venerdì 29 luglio 2022

I Dieci Comandamenti

 


Alla luce delle Rivelazioni a Maria Valtorta

L’ottavo Comandamento: “Non dire falsa Testimonianza”.


Ed ecco ora la descrizione del loro incontro e la splendida catechesi di Gesù per la cura delle anime affidate ai Suoi ministri: 

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19 agosto 1946. 

L'aspro nodo di Jiftael domina a nord precludendo l'orizzonte. Ma là dove le coste dirute di questo gruppo montano hanno inizio, e si mostrano quasi a picco sulla via carovaniera che da Tolemaide va verso Sefori e Nazareth, sono molte caverne fra blocchi rocciosi sporgenti dal monte, sospesi sugli abissi, messi a far da tetto e da base a questi antri.


Come sempre presso le strade più importanti, isolati ma nello stesso tempo prossimi tanto da essere visti e soccorsi dai viandanti, stanno dei lebbrosi. Una piccola colonia di lebbrosi, i quali gettano il loro grido di avviso e quello di invocazione, vedendo passare Gesù con Giovanni e Abele. E Abele alza il viso verso di loro dicendo: «Questo è Colui del quale vi ho parlato. Lo conduco dai due che sapete. Non avete nulla da chiedere al Figliol di Davide?».  
«Ciò che a tutti chiediamo: pane, acqua, a satollarci mentre i pellegrini passano. Dopo, nell'inverno, è fame...».  
«Non ho cibo, oggi. Ma ho con me la Salute...».  
Ma il suggestionante invito a ricorrere alla Salute non viene accolto. I lebbrosi si ritirano dal balzo, volgendo le spalle e girando lo sperone del monte per vedere se altri pellegrini vengono dall'altra via.  
«Credo siano dei marinai gentili o idolatri affatto. Sono venuti da poco, cacciati da Tolemaide. Venivano dall'Africa. Non so come si siano ammalati. So che, partiti sani dai loro paesi e dopo lungo giro intorno alle coste africane per prendere avorio, e credo anche perle per venderle ai mercanti latini, sono arrivati qui malati. E i magistrati del porto li hanno isolati e hanno bruciato persino la nave. Chi è andato verso le vie della Siro-Fenicia e chi qui. I più malati questi, perché quasi non camminano più. Ma hanno l'anima più malata ancora. Ho cercato di dare un poco di fede... Non chiedono che cibo...».  
«Nelle conversioni bisogna avere costanza. Ciò che non riesce in un anno riesce in due o più. Insistere a parlare di Dio, anche se paiono come le rocce che li ricoverano».  
«Faccio male allora a pensare al loro cibo?... Mi ero messo a portare prima del sabato sempre del cibo, perché di sabato gli ebrei non viaggiano e nessuno pensa a loro...».  
«Hai fatto bene. Tu lo hai detto. Sono pagani. Perciò più premurosi della carne e del sangue che dell'anima. L'amorosa premura che tu hai per la loro fame risveglia la loro affezione verso lo sconosciuto che pensa a loro. E quando ti ameranno ti ascolteranno anche se parli di altro che non sia cibo. L'amore prelude sempre ad un seguire colui che si è imparato ad amare. Essi ti seguiranno un giorno nelle vie dello spirito.  
Le opere di misericordia corporale spianano la via a quelle spirituali, le quali la fanno tanto libera e piana che l'entrata di Dio in un uomo, preparato in tal modo al divino incontro, avviene ad insaputa dello stesso individuo. Egli si trova in sé Dio e non sa da dove è entrato. Da dove! Talora dietro un sorriso, dietro una parola di pietà, dietro un pane, si è iniziata l'apertura della porta di un cuore chiuso alla Grazia e si è iniziato il cammino di Dio per entrare in quel cuore. Le anime! Esse sono la cosa più varia che ci sia. Nessuna materia, e sono tante le materie che sono sulla Terra, è così variata nei suoi aspetti quanto lo sono le anime nelle loro tendenze e reazioni.  
Vedete questo potente terebinto? È in mezzo a tutto un bosco di terebinti, simili ad esso nella specie. Quanti sono? Cento e cento, mille forse, forse più. Coprono questo aspro fianco di monte, soverchiando col loro profumo aspro e salutare di resine ogni altro odore della valle e del monte. Ma guardate. Mille e più, e non uno in grossezza, altezza, potenza, pendenza, disposizione, che sia uguale all'altro, se si osserva bene. Chi dritto come una lama, chi volto a settentrione o mezzogiorno, a oriente od occidente. Chi nato in piena terra, chi là su uno scrimolo che non si sa come possa reggerlo e come possa esso sostenersi così proteso nel vuoto, quasi a far ponte con l'altro versante, alto sopra quel torrente, ora asciutto ma così turbinoso nelle epoche di pioggia. Chi contorto come se un crudele lo avesse oppresso mentre era tenera pianta, chi senza difetti. 


