



O Maria, figlia prediletta del Padre, madre ammirabile del Figlio, sposa fedele dello Spirito Santo! Tu sei per me madre spirituale, maestra di vita, regina potente. Tu, Maria, riempi la mia vita di gioia, di luce, di amore. Spesso non sono stato disponibile alla tua azione materna: ora mi affido a te, per sempre. E sotto la tua guida e il tuo esempio, mi impegno a sradicare in me ciò che non piace a Dio per fare in tutto la sua volontà. Madre mia carissima, ottienimi la grazia di identificarmi con te. Donami il tuo spirito per conoscere Cristo e il suo Vangelo. Il tuo cuore sia in me per amare Dio con purezza e ardore come lo hai amato tu. Amen.

L’umanità è giunta sull’orlo dell’abisso ed oggi molti vi stanno già cadendo e vengono portati dai demoni all’inferno



MESSAGGIO DELLA REGINA DEL ROSARIO E DELLA PACE A EDSON GLAUBER, 13. 05.2020

Pace al tuo cuore!

Figlio mio, prega molto, poiché il mondo ha bisogno di molta preghiera, perché sta per essere terribilmente punito dalla Giustizia di Dio.

L’umanità è giunta sull’orlo dell’abisso ed oggi molti vi stanno già cadendo e vengono portati dai demoni all’inferno dal momento che non sono vissuti uniti a Dio, ma hanno dubitato della presenza del Signore nell’Eucarestia, non hanno più creduto alle sue sante Parole, rifiutando le sue Leggi Divine, trasformando la Casa di Dio in un covo di ladri e di terribili oltraggi.

Figlio mio, mai come oggi, satana ha acquistato tanto potere e spazio per agire dentro la Chiesa del mio Divin Figlio. Sta riuscendo nel suo intento maligno di distruggere la fede di molte anime, portandole a negare Dio e le Verità eterne, facendo loro accettare il suo veleno mortale di errori e di menzogne che conducono ad una vita senza Dio, lontano dal suo amore divino.

La Verità e la Vita eterna si trovano solamente in Dio, nel Figlio mio Gesù Cristo. Gesù è molto offeso. La sua Divina Giustizia vuole punire i peccatori, a causa della loro indifferenza e del loro disprezzo verso di me, la Madre sua Immacolata.

Figlio mio, ripara i terribili peccati commessi contro di me. Questi peccati attirano sui peccatori terribili castighi e flagelli. La Giustizia del mio Divin Figlio non può più sopportare questi peccatori e la loro ingratitudine.

L’Angelo del Signore sta con la spada di fuoco alzata e con essa vuole colpire in modo più intenso il mondo intero, tutti quei figli miei che non hanno voluto pentirsi, correggendosi dei loro peccati, né fare riparazioni e sacrifici.

Dentro le vostre case pregate molto la preghiera che l’Angelo della Pace ha insegnato ai miei figli pastorelli, prostrandovi con il volto a terra, implorando il perdono di Dio per voi stessi e per i peccatori del mondo intero.

I segni esteriori della preghiera e la sua luminosità stanno sparendo, per dar luogo alle dense nubi delle tenebre e del peccato che avvolgono il mondo, che ha lasciato da parte Dio.

La Chiesa, Sposa del mio Divin Figlio, l’Agnello Immacolato, sta vivendo la sua passione, le ore delle tenebre e dell’abbandono, spogliata delle sue vesti e del suo splendore, per colpa di coloro che avrebbero dovuto amarLa, onorarLa e difenderLa, dando luogo ad una falsa chiesa senza luce, senza vita e senza orientamento, dove i dubbi e le incertezze prevalgono su tutta la verità, riducendo la Fede al nulla, a meri concetti umani e mondani che non convertono e non salvano nessuno.

Figlio mio, il mio Cuore soffre per tutto quello che la Chiesa di mio Figlio sta passando e vivendo. Io sono preoccupata ed afflitta a causa di tutto quello che molti dei miei figli dovranno patire e sopportare, a causa degli uomini corrotti e senza fede, che li porteranno alla morte spirituale della loro anima e per la strada che li conduce al fuoco dell’inferno.

Il mio Cuore sanguina a causa dei bambini e dei giovani che hanno perso il candore della purezza, distruggendo la verginità dei loro corpi e l’innocenza delle loro anime, e dei loro cuori. Tutto questo ha contribuito a far sì che il demonio avesse più forza e potere sul mondo.


Molti non comprendono e, se non si sforzeranno, non comprenderanno mai il valore, nel mondo, delle preghiere delle anime vergini e pure. Chiudete i vostri occhi a tutto ciò che è peccato ed è mondano, perché le frecce infuocate del nemico infernale non vi feriscano l’anima.

Siate di Dio. Amate il Signore. OffriteGli le vostre preghiere accompagnate dal soave profumo delle vostre anime impregnate di purezza, di santità e di buone intenzioni.

La preghiera sia il vostro incontro d’amore con Dio, accettando e sottomettendovi alla sua Divina Volontà, perché essa sia compiuta perfettamente nella vostra vita. Salvate le anime per il Cielo e salvate voi stessi obbedendo a Dio e ai suoi appelli divini, poiché senza di Lui non potete fare alcun bene.


