mercoledì 24 febbraio 2021

Le mie lacrime

 


L'20 febbraio 2021, questa anima californiana ha “visto” il numero 440 del Libro blu e udì udibilmente la Madonna dire che doveva farlo "Condividilo con tuo fratello." Senza leggere il messaggio, mi ha immediatamente passato il numero (Mark Mallett), notando che la statua della Madonna di Fatima nella loro casa stava piangendo olio a profusione. Ho cercato il messaggio e gli ho risposto, dicendogli che il titolo era "Le mie lacrime". (L'immagine sopra è una foto della statua scattata nel 2012. La foto sotto è stata scattata di recente).

Questo messaggio è stato originariamente dato a P. Stefano Gobbi il 31 dicembre 1990 a Rubblo, Vicenza, ed è coerente con il consenso profetico che siamo all'apice di grandi eventi di purificazione:

 

Le mie lacrime

Radunatevi con me in preghiera di adorazione e riparazione, per trascorrere le ultime ore di quest'anno, che sta per concludersi, in un atto di profonda intercessione. Pregate per chiedere la salvezza di questo mondo, che ora ha toccato le profondità dell'empietà e dell'impurità, dell'ingiustizia e dell'egoismo, dell'odio e della violenza, del peccato e del male. Quante volte e in quanti modi sono intervenuto personalmente per sollecitarvi alla conversione e al ritorno al Signore della vostra pace e della vostra gioia. Questo è il motivo delle mie numerose apparizioni, dei messaggi che do per mezzo di questo mio piccolo figlio e della mia Opera del Movimento Sacerdotale Mariano, che io stesso ho diffuso in ogni parte del mondo. Come madre ho ripetutamente indicato il percorso lungo il quale devi camminare per raggiungere la tua salvezza.

Ma non sono stato ascoltato. Hanno continuato a camminare sulla via del rifiuto di Dio e della sua legge d'amore. I dieci comandamenti del Signore sono continuamente e pubblicamente violati. Il giorno del Signore non è più rispettato e il suo Santissimo Nome è sempre più disprezzato. Il precetto dell'amore del prossimo è quotidianamente violato dall'egoismo, dall'odio, dalla violenza e dalla divisione che sono entrati nelle famiglie e nella società, e dalle guerre violente e sanguinose tra le nazioni della terra. La dignità dell'uomo, quale libera creatura di Dio, è schiacciata dalle catene di una schiavitù interiore che lo rende vittima di passioni disordinate, di peccato e di impurità.

Per questo mondo, ora è arrivato il momento del suo castigo. Siete entrati nei tempi dolorosi della purificazione e le sofferenze devono aumentare per tutti. Anche la mia Chiesa ha bisogno di essere purificata dai mali che l'hanno colpita e che la fanno vivere momenti di agonia e della sua dolorosa passione. Come si è diffusa l'apostasia, a causa degli errori che in questo momento si diffondono e vengono accettati dalla maggioranza, senza ulteriori reazioni! La fede di molti si è estinta. Il peccato, commesso, giustificato e non più confessato, rende le anime schiave del male e di Satana. In che stato miserabile è stata ridotta questa mia amatissima figlia!

Pregate con me in queste ultime ore dell'anno che sta per finire.[1] Durante il suo corso sono intervenuto di nuovo più volte, per ottenere dal Signore il dono della sua Divina Misericordia. Ma il tempo che vi attende è quello in cui la misericordia sarà sposata alla giustizia divina, per la purificazione della terra. Non aspettate il nuovo anno con il rumore, con le grida e con i canti di gioia. Attendilo con la preghiera intensa di chi vuole riparare di nuovo tutto il male e il peccato del mondo. Le ore che stai per vivere sono tra le più gravi e le più dolorose. Pregate, soffrite, offrite, riparate insieme a me, che sono la Madre dell'intercessione e della riparazione. Così voi - miei prediletti e figli consacrati al mio Cuore - diventate, in queste ultime ore dell'anno, le mie lacrime che scendono sull'immenso dolore della Chiesa e di tutta la purificazione e la grande tribolazione.

 

Foto del 15 febbraio 2021

IN PANDEMIA CHI SOFFRE PREGHI

 


Carissimi: tristatur aliquis vestrum? Oret. La pandemia? Da quanto tempo i cristiani danno la precedenza alle medicine rispetto alla preghiera, ci siamo forse scordati che cos’è la vera fede: abbiamo smesso di confidare in Dio?

Carissimi: tristatur aliquis vestrum? Oret

 

di

 

Francesco Lamendola


«Carissimi: Qualcuno tra voi soffre? Preghi». Con queste semplici, toccanti parole l’Apostolo san Giacomo affronta il tema della preghiera, della sua efficacia e della piena confidenza in Dio. E sono parole doppiamente significative se lette alla luce del particolare momento storico che stiamo vivendo: da un lato, attanagliati dalla paura di rimanere contagiati e rischiare la morte in un letto d’ospedale; dall’altro, siamo profondamente rattristati per il senso di solitudine, d’isolamento, d’incomprensione che è sceso sulle relazioni umane a causa dell’emergenza sanitaria, nel quale pare che anche la presenza di Dio si sia ritratta dalla nostra vita. Come potrebbe essere presente, infatti, il Dio dell’amore in un cuore indurito, amareggiato? Ci è giunta notizia di un sacerdote che si è rifiutato di portare gli estremi conforti religiosi a un malato, in ospedale, per il timore di contrarre il Covid. A parte l’aspetto umano, della viltà e inadeguatezza di quel sacerdote rispetto al compito che era chiamato ad assolvere, si resta sconcertanti dal significato profondo di una simile diserzione: è chiaro che dietro un tale comportamento c’è una completa perdita della fede e un credere solo nella salvezza che viene dalla scienza umana. Se un sacerdote arriva a pensare che Dio lo possa abbandonare nel momento in cui si reca al capezzale di un moribondo, vuol dire che egli non crede più, e probabilmente non da oggi, ma da molto tempo. Da molto, da troppo tempo udiamo sacerdoti parlare nelle chiese in maniera puramente ed esclusivamente umana; da troppo tempo vediamo l’assemblea dei fedeli che si reca alla santa Messa non per andare incontro, con gioia e trepidazione, all’ineffabile Sacrificio Eucaristico, che Gesù Cristo rinnova per ciascuno di coloro che lo amano, ma con atteggiamento del tutto umano, le persone ben ritte in piedi e restie a inginocchiarsi, perfino al momento della santa Comunione, e che prendono l’Ostia con le loro mani, con fare orgoglioso, come se facessero valere un diritto che per troppo tempo era stato negato da un clero arretrato e oscurantista. Da tanto, troppo tempo noi stessi ci siamo scordati che cos’è la vera fede e abbiamo smesso di confidare in Dio, di pregarLo nelle nostre necessità, di attendere da Lui il consiglio, l’aiuto, la sollecitudine di un Padre che mai si scorda dei suoi figli, di un buon pastore che mai abbandonerebbe le pecorelle del suo gregge. Ci siamo riempiti la bocca di parole orgogliose, gonfie di vento, rivolte più ai nostri stessi orecchi, per compiacere le nostre passioni, che non di umili preghiere rivolte esclusivamente a Dio. E, quel che è peggio, siamo stati ingannati sistematicamente da un clero che, avendo perso la fede, è sprofondato sempre più nei vizi: lussuria, superbia e avarizia, ed è giunto a un tal punto d’incredulità e protervia da usare l’ambone per proclamare che il peccato non è più peccato, che il vizio contro natura è cosa buona e lecita, che l’aborto è facilmente perdonato da Dio, che il solo vero peccato è non seguire i propri istinti, non accondiscendere alle proprie passioni, non esercitare i propri diritti. Anche se tali diritti, perfettamente riconosciuti dalla legge umana (ma non dalla ragione naturale) equivalgono a dei veri delitti, che gridano vedetta al cospetto di Dio.