Chi chiomato sino quasi alla base, chi schiomato e avente appena un ciuffetto sulla cima. Quello con rami solo a destra. L'altro là fronzuto in basso e arso nella vetta bruciata da un fulmine. Questo morto che sopravvive in un ostinato ramo, unico, che è sorto quasi alla radice, raccogliendo la superstite linfa che era morta nell'alto. E questo che vi ho indicato per primo, bello come più non potrebbe, ha forse un ramo, un rametto, una foglia - che dico dicendo una foglia sulle migliaia che porta? - che sia simile all'altra? Sembra che lo siano. Ma non lo sono. Guardate questo ramo, il più basso. Osservate in esso la cima, solo la cima del ramo. Quante foglie saranno su quella cima? Forse duecento aghetti verdi e sottili. Eppure, guardate! Ve ne è una simile all'altra in colore, robustezza, freschezza, flessibilità, portamento, età? Non vi è.  
Così le anime. Tante quante sono, tante le loro diversità di tendenze e reazioni. E non è buon maestro e medico di anime chi non le sa conoscere e lavorare a seconda delle diverse loro tendenze e reazioni. Non è un lavoro facile, amici miei. Ci vuole studio continuo, abitudine alla meditazione che illumina più di ogni lunga lettura su testi fissi. Il libro che deve studiare un maestro e medico di anime sono le anime stesse. Tanti fogli quante anime, e in ogni foglio molti sentimenti e passioni passate, presenti e in embrione. Perciò studio continuo, attento, meditativo, pazienza costante, sopportazione, fortezza nel saper medicare le piaghe più putride per risanarle senza mostrare schifo, che avvilisce il piagato, e senza una falsa pietà che, per non mortificare collo scoprire il marciume e non nettare per tema di far soffrire la parte marcia, lascia incancrenire il male corrompendo tutto l'essere; prudenza, nel contempo, per non esacerbare con modi troppo rudi le ferite dei cuori e per non infettarsi al loro contatto, volendo fare i sicuri che non temono di infettarsi trattando coi peccatori.  
E tutte queste virtù, necessarie al maestro e medico di anime, dove trovano la loro luce per vedere e capire, la loro pazienza, talora eroica, per perseverare ricevendo freddezze, qualche volta offese, la loro fortezza per medicare saggiamente, la loro prudenza per non nuocere al malato e a se stessi? Nell'amore. Sempre nell'amore. Esso dà luce a tutto, dà saggezza, dà fortezza e prudenza. Preserva dalle curiosità, che sono via ad assumere le colpe che si sono curate. Quando uno è tutto amore, non può entrare in lui altro desiderio e altra scienza che non quella d'amore. Vedete? I medici dicono che, quando uno fu morente per una malattia, difficilmente di essa si ammala mai più, perché ormai il suo sangue l'ha ricevuta e l'ha vinta. Il concetto non è perfetto, ma non è neppure in tutto errato. Ma l'amore, che è salute invece che malattia, fa ciò che dicono i medici e per tutte le passioni non buone. Chi ama fortemente Dio e i fratelli non fa cosa che possa dare dolore a Dio e ai fratelli; perciò, anche avvicinando i malati dello spirito e venendo a conoscenza di cose che l'amore aveva sino allora velate, non se ne corrompe, perché resta fedele all'amore e il peccato non entra. Che volete che sia il senso per uno che ha vinto il senso con la carità? Che le ricchezze per chi nell'amore di Dio e delle anime trova ogni tesoro? Che la gola, che l'avarizia, che l'incredulità, che l'accidia, che la superbia per chi non appetisce che a Dio, per chi dà se stesso, anche se stesso per servire Dio, per chi nella sua Fede trova ogni suo bene, per chi è pungolato dalla fiamma instancabile della carità e opera instancabilmente per dare gioia a Dio, per chi conosce Dio -amarlo è conoscerlo- e non può più insuperbire perché si vede quale è rispetto a Dio?  