Ti benedico!

1962 Rivoluzione nella Chiesa



cronaca dell’occupazione neomodernista della Chiesa Cattolica

’INIZIO DELLA CRISI

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L’intervento di San Pio X

Pochi mesi dopo, San Pio X interveniva con decisione promulgando una serie incalzante di documenti di condanna: il Decreto “Lamentabili sane exitu” (3 luglio 1907), l’ Enciclica “Pascendi dominici gregis” (8 settembre 1907), il Motu proprio “Prestantia Scripturae” (18 novembre 1907), il Motu proprio “Sacrorum antistitum” (l settembre1910).
* Il Decreto “Lamentabili”7 condannava 65 espressioni tolte da scritti modernisti (specialmente dalle opere del Loisy e del Tyrrel) circa l’interpretazione biblica e i dogmi di Fede. Da notare ancora la condanna della proposizione n. 58 che riassume, come abbiamo già detto, uno dei postulati fondamentali del modernismo di ieri e di oggi: “La verità non é immutabile più di quanto lo sia l’uomo stesso, giacché si evolve con lui, in lui e per lui”.
* L’Enciclica “Pascendi”8, poi, esaminava e confutava dettagliatamente i fondamenti del modernismo, ai quali abbiamo più sopra accennato: ed é soprattutto ad essa che rimandiamo coloro che volessero approfondire questo argomento. In questa Enciclica, che é un vero e proprio trattato, il santo Papa stigmatizzava i modernisti come “i più dannosi nemici della Chiesa” i quali “non pongono già la scure ai rami o ai germogli, ma alla radice medesima, cioè alla fede e alle sue fibre più profonde. Intaccata poi questa radice dell’immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l’albero, cosicché non risparmiano parte alcuna della verità cattolica, nessuna che non cerchino di contaminare”.9
* Nel Motu proprio “Prestantia Scripturæ” il Sommo Pontefice, di fronte alla scontata reazione minimizzatrice dei modernisti (che avevano commentato le condanne papali col classico “non ci riguardano”), decretava quanto segue:
“Inoltre, per reprimere la crescente audacia di molti modernisti i quali con ogni sorta di sofismi e di artifici si sforzano di togliere for-za ed ef ficacia non solo al Decreto “Lamentabili sane exitu” (...) ma anche alla Nostra Lettera Enciclica “Pascendi dominici gregis” (...) rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra autorità apostolica, tanto quel Decreto della Suprema Sacra Congregazione, quanto la Nostra Lettera Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica per coloro che li contraddicono”.10
E concludeva:
“Presi questi provvedimenti, raccomandiamo nuovamente con forza agli Ordinari diocesani e ai Superiori degli Istituti Religiosi di voler vigilare con attenzione sugli insegnanti, primariamente su quelli dei Seminari; qualora li trovino imbevuti degli errori dei modernisti e fautori di pericolose novità, o troppo poco docili alle prescrizioni della Sede Apostolica in qualunque modo pubblicate, li interdicano del tutto dall’insegnamento. Parimenti, escludano dai Sacri Ordini quei giovani sui quali gravi il più piccolo dubbio di correre dietro a dottrine condannate o a dannose novità”. 11
Il Papa insisteva anche sui doveri dei Vescovi circa il controllo dei libri, dei giornali e delle riviste “certamente troppo dif fusi, che presentino opinioni e tendenze simili a quelle condannate per mezzo della Lettera Enciclica e del Decreto citati sopra; curino di eliminarli dalle librerie cattoliche e molto più dalle mani della gioventù che studia e del clero. Se ciò cureranno con sollecitudine, promuoveranno la vera e solida formazione delle anime”. 12
* Col Motu proprio “Sacrorum Antistitum”13 infine, San Pio X
prescriveva per tutti i candidati al Sacerdozio e per tutti i sacerdoti in cura d’anime o impegnati nell’insegnamento l’obbligo di prestare il giuramento antimodernista: prassi che restò in vigore fino al 1967, anno in cui esso fu abolito, ovviamente, da Paolo VI.

Sac. Andrea Mancinella

Rivestirci di Cristo: il Santo Rosario.



