giovedì 4 marzo 2021

Dalla Gerarchia Cardinalizia di Carlo Bartolomeo Piazza e dalle Rivelazioni Private della mistica Maria Valtorta

 


Santi Martiri del I – II e III Secolo

***

Santa Cecilia. 

 22 luglio 1944. 

 Festività di S. Maria Maddalena. 


23 luglio 1944. 

 La bontà del Signore mi concede il proseguimento della visione. 

Vedo così il battesimo dei due fratelli,84 istruiti certo dal  Pontefice Urbano e da Cecilia. Lo comprendo perché Valeriano dice nel salutare Urbano: “Or dunque tu, che mi hai dato la conoscenza di questa gloriosa Fede, mentre Cecilia mia me ne  ha dato la dolcezza, aprimi le porte della Grazia. Che io sia di Cristo per esser simile all’angelo che Egli m’ha dato per sposa e che mi ha aperto vie celesti in cui procedo dimentico di tutto il  passato. Non tardare oltre, o Pontefice. Io credo. E ardo di  confessarlo per la gloria di Gesù Cristo, nostro Signore”. 

Questo lo dice alla presenza di molti cristiani che appaiono  molto commossi e festanti, e che sorridono al nuovo cristiano e alla felice Cecilia che lo tiene per mano, stando fra sposo e cognato, e che sfavilla nella gioia di quest’ora. 

La chiesa catacombale è tutta ornata per la cerimonia.  Riconosco drappi e coppe preziose che erano nella dimora di Valeriano. Certo sono stati donati per l’occasione e per inizio di una vita di carità dei nuovi cristiani. 

Valeriano a Tiburzio sono vestiti di bianco senza nessun ornamento. Anche Cecilia è tutta bianca e pare un bell’angelo.  Non vi è fonte battesimale vero e proprio. Almeno in questa catacomba non c’è. Vi è un largo e ricchissimo bacile appoggiato su un basso tripode. Forse in origine era un bruciaprofumi in qualche casa patrizia o un brucia-incensi. Ora fa da fonte battesimale. Le laminature d’oro, che rigano con greche e  rosoni l’argento pesante del bacile, splendono alla luce delle numerose lampadette che i cristiani hanno in mano. 

Cecilia conduce i due presso il bacile e sta loro al fianco  mentre il Pontefice Urbano, usando una delle coppe portate da Valeriano, attinge l’acqua lustrale e la sparge sulle teste chine sul bacile pronunciando la formula sacramentale. Cecilia piange di  gioia e non saprei dire dove guardi di preciso, perché il suo  sguardo, pur posandosi carezzoso sullo sposo redento, pare  vedere oltre e sorridere a ciò che solo lei vede. 

Non vi è altra cerimonia. E questa termina con un inno e la  benedizione del Pontefice. Valeriano, con ancora gocce di  acqua fra i capelli morati e ricciuti, riceve il bacio fraterno dei  cristiani e le loro felicitazioni per avere accolto la Verità. 

“Non ero capace di tanto, io, infelice pagano avvolto  nell’errore. Ogni merito è di questa soave mia sposa. La sua  bellezza e la sua grazia avevano sedotto me uomo. Ma la sua  fede e la sua purezza hanno sedotto lo spirito mio. Non le ho  voluto essere dissimile per poterla amare e comprendere più  ancora. Di me, iracondo e sensuale, ella ha fatto ciò che vedete: 

un mite e un puro, e spero, con l’aiuto di lei, crescere sempre più in queste vie. Ora ti vedo, angelo del verginale candore,  angelo della sposa mia, e ti sorrido poiché mi sorridi. Ora ti  vedo, angelico splendore!... La gioia del contemplarti è ben  superiore ad ogni asprezza di martirio. Cecilia, santa, preparami  ad esso. Su questa stola io voglio scrivere col mio sangue il nome dell’Agnello”. 

L’assemblea si scioglie e i cristiani tornano alle loro dimore. 