Un giorno voi sarete sacerdoti della mia Chiesa. Sarete perciò i medici e maestri di spiriti.  
Ricordate queste mie parole.  
Non sarà il nome che porterete, né la veste, né le funzioni che eserciterete che vi faranno sacerdoti, ossia ministri di Cristo, maestri e medici di anime, ma sarà l'amore che possederete che vi farà tali. 
Esso vi darà tutto quanto occorre per esserlo, e le anime, tutte diverse fra loro, giungeranno ad un'unica somiglianza: quella del Padre, se voi le saprete lavorare con l'amore».  
«Oh! che bella lezione, Maestro!», dice Giovanni.  
«Ma ci riusciremo mai noi ad essere così?», aggiunge Abele.  
Gesù guarda l'uno e l'altro, e poi passa un braccio sul collo di entrambi e se li attira a Sé, l'uno a destra, l'altro a sinistra, e li bacia sui capelli dicendo: «Voi ci riuscirete perché avete compreso l'amore».  
Camminano ancora per qualche tempo, sempre più difficilmente per l'asperità del sentiero inciso quasi sul ciglio del monte. Sotto, lontana, è una via, e si vede la gente in cammino su essa.  
«Fermiamoci, Maestro. Là, vedi, da quella piattaforma di roccia, i due calano con una fune un cesto ai passanti, e oltre quella piattaforma è la loro grotta. Ora li chiamo».  
E getta un grido facendosi avanti, mentre Gesù e Giovanni restano indietro, nascosti da arbusti folti.  
Pochi istanti e poi un volto... chiamiamolo volto perché è messo al sommo di un corpo, ma potrebbe chiamarsi anche muso, mostro, incubo... si affaccia da sopra un macchione di more.  
«Tu? Ma non eri partito per i Tabernacoli?».  
«Ho trovato il Maestro e sono tornato indietro. Egli è qui!».  
Se Abele avesse detto: «Jeové si libra sul vostro capo», io credo che sarebbe stato meno subitaneo e reverente il grido, l'atto, lo slancio dei due lebbrosi -perché mentre Abele parlava si era affacciato anche l'altro- nel gettarsi fuori, sulla piattaforma, in pieno sole, e nel prostrarsi viso a terra gridando: «Signore, noi abbiamo peccato. Ma la tua misericordia è più grande del nostro peccato!».  
Lo gridano senza neppure assicurarsi se Gesù è veramente lì, o se è ancora lontano, in cammino verso di loro. La loro fede è tale che fa vedere anche ciò che gli occhi, per le piaghe delle palpebre e la rapidità del gettarsi a terra, non hanno certo visto.  
Gesù avanza mentre essi ripetono: «Signore, il nostro peccato non merita perdono, ma Tu sei la Misericordia! Signore Gesù, per il tuo Nome salvaci. Tu sei l'Amore che può vincere la Giustizia».  
« Io sono l'Amore. È vero. Ma su Me è il Padre. Ed Egli è la Giustizia», dice severo Gesù facendosi con Giovanni in avanti sul sentiero. 
I due alzano gli sfigurati volti e lo guardano fra le lacrime che scorrono unite a sostanze marciose.  