Gesù, Ti adoriamo, vero Dio e vero Uomo, realmente presente nel Santissimo Sacramento, in tutti i Tabernacoli della terra… Ma che ci fai qui, giorno e notte, da secoli, Prigioniero del tuo stesso Amore? Ma che ti muove, o Gesù, a sopportare invitto le nostre noncuranze, gli abbandoni, le mancanze di rispetto, di gratitudine, di amore, le irriverenze e perfino gli oltraggi e i sacrilegi? È la forza del tuo Amore! È la tua eterna decisione di fare di noi la tua dimora vivente, il tuo Cielo, il tuo Regno! E oggi ci indichi un mezzo umilissimo, semplicissimo, efficacissimo per rivestirci di Te: il Santo Rosario! 
Esso è “l’Arma”, come Padre Pio lo chiamava, l’arma più utile nella guerra di spiriti che, mai come in questo tempo, dobbiamo sostenere. Una guerra che non si combatte a colpi di ragionamenti, perché non è lotta d’intelligenze, ma con le armi dello Spirito: rivestendoci di Cristo…  
Quest’Arma è “l’armatura di Dio” che Egli ci offre, è “l’armatura del Re”, di Gesù… È la sua vita, parte per parte, momento per momento, mistero a mistero, goccia a goccia, che Egli ci offre per coprire di Sé la nostra vita e, sempre più, fare nostra la Sua… Quest’Arma è difesa e ci avvolge nella Pace, anche se attorno a noi infuriano    le prove, i dispiaceri e le aggressioni. Quest’Arma è sostegno e forza, perché è allenamento alla costanza, all’amore, e ci nutre come cibo di Lui: alimenta la nostra mente, la memoria, il cuore con gli episodi più significativi della sua vita, della sua Passione e Morte e della sua Resurrezione e Gloria… 
Quest’Arma è il mezzo assolutamente necessario per la vittoria, come la fionda del piccolo Davide, con la quale, armato di santo zelo per la Gloria di Dio e di fiducia       in Dio, colpì in fronte la superbia di Golia, il gigante nemico, atterrandolo. 
Prendere il Rosario in mano è lasciarci prendere per mano dalla Mamma, come bambini, per essere condotti da Lei nelle pagine e nei momenti più significativi del Vangelo… È lasciarci raccontare da Lei, piano piano, la loro Storia di dolore, di amore e di vittoria… È ripetere all’infinito il loro Amore, facendolo nostro e ripetendolo a Lei, al ritmo delle Ave Maria…  
È ricopiare in noi la loro vita, in questa meravigliosa “fotocopiatrice”, con la quale stampiamo ogni Mistero del Rosario nella pagina quotidiana della nostra vita… Lo Spirito Santo è più che luce ed elettricità, che ripete dieci volte –in dieci Ave Maria– il suo “flash”, il suo lampo di contemplazione e di amore. È questo lo scopo e il segreto del Rosario: trapiantare in noi piano piano la loro vita, lasciare che la Mamma, incaricata di farlo, ci plasmi e ci dia la forma di figli di Dio, ci trasformi in Gesù. 
È metterci nelle sue mani affinché Lei ci rivesta di Lui, così come Lei lo rivestì della nostra umanità. È mettere nelle sue mani la nostra volontà come pennello, affinché Lei dipinga in noi il Volto del Figlio, usando i colori delle sue stesse virtù e del suo Amore.  
È per questo che Lei sempre lo chiede, è per questo che il Rosario tutto ottiene… 

P. Pablo Martin Sanguiao

16 maggio 2020 – Rispettate la Mia Divina Volontà per voi



Ancora una volta, vedo una Grande Fiamma che ho conosciuto essere il Cuore di Dio Padre. Egli dice:

“Figli, quando pregate, prima preparate i vostri cuori col ricordare di avere a mente l’amore per Me. Riflettete sulle Scritture e sul grande amore che ho per voi, che vi viene mostrato nella Mia creazione di voi e di tutto il mondo.”
“Non venite a Me come bambini viziati con un elenco di richieste che vi aspettate siano soddisfatte a vostro modo e al vostro tempo. Rispettate la Mia Divina Volontà per voi. A volte, devo dirvi di ‘no’ per vostro bene e per il bene degli altri. Sono Onnisciente e so sempre come tessere l’arazzo della vostra salvezza attraverso o nonostante il vostro libero arbitrio.
“Le vostre preghiere sono più forti quando pregate con un cuore aperto. Siate aperti alla Mia risposta, poiché sarete aperti a un Padre Onnisciente e Saggio. Non mettetemi alla prova o perdete la fede in Me quando non ottenete ciò che volete. Provvederò per le vostre necessità, ma non sempre riguardo a ciò che volete. La Mia Volontà per voi non erra mai. Ognuno di voi ha una certa croce nelle vostre vite, che se le offrite a Me con amore potete cambiare cuori e situazioni. Questo è il modo con il quale siete Mio strumento nel mondo. Questo è il modo per sconfiggere Satana.”
Leggi Efesini 2:8-10
Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.
Holy Love

Apocalisse di S. Giovanni



LA QUINTA COPPA  DELL’IRA DI DIO

«Il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni» (Apoc. 16; 10-11).

Con questa coppa, Dio colpisce il trono della bestia e il regno dell’Anticristo. Ma cos’è e dove si trova il “trono della bestia”? E chi ha l’autorità di poter definire il “trono della bestia” con questo nome?

Nel dossier: “Chi era realmente Don Luigi Villa?” abbiamo riportato un fatto interessante che mi fu riferito personalmente.

«Tempo fa, l’Autore di un libro sull’Anticristo, mi telefonò chiedendomi di inviargli una ventina di copie dello studio sul “Tempio satanico” di San Giovanni Rotondo, perché doveva tenere una conferenza.
Nel corso della telefonata, mi mise al corrente di un fatto che gli era accaduto poco tempo prima. Insieme ad un gruppo di persone, era andato a far visita ad un esorcista, il quale, informato del suo libro sull’Anticristo, gli raccontò uno strano esorcismo capitatogli.

Stava esorcizzando una persona posseduta da Lucifero, quando, ad un tratto, lo udì urlare: «Io ho fatto il mio Trono nel Gargano!». L’esorcista rimase stupito, non riuscendo a comprendere il significato di quelle parole. Poi raccontò: “La mattina seguente, per posta, ricevetti una copia di ‘Chiesa viva’ sul Tempio Satanico di San Giovanni Rotondo e, letto lo studio, finalmente compresi le parole di Lucifero pronunciate il giorno precedente!”».