Quella di Valeriano mostra molti mutamenti. Vi è ancora  ricchezza di statue e suppellettili, ma già molto ridotta e  soprattutto più casta. Mancano il larario e i bracieri degli incensi  davanti agli dèi. Le statue più impudiche hanno fatto posto ad  altri lavori scultorei che, per essere o rappresentazioni di  bambini festanti o di animali, appagano l’occhio ma non offendono il pudore. È la casa cristiana. 

Nel giardino sono raccolti molti poveri e ad essi i neocristiani distribuiscono viveri e borse con oboli. Non vi sono  più schiavi nella casa, ma servi affrancati e felici. 

Cecilia passa sorridente e benedetta, e la vedo poi sedersi fra  sposo e cognato e leggere loro dei brani sacri e rispondere alle  loro domande. E poi, ad istanza di Valeriano, ella canta degli  inni che allo sposo devono piacere molto. Comprendo perché  sia patrona della musica. La sua voce è duttile e armoniosa, e le  sue mani scorrono veloci sulla cetra, o lira che sia, traendone  accordi simili a perle ricadenti su un cristallo sottile e arpeggi  degni della gola di un usignolo. 

E non vedo altro perché la visione mi cessa su questa armonia. 

Ritrovo Cecilia sola e comprendo già perseguitata dalla legge romana. 

La casa appare devastata, spoglia di quanto era ricchezza. Ma  questo potrebbe esser opera anche degli sposi cristiani. Il disordine invece fa pensare che siano entrati con violenza e con  ira i persecutori ed abbiano manomesso e frugato ogni cosa.  Cecilia è in una vasta sala seminuda e prega fervorosamente.  Piange, ma senza disperazione. Un pianto dato da un dolore  cristiano in cui è fuso anche conforto soprannaturale. 

Entrano delle persone. “La pace a te, Cecilia” dice un uomo sulla cinquantina, pieno di dignità. 

“La pace a te, fratello. Lo sposo mio?...” 

Il suo corpo riposa in pace e la sua anima giubila in Dio. Il  sangue del martire, anzi dei martiri, è salito come incenso al trono dell’Agnello unito a quello del persecutore convertito. 

Non abbiamo potuto portarti le reliquie per non farle cadere in mano dei profanatori”. 

Non occorre. La mia corona già scende. Presto sarò dove è  lo sposo mio. Pregate, fratelli, per l’anima mia. E andate. Questa casa non è più sicura. Fate di non cadere fra le unghie dei lupi  perché il gregge di Cristo non sia senza pastori. Saprete quando sarà l’ora di venire, per me. La pace a voi, fratelli”. 

Intuisco da questo che Cecilia era già in stato d’arresto. Non so perché è lasciata in casa sua, ma è già, virtualmente,  prigioniera. 

La vergine prega, avvolta in una luminosità vivissima, e  mentre delle lacrime scendono dai suoi occhi un sorriso celeste  le schiude le labbra. È un contrasto bellissimo in cui si vede il  dolore umano fuso col gaudio soprannaturale. 

Mi viene risparmiata la scena del martirio. Ritrovo Cecilia in una specie di torre, dico così perché l’ambiente è circolare come una torre. Un ambiente non vasto, piuttosto basso, almeno mi pare per la nebbia di vapore che lo empie e specie verso l’alto fa nube che vieta di vedere bene. È sola anche ora. Già abbattuta  ma non ancora nella posa che è stata eternata nella statua del Maderno (mi pare).85 

È su un fianco come se dormisse. Le gambe lievemente  flesse, le braccia raccolte a croce sul seno, gli occhi chiusi, un  lieve ansare di respiro. Le labbra molto cianotiche si muovono  lievemente. Certo prega. Il capo posa sulla massa dei capelli  semisfatti come su un serico cuscino. Il sangue non si vede. È  scolato via dai buchi del pavimento che è tutto traforato come  un crivello. Solo verso la testa il marmo bianco mostra anelli  rossastri ad ogni buco come li avessero, questi buchi, tinti all’interno con del minio. 

