mercoledì 29 settembre 2021

L E «ERESIE» DELLA DIVINA VOLONTÀ

 


( INTERPRETAZIONI  ARBITRARIE  DEGLI  SCRITTI  DELLA  SERVA  DI  DIO  LUISA  PICCARRETA)


Chi parla della Divina Volontà secondo gli scritti della serva di Dio Luisa Piccarreta, senza conoscerli o averli letto, può dire cose inesatte, sciocchezze, strafalcioni. Ma chi ne parla avendoli letto e ne fa di questo una sua “bandiera” personale, può dire eresie e cose devianti e pericolose. 

Gesù dice: “La dottrina sulla mia Volontà è la più pura, la più bella, non soggetta ad ombra di materia o d’interesse, tanto nell’ordine soprannaturale quanto nell’ordine naturale. Perciò sarà, a guisa di sole, la più penetrante, la più feconda e la più benvenuta e accolta, e siccome è luce, per sé stessa si farà capire e si farà via. Non sarà soggetta a dubbi, a sospetti di errore, e se qualche parola non si capirà sarà per la troppa luce, che eclissando l’intelletto umano, non potranno comprendere tutta la pienezza della verità, ma non troveranno una parola che non sia verità; al più, non potranno del tutto comprenderla”.  (Vol. 16°, 10 Febbraio 1924). 

Ma dice anche: “Di Me fu detto, quando venni sulla terra a redimere l’uomo, che sarei stato la salvezza e la rovina di molti . Così si dirà ora: che questa mia Volontà sarà o di grande santità, perché la mia Volontà è di assoluta santità, o di rovina per molti”. (Vol. 16°, 21 Settembre 1923). 

Dal Vangelo sono usciti innumerevoli e grandi santi, ma anche tanti eretici. E non è colpa del Vangelo. “Eresie” o deviazioni possono sorgere anche a partire dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta, sulla Divina Volontà. Non sono certo da imputare a lei né agli scritti, ma alla superficialità, alla vanità, alla presunzione umana; insomma, al volere umano, per quanto ci sia chi pretende di essere in possesso di questa “scienza” divina e di vivere nel Volere Divino. 

Tali deviazioni sono frutto di interpretazioni fatte non conformi all’azione progressiva e coerente dello Spirito Santo fin dall’inizio della Storia della Salvezza, e frutto anche di una lettura parziale, superficiale e fuori dal contesto e dall’insieme della vita e degli scritti di Luisa. 

1.  In questo senso, il “Terzo Fiat” (il “Fiat Voluntas tua, sicut in Cœlo et in terra”, che domandiamo nel Padrenostro, cioè il compimento del Regno), ampiamente descritto nelle pagine di Luisa, è visto come una novità di tale trascendenza ed importanza, che l’opera della Redenzione (il secondo “Fiat”) diventa qualcosa di appartenente al passato, che da Luisa in poi sarebbe superata, con tutte le conseguenze pratiche che questo comporta. È vero che è una novità (cfr. Isaia, 48,6-8), ma l’errore sarebbe ritenere superata l’opera della Redenzione o, perlomeno, superato oramai il tempo e passata l’era della Redenzione, creando in questo modo una frattura tra due periodi storici e quindi tra la Redenzione e il Regno di Dio (del compimento del “Fiat Voluntas tua”). 

L’opera della Creazione, pur essendo compiuta, non è terminata. Tantomeno è possibile dichiararla superata, come ormai inutile o da rilegare al passato, soltanto perché è stata realizzata l’opera della Redenzione. Allo stesso modo, l’opera della Redenzione, pur essendo compiuta, non viene meno, non cessa, non si ferma perché subentra l’opera della Santificazione. L’applicazione della Redenzione agli uomini medianti i mezzi istituiti da Cristo (la Chiesa e i suoi Sacramenti) non cesserà fino alla fine del mondo, non verrà a mancare nemmeno quando la sua adorabile Divina Volontà diventerà vita dell’uomo e verrà il suo Regno “sulla terra come in Cielo”. 

Le opere di Dio sono manifestazione “ad extra” dell’Atto eterno del suo Volere. “Cristo… entrò una volta per sempre nel Santuario… dopo averci ottenuto una Redenzione eterna” (Ebrei, 9,12). 