Quindi, fu lo stesso Lucifero a chiarire cosa fosse e dove si trovasse il suo “trono” e nessuno più di lui poteva avere l’autorità per farlo.
Oggi, dunque, sappiamo che il “trono della bestia” è nel Gargano, a San Giovani Rotondo, ed è rappresentato dal Tempio Satanico dedicato a San Padre Pio. 

Ora, il “trono” è un “seggio di sovrani o papi, elevato di alcuni gradini e generalmente coperto da un baldacchino o da un padiglione”, e anche “seggio su cui si immagina seduta una divinità”.
Inoltre, il “trono” simboleggia il Potere, l’Autorità, la Dignità reale. E trattandosi del “trono” di Lucifero, Potere, Autorità e Dignità non possono essere che di pari empietà di chi l’ha fatto!

Il Tempio Satanico dedicato a San Padre Pio, a San Giovani Rotondo, con un linguaggio simbolico occulto e cabalistico, è un’orribile bestemmia e un orrendo insulto alla Santissima Trinità e a Nostro Signore Gesù Cristo, perché Lucifero, in questo tempio, ha fatto imprimere i simboli con i quali si presenta e si dichiara: Dio, Salvatore e Re dell’Universo.

Ma in questo tempio, vi è un aspetto che supera ogni altro per empietà e disprezzo per la Redenzione del Sacrificio di Gesù Cristo in Croce: le cinque piaghe di Gesù Crocifisso sono state sostituite da cinque rappresentazioni della blasfema e satanica Triplice Trinità massonica, la “redenzione gnostico-satanico-massonica” che Lucifero offre, dal suo trono e al vertice della sua “chiesa”, ad una umanità scristianizzata e auto-divinizzata. Questo è il vero scopo finale al quale tende Lucifero: cancellare il Sacrifico di Cristo in Croce e sostituirlo col la redenzione satanica della sua blasfema e satanica Triplice Trinità massonica.


Questa “quinta coppa”, però, non parla della distruzione di un “trono” o di un “tempio”, ma di uomini che “si mordono la lingua per il dolore e bestemmiano il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni”. Quindi, con questa coppa, Dio colpirà gli uomini che fanno parte della Corte di Lucifero, detta anche “Nono Cerchio”; uomini che hanno potere e autorità luciferina e che sono i dignitari che si trovano intorno al suo “trono”.

Sarà, forse, con questa quinta coppa dell’ira di Dio che si realizzerà la promessa fatta da Padre Pio quando, poco prima di morire, disse: «Farò più fracasso da morto che da vivo»? Vedremo, forse, l’ira di Dio scatenarsi sull’abominio di questo Tempio Satanico infame che ha orribilmente offeso la Santissima Trinità e Nostro Signore Gesù Cristo?
Sarà questo il “segno visibile” della punizione che Dio infliggerà agli uomini della Corte di Lucifero “che si morderanno la lingua per il dolore e bestemmieranno il Dio del cielo”?

a cura del dott. Franco Adessa

VITA DI CRISTO



Il nome «Gesù»  

Il nome «Gesù» era abbastanza comune presso gli Ebrei, e nella lezione ebraica originaria era «Giosuè». Di Maria, l'angelo disse a Giuseppe:  «Darà alla luce un figlio che tu chiamerai Gesù poiché salverà il suo popolo dai peccati commessi» (Matt. 1: 21)  

La prima indicazione della Sua missione sulla terra non fa cenno del Suo insegnamento, giacché inefficace sarebbe stato l'insegnamento se prima non si fosse data l'opera di salvezza.  

Un altro nome, contemporaneamente, Egli ebbe: «Emanuele».  «Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio che sarà chiamato "Emanuele", il che vuol dire: "Dio con noi"» (Matt. 1: 23)  

Questo nome risaliva ad una profezia di Isaia e assicurava qualcosa di più che una presenza divina: insieme col nome «Gesù», significava una presenza divina liberatrice e salvatrice. L'angelo inoltre disse a Maria:  

«Ecco, tu concepirai nel tuo seno e darai alla luce un figliuolo, a cui porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell'Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre, ed egli regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà mai fine» (Luca 1: 31-33)  

Il titolo «Figliuolo dell'Altissimo» fu appunto quello con cui si rivolse al Redentore lo spirito maligno che possedeva il giovane del paese dei Geraseni.  

L'angelo caduto riconobbe quindi in Lui ciò che l'angelo non caduto aveva detto ch'Egli era:  «Che vi è tra me e te, Gesù, Figlio del Dio Altissimo?» (Marco 5: 7)  

La salvezza promessa dal nome «Gesù» non è d'ordine sociale, bensì d'ordine spirituale. Egli non avrebbe, necessariamente, salvato il popolo dalla povertà: lo avrebbe sebbene salvato dal peccato. Distruggere il peccato significa sradicare le cause prime della povertà.  

Il nome «Gesù» rammentava al popolo quel suo grande condottiero che lo aveva tratto, in base all'eredità assegnata ad Israele, a riposare nella terra promessa.  