Cecilia non geme, non piange. Prega. Ho l’impressione che sia caduta così quando fu ferita e che così sia rimasta forse per  impossibilità di alzare il capo, il collo in specie, dai nervi recisi.  Pure la vita resiste. Quando ella sente che la vita sta per fuggire,  fa uno sforzo sovrumano per muoversi e porsi in ginocchio. Ma  non ottiene che di fare una semirotazione su se stessa e cadere  nella posa che le vediamo,86 sia del capo che delle braccia, sulle  quali si è inutilmente puntellata, e che sono slittate sul marmo  lucido senza sorreggere il busto. Là dove era prima il capo  appare una chiazza rossa di sangue fresco, ed i capelli da quel  lato della ferita87 sono simili ad una matassa di fili porpurei,  imbevuti di sangue come sono. 

La santa muore senza sussulti in un ultimo atto di fede,  compiuto dalle dita per la bocca che non può più parlare. Non vedo l’espressione del volto perché è contro il suolo. Ma certo ella è morta con un sorriso. 


Dice Gesù: 

 «La fede è una forza che trascina e la purezza un canto che  seduce. Ne avete visto il prodigio. 

Il matrimonio deve essere non scuola di corruzione ma di  elevazione. Non siate inferiori ai bruti, i quali non corrompono con inutili lussurie l’azione del generare. Il matrimonio è un sacramento. Come tale è, e deve rimanere, santo per non  divenire sacrilego. Ma anche non fosse sacramento, è sempre l’atto più solenne della vita umana i cui frutti vi equiparano quasi al Creatore delle vite, e come tale va almeno contenuto in  una sana morale umana. Se così non è, diviene delitto e lussuria. 

Due che si amino santamente, dall’inizio, sono rari, perché troppo corrotta è la società. Ma il matrimonio è elevazione  reciproca. Deve esser tale. Il coniuge migliore deve essere fonte  di elevazione, né limitarsi ad esser buono, ma adoperarsi perché alla bontà giunga l’altro. 

Vi è una frase nel Cantico dei cantici che spiega il potere soave della virtù: “Attirami a te! Dietro a te correremo all’odore  dei tuoi profumi”.88 

Il profumo della virtù. Cecilia non ha usato altro. Non è  andata con minacce e sussieghi verso Valeriano. Vi è andata  intrisa, come sposa da presentarsi al re, nei suoi meriti come in  tanti odoriferi oli. E con quelli ha trascinato al bene Valeriano. 

“Attirami a Te” mi ha detto per tutta la vita, e specie nell’ora in cui andava alle nozze. Sperduta in Me, non era più che una  parte di Cristo. E come in un frammento di particola vi è tutto  Cristo, così in questa vergine vi ero, operante e santificante  come fossi stato di nuovo per le vie del mondo. 

“Attirami a Te, perché Valeriano ti senta attraverso di me e noi (ecco l’amore vero della sposa) e noi correremo dietro di Te”. Non si limita a dire: “e io correrò dietro di Te perché non  posso più vivere senza sentirti”. Ma vuole che il consorte corra a Dio insieme a lei perché lui pure santamente nostalgico dell’odore di Cristo. 

E vi riesce. Come capitano su nave investita dai marosi - il  mondo - ella salva i suoi più cari, e per ultima lascia la nave,  solo quando per essi è già aperto il porto di pace. Allora il  compito è finito. Non resta che testimoniare ancora, oltre la  vita, la propria fede. 

Non vi è più bisogno di pianto. Esso era di amoroso affanno  per i due che andavano al martirio e che, perché uomini, potevano esser tentati all’abiura. Ora che sono santi in Dio, non 

più pianto. Pace, preghiera e grido, muto grido di fede: “io  credo nel Dio uno e trino”. 

Quando si vive di fede, si muore con uno splendore di fede  in cuore e sul labbro. Quando si vive di purezza, si converte senza molte parole. L’odore delle virtù fa volgere il mondo.  Non tutto si converte. Ma lo fanno i migliori fra esso. E ciò  basta. 

Quando saranno cognite le azioni degli uomini, si vedrà che  più delle altisonanti prediche sono valse a santificare le virtù dei  santi sparsi sulla terra. Dei santi: gli amorosi di Dio.» 

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