giovedì 25 maggio 2023

Arca della scienza celeste

 


1. Il dono della scienza è l'attitudine ad apprendere la vastità delle nozioni rivelate e anche naturali nel loro significato religioso, cioè in riferimento a Dio, alla luce dello Spirito Santo.

Se l'intelletto penetra e analizza, la scienza unisce in visione sintetica rapportando ogni cosa ai princìpi metafisici e soprannaturali dell'essere. Per questo riferimento si distingue dalla scienza profana, che rimane chiusa nell'ambito naturale, in atteggiamento agnostico riguardo al soprannaturale, ignorando che «per Lui create - cioè tramite il Verbo eterno di Dio -, a Lui sono rivolte tutte le cose, e tutte in Lui hanno consistenza», in quanto «Egli è l'immagine dell'invisibile Dio generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15 s). È al riflesso di questo riferimento essenziale che ogni cosa acquista il suo pieno significato, e il suo giusto collocamento nella visione d'insieme del mondo.

Il riferimento ai principi soprannaturali impedisce alla scienza di rimanere acefala, o di degenerare nei vari ismi erronei (positivismo, idealismo, materialismo, agnosticismo, strutturalismo, relativismo, ecc.), privando le singole nozioni del loro naturale radicamento.

Se, la scienza secolarizzzata gonfia l'uomo, la scienza dono dello Spirito ne accresce l'umiltà: l'intelligenza divina diffusa nel creato appare talmente vasta e impenetrabile, da suscitare nell'uomo dedito alla ricerca della Verità un senso di stupita ammirazione contemplativa e una coscienza esatta dei propri limiti.

Così la scienza fornisce la materia all'intelletto per una più profonda penetrazione e per più vaste sintesi, alimenta la sapienza e anche il dono del consiglio, con una progressiva dilatazione delle varie interdipendenze conoscitive e affettive radicate nella grazia.

Contrari alla scienza sono l'ignoranza, la confusione, l'errore ecc. insiti soprattutto nelle ideologie riduttrici pullulate dall'illuminismo agnostico.

2. Quale scienza ebbe Maria?

La tradizione dice che Maria fu presentata fin dall'infanzia al tempio per apprendervi le nozioni fondamentali della cultura ebraica, una cultura ricca che si alimentava alle Scritture, e già fruiva di apporti greci, egiziani, orientali. Se così avvenne realmente, l'intelligenza così penetrante di Maria si arricchiva di una conoscenza superiore a quella delle coetanee di Nazareth e di Gerusalemme.

È comunque ragionevole pensare che Maria, in famiglia, meditasse le Scritture, e vivesse delle grandi rivelazioni di Dio al suo popolo eletto. La storia della salvezza, i prodigi operati dal Signore e i detti sapienziali costituivano un corredo culturale elevato per una giovane ebrea abituata a riflettere e a «meditare in cuor suo» come Maria.

Si trattava di una scienza impregnata di religiosità, perché gli avvenimenti e le espressioni culturali d'Israele avevano un incessante riferimento a Jahvè e al suo Inviato. Non era una scienza secolarizzata e acefala come quella che grava sulla nostra cultura, un nozionismo privo di riferimenti religiosi. Era una scienza religiosa che mirava a elevare l'animo e a trasformare il cuore in misura delle disposizioni personali. Una scienza di vita, insomma, illuminata dalla Rivelazione divina.

L'annuncio angelico della Divina Maternità accentuò certamente, in Maria, l'attenzione su quanto le Scritture preannunciavano del «Servo di Jahvè» che si sarebbe offerto per la redenzione di tutti, dell'atteso «Re d'Israele», il «Messia» promesso da Dio tramite i suoi profeti.

Questa scienza disponeva Maria al compimento della sua missione di Madre del Redentore e di guida della Chiesa nascente.

3. Maria ci ottiene il dono della scienza, soprattutto soprannaturale. I grandi pensatori cristiani, come S. Tommaso d'Aquino, ricorrevano a lei soprattutto per aver luce nelle questioni difficili. Maria dissipa le tenebre dell'intelletto e aiuta a vedere ogni cosa nella luce di Dio.

Essa ci ottenga quel dono della scienza che viene dallo Spirito Santo, una conoscenza unitaria e organica rapportata alla salvezza.

 

Un culto autentico

«Certe pratiche cultuali, che in un tempo non lontano apparivano atte ad esprimere il sentimento religioso dei singoli e delle comunità cristiane, sembrano oggi insufficienti o inadatte, perché legate a schemi socio-culturali del passato, mentre da più parti si cercano nuove forme espressive dell'immutabile rapporto delle creature con il loro Creatore, dei figli con il loro Padre» (Marialis Cultus 25).

«Alla nostra epoca incombe la gioia di scoprire la presenza di Maria nella storia della salvezza e di rispondervi con atteggiamento di ammirazione, lode e comunione, in continuità con la Parola di Dio (Le 1, 42-45, 48) e con la tradizione ecclesiale.

Compito delle comunità ecclesiali odierne non è di abolire o sottacere il culto verso Maria e neppure di lasciarlo languire in un pigro immobilismo, ma di inserirlo più organicamente nell'unico culto cristiano, di rinnovare le forme soggette all'usura del tempo, di purificarlo da contaminazioni e di dargli nuovo vigore creativo».

Stefano De Flores (27 agosto 1978)


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