Orribili a vedersi quei volti! Vecchi? Giovani? Chi il servo? Chi Aser? Impossibile dirlo. La malattia li ha uguagliati, facendone due forme di orrore e nausea. Come deve loro apparire Gesù, ritto in mezzo al sentiero, col sole che lo fascia di raggi e ne accende il biondo dei capelli, non so. So che lo guardano e poi si coprono il volto gemendo: «Jeové! La Luce!». Ma poi gridano ancora: «Il Padre ti ha mandato per salvare. Egli ti chiama la sua dilezione. Egli in Te si compiace. Egli non ti negherà di darci il perdono».  
«Il perdono o la salute?».  
«Il perdono», grida uno. E l'altro: «.. e poi la salute. Mia madre muore di dolore per me».  
«Se Io vi perdono resta sempre la giustizia degli uomini, per te soprattutto. Che vale allora il mio perdono per fare felice tua madre?», tenta Gesù per fare dire le parole che attende per operare il miracolo.  
«Vale. Ella è una vera israelita. Vuole per me il seno d'Abramo. E per me non vi è quel luogo in attesa del Cielo, perché io ho peccato troppo».  
«Troppo. Lo hai detto».  
«Troppo!... È vero... Ma Tu... Oh! quel giorno c'era tua Madre... Dove è tua Madre ora? Ella aveva pietà della madre di Abele. L'ho visto. E se ora sentisse avrebbe pietà della mia. Gesù, Figlio di Dio, pietà in nome di tua Madre!...»  
«E che fareste dopo?».  
«Dopo?». Si guardano sgomenti. Il «dopo» è la condanna degli uomini, è lo sprezzo, o la fuga, l'esilio. Davanti alla prospettiva della guarigione essi tremano come della perdita di una salvezza.  
Come ci tiene l'uomo alla vita! I due, presi nel dilemma di guarire ed essere condannati dalla legge degli uomini, o vivere lebbrosi, quasi preferiscono vivere lebbrosi. Lo dicono, lo confessano con queste parole: «Il supplizio è orrendo!». Lo dice soprattutto quello che capisco essere Aser, uno dei due omicidi...  
«È orrendo. Ma almeno è giustizia. Voi lo davate a questo innocente, per loschi fini tu, per un pugno di monete tu».  
«È vero! O Dio mio! Ma egli ci ha perdonato. Perdona Tu pure. Vuol dire che moriremo. Ma l'anima sarà salva».  
«La donna di Gioele fu lapidata perché adultera. I quattro figli stentano la vita con la madre di lei, perché i fratelli di Gioele li hanno scacciati come bastardi impadronendosi dei beni del fratello. Lo sapete?».  
«Ce lo disse Abele...»  
«E chi ripara alla loro sventura?».  
La voce di Gesù è un tuono, veramente è voce di Dio Giudice e fa paura. Solo nel sole, dritto e rigido, è figura di spavento.  
I due lo guardano con paura. Benché il sole debba inviperire le loro piaghe, non si muovono, come non si muove Gesù che ne è tutto avvolto. Gli elementi perdono valore in queste ore di anime...  
Aser dice dopo qualche tempo: «Se Abele vuole amarmi sino in fondo, vada da mia madre e le dica che Dio mi ha perdonato e...».  
«Io non ti ho perdonato ancora».  
«Ma lo farai perché vedi il mio cuore... E le dirà che tutto quanto è mio vada ai figli di Gioele per mio volere. Sia che io muoia, sia che io viva, rinuncio alla ricchezza che mi ha fatto vizioso».  
Gesù sorride.  
Si trasfigura nel sorriso passando dal volto severo al volto pietoso, e con voce mutata dice: «Vedo il vostro cuore. Alzatevi. E alzate il vostro spirito a Dio benedicendolo. Recisi come siete dal mondo, potete andarvene senza che il mondo sappia di voi. E il mondo vi attende per darvi modo di soffrire e di espiare».  
«Ci salvi, Signore?! Ci perdoni?! Ci guarisci?!». 