Ora, che Egli fosse prefigurato da Giosuè indica ch'Egli aveva le doti militari necessarie per riportare la vittoria finale sul male, la quale sarebbe conseguita dalla gioiosa accettazione delle sofferenze, dall' indomito coraggio, dalla risolutezza della volontà e dall' incrollabile dedizione al mandato del Padre.  

Il popolo, ridotto in schiavitù sotto il giogo romano, ambiva la liberazione, sicché credeva che qualsiasi compimento profetico dell'antico Giosuè sarebbe stato di natura politica.  

Più tardi, il popolo gli avrebbe chiesto quando lo avrebbe liberato dal potere di Cesare; ma adesso, fin dall'inizio della Sua vita, il Divino Soldato aveva affermato, attraverso un angelo, di esser venuto per vincere un nemico più potente di Cesare.  

Il popolo doveva dunque seguitare a rendere a Cesare quello che era di Cesare, ché la missione Sua era di liberarlo da una servitù di gran lunga più grave: dal peccato, cioè. Per tutto il tempo in cui Egli visse, il popolo continuò tuttavia a materializzare il concetto di salvezza, credendo che la liberazione dovesse interpretarsi solamente in termini di politica.  

Il nome «Gesù», cioè Salvatore, non Gli fu dato dopo ch'Egli ebbe operato la salvezza, ma nel momento stesso in cui venne concepito nel seno di Sua madre. Non già dal tempo traeva fondamento la salvezza ch'Egli recava, ma dall'eternità. 

Venerabile Mons. FULTON J. SHEEN

Io vi chiedo, piccoli miei, non date modo di dissacrare il corpo di mio Figlio;



Trevignano Romano, 16 maggio 2020.
Cari figli, grazie per essere uniti nella preghiera e per aver ascoltato la mia chiamata nel vostro cuore. Amati miei, il disordine che vi sta attorno a volte, ad alcuni di voi fa paura, ma abbiate pazienza ancora un pò e l'ordine tornerà in questa terra. Il prezzo sarà un po' caro perché l'umanità berrà il calice amaro della sofferenza, ma chi affida tutto a me e al mio Gesù non deve temere. Figli cari, il male è entrato nella Chiesa, ma voi intanto continuate nella preghiera, nella verità e nelle leggi di Dio e nulla vi accadrà. Io vi chiedo, piccoli miei, non date modo di dissacrare il corpo di mio Figlio; vi prego di non seguire il modernismo che ormai fa vacillare il gregge che non sa più cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma voi seguite il Vangelo e non potrete sbagliare. Ora vi accarezzo uno ad uno, continuate a essere luce per il mondo. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Vostra Madre.

sabato 16 maggio 2020

DIO E IL CREATO



L‘ALFA E L‘OMEGA 

A soli dieci anni dall‘inizio del suo insegnamento, dopo aver conosciuto vari tipi di pubblico, Tommaso aveva potuto misurare i limiti della pedagogia in uso allora nelle facoltà di teologia. L‘uso di commentare sia le Sentenze sia la Sacra Scrittura condannava i maestri a impartire il loro insegnamento in modo frammentario, a seconda delle occasioni offerte dal testo commentato. Il raggruppamento di Questioni disputate permetteva indubbiamente di mettere in evidenza alcune tematiche, ma non si superava la loro dispersione e gli studenti non avevano nessuna visione globale della materia teologica. E a questa situazione che fa eco il celebre Prologo della Somma:  «Abbiamo notato che nell‘uso degli scritti di vari autori, i novizi in questa materia sono molto imbarazzati: sia per la moltiplicazione inutile delle questioni; degli articoli o degli argomenti; sia perché ciò che devono imparare non è trattato secondo l‘esigenza della materia insegnata (secundum ordinem disciplinae), ma come richiede il commento dei libri o l‘occasione delle questioni disputate; sia infine perché la ripetizione frequente delle stesse cose genera negli animi degli ascoltatori stanchezza e confusione» 114 .  Ci si è spesso interrogati sulle qualità intellettuali degli studenti ai quali fra Tommaso si rivolgeva, visto che ancora oggi anche specialisti competenti possono incontrare difficoltà nel leggere il libro così introdotto. Ma lo stesso interrogativo potrebbe essere sollevato a proposito di sant‘Alberto o di san Bonaventura, anch‘essi di non facile accesso. Supponendo che Tommaso abbia sopravvalutato le capacità dei suoi ascoltatori, egli non pensava tanto alla difficoltà dei temi trattati quanto piuttosto al modo in cui li avrebbe messi in relazione in un corpo di dottrina organizzata. Invece di proporre una semplice serie di questioni che si sarebbero succedute senza uno stretto legame, egli offriva una sintesi già generatrice di sapere mediante la semplice valorizzazione dei legami e della coerenza interna delle questioni. La grande novità della Somma non consiste nel suo contenuto, ma nella sua organizzazione — Tommaso si accontenta, per lo più, di riprendere la dottrina cristiana tradizionale: la sua dipendenza da numerosi filosofi e teologi lo mostra bene. E questo ciò che egli chiama «l‘ordine del sapere» (ordo disciplinae) e che enuncia, con una sobrietà di cui possiede il segreto, all‘inizio della questione seguente: «Dato che l‘oggetto principale della sacra doctrina è di far conoscere Dio, e non soltanto in se stesso, ma anche in quanto è principio e fine delle cose, e specialmente della creatura ragionevole..., noi dovremo trattare innanzitutto di Dio (Prima Pars), poi del movimento della creatura razionale verso Dio (Secunda Pars), infine di Cristo, il quale, nella sua umanità, è per noi la via che conduce a Dio (Tertia Pars)» 115   