 

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Carissimi: tristatur aliquis vestrum? Oret. «Carissimi: Qualcuno tra voi soffre? Preghi». Con queste semplici, toccanti parole l’Apostolo san Giacomo affronta il tema della preghiera, della sua efficacia e della piena confidenza in Dio!

 

Scrive dunque l’apostolo san Giacomo (5, 13-15):

Tristatur aliquis vestrum? Oret. Aequo animo est? Psallat. Infirmatur quis in vobis? Inducat presbyteros Ecclesiae, et orent super eum, ungentes eum oleo in nomine Domini: et oratio fidei salvabit infirmum, et alleviabit eum Dominus; et si in peccatis sit, remittentur ei. Confitemini ergo alterutrum peccata vestra, et orate pro invicem, ut salvemini. 

13 C'è tra di voi qualcuno che soffre? Preghi. C'è qualcuno d'animo lieto? Canti degli inni. 14 C'è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d'olio nel nome del Signore: 15 la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà; se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati. 16 Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia. 

L’Apostolo non dice: se uno di voi è malato, chiamate un medico; ma dice: se uno di voi è malato, chiamate un sacerdote. Questo non significa che non ci si debba rivolgere a un medico in caso di malattia; ma che la speranza principale va indirizzata al Signore, di cui il sacerdote è un ministro e, nell’esercizio delle sue funzioni, un alter Christus. Certo, sono parole dure per i nostri orecchi: terribilmente dure. Da quanto tempo i cristiani danno la precedenza alle medicine rispetto alla preghiera? Siamo onesti: non da qualche anno, ma da secoli. Nelle grandi pestilenze del passato i cristiani pregavano, facevamo digiuni e processioni, affollavano le chiese; e il clero si prodigava in mezzo ai malati, per assisterli e confortarli sia sul piano materiale, sia su quello spirituale. Oggi invece è sufficiente non una vera pandemia, ma una supposta pandemia, proclamata sotto la pressione d’un organismo sovranazionale palesemente colluso con l’interesse privato delle grandi case farmaceutiche; basta una influenza un po’ più cattiva delle altre (perché “costruita” artificialmente), ma il cui indice di mortalità è comunque dello zero virgola qualcosa, perché noi sprofondiamo nel terrore, scordando completamene il Signore e le sue promesse, ci rivolgiamo con fiducia assoluta, quasi isterica, a quel sistema sanitario che rappresenta, invece – anche se questo è secondario rispetto al discorso che stiamo facendo – il problema più grave, nel senso che molti dei cosiddetti morti da Covid sono stati provocati, in realtà, da terapie sbagliate, dovute alla cieca applicazione di protocolli sanitari contrari a tutto ciò che la sana esperienza medica avrebbe dovuto suggerire in una circostanza come quelle attuali.

 

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La pandemia? Da quanto tempo i cristiani danno la precedenza alle medicine rispetto alla preghiera, ci siamo forse scordati che cos’è la vera fede: abbiamo smesso di confidare in Dio?

 

Si noti poi un altro aspetto  del discorso di san Giacomo che fa letteralmente a pugni con la nostra mentalità moderna. Egli pone in relazione il discorso sulla malattia con quello sul peccato: non dice che la malattia è una conseguenza del peccato, ma suggerisce che esiste una misteriosa relazione fra la malattia fisica e quella morale, che consiste nell’allontanamento da Dio e nei comportamenti disordinati che ne conseguono. Chi rimane strettamente unito a Dio, agisce anche da figlio di Dio, o, come direbbe san Giovanni, da figlio della luce; chi è lontano da Lui, agisce come un figlio delle tenebre. Non è vero che tutti gli uomini sono i figli di Dio. Tutti gli uomini sono Sue creature: ma quanto ad essere Suoi figli, ciò dipende da loro, non solo da Lui. Egli non può e non vuole imporre alcun obbligo alle Sue creature: desidera che esse vengano a Lui per un libero atto della volontà. E se si sceglie di stare nelle tenebre, allora non è strano che anche la salute del corpo ne risenta, perché il disordine della vita morale si riflette nel disordine della vita biologica. Anche questo è un discorso che oggi non piace, anzi, è considerato senz’altro politicamente scorretto. Chi ha una certa età, ricorda bene cosa si disse, anche e specialmente da parte “cattolica” (cattolica progressista, s’intende) negli anni in cui venne in luce l’enorme diffusione del peccato di Sodoma negli Stati Uniti e specialmente negli ambienti metropolitani della California, in particolare quelli legati al mondo del cinema; gli anni, per intenderci, della rivelazione che il mitico attore Rock Hudson, emblema della virilità per eccellenza, stava morendo di Aids, e che aveva contratto la malattia a causa delle sue abitudini sessuali, delle quali nulla il pubblico sapeva o immaginava (1985). Si disse: «Come osate fare il processo a quei poveri malati; come osate affermare che c’è una relazione fra il loro stile di vita e il male che ora li colpisce? Non siete caritatevoli, non siete delle belle persone; siete meschini e malvagi nel fare simili discorsi». Eppur è un fatto, e non una maligna opinione, che un certo tipo di comportamento, sessuale e non sessuale, favorisce l’insorgere di certe malattie, o il diffondersi di certe infezioni. È un fatto, per esempio, che scambiarsi la siringa quando ci si fa di eroina in un gruppo di tossicodipendenti, oppure avere dei rapporti anali che provocano lacerazioni nei tessuti e quindi la perdita di sangue, tutto questo non contribuisce alla sicurezza delle persone al tempo in cui è presente una malattia che si diffonde attraverso gli scambi di sangue. E stiamo parlando solo degli aspetti materiali ed esteriori, non abbiamo neppure sfiorato l’aspetto morale; eppure neanche questo era lecito dire, e tuttora continua ad essere considerato di pessimo gusto, quasi un voler infierire contro delle persone che stanno già soffrendo. Per la stessa ragione, è considerato politicamente scorretto avanzare anche il più lieve collegamento fra la violenza subita da una donna (o da un uomo) e l’insieme di una vita disordinata o di una vera e propria attività di prostituzione: come se porre tale collegamento, evidente e innegabile, equivalesse a giustificare la violenza che c’è stata; il che invece è tutto un altro discorso.

 

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Il peccato non è più peccato? La malattia mortale dell’anima conduce all’inferno: questa è la verità che oggi il clero neomodernista, tradendo il suo mandato e ingannando i fedeli, ha deciso di tacere, facendo loro credere che Dio perdona tutto senza condizioni, il che è falso!