«Sì. Vi lascio la vita, perché la vita è sofferenza specie per chi ha dei ricordi come i vostri. Ma ora non potete uscire di qui. Abele deve venire con Me, deve andare come tutti gli ebrei a Gerusalemme. Attendete il suo ritorno. Esso coinciderà con la vostra guarigione. Egli penserà a portarvi al sacerdote e ad avvisare tua madre. Io dirò ad Abele ciò che deve e come deve fare. Potete credere alle mie parole, anche se me ne vado senza guarirvi?».  
«Sì. Signore. Però ripetici che perdoni allo spirito nostro. Questo sì. Poi tutto verrà quando vorrai».  
« Io vi perdono. Rinascete con uno spirito nuovo e non vogliate più peccare. Ricordate che, oltre all'astenervi dal peccare, dovete compiere atti di giustizia volti ad annullare completamente il vostro debito agli occhi di Dio, e che perciò la vostra penitenza deve essere continua perché grande è il debito vostro, ben grande! Il tuo in specie coinvolge tutti i comandamenti del Signore. Pensaci e vedrai che non uno ne è escluso. Ti sei dimenticato di Dio, hai messo il senso a tuo idolo, hai fatto delle feste giorni di deliri oziosi, hai offeso e disonorato tua madre, hai contribuito a uccidere e a voler uccidere, hai rubato l'esistenza e volevi rubare un figlio a una madre e hai privato di padre e madre quattro fanciulli, sei stato lussurioso, hai detto falsa testimonianza, desideravi impudicamente la donna che era fedele allo sposo defunto, hai desiderato ciò che era di Abele tanto da voler sopprimere Abele per impadronirti del suo».  
Aser geme ad ogni proposizione: «È vero, è vero!».  
«Come vedi, Dio avrebbe potuto incenerirti senza ricorrere ai castighi degli uomini. Ti ha risparmiato perché Io potessi salvare uno di più. Ma l'occhio di Dio ti sorveglia e la sua intelligenza ricorda. Andate», e si volge tornando nel folto presso Abele e Giovanni, che si erano messi al riparo sotto le piante della costa. E i due, ancor sfigurati, forse sorridenti -ma chi può dire quando sorride un lebbroso?- con la voce caratteristica dei lebbrosi, stridula, metallica, mancante di continuità, con brusche disuguaglianze, intonano, mentre Egli scende il monte per il sentiero pauroso, il salmo 140... 161  
«Essi sono felici!», dice Giovanni.  