2.  Lo stesso abbaglio o sbaglio avviene in rapporto alla Chiesa: il compimento del “Fiat Voluntas tua sicut in Cœlo et in terra”, o, in altre parole: “la Volontà Divina agente nel volere umano, e il volere umano agente nel Volere Divino” (spiegato anche negli scritti come un dono e, al tempo stesso, come un processo ordinato e crescente, dipendente dalla risposta della creatura, che necessariamente esige da lei che ‘faccia la Volontà di Dio’ e corrisponde a quanto la Scrittura, la Tradizione, il Magistero e la vita della Chiesa hanno sempre insegnato), cioè, il “vivere nella Divina Volontà” viene presentato in modo conflittuale con il “fare la Volontà di Dio” e al di sopra di esso, in un modo tale che il dovere di farla in tante situazioni o aspetti concreti della vita ordinaria e in rapporto con la vita cristiana ed ecclesiale tradizionale resta eclissato, deviato o soppreso.  

Ne risulta che viene sconsigliata la lettura delle vite dei Santi, addirittura c’è chi la vieta e persino consiglia bruciare tutta questa letteratura come inutile e superata. Semmai, tali letture sarebbero occasioni soltanto di “fare atti di riparazione, poiché la santità dei Santi è imperfetta e non pienamente gradita a Dio”. Insomma, lo Spirito Santo avrà fatto cose non degne di Dio! 

3.  Un errore di fondo è, appunto, volendo sottolineare una differenza (anche di grado o di valore) o una distinzione, esagerarla presentandola come una contrapposizione, in modo che una cosa escluda l’altra. Si cade così in una mentalità manichea.  

Per esempio (come abbiamo visto): tra l’opera della Redenzione e il compimento del Regno di Dio sulla terra come nel Cielo, oppure tra la Santità propria del vivere nella Divina Volontà e quella che risulta dalle virtù praticate, oppure, la più profonda contrapposizione: tra quello che è divino e ciò che è umano. 

Il problema va cercato in una sorta di complesso americano del “record”: “il grattacielo più alto”, “la nave più grande”, “l’aereo più veloce”, ecc.  

4.   Questo comporta un altro errore: sostenendo che il contrario di ciò che è umano è il divino (non comprendendo che il contrario di “umano” dovrebbe essere “disumano”, “disordinato”), si conclude con l’esigenza di distruggere in noi ciò che è “umano”, senza alcuna distinzione, in quanto peccaminoso e cattivo. E in funzione di questa idea si prendono frasi di Luisa, prive dal loro contesto.  

Allora si cade in una lettura puramente materiale e davvero fondamentalista dello stesso Vangelo: “Se uno viene a Me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,25- 26). E si applica “alla lettera”! 

Oltre ad essere grave errore, ciò è una pretesa impossibile, e allora si cerca qualche via di mezzo: a volte con delle giustificazioni, a volte adoperando “due pesi e due misure”. Ma sempre nell’angoscia di vivere in un dualismo, in un manicheismo. L’angoscia e lo scrupolo (facilmente comunicati alle anime, insieme con insegnamenti sul vivere nel Divin Volere) sembrano caratterizzare questa mentalità. 

Si mette molta enfasi nel parlare dell’obbedienza. Non si nega la necessità e il valore dell’obbedienza, ma in questa mentalità si governa secondo l’idea che “tutto ciò che non è comandato, è vietato”. Invece “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2ª Cor 3,17). 

E poi, comandato da chi? Il capriccio può mascherarsi di “Volontà di Dio”. Come disse un giorno un santo sacerdote: “Certo, fare la Volontà di Dio è santità; vivere poi nella Volontà di Dio è la cosa più grande che ci può essere, ma servirsi della Volontà di Dio per fare o per imporre la propria è diabolico”. 


Altre deviazioni o interpretazioni parziali della vita e degli scritti di Luisa sulla Divina Volontà: 

5.  La Sacra Scrittura, la Tradizione, il Magisterio della Chiesa, alcuni li ritengono superati dal “vivere nella Volontà di Dio” (il “Terzo Fiat”) e da ciò che ha scritto Luisa, e non di rado arrivano ad ignorare queste basi imprescindibili  come se ormai non fossero necessarie.  

6.  Allo stesso modo insegnano che i sacramenti dell’Eucaristia, della Riconciliazione, dell’Ordine Sacerdotale, del Matrimonio, dell’Unzione degli infermi (la via ordinaria istituita da Nostro Signore per comunicarci la Vita divina, sorgente e sostanza di ogni dono) non sono più necessari a chi vive nella Divina Volontà.  

7.  Per la ragione suddetta, nemmeno i Pastori della Chiesa sono necessari più di tanto a costoro, che dicendo di essere “figli della Divina Volontà”, di fatto si considerano una nuova Chiesa. Essa si sta formando tra le rovine dell’attuale e un giorno la sostituirà. I Pastori della Chiesa, non conoscendo né comprendendo il “vivere nella Divina Volontà”, sono tollerati e obbediti soltanto per poter continuare diffondendo a modo loro la dottrina sulla Divina Volontà all’interno della Chiesa.  

