domenica 26 aprile 2020

Ecumenismo.



Non ho letto l’enciclica “Ut unum sint”, né la “Dominus Jesus”. Sono documenti del Magistero, come tanti altri documenti, che leggono sicuramente “gli adepti ai lavori”. Non ho mai avuto occasione di lavorare in questo campo e perciò mi sono tranquillamente sfuggiti. E allora vi offro alcune mie riflessioni. 
 L’UNITÀ è caratteristica essenziale delle Tre Divine Persone, come lo è della Verità, come lo è della Chiesa. 
“Credo la Chiesa, UNA, Santa, Cattolica e Apostolica”. UNA e perciò UNICA. Nel linguaggio comune si parla di “chiese”: ma se non fanno parte dell’unica Chiesa fondata da Gesù Cristo, se non fanno parte della “Sposa dell’Agnello”, il Signore non  le riconosce. 
Tuttavia occorre fare un’osservazione: che spesso tanti “fratelli separati” conservano tesori di Fede e di vita in comune con la Chiesa, mentre di fatto tanti altri “fratelli non separati” non conservano questi tesori. E allora si potrebbe dire, come diceva un matto nel manicomio: “non sono tutti quelli che stanno, non stanno tutti quelli che sono”. Perciò il tema dell’ECUMENISMO riguarda non soltanto i rapporti tra i cristiani cattolici e cristiani non cattolici, ma riguarda ogni genere di rapporto umano, in primo luogo all’interno della Chiesa Cattolica, dove c’è santità e peccato, morte e vita, volere umano e Volere Divino. E così, all’interno di ogni diocesi, di ogni parrocchia, di ogni gruppo, associazione, famiglia, nazione. 
È una tensione tra la forza centripeta e la forza centrifuga, il contrasto che avvertiamo in noi stessi tra il desiderio del bene e l’inclinazione al male, quella lotta intima che descrive San Paolo nella lettera ai Romani (7, 7-25), il grano e la zizzania mescolati nello stesso campo, che siamo noi stessi. La notte di Pasqua la Chiesa proclama: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello”. È la lotta di “regno contro Regno”. Quindi l’ECUMENISMO va molto oltre il “vogliamoci bene”, riguarda questa tensione. L’ECUMENISMO esige perciò, come prima cosa,     un impegno di conversione di ognuno. 
I Pastori della Chiesa del nostro tempo ci dicono che è più conveniente ed importante guardare, insieme ai “fratelli separati”, ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide, ovvero, gli aspetti positivi anziché fermarsi su quelli negativi, e così facendo vedere dove è possibile collaborare, lavorare insieme, ecc. Tuttavia è necessario sapere quali sono le cose dove non si è d’accordo, per non ingannarsi e non perdere il tempo. 
E qui troviamo il famoso “DIALOGO”. Che dire del “dialogo”? Che per poter dialogare occorre come minimo parlare la stessa lingua, altrimenti non ci si capisce. Due “monologhi” intrecciati non sono un dialogo. 
A questo punto è necessario che tutti abbiamo chiara la stessa scala di valori: qual è la vera scala di valori? Per alcuni, il massimo valore è il benessere, il divertimento. Altri però dicono: ma per averlo occorre il denaro. Altri aggiungono: e a che serve,     se manca la salute? Per altri è la concordia, l’amicizia, “l’amore”, la pace, “l’unità” appunto… Ma tutti questi valori presuppongono un altro: la Verità, senza la quale tutto crolla. E si dà il caso che “la Verità” non è una cosa, ma una persona: Gesù Cristo. E se chiediamo a Lui: “Signore, e per Te, qual è il valore supremo?”, ci risponde: “la Volontà del Padre”. Siamo arrivati al punto più alto. “Soltanto nella Divina Volontà    è  possibile  l’unità”. 
Perciò, se i dialoganti alla ricerca della verità per arrivare all’unità non tengono costantemente presente il fare la Volontà di Dio, fare ciò che vuole Dio, la sola gloria di Dio, mai otterranno niente. 
Qualsiasi tipo di amicizia e di amore (tra fratelli, tra amici, tra genitori e figli, tra gli sposi…) è in proporzione alla percentuale dei veri valori spirituali che si condividono. Se io posso condividere con mio fratello o con un amico appena un 10% di quello in cui credo e che mi sta a cuore, l’amicizia è di appena un dieci per cento; basta poco perché evapori… Poiché l’amicizia, l’amore, l’unione sono conseguenza della condivisione della verità che lasciamo entrare nella nostra vita. 
E il Signore dice: “Non temete; ecco ciò che dovete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo; veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte   delle vostre città” (Zaccaria 8,15-16). 
Io non ho esperienza di dialogo ecumenico, per così dire, ma penso che, volendo fare sul serio, sarebbe il caso di partire dalla verità più basilare: la domanda che ci farà il Signore al momento della nostra morte, come ce la fa implicita in ogni occasione: “dimmi, chi sei tu e Chi sono Io?” “Cosa vuoi tu di Me e cosa voglio Io di te?” “Qual è il mio Amore per te, e dov’è il tuo amore per Me?” “Lascia perdere le discussioni, lasciati di storie, lascia perdere i problemi storici o dottrinali e dimmi: tu, personal- mente, vuoi o non vuoi rispondere al tuo Dio e Signore?” “Ma voi, chi dite che io sia?” (Matteo 16,15). 
Poiché la vera divisione dell’umanità, quella che è alla base di ogni altra possibile divisione, non è tra bianchi e negri, ricchi e poveri, alti e bassi, cristiani e non cristiani, cattolici e protestanti, ecc., ma tra chi ama la Verità e chi non l’ama (e magari dice  di amarla ma cerca di aggiustarsela e di piegarla a qualche altro interesse di parte). Ma quando si dice amare la Verità, s’intende amarla sul serio, con tutte le conseguenze, pronti a riconoscerla dovunque si trovi e pronti a pagare di persona e a dare tutto ciò che si possiede per averla.    

P. Pablo Martin Sanguiao

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