 

Ma torniamo al discorso sulla fede. Chi vive secondo la volontà di Dio, chi agisce da figlio della luce, non deve aver paura di nulla, neanche delle malattie. Da un punto di vista umano, ci sono due tipi di malattie: quelle da cui si guarisce e quelle mortali. Per il cristiano, le une sono permesse da Dio affinché la persona torni a contemplare l’essenziale, sbarazzandosi di ciò che è superfluo ma che forse aveva acquistato troppo spazio nella sua vita; le altre sono il mezzo per riportare l’anima al cospetto di Dio, cosa che prima o poi avviene per ogni creatura (ma che troppi cristiani moderni tendono a scordare, comportandosi come se la vita terrena dovesse durare in eterno). Da un punto di vista cristiano, c’è una sola malattia: quella dell’anima; la quale a sua volta si può suddividere in due categorie, la malattia da cui si può guarire e la malattia mortale. La prima è quella che serve, attraverso le prove, le cadute e le riprese, a rafforzare la fede e a riavvicinare l’anima a Dio; la seconda è quella che l’allontana definitivamente e irreparabilmente da Lui. La malattia mortale dell’anima conduce all’inferno: questa è la verità che oggi il clero neomodernista, tradendo il suo mandato e ingannando i fedeli, ha deciso di tacere, facendo loro credere che Dio perdona tutto senza condizioni, il che è falso. Quei sacerdoti e quei vescovi si sono assunti una responsabilità gravissima della quale verrà loro chiesto di rendere conto; quanto al signor Bergoglio che da otto anni inganna e tradisce il gregge che gli era stato affidato, e continua imperterrito, con diabolica pervicacia, a insegnare eretiche dottrine basate sul concetto che il peccato è rimesso al peccatore senza bisogno di pentimento ed espiazione, o addirittura che molti peccati non sono in realtà tali, crediamo che il vaso dell’ira divina sia ormai quasi colmo, e anche lui sarà chiamato a render conto di tutto il male che ha fatto alle anime. E lo diciamo da credenti, con timore e tremore, cioè ben consapevoli del fatto che tutti gli uomini sono peccatori e quindi lo siamo certamente anche noi; e che i giudizi di Dio sono insondabili, perché i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri, e tutto quel che crediamo di sapere è polvere e paglia dinanzi a Lui.

Che cosa si deve fare, allora, in questo tristo tempo, tempi di turbamento e di scoraggiamento, tempi di solitudine e d’incredulità? Tener sempre vivo il fuoco della fede, pregare moltissimo e rimettere ogni preoccupazione in Colui che sa, che può e che vuole farsene carico, perché Egli conosce i pesi che possiamo portare e quelli che non lo possiamo, e che presto verrà in nostro soccorso. Come dice san Paolo nella Epistola ai Romani (13,11-14):

Fratres: Scientes, quia hora est jam nos de somno súrgere. Nunc enim própior est nostra salus, quam cum credídimus. Nox præcéssit, dies autem appropinquávit. Abjiciámus ergo ópera tenebrárum, et induámur arma lucis. Sicut in die honéste ambulémus: non in comessatiónibus et ebrietátibus, non in cubílibus et impudicítiis, non in contentióne et æmulatióne: sed induímini Dóminum Jesum Christum. 

11 Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. 12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

 

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Il giorno è vicino: Non bisogna perdersi di coraggio, perché forse non manca molto al chiarimento definitivo!

 

Riflettiamo: la notte è avanzata, il giorno è vicino. Non bisogna perdersi di coraggio, perché forse non manca molto al chiarimento definitivo. Le prove da affrontare sono difficili ma non impossibili: nulla d’impossibile Dio ci chiede di sostenere, ma tutto diventa possibile a colui che rimane unito a Lui. Come il tralcio dà molto frutto se resta attaccato alla vite, così noi: lo ha promesso Gesù, e tanto basta (Gv 15,1-2): «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Così sia.

 

Del 23 Febbraio 2021


LA VITA DELLA MADONNA

 


Secondo le contemplazioni 

della pia Suora STIGMATIZZATA 

Anna Caterina Emmerick 


La Visitazione: Giuseppe e Maria arrivano alla casa di Zaccaria e di  Elisabetta Le due maternità più eccelse della storia cristiana si incontrano 

La casa di Zaccaria era posta sopra una collina isolata, attorniata da gruppi di case  sparse nella zona. Un torrente scorreva da un monte non molto lontano. Dopo aver  celebrato la Pasqua al tempio, Zaccaria ritornò a casa. Vidi Elisabetta agitata andargli  incontro. Era una donna attempata, d'alta statura e di viso gentile, aveva la testa  coperta da un velo. La vidi percorrere emozionata la strada verso Gerusalemme.  Zaccaria si preoccupò non poco nel vederla così lontana da casa in quelle delicate  condizioni. Appena lei lo vide, gli narrò di aver sognato che la cugina, Maria di  Nazareth, era in cammino per visitarla. Il pio uomo, servendosi di gesti e segni, cercò  di dissuaderla dimostrandole con diverse argomentazioni l'inconcretezza del sogno.  Egli era convinto che una donna sposata da poco tempo non avrebbe potuto  intraprendere un viaggio così lungo. Malgrado tutte le premure di Zaccaria per  convincere la consorte a desistere da quell'attesa, la santa Donna non sapeva  rinunciarvi. Aveva visto in sogno che una sua parente sarebbe divenuta madre del  promesso Messia. Il pensiero correva alla Santissima Maria e nel suo spirito la vedeva  arrivare. Alla destra del vestibolo dell'abitazione di Zaccaria c'era una stanza con delle  sedie, là sedutasi, il giorno seguente, Elisabetta stette per molto tempo ad osservare  l'orizzonte. Improvvisamente scorse due figure lontane, allora si alzò e corse loro  incontro. Maria, lasciando indietro Giuseppe, affrettò il passo. Le due donne si porsero  calorosamente ma con timidezza la mano; ammirai allora un fascio di luce trasmettersi  dalla Vergine a Elisabetta. Giuseppe era rimasto indietro, rispettoso. La meravigliosa  figura carismatica della Vergine, aureolata di luce soprannaturale, aveva attratto la  timida curiosità della gente del vicinato che, pur mantenendosi rispettosamente ad una  certa distanza, fu inconsapevolmente testimone del santo incontro. Le vedo, l'una al  braccio dell'altra, attraversare il cortile interno ed entrare in casa. Giunte alla porta,  Elisabetta diede nuovamente a Maria Santissima il benvenuto, ed entrarono. Giuseppe,  frattanto, tirava il somaro conducendolo all'interno del cortile della dimora di Zaccaria,  e consegnatolo ad un servo, entrò in una sala della casa dove vide l'anziano sacerdote.  Al cospetto del venerabile saggio, Giuseppe s'inchinò umilmente e si mostrò stupito di  trovarlo muto. Zaccaria, abbracciandolo con effusione, gli scrisse su una tavoletta il  motivo per cui era rimasto muto dall'apparizione dell'Angelo, che Maria già sapeva.  Le due donne, oltrepassata la soglia, entrarono in una sala che mi pareva servisse  anche da cucina. Qui si abbracciarono per la felicità di essersi trovate. Vidi di nuovo il  raggio che, più luminoso di prima, da Maria Santissima penetrò nel cuore di  Elisabetta. Questa, allora, inondata di Spirito Santo e di ardore celeste, alzò le palme al  cielo ed esclamò: "Tu sei la benedetta tra le donne, e benedetto è il frutto delle tue  viscere. Come posso spiegarmi il turbamento che tutta mi commuove? Perché è  venuta a me la madre del mio Signore? Quando mi hai salutata il mio bambino è  balzato di gioia vicino al mio cuore! Oh! tu sei la fortunata fra le donne! Tu hai  creduto, e ciò che credesti si avverò e si verificherà quello che ti fu promesso dal  Signore". Mentre Elisabetta parlava in questo modo, condusse Maria nella stanzetta  che aveva già disposto per lei affinché potesse riposarsi dal lungo cammino. La Santa  Vergine allora incrociò le mani sul petto e nella sua estasi intonò il canto di lode:  "L'anima mia onora il Signore e il mio spirito si vivifica in Lui, mio Salvatore, perché  Egli si è degnato di contemplare la nullità della sua ancella; ed ecco che da  quest'istante tutte le genti mi chiameranno beata, perché in me il Potente fece grandi  cose, Egli che è grande, il cui nome è santo, la cui misericordia si spande di  generazione in generazione su tutti quelli che lo temono. Egli ftce opere di potenza col  suo braccio ed ha distrutto le vane speranze dei superbi; ha deposto dal loro seggio i  potenti ed ha esaltato gli umili; ha colmato di doni i poveri e rimandato senza conforto  i ricchi. Egli ha accolto Israele, suo servo, memore della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo ed ai suoi figli per l'Eternità"  (cfr. Lc 1,47-55). Vidi Elisabetta assorta in estasi che cantava il Magnificat, poi le due  sante donne si avvicinarono ad un piccolo tavolo su cui si trovavano dei bicchieri. Oh!  come sono stata felice di poterle accompagnare con la mia preghiera! 