La straordinaria semplicità di questo enunciato non esprime evidentemente tutto ed occorrerà spiegarlo al momento opportuno. Per ora, l‘essenziale è notare la continuità con quanto abbiamo percepito circa il soggetto della teologia: «Dio inizio e fine di tutte le cose». Con un vocabolario leggermente diverso, questa era già la dottrina del commento alle Sentenze: «Il teologo considera le creature in quanto escono dal primo Principio e ritornano verso il loro fine ultimo, che è Dio stesso» 116 . Secondo l‘espressione consacrata, è dunque lo schema «uscita-ritorno» (exitus- reditus) che si trova alla base del piano della Somma.. Tale questione è stata lungamente trattata altrove quando ho ricordato sia il cammino che aveva spinto Tommaso ad iniziare la sua opera, sia le interpretazioni che ne propongono oggi i discepoli del Maestro 117 . Non è dunque necessario riprendere qui i dettagli di queste spiegazioni ma resta molto da dire sulle implicazioni di questa scelta.  Si è spesso sottolineata l‘origine neoplatonica dello schema utilizzato da Tommaso. Ciò non è vero se non in un senso da precisare: vi è qui il rischio di un grave equivoco. Quando Tommaso, al seguito delle sue fonti, utilizza la parola exitus (o egressus) per dire che le creature «escono» da Dio, evidentemente non ripropone per conto suo una emanazione di tipo neoplatonico, eterna e necessaria 118 . Pensatore appartenente alla tradizione giudeo-cristiana, Tommaso non può concepire questa uscita se non come una creazione libera, inauguratrice del tempo e della storia della salvezza. E, per essere più espliciti, forse è questo il motivo per cui egli fa sempre un minore uso di questo vocabolario, passando dalle Sentenze alla Somma: invece di parlare di «uscita» delle creature, ormai parlerebbe piuttosto del modo in cui esse «procedono» da Dio mediante l‘atto creatore 119  

Ciò non modifica per niente l‘intuizione centrale che intende il rapporto dell‘universo c on Dio come un movimento circolare che riconduce verso la loro origine, ormai vista come fine, le creature che ne sono uscite. Se fino a poco tempo fa si poteva attribuire a Tommaso l‘onore di aver eliminato la concezione ciclica a favore di quella lineare del tempo 120 , oggi si è più coscienti del fatto che questa concezione lineare — ben reale dato che la storia della salvezza va verso un fine — si iscrive essa stessa in questo grande movimento di «uscita-ritorno» di cui Tommaso ha fatto la struttura della sua opera, proprio perché ne scopriva la presenza in tutto l‘universo:  «Allora un dato effetto raggiunge il culmine della perfezione quando ritorna al proprio principio. Così, tra tutte le figure geometriche, il cerchio è quella più perfetta, come il moto circolare è il più perfetto tra tutti i moti, perché in essi si fa ritorno al rispettivo principio. Ora, affinché l‘universo creato possa conseguire la sua ultima perfezione, è necessario che le creature ritornino alloro principio. Ma tutte e singole le creature ritornano al loro principio in quanto rivestono una somiglianza di esso nel loro essere e nella loro natura che costituiscono per esse una certa perfezione» 121 .  
L‘apparente semplicità del punto di partenza non deve indurre a pensare che si tratterebbe soltanto di una mera rappresentazione immaginativa. La formulazione filosofica può essere molto più precisa: «Tutto ciò che si trova in noi viene da Dio e a lui risale perché egli ne è o la causa efficiente o la causa esemplare: causa efficiente, in quanto è mediante la potenza attiva di Dio che tutto si compie in noi causa esemplare, in quanto tutto ciò che in noi è di Dio, in un certo modo imita Dio» 122 . Tommaso non si lascia sfuggire nessuna occasione per sottolineare questo movimento circolare d‘insieme, ed è questo che il piano della Somma cerca di riprodurre. E così dunque che, dopo la parte che parla del Dio uno e trino della rivelazione cristiana (qq. 2-43), più della metà della Prima Pars tratta principalmente della processione delle creature a partire da Dio creatore, e del modo in cui egli se ne occupa (qq. 44- 119). In seguito comincia la descrizione del movimento di ritorno delle creature a Dio, che occupa tutta la Secunda «e» la Tertia Pars. Occorre sottolineare questo «e» poiché è il caso qui di prevenire un altro equivoco che spesso si fa a seguito del primo. Alcuni lettori, applicando in modo molto materiale alla Prima Pars il movimento di uscita e il movimento di ritorno alla Secunda, non riescono più a situare correttamente la Tertia Pars, e hanno ragione di meravigliarsi del fatto che Tommaso non parli di Cristo se non come un‘aggiunta, a modo di un ripensamento letterario.  Che un autore cristiano così rigoroso come Tommaso abbia potuto «dimenticare» Cristo, componendo il suo piano, è già molto poco verosimile. Se l‘ha situato in questa Terza parte, è proprio perché egli così ha voluto e ben presto diremo il perché. Ma si nota già come questo errore di lettura non si spiega molto se non mediante la precedente erronea identificazione dello schema «uscita-ritorno» con quello dell‘emanatismo plotiniano. Un‘attenta frequentazione dell‘opera tomasiana non permette questo equivoco: se il vocabolario è neoplatonico la realtà è biblica, e non si tratta soltanto di una questione di struttura, verificata nell‘intemporale di un mito d‘eterno ritorno, ma proprio di una storia che si svolge nel tempo della salvezza. Così, il ritorno della creatura verso Dio non termina con la descrizione della vita contemplativa che si trova alla fine della Secunda Pars. Esso non è completo se non con l‘ingresso effettivo nella beatitudine al momento del ritorno di Cristo che viene ad assumere gli eletti nella sua gloria. La morte ha impedito a Tommaso di completare la sua opera, ma è proprio qui che voleva condurre il suo lettore; il Prologo della Terza Parte è molto chiaro a questo proposito: «Il nostro Salvatore, il Signore Gesù... si è presentato a noi come la via della verità, mediante la quale ci è possibile ormai giungere alla risurrezione e alla beatitudine della vita immortale».  Questi termini riprendono quasi testualmente le prime parole della Somma che già annunciavano così lo scopo di questa Terza Parte:  «Cristo, che nella sua umanità è per noi la via che conduce verso Dio». Qualunque fossero le ragioni che hanno portato alle scelte concrete che guidano l‘esposizione di Tommaso, non si può dubitare che il movimento circolare che egli descrive non si completa se non mediante Cristo. Il Dio di cui ci parla non è il primo Principio impersonale di un qualsiasi deismo, ma il Creatore e il Redentore della Bibbia. Ci si può ancora rendere conto di ciò leggendo il Prologo alla Seconda Parte, che inizia col ricordare la prima pagina della Genesi sull‘uomo come immagine di Dio. Situato al centro di gravità della Somma, nel luogo stesso in cui, dopo aver descritto l‘«uscita», Tommaso inaugura il movimento di «ritorno», questo testo-chiave che ritroveremo ben presto non lascia alcun dubbio circa questa ispirazione biblica.  

