lunedì 31 agosto 2020

Card. Burke: un gesto dirompente? tornare al Catechismo!



La famiglia è il luogo ove padre, madre e figli sono chiamati a diventare santi, a tendere alla salvezza eterna, a camminare insieme verso il Paradiso.
Oppure può diventare il luogo della propria condanna, della dannazione, il proprio inferno.
Dipende da quanto i coniugi corrispondano al progetto di Dio su di loro e ad esso conformino anche la prole.
Per riuscirvi, hanno uno strumento eccezionale: il Catechismo, ove la nostra fede viene presentata in modo sistematico.



Come giungere alla salvezza eterna (ed evitare la dannazione), come vivere l’alta vocazione alla verginità, come contrastare il flagello della contraccezione, come promuovere la vita? Sono questi i veri temi, su cui interrogarsi oggi in famiglia e con urgenza.
A richiederlo è la situazione, divenuta ormai davvero preoccupante.

Su tutto questo Jeanne Smits ha intervistato il card. Raymond Leo Burke, sempre distintosi per l’attenzione rivolta a questi argomenti, come dimostrano – tra l’altro – il suo intervento al Rome Life Forum e la sua costante partecipazione alla Marcia per la Vita di Roma.

Eminenza, Lei ha parlato, a voce alta e forte, della necessità di salvaguardare il vero insegnamento della Chiesa sul matrimonio, sulla famiglia e sulla sessualità umana. Ma questo insegnamento è conosciuto a sufficienza dai Cattolici?
No, non è conosciuto abbastanza. Già da diversi decenni noi soffriamo, all’interno della Chiesa, di una catechesi estremamente insufficiente, nonché di una certa tendenza, nella predicazione, ad evitare una presentazione sistematica della fede. Ciò ha lasciato numerosi Cattolici nell’ignoranza, anche circa gli insegnamenti della legge morale. E così capita che, in un mondo sempre più insensato nella sua ribellione contro Dio e contro la Legge, i Cattolici si scoprano male armati, per rispondervi e fare il proprio dovere, difendendo la fede per la redenzione del mondo.

Cosa consigliereste ai Cattolici di leggere e meditare prima di affacciarsi alla vita adulta e su quali punti si dovrebbe insistere ai corsi di preparazione al matrimonio?
Inviterei tutti i Cattolici a leggere il Catechismo, che costituisce la presentazione sistematica della nostra fede cattolica, o quanto meno il suo Compendio. Oggi è cruciale. La nostra fede è la nostra salvezza e, se noi non conosciamo la prima, corriamo certamente il rischio di perdere la seconda. E rischiamo di perdere anche la felicità quaggiù, anticipazione della pienezza della felicità, che godremo nell’aldilà.
Circa la preparazione al matrimonio, io credo che si debba insistere sui beni fondamentali del matrimonio – in altri termini, l’unione tra un uomo ed una donna. E poi si deve insistere anche sulla fedeltà, una virtù per molti aspetti frequentemente violata nella nostra cultura.
In secondo luogo, il matrimonio è per la vita.
In terzo luogo, è per sua stessa natura procreativo.
Bisogna sottolineare il fatto che la vita coniugale sia una partecipazione alla vita divina. Essa riflette l’amore delle tre Persone della Santissima Trinità: è fedele e durevole e dona la vita.

Di conseguenza, bisogna insistere sul fatto che l’amore proprio del matrimonio venga meglio compreso e più efficacemente nutrito attraverso la nostra comunione con Dio nella preghiera e nei Sacramenti, in particolare nella Santa Eucaristia. Inoltre, mi sembra importante aiutare i giovani a riconoscere quali siano gli aspetti della nostra cultura, che maggiormente minacciano il bene del matrimonio, affinché siano vigili e si guardino da quelle influenze, che possano indurli a tradire la verità coniugale.

Nessuno riterrebbe possibile spezzare il legame tra una madre o un padre ed i propri figli: è un legame analogo quello tra un uomo ed una donna sposati?
E’ evidente. In realtà, il legame tra un padre ed una madre con i loro figli è costituito sull’amore reciproco tra i coniugi. Un bambino non può crescere, né svilupparsi correttamente, a meno che suo padre e sua madre non gli comunichino l’amore, ch’essi nutrono l’uno per l’altra.

In questo tempo di continui divorzi e matrimoni in briciole, qual è il ruolo giocato dalla contraccezione? Pensa che la Chiesa possa indurre un cambiamento di rotta circa la mentalità contraccettiva?
Il ruolo giocato dalla contraccezione è fondamentale e letale, poiché ciò ch’essa produce è indebolire l’amore tra marito e moglie, accantonandone la totalità comprendente anche l’unione coniugale, che a sua volta include sempre il grande dono della procreazione: il coronamento del matrimonio è dato dal dono dei figli. Di conseguenza, quando una mentalità contraccettiva si fa strada, questo amore viene deformato. Ed infatti noi vediamo come, per giustificare l’attività sessuale tra due persone dello stesso sesso, si ritenga comunque coniugale l’unione sessuale priva della dimensione procreativa, ritenendola un’attività che offre in ogni caso amore anche senza dare la vita. Tuttavia, è un abuso: l’unione coniugale non può esistere che tra un uomo ed una donna.
Per cui la mentalità contraccettiva è la radice di molte tra le più gravi minacce, che oggi si contrappongono al matrimonio.
La Chiesa, per quanto ne so, è la sola istituzione, che ha continuato a proclamare il carattere intrinsecamente cattivo della contraccezione, tanto da esser chiamata più che mai, oggi, a difendere la Verità sull’unione coniugale e sulla sua natura fondamentalmente ordinata al dono della vita.

