venerdì 28 febbraio 2020

L'ARALDO DEL DIVINO AMORE



RACCOMANDAZIONE DELLA PERSONA

«Oh, profondità delle ricchezze e della scienza di Dio! come i suoi giudizi sono incomprensibili e come sono impenetrabili le sue vie! » (Rom. XI, 33). Perciò Dio chiama coloro che ha predestinati da vie differenti, misteriose, ammirabili. Dopo d'averli chiamati li colma di grazie, come se adempisse opera di giustizia verso anime, che giudica degne di condividere le sue ricchezze ed eterne delizie.
La cara Santa di cui trattiamo ce ne dà una prova evidente. Simile a giglio splendente di candore, venne posta da Dio nell'aiuola fragrante del giardino della Chiesa, cioè nell'assemblea delle anime giuste, quando, bimba di appena cinque anni la ritirò dalle agitazioni mondane, per introdurla nella dimora nuziale della santa Religione. Al candore del giglio ella univa la magnificenza e la freschezza dei fiori più eletti, così che, non solo affascinava lo sguardo, ma rapiva i cuori. Benchè d'età tenerissima, lasciava intravvedere rara maturità di giudizio, mostrando tale ricchezza di sapere, di eloquenza e facilità nell'apprendere qualsiasi cosa, da farne rimanere rapiti.
Ammessa alla scuola, subito si distinse per vivacità e finezza d'intelligenza, sorpassando le compagne in qualsiasi ramo dell'insegnamento. Con cuore illibato ella trascorse l'infanzia e l'adolescenza, dandosi tutta allo studio delle urti, in modo da preservarsi, per bontà del Padre delle misericordie, da quelle frivolezze, che così spesso trascinano a rovina l'incauta gioventù.
Lodi e ringraziamenti a Te, o Dio onnipotente!
Venne infine il momento in cui Colui, che l'aveva scelta fin dal seno di sua madre, introducendola poi, ancor pargoletta, a condividere il banchetto della vita monastica, volle condurla, per grazia particolare, dalle cose esteriori alla contemplazione interiore, dalle azioni terrestri alla ricerca delle cose celesti; più avanti racconteremo come avvenne tale mutamento (vedi Lib. II, cap. I).
Ella comprese allora di essere restata troppo tempo lungi da Dio, « in ragione dissimilitudinis, in una regione dissimile », (come ben dice S. Agostino, Lib. VII, cap. X), quando, applicandosi con passione allo studio delle lettere, aveva trascurato di fissare la luce della scienza spirituale, ed attratta troppo sensibilmente dal fascino della sapienza umana, s'era privata del delizioso sapore della vera sapienza.
Fedele al divino richiamo, disprezzò gli allettamenti intellettuali che l'avevano fin allora sedotta, e s'abbandonò tutta al suo Dio che volle introdurla nel regno dell'allegrezza e della gioia, sulla montagna di Sion, ammettendola alle delizie della divina contemplazione. Là si spogliò del vecchio uomo e de' suoi atti per rivestirsi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e santità della verità.
Così si mutò da intellettuale a spirituale, meditando continuamente le pagine divine che poteva procurarsi, e riempiendo il cuore delle dolci, utilissime sentenze della Sacra Scrittura. Perciò, quando venivano a consultarla su questioni religiose, aveva sempre pronti detti scritturali, e lo faceva con tanta opportunità e senno, da convincere pienamente i suoi interlocutori. Ella era avidissima di immergersi nelle dolcezze della contemplazione e di meditare i libri sacri: quelle pagine erano per lei favo di miele, dolce armonia, giubilo spirituale. Simile alla colomba che raccoglie il chicco di grano, Ella scrisse libri spirituali ricchi di grande soavità, ove sono raccolte le parole dei Santi.
Suo scopo era di rendere chiari e luminosi, anche alle intelligenze meno dotate, certi passaggi un po' oscuri. Inoltre compose preghiere veramente ispirate e deliziose, nonchè gli Esercizi spirituali che, ancor oggi, si leggono con frutto, diletto, edificazione.