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161 Cfr. Salmo 140 
1 Salmo. Di Davide. Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; ascolta la mia voce quando t'invoco.
2 Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera. 
3 Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra. 
4 Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male e compia azioni inique con i peccatori: che io non gusti i loro cibi deliziosi. 
5 Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri, ma l'olio dell'empio non profumi il mio capo; tra le loro malvagità continui la mia preghiera. 
6 Dalla rupe furono gettati i loro capi, che da me avevano udito dolci parole. 
7 Come si fende e si apre la terra, le loro ossa furono disperse alla bocca degli inferi. 
8 A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi; in te mi rifugio, proteggi la mia vita. 
9 Preservami dal laccio che mi tendono, dagli agguati dei malfattori. 
10 Gli empi cadono insieme nelle loro reti, ma io passerò oltre incolume. 

«Io pure», dice Abele.  
«Credevo che li guarissi subito», dice ancora Giovanni.  
«Io pure, come sempre fai».  
«Sono stati grandi peccatori. Questa attesa è giusta per chi ha tanto peccato. Ora ascolta, Anania...»  
«Mi chiamo Abele, Signore», dice stupito il giovane e guarda Gesù come per chiedersi: «Perché si sbaglia?».  
Gesù sorride: «Per Me sei Anania, perché veramente sembri nato dalla bontà del Signore. Siilo sempre più. E ascolta. Al ritorno dai Tabernacoli andrai nella tua città dicendo alla madre di Aser di fare ciò che il figlio vuole e che col più sollecito dei modi sia eseguito, dando tutto in riparazione meno un decimo. E ciò per pietà della vecchia madre, la quale insieme a te lasci Betlemme di Galilea e vada a Tolemaide, ad attendere il figlio che con te la raggiungerà col compagno.  
Tu, sistemata la donna presso qualche discepolo della città, andrai a prendere quanto occorre per la purificazione dei lebbrosi e non li lascerai altro che quando sarà tutto fatto. Il sacerdote non sia di quelli che sanno del passato, ma uno di altri luoghi».  
«E dopo?».  
«Dopo tu torni alla tua casa o ti riunisci ai discepoli. Ed essi, i guariti, prenderanno le vie dell'espiazione. Io dico l'indispensabile. E lascio l'uomo libero di agire in seguito...». 
E scendono, scendono, instancabili, nonostante le asperità della via e del calore del sole... Instancabili, ma silenziosi per molto tempo.  
Poi Abele rompe il silenzio dicendo: «Signore, ti posso chiedere una grazia?».  
«Quale?».  
«Di lasciarmi andare nella mia città. Mi spiace di lasciarti. Ma quella madre...».  
«Vai. Ma non ti attardare. Farai appena in tempo a raggiungere Gerusalemme».  
«Grazie, Signore! Non troverò che lei, povera vecchia, vergognosa di tutto da quando Aser peccò. Ma ora sorriderà ancora. Che le devo dire in tuo nome?».  
«Che le sue lacrime e le sue preghiere hanno ottenuto grazia e che Dio la conforta a sperare sempre più e la benedice. Ma prima di lasciarci sostiamo per un'ora. Non di più. Non è tempo di sostare. E poi tu andrai per la tua parte, Io e Giovanni per la mia, e per scorciatoie. E tu, Giovanni, andrai avanti. Da mia Madre. Le porterai questa sacca con le vesti di lino e verrai con quelle di lana. Andrai a dirle che la voglio vedere e che l'attendo nel bosco di Matatia, quello della moglie. Lo sai. Parla con Lei sola e vieni presto».  
«Lo so dove è il bosco. E Tu? Solo? Resti solo?».  
«Resto col Padre mio. Non temere», dice Gesù alzando la mano e posandola sulla testa del discepolo prediletto, seduto sull'erba al suo fianco. E gli sorride dicendo: «Ma dovremmo esserci a sera...».  
«Maestro, quando ti devo far contento non sento stanchezza, lo sai. E andare dalla Madre!... È come se gli angeli portassero. Non è poi molto lontano».  
«Non è mai lontano ciò che si fa con gioia... Ma tu sosterai la notte a Nazaret».  
«E Tu?».  
«E Io... Starò col Padre mio dopo esser stato con mia Madre un poco. E poi mi incamminerò all'alba, prendendo la strada del Tabor senza entrare a Nazaret. Lo sai che devo essere a Jezrael all'aurora di dopodomani».  
«Ti stancherai molto, Maestro. Lo sei già».  
«Avremo tempo di riposarci nell'inverno. Non temere. E non sperare di poter andare, con pace come qui, sempre evangelizzando. Conosceremo molte soste...».  
Gesù china il capo pensoso, sbocconcellando il suo pane più per fare compagnia ai due che, giovani e lieti di essere col Maestro, mangiano di gusto, che per voglia di cibo. Tanto che smette di farlo e si assorbe in uno dei suoi silenzi, che i due rispettano tacendo, riposando al rezzo del monte, i piedi scalzi a cercar frescura sull'erba nata ai piedi dei tronchi potenti. E sonnecchierebbero anche, ma Gesù alza il capo e dice: «Andiamo. Al bivio ci lasceremo».  
E, riallacciati i sandali, si mettono in cammino. L'ombra del bosco e il vento che viene da settentrione li aiuta a sopportare la pesantezza dell'ora ancora calda, sebbene non più torrida come nei mesi di piena estate.  
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a cura del Team Neval 

Riflessioni di Giovanna Busolini  

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