di P.Tito S. Centi  e P. Angelo Z.

Cammino di perfezione



Quanto alla prima, cioè l’amore reciproco, essa è di grandissima importanza, perché  non vi è nulla di così gravoso che non si sopporti facilmente fra coloro che si amano, e  occorrerebbe che fosse cosa ben dura se riuscisse gravosa. Se questo comandamento  fosse osservato nel mondo come si deve, credo che aiuterebbe molto a osservare anche  gli altri; ma, ora per troppo zelo, ora per poco, non si arriva mai a osservarlo in modo  perfetto.

Sembra, in proposito, che l’eccesso fra noi non debba essere nocivo, eppure porta con sé  tanto male e tante imperfezioni che, a mio giudizio, non può crederlo se non chi è stato  testimone oculare. Qui il demonio tende molte insidie, che in coscienze le quali procurano di piacere a Dio alla bell’e meglio si avvertono poco, anzi sembrano ispirazioni virtuose. Coloro che, invece, mirano alla perfezione, se ne rendono perfettamente conto,  perché a poco a poco tolgono alla volontà la forza di applicarsi interamente all’amore di Dio.

E credo che questo difetto si riscontri nelle donne ancor più che negli uomini; esso  reca evidentissimi danni a una comunità, perché ne segue che le monache non si amino  tutte ugualmente, che si soffra per la mortificazione subita da un’amica, che si desideri  di aver qualcosa da regalarle, che si cerchi il momento di parlarle, e molte volte per dirle  che la si ama e altre cose inopportune, più che per parlarle dell’amore che si nutre per  Dio. È raro, infatti, che queste grandi amicizie siano rivolte ad aiutarsi vicendevolmente  ad amare di più Dio; anzi, credo che il demonio le faccia nascere per creare fazioni opposte negli Ordini religiosi. Si vede subito quando, invece, l’amore è rivolto al servizio  di Sua Maestà; si vede subito, perché l’affetto non è guidato dalla passione, ma cerca un  aiuto per vincere altre passioni.

Di questa specie di amicizie io ne vorrei molte nei grandi monasteri, perché in questa  casa – ove non siamo e non dobbiamo essere più di tredici – tutte devono sentirsi amiche, tutte devono amarsi, volersi bene e aiutarsi reciprocamente. Per sante che siano, si  guardino, per amor di Dio, da queste amicizie particolari, le quali di solito anche tra fratelli sono un veleno. Io non vedo in esser alcun vantaggio, se riguardano parenti meno  prossimi, peggio ancora: una vera peste. Credetemi, sorelle, che anche se questo vi sembra esagerato, comporta un’alta perfezione e una grande pace ed evita molte occasioni  pericolose a quelle che non sono ben salde nella virtù. Se l’affetto inclina più verso una  che verso un’altra (né potrà essere altrimenti, trattandosi di un sentimento naturale, che  molte volte ci porta ad amare la più imperfetta, se particolarmente dotata di attrattive innate), teniamo a freno il nostro sentimento per non lasciarci dominare da quell’affetto.  Amiamo le virtù e le qualità interiori, sforzandoci sempre attentamente di non far caso  alle qualità esteriori.