Qui c’è un problema di fondo, il più delicato ed impalpabile: Chi può dire, sul serio, che vive nel Divin Volere come Gesù insegna a Luisa e lei ha vissuto? Fino a che punto la Divina Volontà regna nella sua vita?  Luisa stessa, più volte, esprimeva il suo santo timore di essere ancora così lontana da questo ideale! Lei poteva dare soltanto testimonianza del suo desiderio ardente, dei suoi sforzi, di ciò che faceva interiormente, della luce della verità che di giorno in giorno la innondava; ma non giudicava se stessa (come dice San Paolo: 1ª Cor 4,4;  2ª Cor 12,1-6).  

Il nome e titolo di “piccola Figlia della Divina Volontà” non se lo attribuì da sola, ma glielo diede il Signore. “Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di commo sacerdote, ma gliela conferì Colui che gli disse: «Mio Figlio sei Tu, oggi ti ho generato».” (Ebrei 5,4-5).  

Così, chi può dire di essere già “figlio del Divin Volere”? Lo può essere nel desiderio, può rendere testimonianza del suo impegno, come dice San Paolo: “Non è che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione, solo mi sforzo di correre per conquistarlo… Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù” (Filippesi, 3,12-14).  

Qui l’errore sarebbe ridurre il vivere nel Divin Volere al diritto di una élite o ad un gruppo doc, etichettabile, ad una specie di aristocrazia nella Chiesa, ad un casta privilegiata e superiore, alla quale uno apparterrebbe se si trova in un registro o se ha un distintivo “all’occhiello”. Per questo, il vivere nel Divin Volere non può essere limitato a qualche associazione o comunità esclusiva, ma è per tutta la Chiesa. Perciò mai una comunità potrà dire: “I figli del Divin Volere siamo noi; non può essere ritenuto tale chi non è del nostro gruppo, chi non pensa, non parla e non fa come noi”.  

“Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non è con noi, tra i tuoi seguaci”. Ma Gesù rispose: “Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi”. (Lc 9,49-50). A chi dicesse: “Non è dei nostri”, il Signore risponderebbe: “E chi è dei nostri?” 

Un’atteggiamento del genere condurrebbe a ritenersi “al di sopra del bene e del male”, con diritto a guardare dall’alto chi non fa parte del proprio gruppo, a commiserarlo, a giudicarlo, a evitarlo. “Ma quella gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” (Gv 7,49). A chi −per bontà del Signore− è venuto a conoscenza del “messaggio” della Divina Volontà e per qualche suo motivo non lo accoglie (o non lo accoglie “secondo noi altri”) più volte è stato minacciato di andare all’inferno. Parole gravi, che nemmeno la Chiesa dice agli stessi eretici o ai pubblici peccatori.  

Si sarebbe “santi” solo per il fatto di appartenere a questa élite. Si diventerebbe santi per avere tra le mani gli scritti di Luisa, sulla Santissima Volontà di Dio, per una sorta di osmosi (Aggeo, 2,11-13). 

8.  Le preghiere secolari della Chiesa −per esempio la Liturgia delle Ore− e le preghiere tradizionali, con cui tutti abbiamo imparato a pregare, secondo alcuni, infatuati degli scritti (meravigliosi!) di Luisa, non si devono recitare, sono considerate perdita di tempo e, in qualche caso, persino tradimento ed infedeltà al dono della Divina Volontà. Stiamo sempre lì: una cosa contraddirebbe ed escluderebbe l’altra…  

9.  Quelli stessi “maestri di Divina Volontà” insegnano che, per viverla realmente, è necessario che chi la conosce lasci in modo radicale tutto ciò che sembra ostacolare (secondo tale mentalità manichea) questa nuova vita, non importa se si tratta dei propri genitori, figli, marito, moglie, ecc. San Paolo non è affatto d’accordo con costoro: “Se qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1ª Tim 5,8). 

10.  A motivo dell’errore già visto, che il divino sarebbe l’opposto di quanto è umano (errori 4° e 9°), all’interno della vita di coppia nel Matrimonio, tutto ciò che riguarda la sessualità è presentato come un ostacolo da superare per poter vivere davvero nella Divina Volontà. Chissà perché −ma Luisa non c’entra per niente in questo, e neanche San Paolo− lo stesso Matrimonio è visto con sospetto e non come un disegno che viene dall’Amore di Dio.  

Come al solito, per quella mentalità che esagera ed esaspera le differenze fino a presentarle come contrapposizioni, la verginità e il matrimonio si presentano come in concorrenza e, per esaltare il valore della prima, si rischia di disprezzare il secondo, aggravato da queste altre valutazioni manichee. 

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