Suor Emmerick al pomeriggio dello stesso giorno così continuò in uno stato 

estatico: 

"Giuseppe e Zaccaria sono assieme e discorrono della prossima venuta del Messia e  del compimento dell'antica profezia. Zaccaria è un bell'uomo anziano, vestito da  sacerdote. Egli risponde sempre con segni, oppure scrivendo su una tavoletta. La  stanza dove essi si trovano ha una porta sul giardino, il sole splende e tutto richiama  all'armonia del cuore. Vedo adesso i due nel giardino, all'ombra di un grande albero;  sono seduti al suolo su un tappeto. Dietro l'albero vi è un pozzo da cui si attinge  l'acqua aprendo un rubinetto. Ammiro meglio questo giardino: è coperto di erba molto  verde, ci sono fiori ed alberi carichi di piccole susine giallognole. Mentre discorrono  lentamente, mangiano un po' di frutta che prendono dal sacco portato da Giuseppe.  Zaccaria prosegue la conversazione sempre scrivendo sulla tavoletta. Com'è  commovente la loro semplicità! I due servi e le due ancelle addette alla casa si  affaccendano nei servizi domestici, preparano la tavola sotto un altro albero, dove  sopraggiungono Zaccaria e Giuseppe per mangiare qualcosa. Giuseppe rimane otto  giorni a casa di Zaccaria. Fino a questo momento egli ignora ancora le condizioni in  cui si trova il corpo della Santa Vergine. Maria ed Elisabetta, che si comprendono per i  moti interiori dell'animo, tacciono. Alcune volte, specialmente poco prima del pranzo,  le sante donne intonano una litania e poi pregano tutti insieme. Vedo apparire in  mezzo a loro una croce.  

3 luglio 

Ieri sera si trattennero fino a mezzanotte sotto l'albero del giardino. Una torcia li  rischiarava. Poi Giuseppe e Zaccaria si ritirarono per la preghiera, anche Maria ed  Elisabetta, rapite in estasi, cantarono e contemplarono il Magnificat, come ogni sera.  Vidi Zaccaria condurre San Giuseppe in un orticello che apparteneva pure alla casa, e  siccome era un uomo ordinato e precisissimo, così pure quest'orto mostrava una  coltura diligente: era ricco di belle piante e di alberi da frutta. Vidi nell'orto una casetta  quasi nascosta tra il fogliame in cui scorsi due figure; penso che rappresentassero  Zaccaria ed Elisabetta quand'erano più giovani. Di più non saprei dire, perché la  visione di quelle figure fu assai breve e indistinta. Frattanto, Elisabetta e Maria erano  rimaste, a casa assai affaccendate. La Vergine prendeva parte a tutte le vicende  domestiche e preparava tutto quanto occorreva per l'imminente parto della cugina.  Lavoravano insieme a tessere un gran tappeto che doveva servire da letto ad  Elisabetta. Le ebree si servivano di tappeti nel cui centro era assicurato un largo  mantello di lana, in modo tale che la partoriente vi si potesse avvolgere dentro  interamente col nascituro. L'orlo del tappeto era ricamato a fiori e vi erano incisi dei  proverbi. Le due donne prepararono pure molte cose da regalare ai poveri in occasione  del parto. Zaccaria e Giuseppe, dopo aver pregato sotto le stelle, si ritirarono a dormire  nella capanna dell'orto. Allo spuntar dell'alba tornarono a casa dove si ritrovarono con  le rispettive consorti. Stanotte ho visto le sante donne assorte in preghiera. Improvvisamente in questa visione ho compreso molte allusioni contenute nel Magnificat, fra  le quali una relativa all'istituzione del Santo Sacramento. Al passo: "Tu hai fortificato  il tuo braccio..." mi sono comparsi moltissimi simboli relativi al Santo Sacramento  dell'altare contenuti nell'Antico Testamento, fra questi Abramo mentre stava per sacrificare Isacco, e Isaia che predicava la verità ad un re cattivo, il quale lo scherniva. Ho  visto numerose cose da Abramo fino ad Isaia e da questi fino ai tempi della Santa  Vergine. Ho visto che i giorni del Santo Sacramento e della Chiesa di Gesù Cristo  erano veramente prossimi. Il saluto dell'Angelo aveva consacrato la Santa Vergine alla  Chiesa, e quand'Ella pronunciò le parole dell'accoglimento: "Ecco l'Ancella del  Signore, avvenga di me come tu hai detto" il Verbo di Dio che dimorava nel tempio  Celeste andò a germogliare nel suo seno. La Vergine in quel momento si trasformava  nel tempio terreno e nell'Arca della Nuova Alleanza di Dio. Il saluto di Elisabetta e la  vivificazione di Giovanni nell'utero della madre erano stati i primi omaggi tributati dall'umanità all'Eletta del sacro Santuano. 

           Prima di addormentarsi Suor Emmerick recitò le litanie dello Spirito Santo,  particolarmente il Veni  Sancte Spiritus. La sera seguente, come una fanciulla  innocente, Suor Emmerick levò in alto le mani segnate dai santi sigilli e continuò la  narrazione. 