S. Teresa d’Avila

ESERCIZIO DI PERFEZIONE E DI VIRTÙ CRISTIANE



Del desiderio ed affezione che dobbiamo avere alla virtù e alla perfezione 


Supplisce la vigilanza dei Superiori. 

Questo negozio della perfezione non è negozio, che si abbia a fare per forza, ma ha da procedere dal cuore. E così disse Cristo nostro Redentore a quel giovinetto del Vangelo: «Se vuoi essere perfetto» (Mt 19, 21). Ma se tu non vuoi, non basteranno tutte le diligenze e i mezzi che possono usare i Superiori per farti perfetto. Questa è la risposta e la dichiarazione della domanda, che fa S. Bonaventura, dicendo: qual è la cagione che anticamente un Superiore bastava per mille monaci, e per tre mila, e per cinquemila, come in fatti S. Girolamo e S. Agostino dicono, che tanti volevano stare sotto un Superiore; ed ora uno non basta per dieci; né per meno di dieci? (S. BONAV. De exter. etc. l. 2, c. 50, n. 5.) La ragione di questo si è, perché quegli antichi monaci avevano dentro del loro cuore un vivo ed ardente desiderio della perfezione, e quel fuoco, che là dentro ardeva faceva pigliar loro molto a petto il proprio profitto e li spingeva a camminare con gran fervore. «Risplenderanno i giusti e trascorreranno come scintille in un canneto» (Sap. 3, 7). Con questa metafora lo Spirito Santo ci dichiara molto bene la velocità e la facilità con cui camminano i giusti per la via della virtù quando si è acceso questo fuoco nel loro cuore. Guarda con che velocità e facilità corre la fiamma per un canneto secco, quando s'appicca in esso il fuoco: ora in questa maniera corrono i giusti per la via della virtù, quando sono accesi ed investiti da questo fuoco divino. Così facevano quei monaci antichi, e perciò non avevano bisogno di Superiore per quest'effetto; ma piuttosto per andarli ritenendo nei loro fervori. Quando poi non vi sia questo, non solo non basterà un Superiore per dieci, ma né anche basteranno dieci per uno solo, né lo potranno far perfetto, se egli non vuote. Questa è cosa chiara perché; a dire il vero, che gioverà il visitare all'orazione? Passato il visitatore, non può uno fare quel che gli piace? e stando ivi inginocchiato, non può stare pensando allo studio, al negozio e ad altre cose fuor di proposito? E quando va a render conto della coscienza, non può egli dire quello che vuole, e tacere quello che fa più al proposito, e dire che le cose vanno bene, non andando così, ma molto male? Tutto è superfluo e buttato via se egli non vuole e non desidera davvero la sua perfezione. 
 In questo luogo, viene ben a proposito quel che rispose S. Tommaso d'Aquino. Domandandogli una volta una sua sorella, come si sarebbe potuta salvare, le rispose il Santo: «volendo tu» (Hist. Praedic. l. 3, c. 37). Se tu vorrai, ti salverai: e se tu vorrai, farai profitto: e se vorrai, sarai perfetto. Qui batte il punto, che tu voglia, e lo desideri davvero, e ti esca dal cuore; ché Dio dal canto suo sta molto pronto per accorrere a noi: e se non v'è questo, tutto quello di più che possono fare i Superiori, sarà perduto. Tu sei quegli che hai da pigliare a petto il tuo profitto; perché questo è il negozio tuo, e a te importa, e non ad altri, e per questo sei entrato nella religione. E stia pur persuaso ognuno, che quel giorno che allenterà in questo e si dimenticherà di se stesso e di quel che concerne il suo profitto, e non userà diligenza per far bene i suoi esercizi spirituali, e non avrà un vivo ed acceso desiderio di profittare e d'andare innanzi nella virtù e di mortificarsi in quelle cose, nelle quali sa che ha necessità di mortificazione; quel giorno stesso, dico, il suo negozio andrà in rovina. E perciò il nostro S. Padre nel principio delle Costituzioni e delle Regole ci propone e mette questo per fondamento: «La legge interna della carità e dell'amore, che lo Spirito Santo suole scrivere ed imprimere nei cuori, è quella che ci ha da conservare, governare e promuovere nel suo santo servizio» (In prooem. Const. et Summ. reg. l; Epit. 351). Questo fuoco d'amore di Dio e questo desiderio del suo maggior onore e maggior gloria è quello che ci deve andare del continuo sollecitando, per avanzarci e far progresso nella virtù. 
 Quando davvero è nel cuore questo desiderio, esso fa che usiamo diligenza e sollecitudine per conseguire quel che desideriamo; perché la nostra inclinazione è molto industriosa per cercare e trovare quello che desidera, né le mancano mai mezzi per arrivarvi: e perciò disse il Savio, che il principio per acquistar la sapienza è il vero e sviscerato desiderio di essa (Sap. 6, 18). 

ALFONSO RODRIGUEZ