lunedì 27 aprile 2020

TESORI DI RACCONTI



Il peccato e la morte di Giuda.  

Un fanciullo faceva i suoi studi in uno dei principali collegi di Francia. Finché la virtuosa sua madre l'ebbe sotto le sue cure, era giunta a preservarlo dagli innumerevoli pericoli di cui è circondata la puerizia. La sola necessità poté indurla a separarsene, tanto più che un tetro e vago presentimento le martellava il cuore. Durante il viaggio nel condurlo al collegio, ella era triste e pensierosa, e le scorrevano dagli occhi le lagrime; si consolava tuttavia sul riflesso, che il figlio era innocente e savio, e cercava di rassicurarsi che tale si sarebbe conservato; ma sventuratamente s'ingannò.  

Tra i molti compagni di collegio, si incontrò il meschino in due fanciulli maliziosi e corrotti, e strinse con questi amicizia. Sortito da natura un temperamento ardente e un cuor sensibile, si lasciò ben presto trascinare dalle loro perfide insinuazioni. Perdette l'innocenza, e, con l'innocenza, la pace, la bella pace dell'anima. Alcuni libri cattivi, che quei perversi compagni gli diedero da leggere, finirono di perderlo.  

Intanto giunsero le vacanze, ed andò a passarle in seno alla famiglia, dove non riportava né il cuore né l'innocenza di prima. I genitori che erano veri cristiani, e volevano che lo fosse anche il figlio già prossimo ai dodici anni, gli parlarono di fare la sua prima Comunione. Per compiacere alla madre il giovane libertino accondiscese a tutto.  

Impara il suo catechismo, finge di voler emendarsi delle abitudini di collera, di menzogna, e di altri vizi contratti; si confessa, ma sacrilegamente col nascondere certi peccati più vergognosi; poi in tale stato ardisce accostarsi alla sacra Mensa, macchiando così l'anima sua di un secondo sacrilegio ancor più orribile.  

I genitori ingannati lo credono in buone disposizioni, e lo rimandano al collegio; ma i superiori e i condiscepoli s'accorsero subito che egli era assai peggiore di prima. Cupo, sgarbato, violento, per un nulla montava sulle furie, insoffribile ai compagni che maltrattava con prepotenza, disubbidiente e contumace coi maestri, era oggetto di continue lagnanze da parte di tutti. La sua svogliatezza nello studio, la sua indocilità e le sue maniere ardite e sprezzanti gli attiravano di frequente dei severi castighi.  

Una volta fra le altre spinse sì oltre la sua impertinenza, che il direttore lo fece rinserrare per qualche ora in una stanza del collegio. Gli vengono dati libri, carta e quanto occorre per fare i suoi doveri, e, giunto il momento di metterlo in libertà, si va alla stanza; prima di aprire si sta in ascolto, ma non si sente verun movimento.  

Si bussa all'uscio; nessuna risposta. È aperta la porta, e si trova lo sgraziato giovine appiccato ad una trave del soffitto. Che costernazione! Si guarda sul tavolino, e in luogo della composizione di scuola, si trova una specie di testamento scritto di sua mano. Ivi stavano espressi i sentimenti d'un'anima empia, sacrilega, disperata.  

Tale fu la fine di quell’infelicissimo giovane, vittima dei cattivi compagni e dei libri perversi, che, avendo peccato come Giuda, fece anche la morte di Giuda.  

DON ANTONIO ZACCARIA 

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