Oggi non ho conversato quasi con alcuno, molte visioni che avevo dimenticato mi  sono tornate alla mente come il mistero del Santo Sacramento dell'Antica Alleanza.  Ho vissuto un momento di quiete profonda; com'è stato bello! Ho visto di nuovo la  Terra Promessa dove abitava Maria. Faceva molto caldo. Vedevo quelle sante persone  entrare nel giardino, prima Zaccaria e Giuseppe, poi Elisabetta e Maria. Erano sotto  una specie di capanna vicino ad un albero gigantesco, sedevano su piccole sedie,  mangiavano e discorrevano, ogni tanto passeggiavano, poi si fermavano per meditare e  pregare. Hanno trascorso così la notte intera in quel giardino sotto la volta celeste.  Mentre la bellezza della natura illuminata dalla volta stellata li circondava, Maria ha  annunciato a Zaccaria che egli presto avrebbe ricevuto la grazia della parola. Il mio  Angelo custode mi ha illuminato il cuore con un simbolo, il quale mostrava che solo  un'ingenua e viva fede in Dio può operare e realizzare ogni cosa. Più tardi Giuseppe si  è preparato per il viaggio di ritorno a Nazareth, che avrebbe fatto da solo; Zaccaria gli  sarebbe stato compagno per un tratto di strada. 

7 luglio. 

Nella casa di Elisabetta ho visto la Vergine dormire nella sua stanza, era distesa su un  fianco ed appoggiava la testa sul braccio. Maria era avvolta in un lenzuolo bianco  dalla testa fino ai piedi. Sotto il suo cuore ho visto una gloria luminosa a forma di pera  circondata da un cerchio di luce chiarissima. Avevo visto anche in Elisabetta  manifestarsi una simile aureola che, sebbene fosse più ampia nella forma, presentava  però minor pienezza di luce di quella di Maria. 

Sabato 8 luglio. 

Ieri sera, venerdì, ebbero inizio le solennità del sabato nella casa di Zaccaria. Alcune  torce illuminavano il volto di Giuseppe e Zaccaria che, con altre sei persone dei  dintorni, pregavano genuflessi intorno ad una cassa sulla quale stavano aperte le  pergamene delle preghiere. Le teste degli oranti erano avvolte in panni. Mi sembrò che  pregassero come gli Ebrei moderni. Un tramezzo di vimini divideva l'oratorio  maschile da quello femminile, dove pregavano Maria, Elisabetta ed altre due donne.  Vidi Zaccaria con una veste bianca con maniche non molto larghe, portava una  larghissima cintura ornata di lettere e nastri pendenti. Un cappuccio era cucito alla  parte posteriore della veste ed era ripiegato all'indietro. Anche Giuseppe indossava una  veste sacerdotale assai bella. Consisteva in un mantello pesantissimo tessuto di stoffa  bianca e color porpora; non aveva maniche, era agganciato sul petto per mezzo di tre  fermagli ornati di gioielli. Dopo aver celebrato il banchetto del sabato, la Santa  Vergine ed Elisabetta si ritirarono a pregare. Le vidi una di fronte all'altra, con le  braccia congiunte sul petto e il velo nero sul volto. Durante la seconda parte del  cantico un fascio di luce celeste scese su Maria. Era appena calata la notte quando  Giuseppe, accompagnato da Zaccaria, si preparò ad intraprendere il cammino sotto le  stelle. Prima di partire si genuflessero ancora una volta in preghiera. Giuseppe si  appoggiava al suo bastone ritorto alla sommità e portava con sé un sacchetto con dei  pani ed un piccolo fiasco. Anche Zaccaria si era munito di un lungo bastone. Prima  della partenza strinsero le proprie consorti al petto in segno di fraterno amore; non vidi  che si baciassero. Le pie donne li accompagnarono per un tratto, poi si separarono per  rientrare in casa. Zaccaria e Giuseppe proseguirono da soli il cammino, confortati dalla  limpida notte serena. 

Martedì 11 luglio. 

I due santi uomini passarono la notte in una capanna. Avevano preso la strada più  lunga per far visita ad alcuni parenti. Credo che avessero calcolato per quel viaggio tre  giorni complessivi di cammino. 

13 luglio. 

Ieri ho visto Giuseppe solo nella casa di Nazareth. L'ancella di Anna aveva ogni cura  di provvederlo del necessario. Anche Zaccaria, dopo essere stato a Gerusalemme, era ritornato alla sua dimora. La Santa Vergine ed Elisabetta, intanto, lavoravano  e pregavano. Dopo cena passeggiavano nell'orto, godevano la brezza serale e  parlavano di Dio. Di solito le sante donne si coricavano alle ventuno per alzarsi prima  dello spuntare dell'alba. Maria rimase presso Elisabetta per tre mesi, fin dopo la nascita di Giovanni; non assistè alla circoncisione del nascituro. 

Tutto questo fu quanto Suor Emmerick vide sulla Visitazione della Vergine ad  Elisabetta. Ella raccontò le visioni del santo incontro nel mese di luglio, ma in realtà  la visita di Maria ebbe luogo in marzo. 

Abbiamo pensato di completare questo racconto della Veggente con i seguenti  passi dal Vangelo di Luca: "I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato  in lei (Elisabetta) la sua misericordia e si rallegravano con lei" (Lc 1,58). "All'ottavo  giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo  padre, Zaccaria" (Lc 1,59). La circoncisione costituiva il segno dell'alleanza tra Dio e  Israele (Gen 17,11) e si praticava l'ottavo giorno (Lv 12,3). Questa poteva farla  chiunque, ma comunemente la faceva il padre. "Ma sua madre intervenne: "No, si  chiamerà Giovanni". Le dissero: "Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami  con questo nome!". Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si  chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: "Giovanni è il suo nome!". Tutti  furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la  lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i vicini furono presi da timore e per tutta la  regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le  udivano, le serbavano in cuor loro: "Che sarà mai questo bambino?" si dicevano.  Davvero la mano del Signore stava con lui. Zaccaria, suo padre, fu pieno di Spirito  Santo e profttò dicendo: "Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e  redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di  Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo:  salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso  misericordia ai e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad  Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza  timore in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. E tu, bambino,  sarai chiamato profeta dell'Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli  le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei  suoi peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci  dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra  di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace". Il fanciullo cresceva e si  fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua  manifestazione a Israele".  (Lc 1,60-80).  