Credo fortemente che il beato Paolo VI abbia preso atto di ciò nel 1968, quando pure formidabili pressioni furono esercitate su di lui da parte di «teologi di primo piano», di teologi morali, affinché ammorbidisse l’insegnamento della Chiesa ed anche affinché lo modificasse.
E’ invece rimasto aggrappato a tale insegnamento in maniera eroica, grazie al suo affidarsi a Dio. Poi il suo successore, san Giovanni Paolo II, dopo il breve pontificato di Giovanni Paolo I, ha consacrato gran parte del suo Magistero ad illustrare la verità contenuta nell’enciclica Humanae Vitae. 

Perché i divorziati “risposati” non possono ottenere l’assoluzione senza prima separarsi o quanto meno vivere “come fratello e sorella”?
Qui bisogna fare una distinzione tra il peccato individuale – ad esempio, mancare alla fedeltà – ed il fatto di vivere pubblicamente in uno stato, che violi tale fedeltà. In primo luogo, si può dire che nell’atto individuale siano intervenute la forza della passione, pressioni od altri fattori che abbiano potuto in qualche misura attenuare la colpevolezza.
Questo non lo si può dire di uno stato, poiché in questo caso una persona decide liberamente di vivere con un’altra come marito e moglie, sebbene l’uno o l’altra o entrambi siano già legati in matrimonio. Far confusione tra queste due situazioni è estremamente dannoso.
Allo stesso modo l’individuo che cade in peccato e va a confessarsi, veramente pentito e col fermo proposito di fare ammenda, può essere assolto. Ma se uno va a confessarsi, accusando un peccato di infedeltà, pur con l’intenzione di continuare a vivere in tale stato, allora manca un elemento essenziale del pentimento – il fermo proposito di correggersi – e, di conseguenza, non può esservi assoluzione, né, naturalmente, la possibilità di accostarsi alla Santa Comunione.
Si parla di una soluzione nel foro interno; in altri termini, una soluzione all’interno del Sacramento della Penitenza. Non esiste che una soluzione di questo tipo: che l’uomo e la donna si accordino per vivere come fratello e sorella; in altri termini, che si impegnino a osservare la continenza e che rispettino la fedeltà al matrimonio originario, cui sono legittimamente legati. In tal caso viene accordato loro il permesso di ricevere i Sacramenti, ma solamente laddove ciò non provochi scandalo.
In altri termini, in un luogo ove la gente non conosca la loro situazione.

Si constata, in questa disciplina della Chiesa – molto antica -, quanto la verità sul matrimonio sia eccezionalmente importante per l’insieme della vita della stessa Chiesa e come Questa salvaguardi tale verità. Conosco molte persone, il cui matrimonio è fallito, ma che consacrano i giorni loro restanti per vivere nella fedeltà alla loro unione coniugale, quand’anche il o la loro consorte li avesse abbandonati.
Alla fine, mi dicono molto chiaramente ch’è nella fedeltà ch’essi trovano la propria felicità.


La sua prima reazione all’Amoris laetitia è stata dire che noi dovremmo ascoltare il Romano Pontefice con rispetto, ma che non tutto ciò che dice e non tutto ciò che scrive fa parte del «Magistero infallibile». Ciò significa che, rispettosamente, possiamo fare una lettura critica dell’Esortazione post-sinodale e persino che alcuni di questi elementi sono aperti ad un’interpretazione non ortodossa?
Non credo che possa essere altrimenti, poiché lo stesso Papa dice che il documento è formato da sue riflessioni in seguito all’esperienza del Sinodo, e le sue riflessioni sono personali.
La Chiesa non ha mai ritenuto che tutto quanto dica il Pontefice o che tutte le sue riflessioni facciano parte del Magistero.
L’insegnamento nella Chiesa è questione molto seria, per cui si comprende come in questo caso il Papa non parli a titolo personale, bensì in quanto successore di san Pietro. Pertanto, bisogna leggere il documento in quest’ottica.

Taluni mi hanno criticato per aver detto ch’esso non fa parte del Magistero; hanno affermato che si tratta di un’Esortazione apostolica post-sinodale e che quindi per questo stesso titolo sarebbe già Magistero.
Bisogna leggerne il contenuto e, una volta fattolo, si vede come questo documento vada affrontato in maniera critica, alla luce del Catechismo e del Magistero della Chiesa.

Tratto da: Radici Cristiane, n° 117

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