Il suo stile è così corretto che i maestri, nonché fare appunti sulla sua dottrina, ne subirono l'incanto ed apprezzarono le sue opere, sia per l'agilità dell'esposizione, sia perché infiorate e profumate dai detti della S. Scrittura che loro danno un pregio elevatissimo, specialmente allo sguardo dei teologi e delle anime pie.
E' quindi evidente che tali produzioni non sono il frutto dello spirito umano, ma della grazia celeste, di cui Geltrude era ricolma.
Per non dare a queste lodi un senso puramente umano, aggiungeremo qui un titolo che merita di essere esaltato. La Sacra Scrittura non dice forse: « La grazia esterna inganna e la bellezza è fallace: solo la donna che teme il Signore sarà lodata?» (Prov. XXXI, 30).
Ella era una fortissima colonna della Religione, zelante difesa della giustizia e della verità, tanto che si può applicarla quello che si disse del grande Sacerdote Simone, nel libro della Sapienza: « Ha sostenuto la causa durante la vita » cioè la Religione « ed ha durante i suoi giorni assodato il tempio » (Eccl. L, I), cioè con esempi e consigli, ha riscaldato il sacro tempio della divozione, eccitando nelle anime vivo fervore. Possiamo dunque ripetere che durante il suo terreno pellegrinaggio, « i pozzi hanno riversato le loro acque » (ibld) perchè nessuno più di Geltrude ha diffuso ampiamente le onde di una salutare dottrina.
Ella aveva parola dolce e penetrante, linguaggio eloquente, persuasivo, efficace e così colmo di grazia da meravigliare coloro che l'ascoltavano, parecchi dei quali affermarono che sentivano vibrare lo spirito di Dio, ne' suoi discorsi, sì da esserne inteneriti nel cuore e trasformati nella volontà. Infatti « la parola viva ed efficace, più penetrante di una spada a due tagli, la quale divide l'anima dallo spirito » (Ebr. IV, 12) abitava in essa, operando tali meraviglie. Agli uni essa ispirava quel sincero pentimento che guida all'eterna salvezza, agli altri la luce per conoscere Dio ed approfondire la propria miseria; ad altri ancora dava sollievo e conforto, infine in molti accendeva la fiamma del divino amore.
Parecchie persone esterne, che l'avevano accostata una sola volta, assicuravano d'averne provato dolcezze ineffabili. Però, quantunque possedesse a dovizia í doni che piacciono al mondo, non bisogna concludere che, quanto si racconta in questo libro, sia il frutto del suo ingegno naturale, della vivacità dell'immaginazione, o il risultato della grazia del suo facile eloquio. Tutto in essa procedeva dalla sorgente della divina Sapienza, diffusa nell'anima sua da quello Spirito Santo, « che soffia dove vuole » (Giov. III, 8), quando vuole, per chi vuole e ciò che vuole, secondo la convenienza dei tempi, dei luoghi, delle persone.
Siccome per le cose visibili e invisibili sono generalmente meglio comprese dall'umano intelletto per mezzo di immagini, così è necessario rivestirle di forme concrete Ugo di S. Vittore lo prova chiaramente nel « Discorso dell'uomo interiore » (cap. XVI).
« Le divine scritture, per adattarsi alla fragilità umana, descrivono le cose invisibili sotto forme visibili, imprimendo così nell'intelligenza delle immagini, la cui bellezza ridesta i nostri desideri. Parlano perciò, talora, di una terra ove scorre latte e miele, tal altra di fiori e di profumi: così pure, assai spesso, esprimono l'armonia delle gioie celesti, coi cantici degli uomini ed i concerti degli uccelli. Leggendo l'Apocalisse di S. Giovanni troverete descritta una Gerusalemme celeste adorna d'oro, d'argento, di gemme e di altre pietre preziose. Eppure sappiamo che in cielo, ove nessuna cosa manca, non v'ha nulla di simile, ma tali cose vi sono nella loro « sostanza spirituale ».

RIVELAZIONI DI S. GELTRUDE

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