La nascita di Giovanni - Maria ritorna a Nazareth e Giuseppe è consolato dall'Angelo 

La Vergine dunque ritornò a Nazareth e Giuseppe fece la metà del cammino per  incontrarla. Durante la strada che portava da Juta a Nazareth, San Giuseppe notò per la  prima volta che Maria era gravida. Egli fu turbato da molti sospetti, poiché nulla  sapeva dell'Annunciazione fatta dall'Angelo alla Santa Vergine. Piena di umiltà, Maria  aveva conservato in sé il segreto di Dio. Molto inquieto, Giuseppe combattè dentro se  stesso l'angoscia del sospetto che lo pervadeva. La Vergine, che aveva previsto il  turbamento di Giuseppe, divenne pensierosa e sempre più severa nel suo contegno;  questo aumentò l'inquietudine del pover'uomo. Arrivati a Nazareth, si fermarono per  due giorni presso alcuni parenti, che genereranno Parmena, il quale nacque all'epoca di  Gesù e fu uno dei sette diaconi nella prima comunità cristiana riunita a Gerusalemme.  Mentre alloggiavano presso questa famiglia, l'inquietudine di Giuseppe era giunta a tal  punto che pensò di lasciare Maria e fuggirsene segretamente per non condannarla in  pubblico. Stava appunto meditando quest'idea quando gli apparve un Angelo che lo  consolò. 

martedì 23 febbraio 2021

La verità è davanti agli occhi di tutti, ma satana indossa la sua maschera per nascondere i Miei diritti. Come posso avere più pietà per questa razza umana? Mi tradiscono giorno dopo giorno. Non si può più sopportare.

 


09/01/1995

Tra il bene e il male ci sono le difficoltà della vita. La vita è stata fatta con amore, l'amore è puro, l'amore è Dio, e Dio deve essere rispettato, onorato.

          Benedetto, mio caro figlio, oggi voglio parlarti del modo diabolico in cui Satana fa le cose. Usa le persone in un modo così terribile che solo io, Gesù, posso vedere i suoi tristi modi. Dopo che la persona ci casca, la calpesta e la schiaccia con i piedi. Non gli importa chi sia la persona. Il suo motivo è solo la vendetta. Odia la pace. Dell'amore che vuole distruggere. Il mio Dio Potere, se potesse, cancellerebbe la faccia della terra. Ma non ha la resistenza che crede di avere. I suoi seguaci non guardano dove camminano, pensano che tutto debba essere così. La mia luce non possono vedere. La divisione è lì. Lui, il Mio nemico, fa tutto al contrario. Io faccio come il Figlio di Dio. Ha l'odio. I miei servi li perseguita senza tener conto di nessuno. Il suo mestiere è distruggere. Io, Gesù, che uso ogni modo di carezza, di pietà, di amore, non sono così ricambiato. Sì, c'è chi guarda a Me e confida nel Mio Amore, ma purtroppo è molto poco.

          La verità è davanti agli occhi di tutti, ma  satana indossa la sua maschera per nascondere i Miei diritti. Come posso avere più pietà per questa razza umana? Mi tradiscono giorno dopo giorno. Non si può più sopportare. C'è qualcuno che può prenderlo? Soffro, caro figlio!

          Benedetto, non porto niente di male a nessuno. Chi parla nel mio nome, mandato da me, fa quello che io comando; ma un altro viene e fa tutto al contrario, ed è il diavolo. Pianta la sua terra e cade. La sua vita è quella di piantare amarezza e dolore. Diavolo dell'inferno! Io, Gesù di Misericordia non sono stato mandato dal Padre mio solo per guardare, sono stato mandato per portare ciò che è Mio, e questo l'ho fatto sulla Croce. Ho portato con Me tutti i peccati, per il bene di tutti, ma il diavolo ha piantato il cattivo seme in mezzo, usato dopo la mia morte in croce, la violenza, la distruzione delle famiglie. Ma per tutto c'è un limite, e il limite ha raggiunto il massimo. Ora non c'è più nulla da togliere a ciò che è mio. Ciò che è suo è già formato, non lo toglierò.

          Benedetto, mio caro figlio, la sofferenza fa parte per possedere Me, Gesù, ma dopo la sofferenza viene la Vita Eterna, la Vita che avrà tutto ciò che ho promesso, la Vita che ha solo gioia, la Vita che ha solo Dio. Mia dimora, figlio caro, è una sorpresa così grande che gli occhi della gente non l'hanno mai vista, ma la vedranno, e non è lontana, è molto vicina.    Qui a Taquaras molti vedranno e riceveranno il Dono che ho da dare; ma ci sono altri che si sono allontanati da Me, che piangeranno con tristezza perché non Mi hanno ricevuto bene. Sono stato tradito, sono stato solo causa di calunnie, sono stato una pietra d'inciampo nella loro vita. Le loro lodi per Me non Mi servono. Io, Gesù, non separo il Mio gregge. Io raccolgo quando si disperde, ma il diavolo mi ha rubato alcune pecore qui a Taquaras. La luce qui rimarrà, ma il suo proprietario è già pronto per la sua venuta.

            Grazie, mio amato figlio, per essere stato così fedele a Me. Gesù è il Mio Santo Nome, ma anche il tuo, Benedetto, è santo. La mia benedizione, figli miei.

GESU'

La battaglia continua 2

 


 LA MESSA ECUMENICA DI PAOLO VI 

***

Di quanto abbiamo detto sulla “nuova Messa”, elaborata accuratamente in un contesto socio-religioso e tutta impregnata di spirito irenico ecumenico, risulta in contrasto con la fede definita dal Concilio tridentino, e innegabilmente molto equivoca!

Quindi, siccome un Concilio non può essere in contrasto con un altro, tanto più questo Vaticano II (che è un “Concilio pastorale”!) può pretendere di annullare il Concilio tridentino, che è dogmatico, e perciò “de fide”! Del resto, non aveva detto anche papa Giovanni XXIII che il Vaticano II doveva solo «trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti»?19 Perciò, bisogna tener presente la dottrina cattolica circa l’oggetto, l’estensione e la natura del Magistero, quale è sempre stato esercitato nei passati Concili, e come è stato definito dal Vaticano I. Perciò, il “Novus Ordo” di Paolo VI non può chiamare in causa l’infallibilità pontificia, perché l’oggetto primario dell’infallibilità sono le “Verità”, formalmente rivelate, concernenti la FEDE e i Costumi20; e l’oggetto secondario dell’infallibilità sono quelle altre Verità che, anche se non formalmente rivelate, sono però strettamente connesse con quelle rivelate21, ossia: conclusioni teologiche, fatti storici, verità di ragione naturale, canonizzazioni dei Santi. 

Ora, il “Novus Ordo Missae” di Paolo VI non entra affatto nel campo dottrinale, perchè, in esso, non v’è stata definita alcuna dottrina. Al contrario, vi sono state taciute alcune Verità cattoliche definite, e sono state espresse altre in forma ambigua, a scopo di riavvicinare i protestanti. Ne consegue, quindi, che il “Novus Ordo” non è frutto del primato dottrinale, ma solo dell’attività pastorale di Paolo VI, per la quale non c’è alcuna promessa di infallibilità, come lo dimostrano anche le varie “omissioni” e “ambiguità” che contiene! Ne è prova anche il fatto che, dopo le “osservazioni” critiche dei due Cardinali, Ottaviani e Bacci, Paolo VI dovette  correggere (purtroppo ancora malamente!) il famoso art. 7, manifestamente eretico, e che Lui aveva già sanzionato con la Sua firma! Quello che poteva salvare Paolo VI fu solo l’assistenza dello Spirito Santo, che Gli impedì di cadere definitivamente nell’errore mediante quei forti richiami dei due Cardinali! (proprio come Gli accadde anche con l’“Humanae vitae”, in cui Paolo VI ha condannato la pillola, mentre, in precedenza, ne era stato personalmente favorevole!). “Rebus sic stantibus”, resta evidente che San Pio V sapeva quel che diceva quando segnò un limite invalicabile, “in perpetuo”, anche per i suoi Successori (compreso Paolo VI!). Infatti, la Sua Costituzione “Quo Primum” non fu né un atto disciplinare, né un atto di Governo Pastorale da potersi mutare per le circostanze storiche. La Sua Costituzione era una Codificazione definitiva di ciò che fu fin dai tempi apostolici, ossia: di sostanza dogmatica, immune, quindi, da eresia o errori dottrinali; di concetto teologico della Liturgia in genere, ma sopratutto della definizione dogmatica della Messa, come “Sacrificio Eucaristico” (e non “cena”!) e della sua celebrazione, che non è affatto di natura “comunitaria”, come afferma, invece, l’articolo 14 della “Istitutio Generalis”, dopo il Vaticano II!), ma bensì solo “celebrazione ministeriale del Sacerdozio Sacramentale”. Infatti, la “partecipazione del popolo” al rito, non ha mai significato, in venti secoli di storia della Chiesa, come un “diritto del popolo” a partecipare attivamente alla Messa, perché, se così fosse, sarebbe invalida! La “partecipazione del popolo”, quindi, può significare solo una “concessione benigna” della Chiesa a partecipare, con “dialogo”, ad alcune parti e preghiere di valore cerimoniale, ma mai a partecipare a quelle di “valore ufficiale” e “consacratorio”, che spetta solo al sacerdote validamente consacrato col Sacramento dell’ORDINE, stabilito da Cristo stesso, per cui è “conditio sine qua non” “ad validitatem… sacrificii Eucharistici”!

Fu per questi motivi che San Pio V potè concludere la Sua Costituzione Apostolica “Quo Primum” con queste solenni e terribili parole:

«NULLI, ERGO, OMNIUM “HOMINES” (compresi i Suoi Successori!) LICEAT HANC PAGINAM NOSTRAE PERMISSIONIS, STATUTI, ORDINATIONIS, MANDATI, PRAECEPTI, CONCESSIONIS, INDULTI, DECLARATIONIS, VOLUNTATIS, DECRETI ET INHIBITIONIS, INFRINGERE,… vel EI… AUSU TEMERARIO… CONTRARE (!)… “SI QUIS autem HOC ATTENTARE PRAESUMPSERIT… INDIGNATIONEM OMNIPOTENTIS DEI ac BEATORUM PETRI ET PAULI, APOSTOLORUM EIUS… SE NOVERIT INCURSURUM…».

Allora, a questo punto, ci si può chiedere se anche Paolo VI, successore di San Pio V, aveva previsto le “scomuniche” (anathema sit!) comminate a tutti coloro che “delinquono”, nel senso condannato dai Canoni 1°, 2°, 3°, 6°, e 9° della Sessione XXII del Concilio Tridentino!.. A rileggerli, mi sono chiesto se Paolo VI li conosceva questi Canoni tridentini, sì da farsi un serio esame di coscienza davanti a Dio e alla Chiesa, che Lui tradiva così pesantemente, e proprio come la voleva l’eretico massone Lutero, quando scrisse:

 «La Messa non è un sacrificio o l’azione del sacrificatore. Dobbiamo considerarla un sacramento o un testamento. Chiamiamola benedizione, eucarestia, mensa del Signore, memoriale del Signore. Le si dia qualunque altro nome, purché non la si macchi col nome di “sacrificio”».

E ancora: 

«Quando la Messa sarà stata rovesciata, io sono convinto che avremo rovesciato con essa il papismo… Io dichiaro che tutti i postriboli, gli omicidi, gli assassini e gli adultèri, sono meno malvagi di quella abominazione che è la messa dei papi!». 

Persino il cardinale Prefetto della Congregazione per la Fede, il cardinale Ratzinger, ebbe il coraggio di ammetterlo, quando scrisse sul suo libro “La Mia Vita”, queste chiare parole:

 «LA RIFORMA LITURGICA, QUELLA VOLUTA DA PAOLO VI E REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO E LA SODDISFAZIONE DI TEOLOGI PROTESTANTI, HA PRODOTTO DANNI ESTREMAMENTE GRAVI PER LA FEDE!»22.

Ergo... davanti alle macerie di questa povera Chiesa del Vaticano II, possiamo ben ricordare ancora quella stupenda “SEQUENZA” che si cantava, ante Vaticano II, davanti al “Tumolo”:

 «DIES ILLA... DIES IRAE... CALAMITATIS ET MISERIAE... DIES MAGNA... ET AMARE VALDE!»…

sac. Luigi Villa






Obbediscono ai governi, ma non a me

 


Nostro Signore al Servo di Dio Luisa Piccarreta il 25 maggio 1915:

“Figlia mia, il castigo è fantastico. Tuttavia, le persone non si muovono; piuttosto, rimangono quasi indifferenti, come se dovessero essere presenti in una scena tragica, non in una realtà. Invece di venire tutti come uno a piangere ai miei piedi, implorando misericordia e perdono, sono invece attenti a sentire cosa sta succedendo [per esempio. Nelle news]Ah, figlia mia, quanto è grande la perfidia umana! Guarda come sono obbedienti ai governi: preti e laici non chiedono nulla, non rifiutano sacrifici [per loro]e devono essere pronti a dare la propria vita [per il governo]… Ah, solo per Me non c'è obbedienza e niente sacrifici. E se fanno qualcosa, sono più pretese e interessi. Questo perché il governo ricorre alla forza. Ma da quando uso l'Amore, questo Amore è ignorato dalle creature; rimangono indifferenti come se non mi meritassi niente da loro! "

Mentre diceva questo, scoppiò in lacrime. Che crudele tormento vedere Gesù piangere! Poi ha continuato: “Il sangue e il fuoco purificheranno ogni cosa e ristabiliranno l'uomo pentito. E più ritarda, più sangue verrà versato e la carneficina sarà tale che l'uomo non ha mai contemplato ". Mentre diceva questo, ha mostrato la carneficina umana ... Che tormento vivere in questi tempi! Ma sia sempre fatto il Voler Divino. —Libro dei Cieli, Volume 11

ALLA SCUOLA DELL'AMORE

 


LA MATERNITÀ DI MARIA E LA NOSTRA MATERNITÀ


Responsabilità

È ben grande la vostra responsabilità davanti al Signore, grande come la dignità a cui Dio vi ha chiamate.

Non importa se il mondo non vi conosce. È così di fatto che Dio opera, così non altrimenti; solo quando il Cristo apparirà; apparirà anche la vostra grandezza, solo allora. Ora d6\!de vivere questa grandezza nel sacrificio, nella semplicità, e nell'umiltà, nel nascondimento più fondo, come Maria. Chi la conobbe fin tanto che visse quaggiù sulla terra? Ma ella è creazione nuova, che in sé tutti ci aduna perché tutti siamo nel suo seno, perché tutti siamo nel suo cuore.

E così tutti devono ricevere da voi la vita, che è Cristo Signore. Viviamo la partecipazione al mistero della Vergine; a questo ci chiama la nostra vita consacrata.

Don Divo Barsotti


I Dieci Comandamenti

 


ALLA LUCE DELLE RIVELAZIONI A MARIA VALTORTA 


Il sesto Comandamento: “Non commettere atti impuri”. 


La prova. 

Quando l'uomo si destò dal suo primo sonno e trovò al suo fianco la compagna, sentì che la sua felicità era stata resa da Dio completa. 

Era già tanto grande anche prima. Tutto in Adamo ed intorno ad Adamo era stato fatto perché egli godesse una felicità completa, sana e santa, e la delizia, ossia l'Eden, non era soltanto intorno ma anche dentro all'Adamo.  

Lo circondava il giardino pieno di bellezze vegetali, animali ed equoree, ma entro di lui un giardino di bellezze spirituali fioriva con virtù d'ogni genere, pronte a maturarsi in frutti di santità perfetta; e vi era l'albero della scienza adatto al suo stato, e quello della vita soprannaturale: la Grazia; né vi mancavano le acque preziose della divina fonte che si divideva in quattro rami e irrorava di sempre nuova onda le virtù dell'uomo, onde crescessero giganti, a farlo sempre più specchio fedele di Dio. 

Come creatura naturale godeva di ciò che vedeva: la bellezza di un mondo vergine, testé uscito dal volere di Dio; godeva di ciò che poteva: la sua signoria sulle creature inferiori. 

Tutto era stato messo da Dio al servizio dell'uomo: dal sole all'insetto, perché tutto gli fosse delizia. 105 

Come creatura soprannaturale godeva — un'estasi ragionante e soavissima — della comprensione della Essenza di Dio: l'Amore; dei rapporti d'amore fra l'Immenso che si donava e la creatura che lo amava adorando.  

La Genesi adombra questa facoltà dell'uomo e questo comunicarsi a lui di Dio, nella frase: " avendo udito la voce di Dio che passeggiava nell'Eden nel fresco della sera 106 ". 

Per quanto il Padre avesse dato ai figli adottivi una scienza proporzionata al loro stato, pure ancora li ammaestrava.  

Perché infinito è l'amore di Dio, e dopo aver dato anela a nuovamente dare, e tanto più da quanto più la creatura gli è figlia.  

Dio si da sempre a chi a Lui si da generosamente. 

Quando, dunque, l'uomo si svegliò e vide la donna sua simile, sentì che la sua felicità di creatura era completa avendo il tutto umano e avendo il Tutto soprumano, essendosi l'Amore dato all'amor dell'uomo. 107 

Unica limitazione messa da Dio all'immenso possedere dello uomo era il divieto di cogliere i frutti dell'Albero della Scienza del bene e del male. Raccolto inutile, ingiustificato, sarebbe stato questo, avendo l'uomo già quella scienza che gli era necessaria, e una misura superiore a quella stabilita da Dio non poteva che causare danno. 

Considerate: Dio non proibisce di cogliere i frutti dell'albero della Vita, perché di essi l'uomo aveva naturale bisogno per vivere una esistenza sana e longeva, sino a che un più vivo desiderio divino di svelarsi totalmente al figlio d'adozione non facesse pronunciare a Dio il: "Figlio, ascendi alla mia dimora e inabissati nel tuo Dio", la chiamata, senza sofferenza di morte, al celeste Paradiso. 108 

L'Albero della Vita che si incontra al principio del Libro della Grande Rivelazione (Genesi c. II v. 9 e c. III v. 22), e che si ritrova nuovamente alla fine del Libro della Grande Rivelazione: la Bibbia (Apocalisse di Giovanni c. XXII v. 2 e v. 14), è figura del Verbo Incarnato — il cui frutto, la Redenzione, pendé dal legno della croce — di quel Gesù Cristo che è Pane di Vita, Fonte d'Acqua Viva, Grazia, e che vi ha reso la Vita con la sua Morte, e sempre potete mangiare e bere di Lui, per vivere la vita dei giusti e giungere alla Vita eterna. 


Dio non proibisce ad Adamo di cogliere i frutti dell'Albero della Vita, ma vieta di cogliere quelli, inutili, dell'Albero della Scienza. Perché un eccesso di sapere avrebbe svegliato la superbia nell'uomo, che si sarebbe creduto uguale a Dio per la nuova scienza acquisita e stoltamente creduto capace di poterla possedere senza pericolo, con il conseguente sorgere di un abusivo diritto di auto-giudizio delle azioni proprie, e dell'agire, di conseguenza, calpestando ogni dovere di filiale ubbidienza verso il suo Creatore — dato che ormai gli era simile in scienza — del suo Creatore che gli aveva amorosamente indicato il lecito e l'illecito, direttamente o per grazia e scienza infuse. 
La misura data da Dio è sempre giusta.  
Chi vuole più di quanto Dio gli ha dato, è concupiscente, imprudente, irriverente. Offende l'amore.  
Chi prende abusivamente è un ladro e un violento. Offende l'amore.  
Chi vuol agire indipendentemente da ogni ossequio alla Legge soprannaturale e naturale è un ribelle. Offende l'amore. 
Davanti al comando divino i Progenitori dovevano ubbidire, senza porsi dei perché che sono sempre il naufragio dell'amore, della fede, della speranza. 
 Quando Dio ordina, o agisce, si deve ubbidire e fare la sua volontà, senza chiedere perché ordina o agisce in quel dato modo.  
Ogni sua azione è buona, anche se non sembra tale alla creatura limitata nel suo sapere. 
Perché non dovevano andare a quell'albero, cogliere quei frutti, mangiare di quei frutti? Inutile saperlo. Ubbidire è utile, e non altro. E accontentarsi del molto avuto. L'ubbidienza è amore e rispetto, ed è misura di amore e rispetto. Tanto più si ama e si venera una persona e tanto più la si ubbidisce. 
Ora qui, essendo Colui che ordinava Dio — l'infinitamente Grande, il Buono, il Benefattore munifico dell'uomo — l'uomo, e per rispetto e per riconoscenza, doveva dare a Dio non "molto"  amore, ma " tutto " l'amore adorante di cui era capace, e perciò tutta l'ubbidienza, senza analizzare le ragioni del divino divieto. 
Le discussioni presuppongono un autogiudizio e una critica all'ordine od azione altrui. Giudicare è difficile cosa e raramente il giudizio è giusto; ma non lo è mai quando giudica inutile, errato, o ingiusto, un ordine divino. 
L'uomo doveva ubbidire. 
La prova di questa sua capacità, che è misura d'amore e rispetto, era nel modo con cui avrebbe o non avrebbe saputo ubbidire. 

a cura del Team Neval 

Riflessioni di Giovanna Busolini 

SU TUTTA LA TERRA

 


Venga il tuo Regno su tutta la terra,  

venga in ogni anima...  

Tutti gli uomini  

siano solleciti al tuo servizio,  

la tua grazia regni

padrona assoluta in ogni anima;

che tu solo agisca in ogni anima 

e tutti gli uomini  

non vivano che per mezzo di te  

e per te, perduti in te... 

Senza dubbio è la più grande felicità

di tutti gli uomini che sia così: 

è ciò che c'è di più desìderabile per il  

prossimo e per me.

  

Charles de Foucauld, Meditazioni sui Vangeli